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Vincenzo Chiarugi, Della Storia d’Empoli, Libro II° – trasc. di Carlo Pagliai

Vincenzo Chiarugi, Foto tratta da WikiCommons

Vincenzo Chiarugi, Foto tratta da WikiCommons

A conclusione dell’opera manoscritta da Vincenzo Chiarugi, si pubblica il secondo volume della trascrizione digitale del testo sulla storia patrìa della città di Empoli, manoscritto dal celebre dottore Vincenzo Chiarugi (Empoli 17 Feb 1759 – Firenze 22 Dic 1820) medico italiano.
Il testo sotto riportato riguarda il Libro II° del compendio originale, la trascrizione digitale proviene dal testo originale del volume “Della storia d’Empoli di Vincenzo Chiarugi” – Empoli.
Tale testo è stato pure pubblicato dall’Associazione turistica Pro Empoli in uno speciale volume con titolo omonimo, 1984, che a sua volta riproduceva in via facsimiliare il testo originale pubblicato sul Bullettino storico empolese, vol. I (1959), p. 323-398.  
Tanto dovevo, in ossequio al celebre medico.    Carlo Pagliai
Immagine in evidenza di dominio pubblico: http://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Chiarugi

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Trascrizione testuale, nel rispetto dell’Art. 85 ter della L. 633/1941 (Diritto d’autore)
DELLA STORIA D’EMPOLI 

LIBRO II

DELLA STORIA CIVILE, POLITICA, E MILITARE DI EMPOLI

CAPITOLO I. Dello Stato politico dell’Antico Empoli fino ai tempi bassi dell’Era Cristiana

Quanto fu facile a stabilirsi dietro l’appoggio dei più concludenti Documenti, e dietro le resultanze del più severo raziocinio, l’epoca, e il modo della in addietro non ben conosciuta origine d’Empoli, oscure altrettanto, ed incerte sono le traccie, che s’ànno della di lui esistenza politica almen fin al secolo IX dell’Era Cristiana.
Empoli il nuovo e attuale era un atomo, allorché Empoli il vecchio ancor figurava tra le più illustri Terre della Toscana; e perciò quanto riguarda i tempi anteriori all’epoca sopraddetta, non può interessare, che Empoli antico. Le poche Case, ed i pochi abitanti, che erano presso la Pieve al Mercato altro non erano allora, che appartenenze di quella Patria comune, e quasi frazione di essa, partecipante perciò della sorte e del Governo di quella.
Sol dopo quest’epoca cessano i tempi d’oscurità, e di congetture, ed a trovarsi incomincia la Storia illustrata da Documenti, e Memorie degne di fede. Ciò che fù Empoli il vecchio nei tempi di sua fiorente esistenza, è quasi interamente sconosciuto. Carte di privilegi, Decreti Magistrali, Statuti, Riforme, tutta la supellettile insomma a tramandar destinata alla posterità la Storia di quella Popolazione, tutto perì sotto il ferro ed il fuoco di quei nemici ai quali si dee la funesta catastrofe della total distruzione di quell’infelice Paese.

A rischiarar queste tenebre restano ancora però vari marmi scolpiti, ruderi antichi, ed altri simili monumenti, che per la loro solidità, e robustezza, o per esser sepolti in sen della Terra si son conservati, e quindi raccolti nel Territorio Empolese; e coi quali si può stabilir qualche cosa riguardo al suo stato qual era nei tempi da noi più remoti.
Dello splendore di questa popolazione fino dai tempi del Gentilesimo, dà soprattutto un idea vantaggiosa un vasto, e grandioso edifizio, che dee supporsi avere esistito una volta in luogo detto oggi Pratovecchio, non molto lungi da un’antichissima Chiesa detta S. Mamagio, o Mamante, la quale era un’antica Parrocchia del vecchio Empoli al di lui Mezzogiorno. Questo edifizio ci viene indicato qual fosse dai suoi fondamenti scoperti nel Secolo passato nello scavarsi il Terreno tra l’anzidetta Chiesa, e l’amena Collina di Cerbaiola (55).
Erano quelle fondamenta assai solide, estese, e di forma rotonde; e s’è vero, siccome vuole un antica tradizione, che fosse Minerva la Deità del Paese, è affatto probabile, che fosse questo il Suo Tempio, e che quivi un popolo tanto industrioso quanto son sempre stati gl’Empolesi, offrisse incensi alla Dea del commercio.
Ma, siasi comunque, dubbio non v’è che le reliquie di marmi scolpiti le quali si trovano spesso in questo terreno, e che ancor superstiti esistono presso diversi amatori, appartenessero a questo edifizio, di cui sotterrate nel tempo stesso si trovano le fondamenta. Fra questi preziosi Cimeli il più pregiabile è un Marmo angolare scolpito in due faccie, che per la sua proporzione, e per l’altezza di un palmo, che conserva, sembra piuttosto una porzione di fregio, anziché un Capitello come fù detto dal Manni, o un abaco come potrebbe supporsi se ei fosse men alto, e se non fosse ornato contro il costume dei più bei tempi Architettonici.

