skip to Main Content

Borbone, personaggio empolese – di Tommaso Mazzoni

di Tommaso Mazzoni

Borbone, vi dico subito, nel mio caso non ha niente a che vedere né con la Famiglia Borbone, né con i vari Borboni[1] regnanti che conosciamo.

Premesso questo, lasciate anche che cominci a trascrivervi, intanto, i pochi seguenti, sconosciuti versi, tuttavia abbastanza noti – almeno così capitava tempo addietro – ai miei coetanei empolesi. Poi cercherò di esser chiaro anche per voialtri amici non empolesi:

Strofa: 

Passando di Via Chiara

Pennécchio mi chiamò:

– “Arrotami il trincetto

e poi ti pagherò”.

 

Il trincetto è rugginoso,

la pietra si spezzò:

accident’a Pennecchio

e chi ce lo portò! 

Ritornello:

Borbone vieni qua.

C’è un conto da paga’.

Te li darò su su[2].

Te li darò su su.

Borbone vieni qua.

C’è un conto da paga’.

Te li darò su su,

quando l’avrò.

Venuto a mancare lui, “Borbone”[3], a dire il vero, questa breve filastrocca, quasi uno scioglilingua, ai giorni nostri non l’ho più sentita cantare da nessuno; nemmeno dagli empolesi più attempati[4].

Vi devo dire anche che questo assai ben conosciuto personaggio di una volta non saprei chi sia realmente stato se non per essere nominato nel testo di questa marcetta in due quarti, questa semplicissima canzoncina che vi ho riportato, e per averlo potuto osservare, a piedi e in bicicletta, se ben rammento, nei dintorni della sua officina. Le strofette sono sicuramente nate senza alcun intento di offendere, ed appare, anzi, anche piuttosto spassosa quanto simpatica; non sarei capace di dirvi nemmeno come essa sia venuta fuori, così ravvolta in questo suo minuscolo, imperscrutabile mistero!

Tuttavia deve essersi trattato di un fatterello esclusivamente provocatorio e ricordato, scherzosamente, in queste due strofe con due brevi tratti ben assestati. Mi parrebbe doversi trattare solamente di versi accozzati alla bell’e meglio solo per riderci un po’ su, e non certo per screditare qualcosa di negativeggiante, che non c’era.

Il personaggio, veramente, la richiedeva una seppur non irriverente “canzonatura”: era taciturno, nella sua semplicità e in quel suo atteggiamento riservato, senza minimamente darsi qualche aria. Almeno così è sempre apparso a me.

Non mi sono mai procurato, però, il piacere, né di parlarci, né di avere a che fare con lui personalmente; né tanto meno ho avuto da commissionargli qualche lavoro presso la sua officina di meccanico.

Già; la sua officina.

Si trovava all’angolo di una via che porta ai Giardini[5]. E questi sono, anzi, questa piazza è vastissima, forse la più spaziosa ed ariosa di tutte le altre piazze di Empoli: ha un’ampia superficie a verde, da cui è derivato di sicuro il nome non ufficiale di “I Giardini”. È adatta a ospitare bambini e pensionati, così che le mamme premurose vi portano i loro pargoli e i secondi vi si recano per trascorrere un po’ di tempo fuori dalle mura di casa e per sfuggire all’aria certo più pesante che si respira al didentro della cinta del “quadrangolare castello[6]“, costruzioni annesse incluse.

Un tempo, quell’area di cui vi dicevo, ha servito anche da piazza d’armi per le truppe di passaggio o di stanza nell’empolese. Riguardo all’appellativo, “I Giardini”, a conferma di quanto vo asserendo, sappiate che qui, quando uno si propone di andare verso Piazza Matteotti, non ne pronuncia il nome vero, ma usa un’espressione del tipo “Vo su i’ Ggiardino” o “Vo a’ Giardini”. E si capisce che intende recarsi in quel preciso luogo e non – tanto per dirne una – presso i giardini di qualche particolare giardiniere.

– Oltre a tentare di descriverci una figura empolese, Borbone, appunto, che peraltro, noi non empolesi, mai l’abbiamo visto o conosciuto, ma perché, Tommaso, oggi, ci tieni tanto a descrivere quei luoghi? Pur belli che possano essere, non avendoli mai visitati, noi, devi renderti conto che sono abbastanza inimmaginabili; a meno che non si intenda esercitare una viva, ipotizzante fantasia…

Questo potreste forse chiedermi; o almeno pensare, voialtri amici non empolesi.

