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Achtung! Minen! – di Claudio Biscarini

Cartelli con la scritta “Achtung! Minen” delimitavano i passaggi nei campi minati tedeschi in tutti i teatri operativi. La mina: arma difensiva per eccellenza. Arma subdola, che uccide militari ma ancor più civili non addestrati a rimuoverla. Durante la seconda guerra mondiale, solo le forze armate del Terzo Reich ne seminarono in tutta Europa e in Nord Africa ben 35 milioni. In Italia, le mine poste dai genieri dei vari eserciti erano 8 milioni, di cui un milione venne tolto di mezzo nel primo anno di una bonifica che, conclusa formalmente nel 1948, non è mai del tutto terminata. Tra le zone più minate d’Italia, il fronte della Heinrich-linie sull’Arno era ai primi posti. Sul greto del fiume, i Pioniere tedeschi avevano seminato le mine S a strappo e percussione, dette Bounging Betty o “mina castrante” dai soldati alleati. Se un incauto avesse pestato uno dei suoi urtanti, o fosse inciampato sul filo teso tra una o più di questi ordigni, magari teso a cavallo di un sentiero, il corpo della mina si alzava all’altezza dell’inguine e lasciava partire una scarica di bilie d’acciaio micidiali. Facevano compagnia a questi ordigni, le mine Schu in legno, a percussione o le Teller, dalla caratteristica forma a piatto, anticarro. Subito dopo il passaggio del fronte, alcuni giovani temerari da Empoli, non sappiamo se con intenzioni lecite o no, avevano preso ad attraversare l’Arno davanti allo sbocco del Rio dei Morticini dalla parte spicchiese, fino a che, un brutto giorno, uno schianto venne udito dalla vicina casa dei fratelli Pietro e Mario Cappelli. Pietro, assieme a un soldato americano, accorse e, sull’argine, giaceva un giovane a cui una mina aveva letteralmente staccato un piede. Raccomandandosi di seguire le sue orme, l’americano avanzò verso il ferito e, assieme all’italiano, riuscì a trarlo in salvo. Ma quanti rimasero per sempre su quell’argine? Lo Stato italiano in accordo con il Governo Militare Alleato, pensò di organizzare delle squadre di sminatori con volontari presi dai vari comuni, da addestrare per iniziare a togliere di mezzo questi ordigni di guerra che rallentavano la ripresa della vita civile ed economica di tutta Italia. Anche a Empoli si formò una di queste squadre. Ma è bene cominciare dall’inizio. Il 27 ottobre 1944, il Sindaco Pietro Ristori rendeva noto che sarà prossimamente tenuto in Empoli, da parte di persona specializzata, un corso per l’addestramento di una squadra che provvederà poi alla ricerca, alla rimozione ed alla esplosione delle mine nel territorio del Comune. Non mancheranno certamente nel comune individui pronti a iscriversi a detto corso, onde sia possibile evitare altre disgrazie oltre alle numerose già avvenute. Tanto durante il corso quanto per le operazioni che effettueranno i suddetti saranno LARGAMENTE retribuiti.[1]Il 1 novembre 1944 era l’ Headquarters Allied Military Government della Florence Province South West District, a firma dell’ufficiale provinciale maggiore Clinkscales,[2] che comunicava la decisione di costituire squadre cercamine comunali. I nominativi dovevano essere inviati alla sede dell’Unione Protezione Antiaerea di Firenze presso Palazzo Medici Riccardi dove, previo esame, dovevano essere considerati mobilitati civili e con trattamento uguale a quello di soldati combattenti. Di poi, i candidati dovevano trasferirsi a Greve in Chianti dove il Comune avrebbe messo a disposizione vitto e alloggio per l’istruttore, Sig. Anglani, e per le squadre, più 25 o 30 forconi da fieno. Il vitto doveva consistere in minestra disidratata, vegetali freschi, pane e pasta. Il corso a Greve sarebbe durato  dai 7 ai 10 giorni dopo di che gli allievi, a seguito di un altro esame, avrebbero avuto un tesserino dell’UNPA  che li dichiarava idonei al lavoro. L’istruttore poi, scelto un capo squadra, inviava gli uomini ognuno al proprio Comune da dove il capo squadra avrebbe preso gli ordini. La paga era di 150 lire al giorno, più l’aggiunta di famiglia, e 5 lire per ogni ordigno scperto ed inutilizzato da dividere tra i membri della squadra. Il vitto doveva consistere in razioni da lavoro pesante.  Il Comune di Empoli doveva mettere a disposizione cinque allievi. Il 22 novembre, Ristori emanava una direttiva in cui, dando notizia che una squadra di concittadini, opportunamente addestrati, sta bonificando il territorio comunale dalle mine seminate dal nemico, chiedeva a tutti coloro che ne erano a conoscenza, di segnalare la presenza di qualsiasi ordigno bellico. Il 29 dello stesso mese, un lungo elenco di segnalazioni arrivò in Comune. Mine venivano segnalate in Piazza Guido Guerra 4, nell’orto dell’abitazione, in via Leonardo da Vinci 16 nella cantina e nella strada, in Piazza 28 ottobre[3], in piazza Umberto I[4], nel negozio di Canto Pretorio, sull’Arno, a Pagnana, Vitiana, Riottoli, Romito, in quel che restava della stazione ferroviaria, nel vicolo della Pretura, in una fossa di Via Avane, in Via Livornese, nella corte di Via del Giglio 7, nelle scuole femminili del Conservatorio della SS. Annunziata, nei campi in Barzino e a Santa Maria. Mine nei poderi Cambi, Pistolesi, Santini, Bagnoli a Pagnana. Il corriere Giuseppe Soldi ne denunziava una in casa, via Ridolfi 72, chiusa nel cassettone, Ulisse Pantani ne aveva nel suo orto in via Carraia 18, Agostino Tagliagambe, via Salvagnoli 3, aveva mine nella strada prospiciente. Altre mine nel piazzale vicino a via De Amicis, in Borghetto e negli orti di Oreste Gattai e Arturo Castaldi rispettivamente in piazza 28 ottobre e via Chiarugi 25. C’erano, poi, i proiettili inesplosi in via Giro delle Mura e in via XX Settembre, in San Martino a Pontorme, in Via Chiarugi e piazza Vittorio Veneto[5], in via della Nave, in via Dainelli e in altre strade e piazze. Bombe d’aereo a Marcignana. Un quadro desolante. Il 9 gennaio 1945, il Sindaco relazionava il Governo Militare Alleato di avere già una squadra addestrata che stava lavorando. Era formata da Ulderigo Mario Mercantini, nato a Portoferraio  il 12 agosto 1894 ma residente in città, con moglie e due figli grandi; Giuseppe Azzolini nato a Porto Ercole il 24 febbraio 1917, celibe residente a Empoli; Giulio Mariotti, nato a Roma il 24 gennaio 1909, residente in città con moglie e tre figli; Iliano Bagni, empolese puro sangue, ma domiciliato a Terni, nato il 27 febbraio 1920 e infine Osvaldo Tognetti di San Miniato ma residente in città, celibe, nato il 20 gennaio 1917. Qualunque siano stati i motivi della loro scelta, non possiamo che definirli almeno uomini coraggiosi. Il 20 gennaio 1945, il maggiore Harris dell’Allied Military Government comunicava che i corsi  d’istruzione si sarebbero tenuti a Fiesole dalle 14 del 29 gennaio con durata di circa 8-10 giorni. Gli uomini, muniti di carta di identità, si dovevano trovare al municipio della città. La retribuzione, intanto, era salita a 180 lire al giorno più le solite 5 lire e l’assicurazione obbligatoria.