Nell’angolo d’esso vedesi scolpita con molta grazia, ed amore una testa di Becco. Nella sua parte superiore (e) inferiore è una piccola cornice, che seguita in ambe le faccie, ed in punto racchiude un piccolo cartello, senza veruna iscrizione, da cui peraltro non è occupata tutta l’intera faccia del fregio. Nella faccia medesima è espresso un festone di fiori, e di pomi con un uccelletto che vi siede, ed altro simile in atto di volare. Nell’altra facciata sono due tralci incrociati di edera colle sue bacche, e legati da un fiocco.

Altri frammenti di marmo (che) in questo luogo raccolti si sono in tempi diversi, o non sono stati abbastanza valutabili, o almeno non sono stati abbastanza valutati, e perciò sono stati negletti; come successe ultimamente di un capitello di marmo, che fù trovato nello scavare dei fondamenti alla Casa Colonica del Capitolo, chiamata il Poggio perché fondata sopra un rialto di terreno in mezzo al piano, che sospettar si potrebbe esser stato una volta una Motta: questo capitello non si è potuto conoscere di qual valore potesse essere, perché fu immediatamente gettato, e murato in quei fondamenti.
Non può in conseguenza negarsi, che quell’avanzo prezioso della bella antichità fortunatamente murato nell’angolo della Chiesa di S. Mamante al momento della sua riedificazione avvenuta nel 1232, non possa servir di una sufficiente testimonianza della grandezza, che Empoli aver doveva in quei tempi, e nel politico, e nel civile; o almeno dimostra, che quella Popolazione aveva dei ricchi edifizi, ed era montata con gusto, e con lusso inseparabile dalle corrispondenti ricchezze.

Ciò intanto può far travedere, che furon questi luoghi una volta almeno abitati, o influiti da qualche grande Nazione, e forse fù la Romana, che almeno vi tenne a stazionare alcuna delle sue numerose Legioni, come ci sembrano dimostrare diversi apprezzabili monumenti di vario genere nelli adiacenti terreni scavati.
Alla Romana grandezza soltanto, può appartenere un sepolcro in forma di Cassa parallelepipeda, di marmo bianco, simile, e nella grandezza, e per le ricche sculture, alle più belle, e magnifiche del Camposanto di Pisa, la quale fu travata sotterra nel luogo detto la Cittadella già rammentato.
Questo prezioso Cimelio acquistato dai Marchesi Renuccini, che molto posseggono in Empoli vecchio fù prima depositato nell’Oratorio di S. Rocco di lor pertinenza, e quindi a Firenze portato servì lungo tempo d’ornato al Cortile del lor Palazzo, ma ora si trova miseramente sepolto, ed oscuro in un vile arsenale di robe smesse, ed inutili.

