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Giuliano Lastraioli – Trilogia tragica: vite parallele di tre empolesi del Novecento

Oreste Ristori                        Rigoletto Martini                 Idreno Utimpergher
(1874-1943)                          (1907-1942)                               (1901-1945)

Tre esistenze di uomini empolesi che in vita loro non si conobbero e forse neppure si sfiorarono, ma che hanno in comune, nella sequenza plutarchesca di vicende parallele, l’esito in tragedia nella fornace della seconda guerra mondiale.

Ristori anarchico, Martini comunista, Utimpergher fascista: antinomie assolute, ma senza sostanziali diversità di estrazione antropologica e sociale.

Personaggi emblematici di un mondo e di un’epoca.

Cominciamo dal più anziano, il Ristori.
Nato nel 1874 a Pino di Ponte a Elsa da genitori poverissimi (il padre faceva il portareca, cioè l’uomo di fatica) e poi trapiantato a Empoli nella plebea via Chiara, Oreste si segnalò ben presto per vivacità, intelligenza e voglia di apprendere.
Anarchico militante da sempre alla scuola di Enrico Petri e Pietro Gori, ebbe vita avventurosa e travagliata, lo Stato e i preti erano la sua bestia nera. Da buon autodidatta coltivato nelle patrie galere e nel domicilio coatto,  Oreste Ristori divenne un polemista di grido in Argentina e in Brasile, pubblicando opuscoli anarchici in italiano, in spagnolo, in portoghese e svolgendo intensa attività giornalistica, nonché di propaganda orale e di agitazione delle masse. Era schedato dalle polizie dei due mondi.
I titoli delle sue brossure sono indicativi dell’uomo: “Deismo y materialismo”;  “Gesù non è mai esistito”; “Infamie secolari del cattolicismo”,  e così via di questo passo.
Reduce dalla guerra di Spagna, dove – a quanto pare – si era avvicinato al partito comunista, pur senza rinnegare il verbo anarchico, non mancò di segnalarsi, sebbene ormai prossimo alla settantina, nelle manifestazioni che ebbero luogo a Empoli dopo il 25 luglio 1943 alla caduta di Mussolini, ancora arrestato e immediatamente tradotto alle Murate di Firenze, vi fu praticamente parcheggiato fin dopo l’8 settembre, cadendo così in balìa dei repubblichini della banda Carità.
L’uccisione del colonnello Gobbi da parte 
di un gruppo gappista determinò la fucilazione per rappresaglia di cinque antifascisti reclusi.
Oreste Ristori fu beccato fra questi.
Al poligono delle Cascine, davanti al plotone di esecuzione, si comportò da vero rivoluzionario professionale: pipa in bocca e canto dell’Internazionale.
Era il mattino del 2 dicembre 1943. 
Una sola voce di condanna per il sangue sparso: quella del cardinale Elia Dalla Costa.

*

Il ribellismo di Oreste Ristori traeva origine dal fatto che il padre Egisto era stato alle dipendenze dell’onorevole marchese Carlo Ridolfi nella fattoria della Selva di Poggio al Pino. Per l’epoca quasi una servitù della gleba: “homo homini lupus” stava scritto in un cartiglio sotto lo stemma della casata.
E l’anarchia si palesava allora come unica palingenesi.

La generazione successiva, quella di Idreno e di Rigoletto, corse avanti di molte lunghezze sulle idee del tardo epigono di Bakunin e di Cafiero.

Idreno Utimpergher,  empolese doc nonostante il cognome ostrogoto, nacque nel 1901 in via del Giglio.
Il babbo Pierino era uno dei tanti maestri vetrai di Murano calati a Empoli per insegnare il mestiere alle maestranze locali; la mamma era una Dicomani discendente di uno dei pochi volontari nostrani nelle campagne risorgimentali.
Dopo l’eccidio del 1° marzo 1921 Idreno, già convenientemente catechizzato e integrato nelle organizzazioni sportive di marca nazionalista che ormai pullulavano sotto la guida dei vari Alfonso Catarzi ed Ero Vignozzi, aderì al fascismo e per qualche tempo fu anche squadrista agli ordini del Codeluppi e di Donato Lilloni, faceto quest’ultimo nelle sue vignette umoristiche quanto deciso nelle spedizioni punitive.
In seguito non ebbe mai incarichi di rilievo nel partito e si dedicò prevalentemente all’attività di organizzazione sindacale,  senza però conseguire cariche importanti.

