Vincenzo Chiarugi, Della Storia d’Empoli, Libro II°

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CAPITOLO V. (Delle imprese militari d’Empoli sotto il dominio della Repubblica Fiorentina)

Mentre la Storia delle grandi Nazioni ha fatto vedere, che l’ambizione, e l’interesse anno sovente condotte le armi d’un Popolo potente alle più grandi distanze per sostener delle non sempre ragionevoli pretensioni, o per inalzarsi sull’altrui distruzione; non è meraviglia, se anche le piccole popolazioni limitrofe, ma insieme affatto divise di potestà, e d’interessi, anno tra lor questionato sovente sui loro confini, sù i lor privilegi, e sulla loro giurisdizione. Empoli prossimo per cinque miglia di spazio a S. Miniato, diviso dal Territorio di quello per mezzo dell’Elsa, destò senza dubbio in quell’antica Terra emulazione, ed invidia ne bei momenti di sua fiorente grandezza; e vidde nascer talvolta dei piati più o meno animosi, particolarmente in proposito di confini, con quella popolazione, che aveva assai figurato, per vari Secoli innanzi, e che figurò ancora per qualche tempo ancora, dopo il Decimo dell’Era Cristiana.

Aveva S. Miniato giurisdizione plenaria al di qua dall’Elsa, sulla metà del Popolo di Marcignana, mentre questa piccola parte del Territorio San Miniatese, aveva per confine a Ponente il predetto Fiume, a Mezzogiorno il Popolo della Bastia, a Levante il popolo di Pagnana, a Tramontana l’altra metà del Popolo stesso di Marcignana, tutti facienti la parte estrema a Occidente del Territorio Empolese. Non è perciò meraviglia, se questa frazione del Territorio S. Miniatese, che tanto facilitare poteva l’accesso da uno in un altro Territorio, fù spesso occasione, e di questioni, e di piccole guerre, le quali diedero il principale soggetto all’Epico celebrato Poema dell’Empolese Poeta, e Medico Dr. Ippolito Neri, intitolato « Il S. Miniato». Egli è da più Documenti riportati dal Manni (97), e da altri esatti Scrittori, che risulta, che il popolo di Marcignana, era fin da quei tempi diviso nei due Comuni Limitrofi; e nella enumerazione dei Popoli formanti la Lega d’Empoli, vedesi appartenere al Comune di questo Castello la metà del Popolo di S. Piero a Marcignana, percui, (soggiunge il Manni stesso) furono già molte contese.

Ma nulla si sa di ciò, che avvenisse a questo proposito, prima dell’Epoca fatale, alla quale si dee riportare la distruzione totale d’Empoli antico, cioè prima del 1015, epoca forse alla quale non esisteva altrimenti il Fortilizio della Bastia, né quello della Motta; non era Empoli altrimenti in stato d’opporsi alle incursioni San Miniatesi, contro le quali sembravano gli Empolesi di esser diretti. È solo noto, che per cagion di confini nel Secolo Decimo terzo vi furono forti questioni tra gl’uomini di Marcignana (sicuramente tra quelli soggetti al Comune di S. Miniato) e quelli di Pagnana, formanti parte del Comune d’Empoli. Ed infine si trova, che il dì 25 Marzo 1287, stile Fiorentino, e 1288 stile San Miniatese « reperti fuere confines inter « commune hominum de Pagnana Civitatis Florentiae, et Commune hominum de «Marcignana, districtus S. Miniatis » (98), lo che conferma un’operazione fatta da questi Comuni limitrofi, affine di terminare le liti animose, che avevano fino allora agitato queste così divise popolazioni. Quindi in poi non si trova negli Scrittori contemporanei, e molto meno nei posteriori, alcun fatto evidente, e decisivo, che possa provare quell’animosità, ed inimicizia, che porta la tradizione aver sempre regnato tra i due confinanti comuni, e che à dato l’anima in certo modo, ed à formato il principale argomento del tanto vivace, ed imaginoso Poema di sopra indicato.