Nella parte anteriore di questa Cassa, vedesi adunque scolpita in gran rilievo, e in due spartimenti la Caccia di Meleagro, e non un fatto di Storia Romana, come appoggiato a mal sicure informazioni, lasciò scritto il Manni (56). Le figure, che esprimono la favola predetta son quasi eguali in altezza alla Cassa, e quantunque sian forse un poco troppo ammassate, sono scolpite con tanta grazia, e con tal pulizia, che sembrano essere Greche, o almeno eseguite da uno dei più distinti Scalpelli Romani. Son da ammirarsi i bei panneggiamenti, la leggerezza, e eleganza delle capigliature, e dei veli, che ornan le belle figure; e soprattutto vi si riscontrano teste bellissime, e sempre variate, ma sempre marcate fisonomie.
Tanta eleganza, e nobiltà, che ritrovasi in questo Monumento, che almeno è Romano, e de’ bei Tempi di Roma, perfettamente si accorda col marmo ornato nel suo contorno di pampani, e di Uccelletti scolpiti eccellentemente da buono scalpello Romano, e che fu scavato nel luogo stesso in vicinanza del precitato Monumento. Esso si trova attualmente murato in una parete dell’Oratorio di S. Michele a Ianella, presso la Villa, una volta dei Federighi, che fecer di questo Marmo l’acquisto, la quale è posta su vaga Collina presso la riva destra dell’Arno, quasi di faccia a Empoli moderno alquanto a Ponente.
Essa contiene un’Iscrizione la qual fà vedere che questo marmo apparteneva alla Famiglia Gavia, e pare che ei fosse apposto una volta ad un Colombario, ossia sepoltura di Famiglia. Essa (reca) in sostanza la dedicazione fatta da C. Gavio aspro Milite a suo Padre, che aveva militato in Grecia, a sua Madre, ad A. Gavio suo Zio, ed a L. Mansueto suo Fratello pur Milite; e tutto è quivi fatto secondo il costume Romano, e soprattutto vi è la parola URBE, che esprime Roma o qualche cosa di Romano.

Quest’Iscrizione è del seguente tenore, nel modo stesso che viene riportata dal Gori (57)

V • F

C – GAVIUS – L – F – ASPER

L – GAVIO – Q – F – PATRI

GRECIÆ – A – F – QUINTAE

MATRI

A – GAVIO – Q – F – PATRUO

L – GAVIO – L – F – MANSUETO

FRATRI   •   MIL – CHOR

XII • URB

VIXIT – ANNOS – XXXVI

MILITAVIT – ANNIS – V

Osservandosi a questo proposito da qualche erudito, che quel « Greciae » potrebbe dir « Gracciae », ed essere il nome della Madre di C. Gavio dedicante, e che le parole « Chor » e « Vrb », potrebbero intendersi Cohortis XII Urbanae, da tutto questo complesso di fatti, è facile il rilevare, che la famiglia dei Gavi originaria di Roma era una volta in Empoli stabilita, o per essere quivi il di lei capo a godere la ricompensa de’ suoi gloriosi sudori, o per essere alcuno della famiglia medesima impiegato nella XII Coorte Urbana, la quale doveva far parte di qualche legione, e dee supporsi essere stata colà stazionata.

In appoggio a questo ragionevol supposto, ed in conferma dell’esistenza di qualche Legione Romana in questo Paese, possono addursi più specialmente alcuni marmi, che furon scoperti nel 1803 nella facciata della Propositura in occasione di compirla, ma che in seguito furono senza verun rispetto rivestiti di muro. In uno di essi in caratteri di tipo Romano scolpita si vede la Parola « Pacis » ; nell’altro quella di «Legionis»; altri frammenti di detti Marmi son come questi nella loro parte posteriore scolpiti, ed alcuni segnatamente scannellati, e tutti in sostanza benché formanti una gran parte dell’antica incrostatura della predetta facciata, fanno vedere, che essi anno fatto già parte di qualche antica graziosa fabbrica nella quale si rammentava il nome onorevole di qualche Legione, la memoria di cui doveva essere collegata coll’oggetto stesso di quella gran costruzione. Ed è appunto, che sembra (no) essere ad essa appartenute le quattro grandi Lastre, o Specchi di Marmo fengite descritti dal Targioni (58), i quali adornano pure la facciata predetta e che bisogna credere, che nobile ornamento facessero alla supposta gran fabbrica, che creder si debba essere stata affatto a Empoli vicina, onde poter comodamente somministrarli.

Del grandioso Monumento di cui si può credere, che ornassero la faccia esterna questi Marmi rimangono forse tuttora dei miserabili avanzi, della più solida costruzione in quelle gran masse quadrate di muro di Calcestruzzo, che anno potuto una volta servir di pilastri ad un arco Trionfale quivi esistente, e che in gran parte sotterrate si devono alla coscia occidentale del Ponte, che posto sul Torrente Orme in vicinanza di Pontorme à forse dato il nome a quell’antico Castello.
Nulla si sa dell’oggetto, e molto meno dell’epoca in cui fu fabbricato quell’arco. Siasi comunque, ci attesta la di Lui esistenza un antico Sigillo del Comune di Pontorme illustrato dal Manni (59), nel quale esprimendosi un Ponte di due Archi, quale era l’antico, vedesi malamente disegnato un Arco nel posto preciso in cui secondo le attuali relique egli avrebbe dovuto esistere. Asserisce poi il dotto Poeta Empolese Domenico Bartoloni nelle Note al suo Ditirambo (60), che anche ai suoi tempi esistevano in questi resti di muraglioni o pilastri, gli scavi proporzionati alli specchi di marmo fengite anzidetti.

