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Un bignamino personalizzato di Empoli – Mauro Guerrini

Giuliano Lastraioli, studioso di cultura enciclopedica, ha finalmente pubblicato il volume atteso da anni: Empoli. Mille anni in cento pagine, una storia complessiva d’Empoli, essenziale, “in formato tessera”, come la definisce l’autore, di 134 pagine, anziché 100 come dichiarato dal titolo, con una ventina di illustrazioni e di foto efficaci, alcune poco o affatto conosciute, conservate nel suo ricco archivio personale.
Il testo si presenta come una serie di cammei cesellati e incastonati in un collier armonioso.
Ogni frase, infatti, riassume in sé uno studio specifico, compendia un saggio, tanto è stata studiata, ruminata, limata fino ad assumere la dimensione sintetica che testimonia la padronanza concettuale piena e solida di ciascun tema tratteggiato.

Perciò la definizione che l’autore dà del libro come un “bignamino personalizzato” (p. 113) suona riduttiva; il libro è semmai un’enciclopedia tascabile di Empoli, un concentrato meditato di notizie precise e puntuali dalla sua fondazione ai giorni nostri: la prima vera storia della città. Un’epigrafe dà il senso dell’interpretazione di ciascuno dei sette capitoli del libro, il cui testo deriva per buona parte da precedenti contributi dell’autore disseminati in varie sedi e ora fusi e ben amalgamati nella nuova opera.
Lastraioli parla della polis, cerca soprattutto di far capire al lettore “da dove veniamo e, di conseguenza, verso dove andiamo”; più esattamente parla degli empolesi, o, ancor più precisamente, dell’empolesità, intesa come tratto caratterizzante e persistente dei cittadini di Empoli: dal linguaggio contemporaneo, col tipico intercalare dehunasega, con le parole gòmma e nève pronunciate con l’accento grave sulla prima vocale; col distinguere tra le formulazioni a Empoli, rispetto a ad Empoli, e in Empoli, cioè entro le mura; alle relazioni rimaste sempre in sospeso con Firenze. Firenze è lontana e non è madre.

Il campanile della collegiata – Foto di Carlo Pagliai

 

La città ha subito impotente il suo potere (“Empoli non ha forma alcuna di governo … e stiamo ubbidienti a ogni mezzo huomo che la Città manda”, scrive l’anonimo autore della Storietta, la cui edizione critica è stata pubblicata nel 1986); la sudditanza giunge fino al Novecento e ai nostri giorni; Empoli è tuttora definita da alcuni un dormitorio, una grande banlieue, dotata, tuttavia, di tutti i servizi essenziali e nella quale si vive meglio che altrove. Empoli è troppo grande per essere un paese ed è troppo piccola per essere una città.
Probabilmente la città non si è mai ripresa dall’assedio imperiale delle truppe di Carlo V, al comando di don Diego Sarmiento, nel maggio 1530, concluso con la capitolazione del 29 del mese, a cui seguì il saccheggio.
Andrea Giugni e il capitano Piero Orlandini non fecero molto per resistere, tant’è che l’Anonimo empolese li accusò di tradimento (vedi il catalogo della mostra: 29 maggio 1530. Il sacco di Empoli nella Storietta di un empolese del 1986). Per gli empolesi cominciava un lungo periodo di dure miserie e di gravi sciagure, prima fra tutte la pestilenza, descritta da Libertario Guerrini in Empoli dalla peste del 1523-26 a quella del 1631.

Qual è l’etimologia di Empoli?
Lastraioli snobba la questione, prendendo atto che tutte le suggestioni sono inaffidabili, compresa quella proposta da Silvio Pieri in Toponomastica della Valdelsa.
Il primo documento che menziona l’insediamento abitativo è del 780, in una carta “more Langobardorum”.
L’Arno è determinante e il primo aggregato s’insedia intorno al porto fluviale; l’arrivo dei Longobardi conferisce al nucleo abitativo il titolo di entità giuridica degli “empolesi” quale stanziamento antropico caratterizzato e giuridicamente riconosciuto.
Nel 1093 viene dato inizio alla nuova fabbrica della pieve intitolata a Sant’Andrea pescatore; il 1119 segna il principio della “storia civile del borgo che divenne poi la città di Empoli”, come ha sintetizzato Mario Bini. “Nacque allora la flebile autonomia comunale, di cui si possono solo intuire le elementari strutture a base consolare, ma sempre sotto la tutela del conte e del pievano, quando non addirittura sotto la pressione (d’anno in anno più forte) del maggior comune fiorentino” (p. 8).

