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Osservazioni sull’antico ponte di Pontorme – Walter Maiuri

I ritrovamenti archeologici compiuti negli ultimi decenni hanno permesso di confermare l’esistenza, già in età romana, di un fiorente centro urbano nell’area occupata dall’odierna città di Empoli e di delinearne le caratteristiche principali. Per quanto riguarda invece l’assetto complessivo in antico del territorio empolese (viario ed agricolo), le ipotesi formulate fino ad oggi, anche se alquanto esaustive, necessitano tuttora di prove materiali atte a confermarle[1].

Per quanto concerne questa breve ricerca il nostro obbiettivo consiste nella possibilità di individuare, con un buon margine di sicurezza, un importante elemento materiale del tracciato della via consolare Quinctia nell’area empolese e in conseguenza di ciò di una parte del suo reale percorso. Chiarimenti a tal proposito potrebbero giungere dalla collocazione precisa della pietra miliare di Pietrafitta[2] e dall’associazione all’area romana dell’antico ponte che sorgeva poco distante dal miliario; quest’attraversamento, oggetto del presente scritto, permetteva in antico il passaggio del turbolento torrente Orme proprio nei pressi del centro urbano di Pontorme[3].

Come abbiamo detto poc’anzi, tenteremo dunque di capire se è possibile parlare con certezza della presenza di un ponte romano in muratura e proveremo ad individuare, se possibile, quali caratteristiche strutturali è presumibile che avesse avuto. Cominceremo pertanto con la rilettura delle fonti scritte in nostro possesso che parlano del ponte in questione, proseguiremo con l’analisi della documentazione iconografica che lo rappresenta e concluderemo con il confronto di tutti i dati raccolti per scoprire se si può determinare una datazione attendibile del manufatto analizzato. E’ importante ricordare che in data odierna non esiste alcuna testimonianza evidente dell’antico attraversamento poiché, nel luogo dove sorgeva il vetusto ponte, oggi troviamo l’anonimo viadotto della S.S. 67 ricostruito nel XX secolo.

Passiamo ora alla prima fase del nostro lavoro: la lettura delle fonti scritte.