In tale evenienza, lasciate allora che vi aiuti un po’, seppur brevemente. Perciò, sentite me: la piazza, questa Piazza, immersa nel verde, come dicevo prima; le strade che si diramano dai suoi quattro cantoni, con una Via piuttosto stretta che, dalla metà del lato sud corre verso il centro; poi, uscendo dai Giardini, sulla sinistra c’è un angolo piuttosto stondato[7] della strada, con, quasi davanti, una piccola fontana[8], presso la quale, in tempi passati, i miei concittadini attingevano l’acqua per uso domestico; tale fontana si trova proprio lì, bel bella, davanti a quella che una volta era proprio la ricordata officina di Borbone.

L’officina di Borbone (in giallo), e la posizione della fontanina rimossa negli anni Novanta (in rosso)

Un momento, ora sospendiamo la descrizione, tanto, un pochino appena, il luogo, almeno con l’immaginazione, ve lo siete raffigurato.

Già… però, anche qualche parola sulla sua officina, va detta: fa parte del quadro. Sennò rischiate davvero di non farvene nemmeno un’idea approssimativa.

Essa era piena di ferraglie, martelli, tanaglie[9] (ma molti particolari me li “ricostruisco” alquanto), e il tutto contornato da mille cianfrusaglie utili o meno utili, insieme a cento indispensabili e importanti marchingegni tutti adeguati a quel suo specialistico lavoro. Se vogliamo non includere l’incudine col relativo mantice a mano per forgiare il ferro da considerarsi troppo “moderno”, tutto il suo lavoro era svolto in un modo completamente artigianale.

Un’officina che non esiste più – amara constatazione – al pari di tante altre di operosi artigiani, costruttori di cose utili a quei tempi, quali calzolai (qualcuno di questi ce n’è per fortuna ancora), sellai, accordatori di pianoforti senza bisogno dello strumento elettronico (uno, forse l’unico, di questi abili accordatori era Silio Michelini, da me ricordato anche in altro mio scritto); ed anche liutai (il Gasparri di Naiana[10] era un amico mio), e drogherie, e botteghe e botteghine di ogni genere.

Per dirne un’altra, a Firenze, di là d’Arno, in Piazza Gavinana o Gualfredotto da Milano, non ricordo bene, hanno di recente tolto l’insegna “civaie[11]” per mettere una targa, certo più moderna, che sicuramente dice qualcosa che tutti possano capire a volo, al giorno d’oggi.

E nel nostro tempo, quindi, tutto si realizza, formalmente almeno, assai meglio che nel passato, e in grandi, a volte mastodontiche fabbriche, avendo la potenzialità e la capacità di costruire, finanche in modo più perfetto d’ieri: dall’ago al bulldozer (espressione a me più consona che non dire dall’ago al cannone).

Credo che nei locali di Borbone, per un bel po’ di tempo rimasti chiusi, sia sbucato fuori un salone di bellezza per acconciare i capelli, o in ogni caso qualcosa di analogo. Pazienza: sono utili anche questi posti, per chi intenda avvalersi di tali prestazioni.

Vedo nascere un po’ dappertutto, anche a Firenze, oltre che a Empoli, botteghe di panni e negozi di patatine, miste a ogni sorta di tramezzini preconfezionati: da un po’ sono sorte le cosiddette paninoteche. Dove “teca” (lat. theca, custodia) mi sa già un po’ di stantìo: che volete, la “moda del mangiare presto e sano” va rispettata a ogni costo; eh! Ma mi sa che si dia considerazione più alla moda del “presto” che al mangiar “sano”, senza con questo voler affermare che tutti i locali siano da evitarsi. Anzi, sul preciso argomento non intendo entrarci nemmeno, perché io personalmente il naso non ce l’ho mai messo, ed ho tutte le mie buone certezze, oltre che le intenzioni, che non ve lo metterò da qui a qualche… decina d’anni.