Gli allievi dovevano portare con sè anche del denaro per le piccole spese e viaggiare con mezzi propri. Da Empoli partivano Tognetti, Bagni, Mazzolini e Mercantini in quanto Mariotti si era ritirato. Il 29 gennaio 1945 era il  generale Raimondo Voglino, comandante provinciale dell’UNPA, che scriveva al Sindaco di Empoli avvertendolo che  le squadre rimozione mine non dovevano rimuovere e disinnescare le bombe d’aereo, ma limitarsi ad isolarle dal terreno con filo di ferro e paletti a cui aggiungere un cartello con su scritto Bomba d’aereo-Pericolo e avvertire il Comune. Le bombe da 500 libbre e oltre, infatti, necessitavano di una specializzazione per il disinnesco più alta di quella relativa alle mine o proiettili di vario genere. La linea ferroviaria della Leopolda, durante la battaglia del luglio-agosto 1944, era diventata la ultima difesa tedesca prima dell’Arno ed era disseminata di ordigni. Il 13 febbraio 1945, ancora il Voglino chiedeva a Empoli di mandare la sua squadra sminatori a ripulire il tratto ferroviario Empoli-Fucecchio su richiesta del Compartimento FF.SS di Firenze, mentre la squadra fiorentina aveva già ripulito la tratta fra la stazione di  Samminiatello e quella di Carmignano. Ma dove venivano trasportati e con che mezzi, gli esplosivi trovati ed estratti dai terreni? Il 22 febbraio il primo cittadino di Empoli scriveva a Primo Castellani: Come da impegno assunto, vi invito a voler mettere subito a disposizione della squadra dei ricercatori di mine, il camioncino per collocarvi le mine stesse recuperate e trasportarle al luogo designato da questo Comune. Il luogo designato non pareva convincere lo stesso Sindaco che, quattro giorni dopo scriveva al Governatore Civile Alleato di Empoli che le mine e i proiettili, per circa 20 quintali di esplosivo, erano stati portati al mattatoio comunale, situato nelle immediate adiacenze dell’abitato. Con involontaria preveggenza, il primo cittadino scriveva che tale deposito costituisce un vero pericolo, perché se dovesse avvenire qualche esplosione le conseguenze sarebbero gravissime. Si chiedeva quindi, all’ufficiale alleato, di far pressione per far trasportare altrove gli esplosivi. Da ciò si deduce che il luogo designato dal Comune, in realtà, doveva avere l’imprimatur degli alleati per essere considerato tale. Intanto, la squadra empolese era richiesta altrove. Il 3 aprile 1945 l’UNPA ne richiedeva i servigi per sminare  Ponte a Cappiano e chiudere dei tagli operati sull’Usciana dai tedeschi. Ma il Sindaco Gino Ragionieri, sei giorni dopo, rispondeva picche: la squadra di Empoli non si muoveva, date le numerosissime richieste da parte di agricoltori per la bonifica dei campi che ancora sono da coltivare e che sono infestati di mine, specialmente lungo la riva sinistra del fiume Arno. Anche la questione dell’accentramento degli ordigni pareva risolta, almeno temporaneamente. Il 1 giugno  il Comune forniva la notizia che il materiale esplosivo era stato trasportato dai macelli pubblici a Botinaccio presso la località Tomba di Berto in cui erano stati accatastati circa 1500 proiettili e 1000 bombarde più 200 mine di tipo S, più spezzoni, colpi di mortaio e altro materiale. Il 14 giugno, l’UNPA comunicava di cessare il servizio di protezione antiaerea e, di fatto, cedeva al Ministero della Guerra le squadre Bonifica Campi Minati, salvo quelle comunali che sarebbero dipese ancora dal Comune di appartenenza, che doveva sempre inviare rapporti al comando UNPA sulla loro attività. A fine di questo documento, un’annotazione a mano ci rivela che la santabarbara degli ordigni ritrovati era di nuovo stata spostata. Vi si legge, infatti, che il Sindaco rilevava che a Sammontana, i proiettili non sono stati bene sistemati. E quel che si temeva, alla fine avvenne. L’8 luglio 1945 il Sindaco scriveva una lettera al Prefetto di Firenze che si apriva con queste parole: Ieri verso le ore 14 saltò in aria il deposito che era stato costituito da Questa Amministrazione a Sammontana (Montelupo) di tutti i proiettili d’artiglieria e delle mine che le squadre R.C.M. addestrate dall’UNPA, hanno finora raccolto nell’opera di bonificamento del territorio comunale.