  • Domenico Maria Manni è il primo autore che parla del ponte presso il centro medievale di Pontorme; nelle sue Osservazioni Istoriche troviamo le prime notizie al riguardo. Il dotto fiorentino descrive, analizzando quello che lui ritiene il più antico stemma del comune di Pontorme, le particolarità del sigillo dove campeggia il presumibile ponte sull’Orme e scrive che “così dal Sigillo, posto ci viene sotto l’occhio il Ponte antico essere stato di due Archi formato” infatti il ponte settecentesco aveva solo un’arcata e come si leggeva nell’epigrafe affissa su di esso fu costruito proprio nell’anno 1700 in sostituzione di quello più antico ormai rovinato irreparabilmente dalle disastrose piene del torrente. Il Manni poco dopo aggiunge che il Sigillo mostra “eziandio un arco, e rovinato, che era a piè del Ponte, dandoci appunto a conoscere quel che Osservazioni istoriche dei Sigilli antichi  Tomo VI   Sigillo n 11 - Domenico Maria Mannifossero già i due pezzi di una grossa antica muraglia, che oggi non molto rilevati da terra, esistono dalla parte, che riguarda Pisa. Era esso Arco, per quello, che io avviso, una porta, per cui da quella parte entrar si dovea nel Luogo…”. Successivamente lo stesso erudito in un’altra parte dell’opera, dopo essersi soffermato sulla controversa nascita della città di Empoli, menziona proprio i resti dell’attraversamento dicendo che molti autori del suo tempo ritenevano Empoli riedificato dal re dei Longobardi Desiderio nel luogo dove sorge tutt’oggi e che lo stesso sovrano aveva “innalzato un Arco trionfale appiè del medesimo Ponte di Orme dalla parte, che riguarda Empoli, come le basi di quello va indovinando, e sebbene queste furono dalle alluvioni sotterrate, onde è convenuto tagliare di sopra irregolarmente l’Arco, tuttavolta par che vi conosca il luogo, ove erano incassati i quattro marmi diafani, che ornano ora la divisata facciata” della Pieve di Sant’Andrea[4]. Cosa si deduce e si deve conservare dalla lettura dei passi scritti dal Manni? Innanzi tutto si legge che il ponte rappresentato dal sigillo non esiste più ma al suo posto ve ne sorgeva uno ad una sola arcata costruito nel 1700; seconda cosa esistevano ancora resti dell’arco “rovinato” sulla sponda rivolta ad ovest; terza cosa l’erudito identifica l’arco con una delle porte d’accesso all’antico borgo di Pontorme; quarta cosa il Manni riferisce che secondo altri autori non meglio identificati (chi sono?), ma da lui utilizzati come fonte, l’arco fu edificato da re Desiderio e secoli dopo venne tagliato nella parte alta poiché gli straripamenti del torrente Orme avevano innalzato il livello del terreno circostante rendendo malagevole il passaggio dei carri; quinta cosa si ritiene che i marmi della Collegiata provengano proprio da questo arco.
  • Giovanni Lami non dà indicazioni rilevanti per quanto riguarda il ponte sull’Orme ma rimanda agli scritti del Manni[5].
  • Giovanni Targioni Tozzetti non lascia alcun accenno al suddetto ponte benché parli del paese di Pontorme. Costui si limita a rimandare ad altri autori quali il Manni ed il Lami[6].
  • Vincenzo Chiarugi, agli inizi del XIX secolo, in Della Storia di Empoli ipotizza che i marmi di fengite che impreziosiscono ancora la parte inferiore della facciata della Pieve di S. Andrea siano appartenuti ad una “fabbrica” antica a cui vanno riferite le parole lette sulle lastre marmoree: “PACIS” e “LEGIONIS[7].
    Il Chiarugi ritiene possibile che i marmi appartenessero alla “solida costruzione in quelle gran masse quadrate di muro di Calcestruzzo, che anno potuto una volta servire di pilastri ad un arco Trionfale quivi esistente, e che in gran parte sotterrate si devono alla coscia occidentale del Ponte, che posto sul torrente Orme in vicinanza di Pontorme à forse dato il nome a quell’antico Castello”.
    Oltre a ciò il nostro dotto scrittore aggiunge che non esistono altre notizie sul manufatto (arco) né è possibile risalire all’epoca della sua costruzione. Immediatamente di seguito viene fatto riferimento al sigillum del comune di Pontorme illustrato dal Manni e si afferma che proprio nel luogo dove viene rappresentato l’arco in rovina è possibile trovare ancora nel XIX secolo “le attuali reliquie”.
    Proseguendo nella sua dissertazione il Chiarugi ci informa che poco tempo prima anche Domenico Bartoloni nella sua opera Bacco in Boemia affermava che “esistevano in questi resti di muraglioni o pilastri, gli scavi proporzionati alli specchi di marmo fengite anzidetti”.
    Sempre la nostra fonte ipotizza che se le quattro lastre si debbano attribuire a questo complesso manufatto (arco e ponte) si può ritenere possibile che anche le due colonne “di ricca materia” che sorreggevano un’arcata della navata centrale della Collegiata di Empoli, prima delle drastiche modifiche apportatele alla fine del settecento, siano appartenute allo stesso monumento.
    Nondimeno nega la possibilità che l’arco sia l’antica porta del castello di Pontorme (Manni) affermando che “il nobile, e grande oggetto (arco) […] difficilmente avrebbe potuto interessare una Nazione meno potente della Romana[8].
    Il Chiarugi evidentemente scarta l’ipotesi dell’origine longobarda dell’arco e quindi del ponte ma non ha dati certi che gli permettono di ritenere sicura l’origine romana del rudere. Inoltre il dotto empolese conferma le osservazioni fatte dal Manni per quanto riguarda i ruderi ancora visibili sulla sponda ovest del torrente Orme infatti, utilizzando il testo del Bartoloni, appoggia la possibile provenienza delle lastre di fengite dalla spoliazione del monumento predetto (arco)[9]. La lettura dei passi Della Storia di Empoli evidenzia come il Chiarugi faccia in gran parte riferimento ai dati forniti dal Manni ma aggiunge altresì un dato inedito riguardante la composizione del rudere dell’arco: una solida struttura composta da grandi “masse quadrate di muro” di calcestruzzo.
  • Emanuele Repetti (prima metà del XIX secolo) alla voce “Pontorme” scrive: “Ciò che è più notabile è codesto ponte del sigillo di Pontorme aveva due archi, mentre quello disfatto nel secolo attuale per riedificarsi più largo e meno a schiena di asino, era ad un solo arco. Era stato fatto nel 1700 siccome lo dichiarava l’iscrizione ivi apposta ne termini che appresso: Pontem hunc coenoso…[10].
    Qui è necessario notare che anche il ponte del 1700 e stato sostituito da un altro più largo e meno a schiena d’asino; i ponti dunque sono tre, inoltre sembra chiaro che il Repetti ha utilizzato almeno come fonte primaria il testo di Domenico Maria Manni.
  • Luigi Lazzeri tratta del ponte sull’Orme e dell’arco annesso nella sua Storia di Empoli scritta nel 1873. La citazione nasce dall’analisi della facciata della Collegiata di S. Andrea e dei marmi di rivestimento della stessa. Qui si ribadisce la provenienze delle lastre marmoree dall’antico arco presumibilmente eretto “in onore di qualche antico re d’Etruria a piè del ponte a Orme”. Ne confermavano l’antica presenza “in oggi […] le vestigia, benché in gran parte sotterrate, in due fortissime muraglie le quali sono a piè di suddetto ponte”[11].
    Sembra assai possibile che il Lazzeri abbia utilizzato come fonte primaria il Chiarugi, a lui di qualche decennio precedente, perché anche nella cronaca di eventi empolesi del canonico (Lazzeri) leggiamo il riferimento al passo del Bartoloni sui marmi “diafani” e non si aggiunge nessun’altra notizia rilevante a quelle già acquisite se non che le colonne poste nella navata centrale della Collegiata, ritenute un reimpiego da un monumento più antico, sono di marmo. Non è possibile sapere infine tramite quale analisi e studio il Lazzeri possa affermare che l’arco onorario sia stato dedicato ad un imprecisabile “antico re d’Etruria” [12].