Non è, amici, una tornata nostalgica, questa mia, tanto si sa tutti come vanno le cose: quod hodie mihi cras tibi: oggi mi rendo conto del mio mondo che sta dissolvendosi; domani, i nostri figli o chi verrà fra un bel po’ di anni, mettiamo nel 2025, rileveranno che le patatine fritte non le sanno fare più come un tempo, e questo “come un tempo” è giusto riferito a questo anno 2000… Oppure noteranno come la “Playstation 2”, gioco oggi di gran moda, era tutt’altra cosa rispetto alla nuovissima ma troppo avveniristica Playstation 502. È un po’ come quando qualche mio amico radioamatore ha avuto ed ha forse tuttora nostalgia per le gigantesche valvole termoioniche[12], rispetto ai transistor o ai circuiti integrati; oppure quando per un po’ di tempo ho sentito esclamare da appassionati di long playing[13] che i Cd-rom, per la musica, sono piuttosto freddi e che il vinile rende, invece, la riproduzione musicale assai ben più calda, più realistica.

È una questione di scorrimento di anni, che, assieme alla pàtina non proprio materiale che si deposita sulle cose che amiamo, vanno vieppiù a conferire man mano quel che di preziosità che di per sé, intrinsecamente ed inizialmente, sembrano non avere.

Tornando alla ormai simpatica macchietta dal nome “Borbone”, nota grazie a quelle strofette, càpitano, a volte, e sfuggono nel volgere della nostra esistenza, figure che meriterebbero di per sé un piccolo posto almeno nella narrazione.

Borbone non potrebbe mai conquistare, certo, il livello della leggenda, lo so bene. Esagererei. Ma credo che almeno la memoria, appunto, dovrebbe esser fatta salva.

L’artigiano da un lato; il venditore di cose fatte dall’altro.

È un po’ come il farmacista, il “chemista” (in inglese si dice ancora così: chemist): un tempo preparava i composti; ora non è altro, salvo rare eccezioni, che un distributore di boccettine o di pacchettini, seppure con la indispensabile e rispettabile competenza.

Perfino le trasmissioni di dati, anche via radio, a volte vengono trasferite “a pacchetto”, Ormai è tutto improntato alla compattezza e alla velocità.

Ma forse il discorso potrebbe non valere per qualcuno fra coloro che magari si sentono un po’ nauseati dalla costruzione in serie di ogni bendiddìo

Di passi, come dicevo, di buoni passi ne sono stati fatti, grazie alla tecnica: dal macinino a mano al macinacaffè elettrico, dalla classica macchina da caffè napoletana alla Gaggia®, dalla grattugia al Gratì® elettrico, e via dicendo. E questi sono piccoli apparati semplici e alla portata di tutti.

Ce ne sono altri, però, che pochi “eletti” sanno manovrare…

Ma, dico, un moscerino, con la sua brava struttura, non eccessivamente complessa, d’accordo, ma tuttavia in grado di svolgere tutte, dico tutte le sue funzioncine, starebbe lustro[14] se dovesse nascere ed aver bisogno di studiare come fare per muoversi, poi per volare…; anzi, il moscerino prima vola e poi fa tutto il resto, forse.

Insomma, intendevo dire: costruiscono cose complicatissime che poche persone sono in grado di usarle a dovere o comunque mai, o quasi mai, queste persone, gli utenti, sanno sfruttarle al cento per cento. Ma fatele semplici, costruttori del cacchio[15], santiddìo!

Ma…

Sì, il “ma”, il conquibus è questo: per ottenere cose con le serie di operazioni più elementari bisogna giocoforza passare prima dal più complesso, e, il dovere ridurre e agevolare i comandi, comporta sforzo di cervelli e studi sulle tecniche adeguate. Ciò ha un costo e, naturalmente, sfornan giù aggeggi complicati, fregandosi che – per non volere spendere sui progettatori (che costano salato) – fanno imbacare[16] il cervello ai milioni di consumatori, ai milioni di persone che useranno il piccolo mostro incompleto e approssimativo che ci rifilano e che compriamo perché spinti, invogliati dalle pressanti promozioni pubblicitarie.