Dall’altro canto Rigoletto Martini, nato in una famiglia mezzadrile di Santa Maria a Ripa nel 1907, non andò oltre la seconda elementare e trascorse la propria adolescenza nel duro lavoro dei campi, a contatto con un mondo impermeabile al nuovo corso politico e votato a refrattaria ostilità verso il fascismo.
Il suo curriculum è, a dir poco, 
straordinario.
Aderente al partito comunista clandestino, esule in Francia e poi nell’Unione Sovietica, frequentò a Mosca la scuola di partito, dove si segnalò per 
disciplina e obbedienza ai dettami dei superiori, al punto che, negli anni Trenta, lo troviamo addirittura cooptato nel comitato centrale del PCd’I con lo pseudonimo di “Tuti”, e con incarichi sempre più prestigiosi, fra cui i collegamenti del centro dirigente col Komintern di Dimitrov.
Alloggiava con Togliatti all’Hotel Lux e svolgeva anche 
compiti di vigilanza, temutissimo per la sua durezza inquisitoria nei confronti dei compagni dissidenti all’epoca delle feroci purghe staliniane. La sua ascesa ai vertici del partito è misteriosa e anche tenebrosa.
Inviato in Jugoslavia allo scoppio della guerra  per contatti con Tito, fu vittima – dopo una rocambolesca evasione da un lager croato – 
di un oscuro tradimento da parte di alcuni compagni e venne praticamente consegnato alla polizia italiana.
Condannato a ventiquattro anni di reclusione dal Tribunale Speciale, finì i suoi giorni nel penitenziario di Civitavecchia il 20 giugno 1942 per un male incurabile all’intestino.
«I suoi ultimi pensieri», scrisse il senatore Remo Scappini,
«furono per l’Unione Sovietica e per il suo geniale capo, compagno Stalin».

Idreno Utimpergher, che nel frattempo aveva italianizzato il suo cognome, in Utimperghe per evitare sospetti razziali, emerse dalle nebbie dell’anonimato proprio nel periodo di massima crisi per il partito fascista.

Aderì immediatamente alla R.S.I. dopo l’8 Settembre, mentre si trovava a Trieste, dove si distinse con prorompente personalità al comando delle prime squadre del fascio repubblicano.
Dopo varie avventure nel Veneto, arrivò a Lucca subito dopo la caduta di Roma e si installò al palazzo littorio come capo indiscusso della città e della provincia, fondando poi la 36a Brigata Nera “Mussolini”, di cui sono ben note le gesta in Garfagnana e quindi nella valle del Po.
Dotato di un vero carisma presso i propri uomini (si leggano in proposito le memorie di Piero Sebastiani) fu uno degli indiscussi protagonisti della fuga di Mussolini verso Dongo, prendendo lo stesso Duce a bordo dell’inverosimile autoblinda fatta in casa che era stata allestita in quel di Piacenza sul telaio di un camion Lancia 3Ro.
Un tanko avanti lettera!

Insieme a Pavolini, Idreno resistè al blocco dei partigiani e fu catturato col mitra fumante in mano, un MAS francese che la leggenda metropolitana vorrebbe passato al colonnello Valerio per l’esecuzione di Mussolini.

Utimpergher venne fucilato nel pomeriggio del 28 aprile 1945 sul lungolago di Dongo, insieme a Bombacci, a Barracu, a Pavolini e agli altri gerarchi catturati.
Due notti prima aveva avuto l’ultimo incontro amoroso con Elena Curti, figlia spuria – a quanto si dice – di Benito Mussolini.
Il cadavere di Idreno finì con gli altri a Piazzale Loreto.
Non fu appeso, ma contribuì ad alimentare quella che Ferruccio Parri ebbe a definire “una macelleria messicana“.

Idreno e Rigoletto, seppure sconfitti, terminarono la propria esistenza in perfetta coerenza con le proprie scelte di vita, giuste o sbagliate che fossero.
Poco prima di morire Idreno disse al giovane gregario Piero Sebastiani:
«Gente come me e come te, a seconda dei giochi del caso, avrebbe potuto trovarsi indifferentemente con i fascisti o con i partigiani, ma certamente mai nascosti in una cantina o in una sacrestia».
Rigoletto aveva già mandato a quel paese Giancarlo Paietta e Remo Scappini nel carcere di Civitavecchia.
Volevano conoscere i retroscena di Mosca, ma lui, nell’ultimo messaggio scritto su una cartina da sigarette, gli mandò a dire che «di certe cose non si può parlare».

E questo fu tutto.

Dove li trovate oggi degli empolesi così?

5 aprile 2014                         GIULIANO LASTRAIOLI

Giuliano Lastraioli

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