Il Ragionieri si era recato subito sul posto e aveva constatato che c’erano stati pochi danni alle case e un solo ferito leggero. La causa, secondo alcuni ufficiali d’artiglieria e il maggiore comandante dei Carabinieri Reali, era probabilmente da ricercarsi nell’autocombustione di un proietto incendiario a causa del caldo. Gli esperti avevano anche dichiarato che il luogo di accatastamento era stato ben scelto e ben tenuto quindi, quel che hanno pubblicato i giornali non corrisponde a verità. Il Sindaco non lesinava critiche alle autorità alleate che non erano intervenute in tempo per la distruzione degli ordigni, specie degli incendiari, fornendone i mezzi come da loro rassicurato. Ma la cosa non finiva lì. Il 1 agosto 1945, i fratelli Ildebrando e Ruggero Gatteschi, abitanti al n. 60 di Via Sammontana, relazionavano la Regia Prefettura di Firenze sui danni subiti dall’esplosione avvenuta il 7 luglio. Essi assommavano al lesionamento della casa colonica di proprietà Gatteschi, che sorgeva vicino al deposito, con danni al tetto e l’asportazione di tre finestre; asportazione del tetto di un magazzino; danneggiamenti ad infissi vari e rottura di ben 52 vetri. In più, nel terreno si erano sparsi diversi proiettili con spoletta. I due proprietari della Fattoria Sammontana in modo chiaro, dichiaravano che la responsabilità dell’accaduto era del Comune che aveva autorizzato l’accatastamento dell’esplosivo vicino alle case e chiedevano al Prefetto che intimasse al Comune di Empoli il rimborso dei danni, visto che già loro avevano da soli provveduto al ripristino delle loro proprietà danneggiate dal passaggio del fronte. Non sappiamo come andò a finire la vertenza. Il 25 settembre 1945, il tenente colonnello Tullio Palmerani, comandante l’84° Distretto Militare di Pistoia, emanava una circolare nella quale si dava la notizia che era stato costituito, in Pistoia e alle sue dipendenze, l’8° Nucleo Bonifica Materiali d’Artiglieria che avrebbe, con automezzi, concorso a ripulire i terreni e tutte le zone ancora da bonificare, dietro ordine del Comando Militare Territoriale di Firenze. Ma, a distanza di mesi dalla fine della guerra, quanti erano ancora i proiettili sparsi nel nostro territorio? Il 7 dicembre 1945 l’artificiere Carlo Bulli e l’ingegner Lenzi in servizio alla stazione ferroviaria, assieme alla Guardia Comunale e al cantoniere Cocchi, trovavano due spezzoni nella zona del Dopolavoro Ferroviario. Al gruppetto si univa il ferroviere Corti e, tutti insieme, trovavano un tubo lanciabombe nella fossa a nord della ferrovia in prossimità del Lazzaretto. Con il Corti, poi, ci si recava al casello n. 35 dove Bulli cercava, invano, una mina che era stata segnalata. In Via della Tinaia n. 29, il colono Gino Cioni segnalava la presenza di proiettili in una fossa che, però, erano spariti. Diversamente, in Via di Carraia presso il colono Valori, lungo una proda era stata trovata una bomba da mortaio da 81 tedesca. Si era poi passati dal colono Napoli, il quale aveva segnalato un’altra bomba da mortaio, ma era sparita. Si era cercato il cantoniere Settimo Vallesi il quale dichiarava che sì, anche lui aveva visto l’ordigno che era sparito da qualche giorno. Anzi, più avanti aveva notato un’altra bomba da 81 mm che, però, si era volatilizzata anch’essa. Non c’è da dubitare delle parole dei testimoni: qualche “furbetto” avrà pensato bene, senza valutare i rischi, di “occuparsi” delle due bombe  magari per andare a pesca in Arno.