In esso si vuole, che gl’Empolesi volendosi prender vendetta su i loro vicini San Miniatesi, a cagione d’una supposta violazione di Confini fatta là appresso Pagnana, invadessero di notte il Territorio San Miniatese, e con strattagemma di nuovo conio, per mezzo di tante Capre portanti dei Lumi sulle lor corna imponessero in siffatta guisa alli atterriti San Miniatesi, che facilmente cedendo all’assalto dato alla Porta Orientale, detta di Poggivisi, lasciassero vilmente occupare la loro Terra dal piccolo Esercito degl’Empolesi, e portare in trionfo alla lor Patria il famoso Chiavistello, che scrisse il Neri esser di quella Porta. Dopo l’epoca già rammentata, non si à notizia peraltro, che gl’Empolesi si siano accapigliati giammai cogl’Uomini dì S. Miniato; e molto meno, che siansi portati ostilmente contro quel luogo, che la natura principalmente, e in qualche modo anche l’Arte, avevano reso capace d’opporre una valida resistenza, non solo alle piccole forze Empolesi, quanto ancora agl’ostili attentati dei più feroci, e potenti nemici. Ciò che può credersi aver dato motivo al Neri di riunire l’idea d’una agressione, fatta dagl’Empolesi ai danni di S. Miniato con quella delle questioni avvenute tra i due Comuni in proposito di confini, ed insieme di riportare a questi fatti, ed a questa occasione, il trionfai Chiavistello, sembra essere stato un avvenimento, che mostra piuttosto aver gl’Empolesi in cert’Epoca salito il Monte di S. Miniato a mano armata, egl’è vero, ma mossi, e determinati dall’amicizia, e dalla buona armonia, anziché da ostili vedute, e da brutali vendette animati contro i San Miniatesi.

Benedetto Mangiadori, di Nobil potente Famiglia S. Miniatese, che era esule dalla Patria, in quei tempi pieni di dissenzioni civili, e d’animose Fazioni, presa al suo soldo assai gente, e arditamente ridottosi a S. Miniato, ostilmente l’occupò, e per prima operazione ucciso avendo Davanzato Davanzati, Vicario dei Fiorentini, che fino dal…. n’eran padroni, fece ogni sforzo fino dai primi momenti del suo ingresso nell’infelice sua Patria, per ribellare quel Popolo, or con promesse, or con lusinghe, ed or con minacce, cercando ottenere il suo fine, e sottometterlo al proprio dominio. Il Popol San Miniatese per altro, e sbigottito, e sdegnato per l’attentato commesso, contro il Vicario, e temendo ulteriormente la ferocia del Mangiadori, insorse ben tosto contro di lui, ed a così mal partito il ridusse, che alfine trovossi costretto a chiudersi ed a munirsi, entro il Palazzo del Vicario medesimo, affine d’attendervi con sicurezza i soccorsi, che gl’eran stati promessi da alcuni amici potenti, e feroci, egualmente, che lui.

Mentre per altro con questa lusinga il Mangiadori si difendeva con molto valore, le vicine Popolazioni amiche del Popolo S. Miniatese, commosse da tanti mali, che il fiero ribelle aveva ad esso portato, e nello stesso tempo impegnate a mantener la Repubblica Fiorentina, in possesso di quel Comune, corsero a vendicare gl’oltraggi, che fatti avevale il Mangiadori, e con grido unanime, e con spontaneo movimento si riunirono ai danni del perfido usurpatore. Ma soprattutto gl’Uomini della Lega d’Empoli, furono quelli, che con ardore incredibile, ed in maggior numero marciarono sopra S. Miniato, a riconquistarne il dominio per la Repubblica. Cantino di Domenico Cantini, della Valle valoroso soldato del Comune di Monte Rappoli marciò alla testa di questa gente, che in numero di più di duemila fanti, pieni d’ardire, e di coraggio si riunirono ai danni del Mangiadori, e fù tale il valore del Capitano, e della sua truppa, che fù obbligato alla fine quel fiero Tiranno a darsi per vinto, ed a cedere al suo destino, raccomandandosi all’equità, e discrezione del Vincitore. Né qui s’arrestò il valore della Lega Empolese, e del suo Capitano. Dopo la resa del Mangiadori, giunse purtroppo il soccorso, che Esso attendeva, per vendicare la resistenza trovata nel Popol di S. Miniato, a rendersi al suo Dominio. Ma il Mangiadori era vinto, e le forze Empolesi s’erano ormai rese così orgogliose di tanto successo, che avendo il soccorso nemico audacemente tentato di penetrar nella Terra di S. Miniato, incontrato dal valoroso Cantini con la sua gente, fù tosto battuto, disperso, ed obbligato a fuggire con danno, e vergogna da quei luoghi, così valorosamente difesi dagl’Empolesi, e loro Consorti (99).