Ora parlo a coloro che, per una sorta di nostalgica reazione all’eccessiva invasione di tecnologie, si sentano di trarre un respiro profondo, pari a quello che, usciti dalla città ricca, ricchissima, ma di forti dosi di ossido di carbonio, di anidride solforosa, di ozono in dosi da cavallo oltre che di pulviscolo da riempire i sacchi per turare la piena, si sentano di girare l’angolo e svòltino verso una bramata campagna. Un luogo appartato, ricco di cose familiari da secoli, fra gente avvezza alle solite inveterate, seppur stereotipate consuetudini, per tirare finalmente un respirone fondo fondo, a bocca aperta, senza la paura di incrostarsi i bronchi di fuliggine![17]

Prima di consigliare un tal tipo di camminatina a voi, ho voluto fare la prova io, e sono perciò uscito di casa di passo svelto, anzi, quasi correndo. Arrivato in vista del caratteristico colore dei campi qual è ora a inverno iniziato, ho però sùbito rallentato il passo. In campagna tutto scorre più lentamente, e il tempo, salvo quando arriva il languorino della fame, sembra fermarsi (almeno una volta era spessissimo così). E pensando alla semplicità con cui da epoche remote si vendemmiava e si spremeva l’uva per fare il vino o si mieteva il grano con la falce, ho anche canterellato per ascoltare un po’ me stesso invece che subire, una volta tanto, i tanti strombazzii[18] che c’invadono e che tenderebbero perfino a condizionare i nostri intimi gusti.

Dicevo che ho canterellato. Sì, e mi sono anche sorpreso – lo credereste? – a modulare quelle strofe ormai imparate anche da voi: “Borbone vieni qua. / C’è un conto da paga’. / Te li darò su su. Te li darò su su…

Borbone mi ha contagiato, a tal punto da sentirmi ronzare nella testa quel motivetto anonimo, ma importante. Importante, ho detto, perché rappresenta un momento di quel vissuto di una Città che si sottrae all’oblio forse anche perché s’è insinuato, quasi compendiato in due strofe sciocche, ma che tanto sciocche o fatue non sono quando tendano a rappresentare un seppur piccolo pezzetto di storia. Che è anche un pezzetto della mia storia.

Empoli, giovedì 28 dicembre 2000 10:20′.

TOMMASO MAZZONI – ALFA, ANZI, OMEGA.

Per gentile concessione a pubblicare


Note e Riferimenti:

[1] Borboni – Famiglia di origine francese. Trae il nome dal castello di Bourbon-l’Archambault, nella Francia centrale. Inizialmente famiglia feudale minore, vassalla dei Brouges, regnò poi sulla Francia e su diversi stati europei.
I Borbone-Vendôme si unirono ai Navarra e giunsero al trono di Francia con Enrico IV (1589), regnando fino al 1792 (da Luigi XIII a Luigi XVI).
I Borbone salirono nuovamente al trono (Luigi XVIII e Carlo X). Quest’ultimo, detronizzato dall’insurrezione del luglio 1830, venne a Gorizia e ivi morì.
Il ramo degli Orléans, che si era staccato dal ramo principale dei Borbone nel XVII sec. con Filippo duca d’Orléans, fratello di Luigi XIV, regnò dal 1830 al 1848 con Luigi Filippo.
I Borbone-Busset esistono ancor oggi.
Ma di Borboni, come sapete, oltre che in Francia, se ne sono potuti contare anche altrove, come in Spagna. Un illustre e attuale Borbone, il Re di Spagna Juan Carlos I è nato in Italia, a Roma, ed ha saputo portare il proprio Paese – dopo una guerra civile e una dittatura come quella di Franco (Francisco Franco Bahamonde, 1892-1975) – sulla via della democratizzazione e verso l’unità europea.
I Borboni di Napoli e di Parma provengono entrambi dal ramo spagnolo.
Tutto questo, il più succintamente possibile e perciò tralasciando, naturalmente, molti particolari.

[2] Su su: un po’ alla volta, poco per volta.

[3] Del personaggio “Borbone” conosco soltanto questo suo soprannome. Ne ignoro sia il nome che il cognome. Ma non credo possa interessare ad alcuno: Borbone è Borbone e basta. “Pennecchio” è invece una persona che non ho conosciuto. Non so neppure se sia esistito realmente.