Esaurite le fonti scritte a nostra disposizione passiamo adesso all’analisi della documentazione iconografica inerente al ponte sotto esame.
La prima presunta immagine del ponte, come abbiamo letto, la ricaviamo dal Manni che riporta nella sua opera il Sigillum Chomvnis de Ponturmo. Abbiamo già sottolineato come viene rappresentato il ponte; purtroppo non sappiamo la data a cui riferire con precisione lo stemma. E’ presumibile però che sia precedente al XIII secolo poiché è in questo momento che viene istituita la “liga de Empoli” nel cui stemma campeggiavano e campeggiano ancora oggi l’armi delle comunità di Empoli, Pontorme e Montrappoli uniti in un solo blasone. Prima di questo periodo infatti le tre comunità erano divise e sfoggiavano i loro simboli araldici separatamente[13].
Dunque è confermato che il ponte e l’arco fratto esistevano almeno a partire dall’XI secolo.

Osservazioni-istoriche-dei-Sigilli-antichi-Tomo-VI-Sigillo-n-11-Domenico-Maria-Manni

Per ritrovare un’altra immagine del manufatto dobbiamo però scendere al XVI secolo da cui ci sono pervenuti due documenti: uno pittorico l’altro cartografico. Il primo è l’affresco di Jan van Der Straet (latinizzato Stradanus, italianizzato Giovanni Stradano) autore fiammingo che lavorò nella cerchia di Giorgio Vasari alla corte di Cosimo I; l’opera si trova in Palazzo della Signoria a Firenze e risale al 1560. [14].
Il secondo è la pianta del popolo di San Michele a Pontorme nella cartografia dei Capitani di Parte Guelfa[15] (d’ora in poi mi limiterò a chiamarli amichevolmente solo Capitani) risalente alla stesura delle mappe dei territori soggetti ai Medici tra il 1580 e il 1590 circa.

ponte orme Vasari

In entrambi i documenti il nostro monumento appare con caratteristiche pressoché identiche; nell’immagine proposta è ben visibile l’arco spezzato posto all’imbocco del ponte ma con gli elementi verticali molto più robusti di quelli disegnati nello stemma antico. Con queste rappresentazioni del ponte è dimostrabile altresì l’attendibilità delle descrizioni del Manni, del Chiarugi e del Lazzeri che ricordano, nei loro testi, la grandezza dei ruderi ancora visibili ai loro tempi. L’unica differenza tra i due documenti rinascimentali è l’impianto dell’arco che nel dipinto è sulla sponda rivolta a levante mentre nei Capitani è sulla sponda rivolta a ponente. Questa discrepanza è facilmente giustificabile con un errore da parte dello Stradano che nello stesso affresco, benché abbastanza attinente al vero, anche in altri particolari lascia molto spazio alla propria interpretazione[16].