Così il Cantini avendo recuperata a S. Miniato la quiete, ed avendone riconquistato il possesso alla Repubblica Fiorentina, tanto acquistò di credito, e di riconoscenza presso della medesima, che Essa per mezzo dei suoi Priori dell’Arti, e Vessilliferi di Giustizia, in piena loro adunanza con voti favorevoli 174 nelle forme le più solenni concessero al Cantini tutti quei privilegi, che leggonsi latamente nell”Archivio delle Riformagioni di S. Miniato, e specialmente quello di non pagare in perpetuo, né Esso né i Posteri suoi aggravio veruno Comunitativo, come si è effettuato perfino ai nostri tempi, e precisamente perfino a che piacque al Granduca Leopoldo d’uguagliar tutti i suoi Sudditi nei pubblici pesi, e di togliere simili troppo antiquati privilegi. In premio poi de’ loro onorati sudori si contentarono gl’Empolesi di seco portare alla lor Patria il Chiavistello di Ferro, di quel Palazzo della Comunità di S. Miniato, in cui si era il Mangiadori rinchiuso, attendendo il desiato soccorso; e questo medesimo Chiavistello, è quello stesso, che fin da quei tempi pende sulla Facciata dell’inoggi Pretorio, allora Casa del Comune di Empoli, Capo Luogo della Lega, solo nel tempo dell’invasione Francese in Toscana, tolto con folle arbitrio da un Vicario S. Miniatese ignaro di questi fatti, quasi che questo trofeo facesse torto al decoro della sua Patria; ma poi al ritorno fortunato dell’Austriaco Governo, nuovamente ripostovi.

Da tutto questo risulta, quanto fantastico sia il soggetto dell’anzidetto Poema del Neri, quantunque sia facile il travedere con quanta gentile allusione Egli abbia tratto partito da molti fatti staccati, ma sempre coerenti, o tirati con molta naturalezza ad adornare il poema, fatto ancora astrazione da tanti gentili Episodi, introdottivi, e da tanti speciosi caratteri in esso fatti conoscere, tutto appoggiando a dei fatti veraci, contemporanei, o lontani. A questo proposito è un fatto testificato dalle memorie esistenti nell’Archivio predetto di S. Miniato, che gl’Empolesi aventi alla testa il Cantini, introducendosi in S. Miniato da vari punti, con uno scelto drappello avanzaronsi verso il Palazzo del Comune per mezzo d’un Sotterraneo, che aveva la sua imboccatura nella via detta delle Corna, e giungeva fin sotto la Rocca; e quindi potettero prendere agevolmente il nemico alle spalle. Questa via più non esiste ai giorni nostri, perché rimase compresa nell’Orto del Seminario, a Mezzogiorno di quella porzione di Città, ma intanto si sono potute ultimamente osservarne l’estremità in qualche avanzo superstite. Ecco a qual fatto à voluto probabilmente alludere il Neri, dietro le tracce d’Omero dicendo, che S. Miniato fù preso dagl’Empolesi «con tante corna, e tanti lumicini» (100).