Concludiamo, con questo ultimo documento, la nostra carrellata su personaggi ed episodi del dopoguerra quasi totalmente dimenticati anche a livello amministrativo. Uomini coraggiosi, alcuni dei quali ci rimisero la vita o gli arti, che permisero a tutta l’Italia di ripartire sia a livello economico, allora la nostra penisola aveva un’economia prevalentemente agricola, che civile. Per quanto ci riguarda, la sola Amministrazione Comunale di Bologna ha ricordato i suoi sminatori con una serie di lapidi, di cui una nel cortile di Palazzo d’Accursio. Da noi, fortunatamente, anni fa ci volle l’opera meritoria di ricercatore e di scrittore di Carlo Bagnoli[6] per farci conoscere questi oscuri eroi di un tempo passato. Non possiamo che concludere questo nostro modesto ricordo con l’appello, all’Amministrazione Comunale cittadina, di voler ricordare adeguatamente questi cinque cittadini, tra l’altro dipendenti formalmente dall’Amministrazione di allora, che si misero a disposizione, silenziosamente, della comunità.

 

Claudio Biscarini



[1] ASCE, Postunitario, fondo CLN.

[2]Il maggiore Albert S. Clinkscales fu vittima di una rapina a Castelfalfi mentre era ospite a cena. In diversi rapporti della Public Safety dell’Allied Military Government si narra questa vicenda che si concluse con l’arresto di alcuni ex partigiani. Da notare che il Comune di Empoli, con delibera n. 146 del 28 maggio 1945, volle insignire questo ufficiale amministrativo della cittadinanza onoraria: ” il quale ha tanto efficacemente cooperato per la rinascita materiale di Empoli dalle immani rovine della guerra, dando prova della comprensione della nobile Nazione Americana, alla quale egli appartiene, per le necessità vitali degli italiani, risorti dopo oltre un ventennio di schiavitù e barbarie e dalle tragiche conseguenze di una guerra subita non voluta né sentita, a nuova vita democratica e progressista”. La Regia Prefettura di Firenze, giustamente, l’8 luglio 1945 respinse la richiesta in quanto il Clinkscales non aveva avuto, secondo il Prefetto Paternò, eccezionali meriti verso Empoli come la Giunta e il Sindaco Gino Ragionieri avevano ravvisato esistere. Non risulta che simile riconoscimento sia mai stato dato ad alcun ufficiale o soldato delle truppe combattenti di almeno quattro nazionalità, che concorsero alla liberazione della città dal luglio al settembre 1944. Per il furto di Castelfalfi: Cfr. C.Biscarini Storia di un dopoguerra difficile: la rapina di Castelfalfi nei documenti del Governo Militare Alleato  in Miscellanea Storica della Valdelsa, anno CXIII-n. 1-3 (306-308), gennaio-dicembre 2007. Per la vicenda della cittadinanza onoraria ASCE, Postunitario, fondo CLN.

[3] Oggi Piazza Gramsci

[4] Oggi Piazza Matteotti

[5] Piazza della Vittoria

[6] Cfr. C.Bagnoli, L’ultima primavera, Edizioni Erba d’Arno, 2008.

 

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