Se dunque le quattro grandi Lastre della Facciata di S. Andrea appartennero un giorno a questa gran Fabbrica, e se tanto esse, quanto i già indicati frammenti di ricchi Marmi, e bene lavorati nella predetta facciata esistenti debbonsi credere avere un giorno formato di essa del pari l’ornamento, bisogna escluder l’idea del Manni, che vuole essere stata in questo punto la Porta del Castello da questo lato, senza addurne però delle prove sufficienti (61) e creder piuttosto si dee che il nobile, e grande oggetto di una simile decorazione difficilmente avrebbe potuto interessare una Nazione meno potente della Romana. E forse a questa medesima costruzione può credersi che appartenessero le due colonne di ricca antica materia, che sostenevano un arco della Navata di mezzo di quel Sacro Tempio, prima dell’ultimo suo riattamento.
Vi fù dunque un tempo nel quale la più grande Repubblica del Mondo spinse fin qua le sue Aquile. Da quest’epoca affatto incerta, e difficile a determinarsi colle attuali notizie soltanto, manca ogni traccia per riconoscer qualunque avvenimento relativo alla politica situazione d’Empoli, o si riguardi il tempo dei Cesari, o i tempi più bassi dell’Era successiva nei quali la decadenza della Romana Monarchia, e la frequente funesta divisione dell’Italia, diè l’ultimo crollo alla grandezza, e possanza del nostro bel paese, tolse la nostra Penisola fino d’allora dal rango della Nazioni.

È stato inutile il fare le più scrupolose ricerche ulteriori per discoprire la verità sotto questo rapporto per fino al Secolo IX, in cui soltanto a trovar s’incominciano delle notizie sicure, e delle scritte testimonianze, che spargono qualche luce sul seguitato andamento dei fatti relativi.
Fù è vero, secondo l’Anonimo Scrittore Empolese citato dal Lami (62) 10 braccia sotterra trovata per caso, circa al principio del Secolo XVI in vicinanza di Empoli una Piramidetta di marmo, che in oggi è perduta, alta una spanna, la quale apparteneva sicuramente nella sua prima origine ai tempi Romani. Questo monumento, che era in uso presso di quella Nazione, dovè essere ciò, che dicevasi Cippo Sepolcrale o Pietra Acheruntica, conforme si può congetturare da quanto à scritto sù questo argomento Monsignor Passeri, il Proposto Gori (63) ed il Dottor Targioni (64) ; e del quale servivansi gli antichi Romani per indicare un luogo di Sepoltura.
Ma in questo Cippo vedevasi in basso scolpita una Testa con Celata, la quale secondo l’Anonimo, « pareva fatta di nuovo », posteriormente cioè, alla prima scultura della Piramide; e sotto ad essa era scritto Nausilverio, con più un cognome, di cui quello scrittore non rammentavasi, ma che « pareva Goto, o Longobardo ».
Ciò ammesso, bisognerebbe supporre, che in tempi più bassi di quelli dei Romani, qualche barbara Nazione si fosse estesa in questi stessi paesi, ed al meno per qualche tempo vi si fosse stabilita; e che perciò avesse potuto qualche Soldato di quella sepoltura profittare per eternare con nuova Scrittura la memoria di quel Nausilverio, cui egli sembra consacrato.
Mancandosi peraltro di qualsivoglia documento relativo, e nulla perciò sembrando potersi concludere dal marmo anzidetto passiamo ad esaminare l’opinione di Paolo Tronci (65), di Bernardo Marangone (66), e d’altri che vogliono essere stato Empoli per lungo tempo, e segnatamente per fino al Secolo XI sotto il Dominio dei Pisani; il che nel caso, che sia stato vero, si dee referire all’antico Empoli, e non al moderno.

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