Ed a questo medesimo fatto guerriero degl’Empolesi volendo applicare l’antico uso del Volo dell’Asino, solito praticarsi in Empoli il giorno del Corpus Domini, imaginò il Neri medesimo, che fosse questo spettacolo istituito in occasione della fantastica presa di S. Miniato, per far vedere ai San Miniatesi, che la lor Patria poteva prendersi dagl’Empolesi, prima che gli asini volassero, contro le vane jattanze dei San Miniatesi, e che difatto anche gli Asini potevano volare. Vero è peraltro, che questo spettacolo si è sempre dato in Empoli il giorno del Corpus Domini, giorno solennissimo, per quella Popolazione; ed esso consiste nel far discendere un piccol somaro di Latte dall’alto del Campanile della Chiesa di Sant’Andrea, fino all’opposto Loggiato della Piazza, per mezzo d’un Canapo, sopra del quale scorrono delle puleggie di bronzo, legate con sottopancia al dorso dell’Asino, coll’aggiunta di due Ali fittizie. Ben si conosce d’esso l’origine, sicuramente anteriore al fatto indicato della liberazione di S. Miniato operata dagl’Empolesi, e loro confederati. Molte persone di fede degne assicurano, che nel Primo Libro di Partiti dell’Antica Compagnia di S. Andrea d’Empoli, la quale perfino alla sua soppressione fù incaricata delle spese relative a questo spettacolo, esiste una deliberazione in principio, la quale porta, che il giorno stesso dell’apertura di questa Compagnia avvenuta di Giugno nel 1340 fù stabilito di trattenere il Popolo nel dopo pranzo, perfino all’ora dei vespri con questo spettacolo; ed in un Libro del Camarlingo di detta Compagnia pressocché un Secolo dopo esiste la Partita della spesa fatta dalla medesima per rifare il Canapo inserviente a questo spettacolo. La cosa è sicura, per quanto non trovinsi inoggi i Libri predetti, che furon probabilmente sottratti all’epoca della general soppressione delle Compagnie in Toscana, avvenuta nel 1786 per qualche fine particolare, e che non anno altrimenti veduta la luce.

E sù questo proposito è da notarsi, che questo, ed altri spettacoli soliti darsi in Empoli il giorno del Corpus Domini all’oggetto indicato, eran descritti con barbara Poesia in una Elegia Italiana, che manoscritta esisteva in un Libro della medesima Compagnia e che portava per titolo: « I. B. D. P. F. Q. S. Sopra il Volo dell”Asino » (101). Gli altri spettacoli oltre il Volo predetto rammentativi, sono lo Stollo insaponato per la Cuccagna, la presa del Gallo, e la Giostra col Saracino, la quale forse, benché esercitata in addietro in vari luoghi della Toscana, conservò in Empoli, più lungamente, che altrove le traccie di sua esistenza, finché nel 1770 fu essa soppressa, mediante le provide Leggi del sapientissimo Leopoldo. Il Saracino altro non era, che una figura di Guerriero, con scudo, nella mano destra portante alcune striscie di Cuoio sostenenti altrettante palle di piombo. La stessa figura mancante delle inferiori estremità, era imperniata sopra uno stile, onde potersi muovere in giro sopra il suo asse, allorquando correndosi contro essa con una Lancia, la Lancia stessa imbattevasi nello scudo indicato. Mentre però con tal mezzo voltavasi attorno al suo asse il Saracino, mettevansi in moto le striscie di cuoio, e colle palle, che avevano in cima, con molta facilità percotevano gli sciocchi, ed ignari Cavalieri. Quindi le baje, e le derisioni universali, che il Popolo rallegravano in detto giorno solenne, nella vigilia del quale, e per tutto quel giorno medesimo era esposto a tal uopo sulla pubblica Piazza il Saracino.

Fù dunque il Volo dell’Asino com’ogn’altro degl’indicati uno spettacolo immaginato all’oggetto di semplice, e ameno trattenimento, e non diretto a far onta, e dispetto ai vicini S. Miniatesi, i quali al contrario dopo quei piccoli fatti, che anno potuto in qualche maniera interessare i due limitrofi Comuni, e dopo l’ultimo specialmente, che gl’à mostrati amici, ed egualmente buoni sudditi della Repubblica Fiorentina, non anno dato giammai l’uno all’altro verun motivo d’inimicizia, e di spirito di partito. Bisogna anzi dire, che se il nuovo Empoli, oltre le nuove, e non molto accanite questioni, che vuoisi egli avere avuto cogl’Uomini di S. Miniato per conto sol di Confini, fù qualche volta inquietato da guerre, e incursioni nemiche, lo fù solamente, perché formava parte, e parte limitrofa all’Occidente del Territorio della Repubblica Fiorentina. Ed infatti qualunque fatto di questa natura, che lo interessi, è ben posteriore a quell’epoca in cui il Comune di Empoli si sottomise a quella Repubblica. Ma intanto i fatti i più significativi son quelli, che riguardano i tempi di Castruccio Castracani, e quelli di Clemente VII Sommo Pontefice, fiero nemico della sua Patria, perché interessato nelle Persecuzioni, ed Inimicizie dei Fiorentini, contro i Medici suoi Nipoti.