[4] Mi devo però smentire: giorni or sono (era il giorno 9, e quest’aggiunta è di oggi sabato 20 dicembre 2003] ho incontrato un vecchio conoscente che evidentemente frequentava le sale da ballo in cui ho suonato io per parecchi anni. Con gli amici d’orchestra, infatti, si cantava per scherzo quella canzoncina sul palco delle sale in cui si agiva, insieme alle sambe e alle conghe che andavano di moda a quei tempi. E intendo riportarmi agli anni ‘sessanta, ovvero press’a poco una quarantina di anni fa.
Ebbene, quando m’ha visto, sorridendo, s’è messo spontaneamente a canticchiare i primi curiosi versi della canzoncina di Borbone, ed esattamente i primi della “Strofa”, accennando perciò: “Passando di Via Chiara, ecc.
È proprio grazie a questo veterano amico dell’Orchestra Florìda che ho potuto aggiungere i primi otto versi, che avevo del tutto dimenticati.

[5] “I Giardini”, o “Il Giardino”: la Piazza Matteotti, qui a Empoli.

[6] Quadrangolare castello. Giorgio Vasari, aretino [1511-1574], ce lo raffigura proprio in tal modo.

[7] Stondato: smussato, rotondeggiante.

[8] Una piccola fontana. Ci sono passato a piedi, stasera, in compagnia di mia moglie. Sorpresa: la fontana non c’è già più: sparita nel nulla come tante costruzioni e cimeli del nostro passato, qui e altrove, eliminati, distrutti, chissà, per quali eccelse ragioni.

[9] Tanaglie (come attanagliare), o tenaglie (tardo lat. tenacula), utensile atto a (trat)tenére (piccoli oggetti).

[10] Naiana, luogo, più che semplice via, a est di Empoli, ma che ci raffiguriamo coincidere perlopiù con le vie che grosso modo portano da Piazza della Vittoria (dove è nato il musicista Ferruccio Benvenuto Busoni (1866-1924) e dove – devo dirlo assai più sommessamente – ho abitato io dai due-tre anni fino a circa quando mi sono sposato); da Piazza della Vittoria, dicevo, verso il Ponte di Pontorme, che demarca la località omonima. E qui devo per forza dire anche “località in cui è nato il pittore Iacopo Carrucci, detto appunto il Pontormo (1494-1556). La parte opposta, ossia quella a ovest, ma non la località di Santa Maria a Ripa (zona in cui vi abito ora), era invece chiamata Capecchio. Il nome di quest’ultimo ce lo possiamo immaginare esser derivato da capo, anzi, piccolo capo. Lo si trova, provenendo da lato Pisa, prima di entrare nel vero e proprio centro urbano di Empoli.
Sull’origine del nome Naiana, invece, non saprei riferirvi proprio nulla, a meno che non si voglia pensare ad una zona, questa mia, dove chissà quanto tempo fa vivevano le “nàie”, da cui “naiàna”, appunto; nome comune, elevato poi al grado di toponimico. Naiana, il luogo, potrebbe aver probabilmente coinciso con una zona in cui dimorava quella razza di serpenti, altrimenti detti anche “cobra”; oltretutto velenosissimi.
Ma su questa tesi ho le mie riserve; ne dubito fortemente perché questi Elapìdi (dell’ordine degli Squamati) sono assai diffusi, ma nell’Africa Settentrionale, o comunque vogliono il caldo. Gli Ofìdi, diversamente, cadono in letargo: non mi parrebbe possibile, perciò, che abbiano mai prolificato a queste latitudini; quantomeno nella nostra èra geologica!
Cleopatra, che sembra essersi fatta mordere da un àspide (si tratta sempre di una sorta di cobra), quell’azione l’avrebbe portata a termine – è il caso di dirlo – in Egitto, che è pur sempre una bella calda Africa, anche se questo antico Paese è ubicato in Africa Nordorientale.
Vi sono sincero, ho cercato un po’ di documentarmi, ma non è che abbia capito molto. Per cui, per ciò che riguarda l’argomento serpenti ed anche a proposito del nome Naiana (e non solo), altra scelta non ho che arrendermi, rimanendomene nella più profonda quanto insoddisfacente ignoranza.

[11] Civaie, “cibarie”, “cibaie” (lat. cibaria): mangimi di legumi secchi, e simili, per piccoli animali.