Empoli si dota di più statuti, i primi trecenteschi sono andati perduti, mentre sono rimasti quelli quattrocenteschi, pubblicati nel 1980 (vedi: Empoli. Statuti e riforme).
Le sorti successive della città sono descritte con altrettanto acume, in un intreccio di destini locali inseriti nella storia universale, con una selezione accurata degli eventi che dimostra un grande metabolismo di conoscenze. Per secoli è stata la Chiesa a determinare la storia della città, con la dialettica tra chiesa territoriale e frati agostiniani, i quali eressero il campanile di santo Stefano 20 cm più alto di quello della collegiata di Sant’Andrea.

La parte dedicata al Novecento, soprattutto dal 1920 e in particolare dal 1945, è la più delicata, tra cronaca e storia; la storiografia ha privilegiato alcuni temi e ne ha rimosso altri. Lastraioli ricompone le vicende a tutto tondo, demistificando ricostruzioni non corrispondenti al vero, corroborando ciascuna affermazione da documentazione reperita, talora per la prima volta, in archivi nazionali e internazionali, una verità certe volte scomoda, sovrastata finora da narrazioni di comodo.
Ne esce una città perfino inedita, dalle sfaccettature incoerenti. Due episodi emblematici. Il primo riguarda i Fatti di Empoli (o, secondo la parte avversa, l’Eccidio di Empoli) del 1° marzo 1921, quando socialisti, comunisti, anarchici e guardie rosse tesero un’imboscata in borgo a due camion con 46 marinai, provenienti dalla costa, in viaggio per il capoluogo (con l’ordine di riattivare le linee ferroviarie interrotte dagli scioperi di quei giorni, in seguito all’uccisione a Firenze, per mano fascista, del sindacalista empolese Spartaco Lavagnini), scortati da 18 carabinieri: 9 militari uccisi e 18 feriti. Un equivoco drammatico, in quanto gli attaccanti temevano un complotto fascista. I Fatti di Empoli furono citati da Palmiro Togliatti in una riunione del Comintern di Mosca come atto rivoluzionario antifascista e tale è rimasto nella memoria di tanti; la realtà fu diversa; il film Empoli 1921 di Ennio Mazzocchini ristabilisce la verità, ma alla sua uscita, nel 1995, fu accolto con diffidenza, tanto i pregiudizi sono lenti a essere superati.

Il secondo riguarda il rapporto col fascismo, con la concessione della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini votata da un consiglio comunale unanime il 24 maggio 1924 (che non risulta mai formalmente revocata), certamente per ingraziarsi il duce dopo l’eccidio del 1921. “Troppi memorialisti – commenta l’autore – hanno già zappato il terreno, ciascuno mettendoci del suo a seconda delle proprie esperienze, quasi tutti unidirezionali nell’assioma di Empoli capitale morale dell’antifascismo toscano e culla della resistenza. Ai primordi della seconda guerra mondiale apparve, almeno in superficie, l’esatto contrario” (p. 113).