Sempre osservando il ponte disegnato nel sigillo, nell’affresco e nella pianta si riscontra una caratteristica comune: la forte pendenza delle spalle del viadotto. Detto questo si deve altresì prestare attenzione ad un particolare molto importante; le tre immagini, ad un’analisi più attenta, denotano un’importante differenza: il ponte del sigillo trecentesco ha due arcate mentre le altre opere ci danno un ponte con una sola arcata. Si potrebbe credere ad un errore nella pittura dello Stradano ma non esiste altrettanto margine d’errore nelle piante dei Capitani che, come dimostrano altre carte dei “popoli” limitrofi o vicini a quello di Pontorme, sono molto precise soprattutto per ciò che riguarda le rappresentazioni degli edifici caratterizzanti la zona disegnata. Durante le ricerche, a complicare e non poco le nostre osservazioni, è successivamente venuto alla luce un documento giuridico che presenta, come frontespizio, una curiosa xilografia raffigurante presumibilmente il ponte dell’Orme[17].

L’immagine della xilografia, oltretutto d’autore sconosciuto, riproporrebbe il nostro ponte sicuramente precedente al 1700, anno in cui come abbiamo già visto vengono apportate drastiche modifiche all’attraversamento. Il viadotto mostra due arcate di diversa ampiezza di luce; la maggiore ha in evidenza i conci che non sono indicati nella minore e sopra quest’ultima spicca una torre con la probabile funzione di controllo e difesa del passaggio.
Innestato sul muro di testa si notano dei presunti monconi di pilastri interpretabili anche come basamenti per statue. A sinistra del ponte rimangono alcuni edifici in rovina attribuibili, ma non ne possiamo essere affatto certi, al castello di Pontorme infatti è visibile l’arco della porta d’accesso.
Questo documento, che riporta la didascalia “EMPORIEN. PROSPECTUS”, è molto controverso e di difficile interpretazione.

Emporien prospectus

Si potrebbe essere tentati di vedervi il ponte sull’Orme fortificato con i resti dell’arco accennati al centro ma alcune riflessione rendono l’oggetto assai discutibile ed ambiguo. Il frontespizio introduce un documento con cui non sembra avere nessun collegamento se non quello di decorazione della pagina quindi la lettura del testo scritto non è di nessun aiuto per identificare con precisione la nostra rappresentazione.
E’ pur vero che si riscontrano particolari rintracciabili nelle fonti scritte ma non abbiamo notizia né di arcate più piccole né di torri di fortificazione che avrebbero dovuto lasciare notizia di sé vistane l’imponenza[18].

In definitiva l’immagine sembrerebbe piuttosto l’opera fantasiosa di uno xilografo al quale erano state date alcune indicazioni sul ponte in esame ma che il nostro autore non ha mai visto creando di conseguenza una rappresentazione del monumento in larga parte irreale.
Esiste un’altra immagine del nostro ponte di sicura attendibilità; questa risale però all’Ottocento. Nella stampa è raffigurato il viadotto che venne abbattuto durante l’ultimo conflitto e poi sostituito da quello odierno[19]. Si può ammirare l’unica ampia arcata del manufatto che collega le due sponde del torrente con una pressoché assenza della “schiena d’asino” (come dice il Repetti).
Nell’osservare la stampa dobbiamo nondimeno porre attenzione ai resti di un manufatto più antico che si notano presso il muro di rivolta del ponte sulla sponda sinistra del torrente (lato destro dell’immagine). Il rudere sembrerebbe composto da un conglomerato cementizio e paramento in mattoni.
Da questo documento è lecito credere che alcuni resti del ponte più antico siano ancora in loco ma oggi interrati ed inglobati negli argini moderni dell’Orme in attesa di essere riportati alla luce.