[12] Valvole termoioniche, transistor, integrati. Delle valvole termoioniche, dei transistor, dei circuiti integrati e di altre cose ad essi inerenti ne ho parlato piuttosto diffusamente nel capitolo “Il mio vecchio tavolino” nel libro «Un bicchiere mezzo vuoto». Non sto pertanto a ripetermi.

[13] Long playing, Cd-rom e i dischi in vinile. Sorvolando sui Cd-rom per ovvie ragioni d’attualità, brevemente ricordo che i long playing (o ellepì) erano dischi fonografici a 33⅓ giri al minuto primo. Per primo nacque il classico 78 giri (ma aveva il non lieve difetto di essere di troppo breve durata). Per un non breve periodo convisse, con il long playing, l’extended play (a 45 giri). Fu realizzato anche uno speciale long playing a 16 giri, ma non ha mai attecchito, ritengo per difficoltà tecniche e per il sorgere del Cd-rom, che ha soppiantato, insieme ai dischi in vinile, tutti i relativi apparati.

I dischi in vinile in qualsiasi formato erano incisi, contrariamente alle registrazioni su Cd-rom, da entrambi i lati.

Per i più curiosi, il vinile è un gruppo alchenico che si trova nei composti vinilici. E per i più curiosi ancora dirò che l’alchene è un idrocarburo insaturo a doppio legame, o olefina; il nome alchene deriva da alcano, che è un idrocarburo saturo, cioè senza doppi o tripli legami; ed è detto anche paraffina. In breve – è presto detto -, derivano tutti dalla frazione idrocarburica del petrolio.

Al riguardo degli strumenti atti a riprodurre i suoni, desidero qui ricordarne almeno i principali ideatori, ossia Tommaso Alva Edison (1847-1831), per avere realizzato un ripetitore telegrafico in grado di incidere i punti e le linee caratteristiche del codice Morse, disegnando una traccia a spirale con una piccola punta. Uno stesso messaggio poteva così essere ripetuto più volte senza che fosse necessario l’intervento di un operatore. Ma il 17 luglio del 1877, Edison si rese conto che se il disco veniva fatto ruotare a una velocità abbastanza alta, la puntina emetteva vibrazioni assai assomiglianti al timbro della voce umana. Questa analogia non sfuggi all’intelligente Edison, per cui la medesima tecnica riuscì ad applicarla davvero per la realizzazione del primo fonografo della storia. Era nato il pionieristico fonografo a rullo!

Ma a metà del 1880, un ingegnere tedesco che aveva lavorato presso i laboratori Bell, ossia Emil Berliner (1851-1929) ebbe un’altra idea, che poi risulterà vincente, ovvero di utilizzare un disco in luogo del cilindro. Oltretutto, la puntina non oscilla in tal caso verso l’alto e il basso, ma a destra e a sinistra. E nacque così il Grammofono (in inglese phonograph), che Berliner brevettò puntualmente nel 1887.

Vi erano alcuni inconvenienti di natura tecnica, con l’uso del disco, ma che non sto qui a descrivere; e i vantaggi, rispetto al fonografo a rullo, risultarono peraltro largamente compensati. Tra questi non è da trascurare il fatto che il disco poteva essere riprodotto in più copie identiche e in modo più agevole di quanto si non si potesse fare con l’uso del cilindro.

Molti altri si sono occupati di una così importante invenzione, apportando ciascuno modifiche su modalità di incisione e di riproduzione dei supporti: formati, velocità; ma anche stravaganze e quant’altro.

Per chi avesse ulteriori interessi a tal proposito, l’appendice relativa a queste singolarità ed eccentricità, ossia il capitolo successivo, potrà trovarlo al numero 6088bis. È intitolato “La riproduzione del suono” e occorre soltanto scaricare (gratis) il mio file tuttilibri, tramite il seguente collegamento:

http://www.tommasomazzoni.it oppure http://www.tommasomazzoni.eu

[14] Starebbe lustro se…: povero a lui, guai a lui se…

[15] Costruttori del cacchio: costruttori del c…; da due soldi.

[16] Imbacare: arrovellarsi, tormentarsi il cervello.

[17] Fuliggine: deposito carbonico, come quello che può incrostare camini e tubi!

[18] Strombazzii: strombazzamenti.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back To Top