Castruccio Tiranno di Lucca, era giurato nemico dei Fiorentini perché Ghibellino, e determinato a questo partito in ossequio dei Visconti di Milano, presso dei quali aveva egli preso partito, unitamente a Francesco Guinigi suo Protettore, e Maestro nell’Arte della Guerra (102). I Fiorentini per la più parte Guelfi, essendosi mossi ai danni dei Ghibellini s’eran ridotti alla fine a venire alle prese con Castruccio, il quale nel comando dell’Oste addetta a quella Fazione, era già succeduto ad Uguccione della Faggiola Signore di Pisa. Ma i primi fatti d’Arme, essendo stati contrari ai Fiorentini di parte Guelfa, Castruccio, benché divenuto nemico d’Uguccione, essendosi fatto Padrone quasi assoluto di Lucca, non altro ebbe in mira indi in poi, che di combattere a spada tratta i Nemici del nome, e la Fazione, che si era messo a proteggere. Fù questo almeno il colore, che ei die alle sue seguitate feroci imprese, per quanto si possa credere, che la di lui ambizione, ed orgoglio piuttosto, fosser la molla primaria del suo coraggio, e valore. Cercando sempre Castruccio però di recar danni a’ suoi non men fieri nemici, benché facesse più volte la Pace con essi, la ruppe più volte, quando lo vedde opportuno, e solo la fece quando la imposero le circostanze contrarie, ed il bisogno di prender tempo, sempre lontano dal desiderio di ottenerla, e sempre sfornito di quei sinceri, e nobili sentimenti, che la dovevano sostenere, e dei quali Castruccio non sembra, che ei fosse capace. Per questo i Fiorentini vivendo talvolta in buona fede trovaronsi prevenuti dal fiero Castruccio, come successe appunto allorquando nel 1326 rotta secondo il costume la pace, fece egli un’improvvisa irruzione in Valdinievole; e spinte avanti le forze sue, pervenne ad occupare il Castello di Petroio o Pretojo, posto alla destra dell’Arno sopra eminente Collina, quasi di faccia a Empoli, un miglio circa distante al di lui Occidente, e di cui oggi non resta, che la Parrocchia.

Avevano già gl’Empolesi, non menochè gl’Abitanti di Pontorme loro vicini, fino dal 1320, e quindi nel 1321 e 1323 sofferti gran danni nel lor Territorio, per le masnade Tedesche, che militavano sotto Castruccio, e che scorrendo ostilmente il Valdarno inferiore, s’erano sparse nel piano a sinistra del Fiume, portando dovunque rapine, saccheggi e spavento (103). Quando Castruccio, avendo guastato ed arso il Paese adiacente a Fucecchio, a Cerreto, ed a Vincio, ed occupato Petroio, spinse le Truppe sue a saccheggiare, ed a ardere il vecchio Castello di Pontorme, senza frattanto avere avuto l’ardire neppure d’attaccare quello di Empoli, munito allora soltanto di quelle fortificazioni, che erano annesse al Cerchio secondo delle Mura di lui (104). Mentre per altro aveva Castruccio lasciato di cinger l’Assedio vicino il Castello d’Empoli, volle tentar di ridurlo battendolo da Petroio con quell’Artiglieria, di cui poteva egli far caso, ma che poteva dirsi assai formidabile in quei tempi. A tale effetto fece egli inalzare presso la Chiesa di quel Castello un’estesa Batteria la quale nel Secolo scorso rimaneva tuttor quasi intatta, e che superstite in parte, si vede ancor rilevata sul piano della Collina. Da questo punto diresse Castruccio il Cannone sopra Empoli, e tutto il vigore impiegò per indurre nei Paesani spavento, e per rovinarne le Mura, all’oggetto di agevolarne l’assalto alle Truppe, che ne occupavano il piano. Ma, o fosse, che la fermezza, e coraggio degl’Assediati imponessero a Castruccio, o che la forza, e il vigore delle fortificazioni di Empoli fossero state da esso riconosciute invulnerabili, e lo avessero per altro scoraggito, dovè Castruccio alla fine abbandonare l’Impresa, e ritirarsi da questi luoghi, pieno di rabbia, e vergogna.