Pontorme Ponte sull'Orme

A questo punto, vagliata la documentazione a nostra disposizione, possiamo trarre alcune conclusioni anche se la prudenza è d’obbligo in mancanza e attesa di ulteriori indagini o scoperte.
Innanzi tutto si deve ritenere sicura l’esistenza di un arco all’imbocco occidentale del ponte (arco trionfale romano?; porta di controllo per l’accesso al ponte?), arco che non è stato mai visto dalle nostre fonti scritte che ne hanno potuto osservare solo i ruderi superstiti infatti, per esempio, la presenza del manufatto è solo ipotizzata dal Manni grazie al sigillo del comune di Pontorme. La conferma della presenza dell’arco ci viene dall’affresco dello Stradano e dalla pianta dei Capitani (XVI sec.). Esistono certezze riguardo alla sostituzione del ponte più antico, ormai inutilizzabile (epigrafe riportata dal Manni), con quello settecentesco forse sostituito a sua volta da un terzo ponte, che risulterebbe quello raffigurato nella stampa ottocentesca; abbiamo appurato che quest’ultimo venne edificato per agevolare il passaggio aumentandone l’ampiezza e riducendone la pendenza delle spalle (Repetti).

Sicura appare anche la tipologia del materiale utilizzato per la costruzione del viadotto più antico che ricaviamo dalle fonti scritte e iconografiche: malta e conglomerati (calcestruzzo) con un paramento in mattoni.
Abbiamo purtroppo ancora molte incertezze sul reale aspetto del ponte più antico che presumibilmente aveva una sola arcata e non due come sembrerebbe confermare il sigillo del Manni. Infatti sia lo Stradano ma soprattutto i Capitani raffigurano il ponte con il caratteristico arco fratto ma ad una sola arcata mentre il Manni non cita nessuna delle due fonti figurative appena ricordate e quindi è lecito supporre che non le avesse consultate. Si deve altresì supporre che il ponte del sigillo abbia due arcate in conseguenza di una standardizzazione iconografica del manufatto cosa assai frequente nell’iconografia medievale[20].

E’ anche plausibile che il ponte trecentesco possa aver subito drastiche modifiche strutturali perdendo già prima del XVI secolo la doppia arcata, ma in questo caso siamo a livello di pura e semplice supposizioni non sostenuta da alcun indizio concreto e deve essere scartata, almeno per il momento. Si deve altresì ritenere certa ed attendibile la posizione dell’arco rotto innestato sui muri d’ala occidentali dell’attraversamento piuttosto che sulla cornice di coronamento del ponte. Altrettanto certa è la forte pendenza delle spalle del ponte più volte confermata dalle fonti.
Per quanto riguarda la cronologia sia del ponte che dell’arco si deve dire che senza un’analisi autoptica dei ruderi e delle malte utilizzate la massima cautela nelle affermazioni è d’obbligo.

Si può affermare altresì che, come abbiamo visto, il ponte esisteva sicuramente nel trecento e che quindi, al momento, ha maggiori probabilità di essere medievale piuttosto che romano. Si deve comunque rilevare che l’arco è facilmente associabile alla tipologia degli archi trionfali con i quali i romani abbellivano i loro viadotti dunque nel caso venisse confermata la mano di architetti di Roma si dovrà tenere conto anche dei dati riguardanti la costruzione della via consolare Quinctia[21]. Per quanto riguarda l’ipotesi di una fortificazione del ponte e di un riutilizzo dell’arco per questo fine, idea suggerita dalla curiosa xilografia vista in precedenza, ritengo che si debba scartare. Infatti tali modifiche ai manufatti romani venivano apportate soprattutto nel primo medioevo quando il territorio era fortemente frazionato tra i signori feudali e si sentiva la necessità di difendere i propri confini, dunque nelle immagini cinquecentesche si sarebbe dovuto osservare qualcuna delle modifiche militari apportate nel medioevo e così non è.

Per la datazione del complesso architettonico non ci aiuta neppure la tecnica costruttiva né il materiale impiegato perché senza alcuna analisi delle malte è praticamente impossibile stabilire l’appartenenza all’area romana del nostro ponte; secondo punto nei documenti medievali, come abbiamo ricordato, i ponti hanno forme generiche o abbreviate senza alcuna distinzione tra i manufatti di epoche diverse e ciò rende discutibile il sigillo; terzo punto da uno studio effettuato sui ponti romani o ritenuti tali della VII Regio (Etruria)[22] si è potuto notare che la tecnica costruttiva più diffusa era l’opera quadrata nelle sue varianti ma il nostro manufatto non sembra avere questa caratteristica e quindi questo potrebbe essere un dato che colloca il ponte nell’età di mezzo.