In provincia di Firenze esistevano insolitamente (rispetto al resto d’Italia) due Legioni della Milizia, la 92a Francesco Ferrucci a Firenze e la 93a Giglio Rosso a Empoli, primato non certo invidiabile. Contemporaneamente altre centinaia di giovani militavano nel Partito comunista clandestino, diversi partivano per la Spagna a dar manforte alle truppe rivoluzionarie e 530, oramai a fine guerra, il 13 febbraio 1945, raggiungevano “i gruppi di combattimento del ricostruito esercito”, recita una lapide in piazza del popolo.
Dettagliato il racconto dell’uccisione nel luglio del 1944, al podere Pratovecchio, di 7 militari tedeschi della 3. Panzergrenadier Division del colonnello Hecker: il più giovane, Jakob Giessler di 19 anni, il più anziano, Norbert Hupe di 36. Qualcosa si mormora sui responsabili e forse si conoscono i nomi di chi sparò, ma l’autore non si espone.
La rappresaglia tedesca non si fece attendere: 29 innocenti furono fucilati (uno riuscì a sopravvivere); e le vittime potevano essere il doppio.L’uccisione dei militari tedeschi non è mai stata rivendicata, non esiste un fascicolo d’indagine, né un verbale dei Reali Carabinieri di Empoli nell’inchiesta che venne comandata loro dal Comando Generale dell’Arma nel dopoguerra.

Lastraioli si sofferma su alcuni personaggi che hanno segnato la città: l’avv. Niccolò Vannucci e i tre protagonisti descritti in appendice: Oreste Ristori anarchico (1874-1943), Rigoletto Martini comunista (1907-1942) e Idreno Utimpergher fascista (1901-1945).
Tratteggia “la figura di spicco del socialismo valdelsano, il professor Giulio Masini (1857-1937), un medico certaldese docente all’Università di Genova, e la figura del “marchese Carlo Ridolfi (1858-1918), nipote del grande Cosimo, che “esaltava le proprie ubbìe aristocratiche gloriandosi di pagare il biglietto del treno e di non occupare lo scompartimento gratuito riservato ai parlamentari quando si recava a Ponte a Elsa per visitare i poderi della sua tenuta della Selva di Poggio al Pino” (p. 86-87); cita i sindaci Gino Ragionieri e Mario Assirelli; per il mondo cattolico ricorda Pino Arpioni, Giancarlo Ruggini e il proposto Ascanio Palloni.

Tra le numerose chicche (il significato originario di catorcio) e curiosità, due meritano di essere evidenziate: lo storpiamento di “Nous voulons” l’epoca (fine Settecento) della dominazione francese a opera di funzionari o di militari che sapevano soltanto ordinare: “Nous voulons”; e l’etimo di trènce, il termine usato a Empoli per impermeabile, prodotto qualificante dell’economia locale per decenni, come lo è stato (e ancor più) il vetro: “Con la grande guerra nacque a Empoli l’attività della confezione in serie di articoli d’abbigliamento. […]. Apparve in quel torno di tempo il fatidico “trènce”, cioè il trenchcoat (indumento da trincea)” (p. 96).

Altre curiosità: “Si avvertiva anche una notevole ondata di immigrazione dal sud, specialmente dalla Sicilia e dalla Basilicata, tutta gente attivissima e laboriosa nel vario artigianato, nei servizi e soprattutto nelle costruzioni.
Diverse volte il vescovo di Tricarico (provincia di Matera) passò da Empoli in visita pastorale ai suoi fedeli, riuniti nella nostra Collegiata per l’occasione” (p. 123).
Empoli è una città strana in cui pare non sia successo e non succeda mai niente eppure eventi locali hanno assunto una dimensione nazionale e internazionale: è stata un insediamento longobardo, come richiama la banderuola di san Michele arcangelo, che protegge la città dalla cima del campanile della Collegiata; Firenze ha continuato a vivere grazie a Farinata degli Uberti, colui che, nel 1260, all’indomani della vittoria di Montaperti sui guelfi, vi riunì il parlamento dei “Grandi ghibellini” e “difese Fiorenza a viso aperto” dalla distruzione materiale, decisione che, con ogni probabilità, decretò la fine di Empoli (ancor prima del Sacco del 1530), la quale, con la distruzione di Firenze, avrebbe potuto svilupparsi in città primaziale della Toscana; Napoleone è potuto divenire tale grazie a un lontano parente empolese, l’avvocato Giuseppe Moccio Buonaparte, il quale ricevette il collega di Ajaccio Carlo Maria Buonaparte, accompagnato dai figli Giuseppe e Napoleone (di 9 anni) giunti in città per ottenere dalla Deputazione sovraordinata a Firenze le patenti di nobiltà della famiglia, senza la quale Napoleone non avrebbe potuto essere ammesso alla scuola militare di Brienne; il “Viva Maria”, scoppiato nel pomeriggio di sabato 4 maggio 1799 segnò l’insorgenza antifrancese, che finì al suono degli zoccoli di 63 dragoni del Primo Console; i citati Fatti del 1921 e così via.

