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Giuliano Lastraioli: Ciuco e politica

 Fu la politica a decretare la fine del volo del ciuco, che per seco­li era andato a gonfie vele sotto l’usbergo di santa madre chiesa.

Le prime avvisaglie di ostilità si ebbero ai tempi della prima oc­cupazione francese, dopo l’insorgenza del “Vìva Maria” culminata nei disordini ben noti del maggio 1799.

A Empoli piovve allora, un po’ come vicario, un po’ come com­missario del popolo, lo sfegatato giacobino sanminiatese Miche­le Bonfanti. Al suo avvento furono divelti dal palazzo pretorio e quindi distrutti gli stemmi in pietra o in terracotta invetriata che, nel corso dei secoli, vi avevano lasciato i podestà fiorentini e gran­ducali. Si salvò solo quello di un Vanghetti (“pretore in patria” nel 1754), che fu recuperato e poi murato nella casa di famiglia a Prunecchio. Il colpo più grosso del Bonfanti fu quello di rimuovere il glorioso catorcio di palazzo Mangiadori, cioè quel trofeo guerre­sco che Cantino Cantini aveva portato giù da San Miniato nel 1397 e che aveva ispirato poi a Ippolito Neri la bùfala delle capre e dei lumicini all’origine dell’annuale usanza del volo asinino. Da un sanminiatese, giacobino per giunta, non c’era da aspettarsi altro.

Stranamente i francesi consentirono ancora il volo del ciuco, forse per evitare reazioni inconsulte delle plebi reazionarie, già inquiete per l’arresto degli insorgenti. Un cronista dell’epoca, il notaio Lorenzo Righi, ci informa che il giovedì 23 maggio 1799, festa del Corpus Domini,

“Il cittadino proposto Michele del Bianco, con alcuni ca­nonici e col vicario, si portarono dal comandante di piazza per sentire il di lui savio sentimento; quale diede facoltà di farsi la solita processione, con minore numero però di sog­getti con cappa… Nel tempo che era fuori la processione, dal comandante di piazza furono mandati tre soldati a ca­vallo, tanto alla Porta Fiorentina che Pisana, coli’oggetto che, se malfassero arrivate in questo tempo delle truppe, si facessero trattenere fuori per tutto il tempo che durava la processione, ma non comparve nessuno… I rappresentantila Comunità intervennero alla processione con tracolla al collo, bianca, turchina e rossa.

Parimente tutti gli impiegati del Monte, medici, chirurghi, condotti ecc. con nastro al braccio destro, bianco, turchino e rosso, come così l’aveva il Cittadino Vicario. Peraltro vi fu poco concorso di popolo. Alle ore sette fu eseguito il solito volo del somaro. Pervennero dalla parte di Pisa sessantatré barocci carichi di fucili da guerra e andiedero a Firenze accompagnati da soldati francesi. “

Quello del 1799 non dev’essere stato un Corpus Domini sereno all’ombra del tricolore repubblicano. L’anno successivo (e precisamente il 12 giugno 1800) andò peg­gio. Intanto era cambiata la musica: all’occupazione francese era seguita quella degli austro-russi. Così nel diario del Righi:

“Presero quartiere in Empoli alcuni ufiziali tedeschi e furo­no presenti alla nostra festa. La mattina, stante la pioggia, non fu fatta la processione… alle ore 5 e dopo le sacre fun­zioni fu eseguito il solito consueto volo del somarino dal campanile alla piazza. Costume inveterato fino dal 1400, e per non essere stato bene tirato il canapo il detto somarino con le gambe urtò il camino della casa del signor Girolamo Ricci e gettò sul tetto la cima di detto camino…”.