E’ però vero che i restauri riscontrati negli antichi viadotti toscani, dove si evidenzia l’utilizzo del mattone, sembrerebbero di età romana e ciò potrebbe essere proprio il nostro caso. E’ giusto ricordare , in questo frangente, che i romani utilizzavano le materie prime che abbondavano nella zona di costruzione e nel fatto in questione è chiaro che la geomorfologia del territorio empolese permetteva il facile reperimento di malta, ciottoli di fiume ed argilla piuttosto che di blocchi di pietra impiegati per le architetture in opera quadrata.
In definitiva solo l’analisi diretta dei ruderi, opportunamente riportati alla luce, potrà fare maggiore chiarezza sulla reale origine dell’antico ponte presso Pontorme e proprio per questo sono fondamentali in tal senso ricerche dirette sul campo.

 


Nota dell’autore:

In calce a questa mio articolo mi sento in dovere di ringraziare il dott. Aldemaro Toni e tutta la redazione della rivista Erba d’Arno per avermi a suo tempo (correva l’anno 2006) concesso uno spazio per la pubblicazione di questo mio contributo sul loro periodico e per avermi concesso ad oggi il permesso di pubblicare sul sito presente. Desidero altresì ringraziare in questo spazio anche il mio amico l’ing. Carlo Pagliai per avermi chiesto e datami la possibilità di pubblicare un mio lavoro in questa preziosa sede, il sito “Della Storia d’Empoli”. –

Walter Maiuri

con g.c. a pubblicare

Uno speciale ringraziamento è dedicato all’editore Edizioni dell’Erba, con sede a Fucecchio, che ha già pubblicato l’articolo sul volume Erba d’Arno numeri 101/102 del 2005, pp. 64-76.


Note e Riferimenti:
[1] Sull’argomento si veda: Ristori 1980; Mosca 1992; Ristori 1996; Mosca 1999; Maiuri 2004, pp. 13-35.
[2] La questione del miliare di Pietrafitta è stata ed è tuttora molto discussa. Sono comunque in corso nuove ricerche che speriamo portino ad interessanti novità ed a qualche chiarimento al riguardo. Sull’argomento si legga: Lastraioli 1960, pp. 17-22, Mosca 1992, pp. 93-95.
[3] Le prime notizie certe del paese di Pontorme risalgono al medioevo. E’ evidente come il piccolo centro abitativo abbia preso il nome dal ponte che attraversa il torrente Orme a poca distanza.
[4] Manni 1739 – 1786, 6, pp. 93-101.
[5] Lami 1741 – 1754, 10, pp. 1-47.
[6] Targioni Tozzetti 1971 – 1972 , 1, pp. 1-85.
[7] Lazzeri 1971, pp. 99-100; Chiarugi 1972, p.380. Qualche anno fa sono state scoperte altre incisioni sulle lastre marmoree poste sulla facciata della Collegiata. Ritenute in primo tempo romane ad un esame più attento le incisioni sono risultate però di origine medievale; comunque sia è sicuro che i marmi provengono dalla spoliazione di un monumento precedente alla Pieve di S. Andrea. Si veda: Lastraioli – Ristori , pp.7 e 27.
[8] Chiarugi 1972, pp. 380-381.
[9] A tal riguardo sono molto scettico sulla provenienza dei marmi direttamente dal ponte sull’Orme in quanto in seguito agli scavi archeologici fatti negli ultimi anni e alle strutture murarie emerse è credibile che Empoli abbia avuto, in età romana, edifici pubblici di notevole grandezza utilizzati in seguito come cave per materiale da costruzione. Inoltre è assai presumibile che al momento del primo incastellamento della terra di Empoli (1119) ancora sopravvivessero rovine abbondanti della città romana poiché negli scavi è stata notata un’ampia opera di rasatura delle stesse compiuta in età medievale. Ritengo dunque che la provenienza dei bei marmi della Collegiata sia da ricercare in complessi architettonici facenti parte della città antica.
[10] Manni 1739 – 1786, 6, p. 99; Repetti 1833 – 1864, 4.
[11] Lazzeri 1971, pp. 99-100.
[12] In questo passo il Lazzeri a parer mio non è molto chiaro. A prescindere dall’aggettivo utilizzato (antico) non si può sapere se il nostro canonico intenda proprio un “re” etrusco o intenda piuttosto un “re/governatore” longobardo che deteneva una parte dell’antica Etruria romana.
[13] Lastraioli 1960, p. 50, nota 50.
[14] L’affresco si trova nella stanza di Clemente VII ora finalmente riaperta la pubblico.
[15] Guerrini – Siemoni 1987, pp. 247-260.
[16] E’ presumibile ritenere che Giorgio Vasari abbia utilizzato, nella realizzazione dell’affresco, delle bozze preparate dai suoi assistenti non verificando la precisa corrispondenza fra i disegni e la realtà.
[17] Inventario dell’Archivio 2002, p.158.
[18] Com’è ben noto moltissimi ponti romani in età medievale furono fortificati con torri che ne difendevano il passaggio. Le torri erano anche in legno e dunque provvisorie ma non sembra il caso riprodotto nella nostra xilografia.
[19] Boldrini 1999, pp. 88-89.
[20] Galliazzo 1995, p.104.
[21] Caciagli 1969, p. 1092; Solari 19762, pp. 221-257; Mosca 1992, p. 91; Ristori 1996, pp. 20-22; Mosca 1999, pp. 165.
[22] Mosca 1995.