Di molto coraggio, e di perizia non ordinaria nell’arte della guerra, bisogna creder che fossero forniti gl’Empolesi, non solo tenendo conto della già detta impresa di S. Miniato, quanto ancora della ostinata e tanto efficace, e gloriosa resistenza opposta a Castruccio, e finalmente di quella mostrata nell’assedio sostenuto nel 1530, contro le Armi qua spinte ai danni della Repubblica Fiorentina dal Papa Clemente VII, affine di vendicare i torti, che la di lui Casa, tanto ambiziosa, e potente, avea ricevuti dai suoi Concittadini. E molto ne avevano già dimostrato nel 1336, allorquando il Presidio del vicino Cerreto Guidi, il 15 Luglio s’era portato a Pistoia a godere delle feste, che in quella Città si facevano. Ciò diè l’occasione, ed il comodo a 400 Soldati delle Masnade nemiche, che erano al soldo di Mastino della Scala, e che partiti si erano espressamente da Lucca, e Buggiano, di prender Cerreto, e di arder le case, ed i Poderi vicini. I soli Empolesi coi loro consorti avendo dato addosso ai Soldati nemici, molti ne uccisero, e molti ne fecero prigionieri; ed intanto avendo ricuperato il Castello, ebber l’ardire di inseguir perfino alle Porte di Lucca l’Oste nemico che avanti a loro a tutta corsa fuggiva.

Che se non poterono gli Empolesi nell’anno stesso abbastanza difendere il Borgo di Santa Fiore, esistente nel lor Circondario, dalla ferocia di Ciupo degli Scolari, nemico acerrimo della sua Patria, il quale passato l’Arno con l’Armi di Mastino, incominciò le sue ostili operazioni dall’ardere, e smantellare questo Borgo, non è per questo, che un tale improvviso, e inaspettato movimento potesse trattenergli dal muoversi, per arrestare almeno il ferro, ed il fuoco devastatore dello Scolari. Erasi Ciupo fermato a Marcignana, per riposarsi alquanto dalle fatiche, e dalle Marcie passate, quando riunitisi gl’Empolesi, marciarono sopra di lui con tanto vigore, ed audacia, che non essendosi ancora Ciupo provvisto di quanto facevagli d’uopo per mantenere il suo Esercito, ed effettivamente mancando di Vettovaglie, trovossi presto obbligato a fuggire con precipizio verso il Paese di Lucca, lasciando libero, e quieto il Vald’Arno, e specialmente il Territorio Empolese. Non valutando perciò questi piccoli fatti, può dirsi, che avevano quasi per due interi Secoli, questi Paesi, privilegiati dalla natura, e protetti dal Nome Fiorentino, goduta una tranquillità non ordinaria in quei tempi, quando si diè agl’Empolesi un occasione quanto infelice, altrettanto propizia per Essi, onde distinguersi per la loro fedeltà alla Repubblica Fiorentina, e per loro valor Militare, e nel tempo stesso per dimostrare a qual grado di forza, e d’importanza (fossero) fatte le ultime fortificazioni, fatte dai Fiorentini, mediante le quali erasi Empoli stesso per mezzi ordinari di quel tempo, inespugnabile. Avevano i Fiorentini cacciato dalla lor patria Alessandro de’Medici, Fratello del Papa anzidetto, insieme con Ippolito e con Giuliano di lui Nipoti; e nel medesimo tempo l’Imperatore Carlo V v’aveva mosso un Esercito formidabile contro i Guelfi, allora molto potenti in Italia; ed erano queste forze più specialmente dirette contro Firenze, che per la massima parte era di Guelfo Partito. È perciò che di questa occasione pensando di profittare Clemente VII volle tentar di rimettere in seno alla sua Patria, e nella sua prima, e crescente grandezza la sua Famiglia, i profughi, e mal veduti Nipoti.