Il ribaltone di Marengo era alle porte e l’anno successivo il cro­nista tace sull’argomento, preoccupato per una epidemia di febbri maligne che stava mietendo molte vittime. Torna a informarci nel 1802, quando ormai il ritorno lungo dei francesi si era stabilizzato. Il 17 giugno, “solennità del Corpus Christi”, proprio alla mossa della processione, si affacciò alla Por­ta Pisana un grosso convoglio militare francese. Leggiamo la cro­naca:

“Quando furono in Borgo girarono le mura e posero i car­riaggi sul Campacelo e con la massima sollecitudine fu dato asilo ai cavalli per le stalle in Empoli. I pedoni francesi colle armi erano dugento, i carriaggi 56, i cavalli 250; vi erano 4 cannoni e altra piccola artiglieria; e la mattina susseguente, alle ore tre, partirono per Firenze. Onde che la funzione e la festa riuscì con la solita pompa, con pace e quiete, non ostante il concorso eccessivo di fo­restieri, in specie il giorno, e fu considerato che al consueto volo dell’asinelio nella piazza vi fossero sei in sette mila persone. Non vi fu la corsa dei barberi, ma fu incendiata una macchina di fuochi, stati lavorati da alcuni dilettanti nostri paesani, che riuscì di soddisfazione di tutti. Gli istessifrancesi rimasero ammirati di sì bella festa, come dell’ornamento della chiesa, musica e del buono ordine. Il tempo fu costante, mentre tutto il giorno fu deh sereno.”

Passò il Regno d’Etruria, passò la granduchessa Elisa, passò Napoleone e infine tornarono i Lorena. Il ciuco aveva continuato a volare sotto tutti i regimi; il chiavaccio asportato dal giacobi­no sanminiatese Bonfanti era tornato al suo posto con la Restau­razione. Con i bollori quarantotteschi, a cinquant’anni esatti dal “Vìva Maria”, il vento tornò a soffiare in direzione rivoluzionaria. Il tribuno livornese Francesco Domenico Guerrazzi e tutta la de­mocrazia labronica ce l’avevano a morte con l’avvocato empolese Vincenzo Salvagnoli, esponente dell’ala moderata del liberalismo toscano, e gli dettero addirittura la colpa di aver sobillato i moti dei vetturini e dei navicellai che, nel febbraio 1849, avevano portato al bruciamento della stazione ferroviaria e al guasto di buon tratto dei binari, in odio al governo provvisorio del triumvirato Guerrazzi-Mazzoni-Montanelli.

Il commissario governativo Giorgio Manganaro dispose allo­ra per la definitiva rimozione del chiavistello, ritenuto il negativo simbolo di una remota faida di comune che perpetuava i particola-rismi medievali e minava il sentimento dell’unità nazionale. Il Salvagnoli venne attaccato violentemente sulla stampa demo­cratica. Si sbizzarrì contro di lui anche un disegnatore satirico, che pupazzettoò il buon Cèncio in affettuoso concerto con i campanili e col ciuchino volante. Il titolo della vignetta, che qui si riproduce, è emblematico: “Congiura d’Empoli”. Nella didascalia il Salvagno­li è ribattezzato “Vessica”, cioè “Vescica”, epiteto destinato a chi mostra boria e vanità senza merito effettivo, e si scaglia contro il governo provvisorio, mentre il somaro alato e i campanili grida­no: “Abbasso la strada ferrata”. Di rimando il Vessica concorda: “Bravi fratelli! Voi soli siete all’altezza delle mie idee!”. Il Guer­razzi cadde e il ciuco tornò, ancora per poco, a volare dal campa­nile della collegiata. Unita la Toscana al sabaudo regno d’Italia, i tempi erano ormai maturi per l’abolizione del volo asinino. Se ne fece strenuo promotore l’avvocato Pietro Garinei, già tirapiedi del Salvagnoli e adesso adagiato sulle trionfanti posizioni progressi­ste, il quale stampò addirittura un farraginoso pamphlet, pieno di eruditissimi luoghi comuni, a sostegno della sua tesi.

Dal 1861 il ciuco non volò più.

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