Abbreviazioni bibliografiche

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Boldrini E., Empoli com’era. Immagini della città tra Ottocento e Novecento, vol. I, Empoli 2001.

Boldrini 2001:
Boldrini E., Empoli com’era. Vita quotidiana, luoghi, eventi. 1900-1945, vol. II, Empoli 2001.

Caciagli 1969:
Caciagli G., Borghi romani nel Valdarno Inferiore, in L’Universo, 49, fasc. 6, pp. 1084-1096.

Felici 1998:
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Galliazzo 1995:
Galliazzo V., I ponti romani, Treviso 1995.

Guerrini – Siemoni 1987:
Guerrini L. – Siemoni W., Il territorio empolese nella seconda metà del XVI secolo, Firenze 1987.

Inventario dell’Archivio 2002:
Arrighi V. – Guerrini L. – Insabato E. – Terreni S. (a cura di), Inventario dell’Archivio Salvagnoli Marchetti, Empoli 2002.

Lami 1741 – 1754:
Lami G., Charotonis et Hippophili Hodeoporicon, in Deliciae eruditorum seu veterum anekdoton opuscolorum collectanea. Firenze 1741 – 1754, rist. anast.

Lastraioli 1960:
Lastraioli G., Empoli tra feudo e comune, in BEmpoli, 1, 4, fasc. 2, pp. 11-42.

Lastraioli – Ristori 1991:
Lastraioli G. – Ristori M., Un rebus tra i marmi della Collegiata, in SEmpoli, 4, fasc. 14, pp. 7 e 27.

Lazzeri 1971:
Lazzeri L., Storia di Empoli. Notizie istoriche della terra d’Empoli, in BEmpoli, 5, 20, fasc. 5-6, pp. 449-359.

Lazzeri 19722
Lazzeri L., Rerum emporiensium scriptores: un inedito del Lazzeri su Pontorme. Notizie istoriche del castello di Pontormo, in BEmpoli, 6, 16, fasc. 2, pp. 129-157.

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Lazzeri L., Storia di Empoli, Empoli 1873, rist. anast. Empoli 1979.

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Maiuri W., La città, il territorio, il porto: Empoli in età romana, Univ. d. S. F., a.a. 2003 – 2004 , Tesi di Laurea.

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Manni D. M., Osservazioni Istoriche di Domenico Maria Manni accademico fiorentino sopra i Sigilli antichi de’ secoli bassi, Firenze 1739 – 1786, rist. anast.

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Mosca A., Via Quinctia. La strada romana fra Fiesole e Pisa I. Da Firenze a Empoli, in JAT, 2, pp. 91-108.

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Mosca A., Via Quinctia. La strada romana fra Fiesole e Pisa II. Da Empoli a Pisa, in JAT, 9, pp. 165-174.

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Mosca A., I ponti romani della VII Regio (Etruria), in JAT, 5, pp. 31-86.

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Repetti E., Dizionario geografico fisico storico della Toscana, Firenze 1833 – 1864, rist. anast. Firenze 1978.

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Solari A., Topografia storica dell’Etruria, Roma 1920, Roma 1976 rist. anast., vol. II, pp. 221-256.

Targioni Tozzetti 1971 – 1972 (1768 – 1779):
Targioni Tozzetti G., Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osservare le produzioni naturali, e gli antichi monumenti di essa, Firenze 1768 – 1779, rist. anast. Bologna 1971 – 1972.

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