Le Armi Imperiali avevano stretto ben da vicino d’assedio Firenze nel 1529. Ma visto inutile, e inopportuno qualunque tentativo, abbandonarono (105) .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     scorso.
Nel tempo stesso furon tirati dei colpi di Cannone sul Campanil della Pieve, e furon gettate alcune palle, benché senza danno, in mezzo al Paese. Credendo perciò il Sarmiento, che comandava l’Artiglieria, d’averne spaventati, ed avviliti abbastanza i difensori, intimò loro la resa della Piazza. Ma questa intimazione fu senza veruna esitazione, e con unanime, e generale consentimento fù nobilmente ricusata. Per questo, irritato il feroce Sarmiento, con due batterie percuotendo le Mura, il dì 28 del mese stesso (106), aprì la breccia dal lato predetto, e diè subito l’ordine dell’assalto, che fù immediatamente tentato. I pochi Soldati peraltro, che erano in Empoli di presidio, riunitisi ai Fiorentini, che eranvisi refugiati, ed ai Terrazzani, che come Leoni, e per l’onor della Patria, e per le loro vite, e sostanze combattevano, sostennero l’impeto dei nemici, e resero nulli i lor tentativi, obbligandoli a renunziare all’impresa. Le Donne stesse (dice l’Anonimo sovraccennato) presero parte alla difesa della Patria, portando ai difensori delle Armi offensive, dei sassi e degl’arnesi comunque atti a difendersi; incoraggendo i mariti colle lor grida, ed esempio, mostrando sé stesse, e i lor piccoli figli, onde infiammarli, ed accrescere il lor coraggio. Vedendo il Sarmiento inutile, e forse dannoso il tentare di prendere Empoli per assalto, pensò d’ottener con l’inganno, ciò, che non aveva potuto ottener con la forza. Spedì in conseguenza un Trombetta al Giugni, chiedendo una tregua all’oggetto di seppellire i numerosi suoi morti, e questa dal Giugni fù tosto accordata,   suggerimento, e consiglio dell’Orlandini senza veruna speciale eccezione. Fu questo per altro per parte del Sarmiento un pretesto per prender tempo, e per tenere a bada i difensori, onde poter nelle tenebre della notte mutare le batterie, e prendere posizioni più vantaggiose; come in effetto si vidde essere stato fatto al comparire del giorno seguente.

Era già stato ucciso sulle mura di Empoli nel giorno avanti il Tinto valoroso, e fedele Capitano del presidio, il quale fù preso di mira dagl’Assedianti, perché lo temevano; e vi erano stati alcuni pochi vilissimi Terrazzani, che avevano chiesto al Comandante supremo, tumultuando, la resa della Piazza, per evitarne (dicevano essi) il Saccheggio. Ma tutto avrebbero vinto, e superato col loro valore i difensori, se nella notte medesima Piero Orlandini, d’accordo con Ser Baccino da Cascia Cancelliere del Comune, non avesser vilmente, e con la più nera fellonia, convenuto cogl’Assedianti di rendere ad Essi a discrezione la Piazza. Abusando perciò questi rei traditori del nome del Giugni, fecero prima di tutto nascondere, e sotterrare le munizioni, ed essendo cessate da ambe le parti le ostilità dichiararono, al Presidio, ed ai Terrazzani, che avevano di già convocati sulla Piazza della Pieve, essere indispensabile la resa del Castello; ma era già convenuto, che tutti sarebbero stati salvi, ed immuni, colle persone, ed averi loro, da qualsivoglia violenza, e saccheggio. Intanto peraltro, che i difensori erano così trattenuti artifiziosamente sulla Piazza, furon le Mura non difese tranquillamente occupate dall’inimico, che sparsosi furiosamente nell’interno del Paese, lo sottopose al più feroce, e desolante Saccheggio, che solo cessò all’arrivo troppo tardo del Marchese del Vasto, spedito a tal uopo dal Principe d’Orange Generalissimo dell’Esercito Imperiale.

