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Giuliano Lastraioli: Il figlio del Portareca

Se i gappisti non avessero trucidato il colonnello Gobbi, la sorte di Oreste Ristori sarebbe stata diversa.

Fucilato in rappresaglia al poligono delle Cascine di Firenze, affrontò il plotone di esecuzione col virile coraggio del rivoluzionario professionale.Pipa in bocca e canto dell’Internazionale.

Tragica fine di un vecchio libertario quasi settantenne che in vita sua ne aveva passate di tutti i colori fra l’Europa e l’America del Sud.

Era originario di Ponte a Elsa, dove comunemente si parlava di lui come di “un ciucco per il mondo”.

La gente ignorava la reale importanza delle sue gesta e della sua attività editoriale e politica in campo anarchico. Da ultimo, secondo alcuni, si era avvicinato al partito comunista, ma non aveva mai compiutamente rinnegato le sue inveterate pulsioni libertarie.

Più che lo stato, la sua bestia nera erano i preti della chiesa cattolica, contro la quale aveva combattuto per tutta la vita con la parola e con la penna.

Da buon autodidatta coltivato nelle galere e nel domicilio coatto, Oreste si fece ben presto un polemista di grido in Argentina e in Brasile, pubblicando opuscoli anarchici in italiano, in spagnolo e in portoghese. I titoli delle sue brossure sono indicativi dell’uomo: “Deismo y materialismo”;  “Gesù non è mai esistito”; “Infamie secolari del cattolicismo”, e così via di questo passo.

Viene quasi da pensare che l’infante Ristori non fosse stato neppure battezzato.

Il suo biografo, Carlo Romani, in cerca di notizie anagrafiche e ambientali, ha fatto una diligente ricerca anche nell’archivio parrocchiale di Pino, luogo di nascita, ma vi ha trovato soltanto dei riferimenti familiari nello stato d’anime, dimenticando che all’epoca, nel 1874, esisteva un solo fonte battesimale per tutto il suburbio orientale di San Miniato e precisamente nella chiesa della Bastia, in comune di Empoli. E’ stato semplice controllarne l’archivio, grazie alla cortesia dell’attuale parroco di Ponte a Elsa, don Tiziano Molteni, che ha subito rintracciato l’atto di battesimo del pargoletto dal futuro così tumultuoso.

Intanto si hanno le complete generalità del neonato: Ristori Oreste Antonio Maria (ahi!), figlio di Egisto di Valente e di Massimina del fu Cesare Gracci, entrambi di Pino. La professione del padre è quella di “portareca”, cioè di qualcosa che sta tra il facchino e il procaccia, comunque un mestiere miserabile. I padrini furono certi Dante Caciagli e Clementina Scardigli, probabilmente amici dei genitori, se non proprio parenti. Il priore della Bastia, prete Bernardo Buoncristiani, annotò diligentemente che il sacramento fu somministrato lo stesso giorno del 12 agosto 1874 in cui alle 10 del mattino era venuto alla luce colui che sarebbe diventato uno dei più schedati anarchici dei due emisferi.

La vita e le sorti di un compaesano illustre pungolano la curiosità di uno storico che pretenderebbe di saper tutto di Ponte a Elsa, non foss’altro per le attinenze dei propri familiari in forza all’ufficio postale e telegrafico della località fin dai primi anni del Novecento.

Strizzando allora la centrale della memoria e interpellando i pochi sopravvissuti, si può concludere che la casa natale di Oreste Ristori dovrebbe essere individuata nel vetusto grumo condominiale del Poggetto, a metà percorso fra la via Nazionale e la chiesa di Pino.

Di altri Ristori, oltre il padre di Oreste, proveniente da Vinci e ben presto defunto, non so nulla.

Ben nota invece in paese la famiglia materna, quella di Massimina Gracci. Almeno due cugini di Oreste li ho conosciuti. Uno faceva il poeta estemporaneo con velleità artistoidi. Lo chiamavano “il Bóccheri” e qualche spunto anarchico ce l’aveva pure lui. L’altro si chiamava Ascanio e faceva il banconiere nella nota macelleria di Stellino Bagnoli, con modi molto compiti e cerimoniosi, ma non privi di qualche battuta ironica o anche sarcastica all’indirizzo della spettabile clientela.

Ricordo anche un barbiere Gracci, tale Argante, col quale però non ho mai avuto relazioni personali dirette. Era famoso per la potenza dei suoi frequenti starnuti.

Della tragica fine di Oreste, anarchico militante, si è parlato sempre poco.

All’ epoca una sola personalità condannò pubblicamente e con vigore le fucilazioni delle Cascine: il cardinale Elia Dalla Costa.

Sorge una domanda: il libertario Ristori avrebbe gradito tale solidarietà?

GIULIANO LASTRAIOLI

P.S. – Nessun collegamento familiare è da farsi fra la madre di Oreste Ristori e la figura del famoso comandante partigiano Angiolo Gracci, detto “Gracco”, che nel secondo dopoguerra esercitò l’avvocatura in Empoli per diversi anni, anche nel mio studio quando fu cacciato dalla Camera del Lavoro perché comunista eretico.

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