Empoli ha avuto altre storie generali, in particolare quelle dell’Anonimo empolese (Jacopo Zeffi?), di Vincenzo Chiarugi, Luigi Lazzeri e Agostino Morelli (in Guida d’Empoli); ha avuto gli studi preziosi di Mario Bini, un esperto eccezionale delle fonti documentarie territoriali, autore di studi monografici fondamentali sulla famiglia Figlinesi e su mons. Giovanni Marchetti, ma non ha mai redatto una storia complessiva (vedi: Le pubblicazioni di Mario Bini, 1957-1988, “Bullettino storico empolese”, vol. X, 1991-1993); ugualmente Olinto Pogni, p. Sisto da Pisa (autore de L’antico Santuario della Madonna del Pozzo in Empoli), Corrado Masi, Libertario Guerrini, Mauro Ristori, Fausto Berti, Piero Tinagli (vero fondatore e direttore de “Il segno di Empoli” fino alla sua scomparsa prematura), Vanna Arrighi, Walfredo Siemoni, Claudio Biscarini, Marco Frati, Paolo Santini, Franca Bellucci, Paolo Pianigiani, Leonardo Terreni (anima dell’Associazione Archeologica di Volontariato Medio Valdarno).

Topolino accenna alla battaglia tra Empoli e San Miniato sul n. 1431 del 1983 e Piero Cioni pubblica una gradevole Leggenda e storia di Empoli a fumetti nel 1985.
Tutte opere redatte da autori empolesi. Pochi storici non locali si sono cimentati con la città, argomento considerato complesso e difficile; tra costoro Domenico Maria Manni, Giovanni Lami, Giovanni Targioni Tozzetti. Molto utili, in epoca contemporanea, il sito web Della storia d’Empoli, di Carlo Pagliai, che riunisce testi, bibliografia, foto della città e dei suoi personaggi, e il sito del Comune inempoli.it/; fondamentale il ruolo della Pro Empoli, editrice del “Bullettino storico empolese”, i cui indici sono stati pubblicati nel 1997 (vedi: Indice del Bullettino storico empolese, vol. I-vol. XIII, 1957-1996).

Lastraioli è il grande erudito che conosciamo, l’unico grande erudito che la città abbia mai avuto: non c’è personaggio o evento che non possieda nei minimi dettagli; non c’è documento che non abbia consultato nei vari archivi internazionali, nazionali e locali (della Collegiata e del Comune); non c’è opera pubblicata sul territorio e i suoi abitanti che non ricordi a memoria e che non citi correttamente alla bisogna. La consapevole assenza di citazione di documenti e di bibliografia in Empoli. Mille anni in cento pagine deriva proprio dall’aver digerito quanto letto in oltre 65 anni di studio.
Empoli non ha compiuto il salto di qualità auspicato e sempre auspicabile da castrum a civitas e non è decollata come città autonoma.
Perché? Sempre secondo Lastraioli “A Empoli, ‘castrum et terra’, è mancato il vescovo, è mancato un tribunale collegiale, è mancata la provincia. Eppure esistevano tutti i presupposti per una promozione di rango verso la ‘civitas’.
Allora tante ciminiere fumavano.
Adesso, se non si va di male in peggio, ci troviamo in fase di stallo. Siamo a quasi novecento anni dall’incastellatura, ma non vediamo un pievano Rolando che faccia il miracolo.

Mauro Guerrini
professore ordinario dell’Università di Firenze.

con gentile concessione

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