Così ebbe fine l’orribil memorabile catastrofe, e quanto gloriosa, benché disgraziata per gl’Empolesi, altrettanto disonorante pei vili, che gli tradirono, e per gl’Assedianti, che tanto ferocemente del tradimento profittarono. Quindi il Giugni di sua viltà vergognandosi, e forse temendo lo sdegno della Repubblica, in una sua Villa, che avea nelle Colline di Pisa si ritirò, senza aver più il coraggio di comparire in Firenze, per tutto il tempo della sua vita. E tanto è vero (soggiunge l’Anonimo stesso), che Empoli preso non fù per forza, ma per inganno, che in tale ultimo affare non fuvvi alcun morto, eccettuato un temerario insolente Terrazzano, che solo difender volendo la propria Casa dall’ingiustissimo saccheggio ceder dovette, e morire sotto il furore, ed il ferro dell’inimico. Dopo di questi fatti avendo i Fiorentini mosse vers’Empoli delle forze abbastanza rispettabili, abbandonarono gl’Imperiali precipitosamente quel luogo; ma intanto lasciaronlo nella più gran desolazione e miseria, e frattanto il Governo della Repubblica citò il Giugni, e l’Orlandini a render conto del loro operato (107); ma invano; giacché Essi mai non comparvero, segno evidente del lor tradimento, e la Repubblica non potè prendere sopra di Essi la meritata vendetta.

Di ciò fù dolentissimo il Ferruccio, che pochi mesi innanzi aveva colla sua gente lasciato Empoli, che (gli) era già stato dalla Repubblica affidato, al solo oggetto di andare a Volterra, onde ridurla di nuovo sotto il dominio dei Fiorentini dai quali si era già ribellata. Egli infatti sentendo le tristi nuove di quel Castello, strappandosi la barba, e pentendosi altamente d’averne ad Esso lasciata la Guardia, improperò l’Orlandini col nome di Traditore. A crescere la tristezza, e la desolazione nel Paese s’aggiunse ben tosto una crudele Epidemia, che per la quale è notabile, che dal dì 18 Maggio a tutto il 15 Ottobre dell’anno stesso 1530, di 26 Preti che allor componevano l’Illustre Capitolo di Empoli, ne morirono fino in 17 tal che fù d’uopo sospendere affatto i Cori regolari, e le più Solenni Funzioni. E ciò porta, che se proporzionar si voglia il numero dei Preti morti, colla totale Popolazione del Paese in quei tempi, bisognerebbe supporre, che quasi due terzi ne fosse perita; ed infatti si trova, che per colmare la somma dei mali portati a Empoli dalla Guerra, e dall’Epidemia, si dichiarò nel di lui Territorio nell’Anno susseguente una forte carestia, per la mancanza di braccia coltivatrici, realizzatasi.

Cessato alla fine un sì tetro flagello non videsi Empoli ulteriormente esposto ad aggressioni nemiche, e quindi in poi potè godere una pace tranquilla, e sicura all”ombra della Medicea potenza, e furore. Corse soltanto pericolo nel 1557 d’esser di nuovo la vittima del tradimento, e della fellonia di Gherardo Adimari, e di Taddeo da Castiglione, i quali tentarono di dare Empoli in mano dei forusciti, nemici del Duca Cosimo dei Medici oramai divenuto Signor di Firenze. Ma essendo stata per somma fortuna scoperta la trama, pagarono caro gl’Autori di essa il loro attentato, essendo stati perciò decapitati a pubblico esempio, sulla porta del Palazzo di Giustizia in Firenze, come solea praticarsi ai più vili malfattori. Quindi in poi non pensò ad altro il Governo, che a favorire e felicitare Empoli colla sua particolar protezione, ed a assicurarsi nel tempo stesso il Possesso di questo Scalo sì interessante per l’abbondante passaggio, e deposito, che in Esso sempre s’è fatto in modo speciale, di quelle vettovaglie, che dal Pisano, dal Porto stesso di Livorno, e dal Val d’Arno inferiore a questo punto concentrami, per esser quindi portate alla grande consumazione di Firenze. 

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