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Ti voglio bene, Indro – di Tommaso Mazzoni

TI VOGLIO BENE, INDRO [1] – di Tommaso Mazzoni

Stamattina ho posato l’occhio su di un libro: s’intitola «I Ghiribizzi», ed è di uno scrittore che si chiama Roberto Ridolfi[2].
Ma non è per il libro in sé [con i suoi indubbi pregi) di cui desidero interessarmi, bensì della fascetta appósta sulla prima di copertina: è di Indro Montanelli.
Il contenuto della medesima afferma: “Se non è il Ridolfi maggiore è il Ridolfi migliore”[3].
Un paio di considerazioni soltanto, e poi, almeno per oggi, vi lascio alle vostre faccende, cari amici miei.
La prima è che, spesso, per poter ottenere un’efficace piccola frase, occorre sapere chissà quante volte di più di quanto possa sembrare in un primo momento.
La seconda – pur collegata alla prima – è che, senza quel minimo di cultura, alla base di qualsiasi attività intellettiva, si andrebbe davvero poco lontano.
Quindi, e senz’alcun dubbio, a Montanelli non hanno fatto difetto, nemmeno in quest’occasione, né la cultura, né la critica, intesa come evoluto senso di discernimento; né tantomeno l’acume.

Non avevo mai scritto nulla del mio vicino-lontano Indro: vicino perché nativo di Fucecchio (Firenze), a non molti chilometri di distanza da casa mia; vicino perché tantissime cose le condivido (ovviamente non tutte); lontano perché egli vive altrove; ma lontano soprattutto perché egli è famoso giornalista e scrittore e, io, lo sapete bene, sono un dilettante che però ama, come Montanelli, le lettere, se pur non mi senta particolarmente tagliato per l’attività giornalistica. Ma quella sinteticità, zampata di leone assestata da un’autentica persona geniale, mi ha colpito (…senza farmi male; anzi!); e ho inteso perciò di trascriverla per voi.

Mi sarebbe piaciuto anche di farne cassa di risonanza, ma ahimè, i miei mezzi sono quelli che sono. Quello che ho potuto fare l’ho fatto: comprare il libro e leggerlo tutto, e tutto d’un fiato.
Lo so che Indro Montanelli lo conoscevate, e che non vi ho proposto, perciò, niente di nuovo, ma una lettera “aperta” (non so quanto possa essere tale], una lettera d’amore si può anche scrivere – o leggere, come nel vostro caso – più di una volta. E se dico, ad esempio, “ti amo” ad una donna, non è detto che non si possa ridirglielo anche due o più volte; di solito non guasta.
Credo perciò che gli elogi, per questo grande del nostro secolo, non siano mai abbastanza.
E ora? Dovrei anche tentare di concludere. Ma come?
Ritengo che, per un modesto articolo come questo, non sia davvero il caso di dovermene preoccupare. Fatemelo perciò finire a modo mio, succintamente quanto sinceramente: “Ti voglio bene, Indro, anche se non mi conosci”[4].

Tommaso Mazzoni


 

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Note e Riferimenti:

[1] A Indro Montanelli, il 28 giugno 1999, ho inviato copia del presente articolo, su cui ho aggiunto, a penna, oltre alla firma: “Grazie per tutto ciò che fa: arricchisce chi lo lègge e chi l’ascolta”.

[2] Roberto Ridolfi (1899-1991) – A qualcuno cui possa interessare chi sia stato questo studioso fiorentino, riporterò solamente un paio di citazioni, ma assai autorevoli. La prima è di Foresto Niccolai, rinomato scrittore contemporaneo e mio concittadino: “(…]uomo di sterminata cultura, rispettò nel suo lunghissimo lavoro di studioso un iter: prima l’archivista, lo scopritore, poi il biografo, infine il prosatore. E fu proprio come prosatore che si fece conoscere al grande pubblico(…]”. L’altra citazione è del poeta Eugenio Montale (1896-1981, premio Nobel 1975 per la letteratura), riportata dal medesimo Foresto Niccolai in “Brìcciche Fiorentine (Parte sesta, Coppini Tipografi in Firenze): “L’erudizione di Ridolfi non ha ucciso né l’uomo né l’artista; artista fermo nell’espressione e non mai calligrafico, puro senza purismi, vivacemente fiorentino, quasi sempre alieno dai vezzi di chi ricalca dal vivo la parlata toscana”.
Ora, credo, siamo in grado di comprendere maggiormente il nobile atteggiamento di Indro Montanelli, non appena ebbi a fargli il magico nome di Roberto Ridolfi. Ma per ben comprendere a cosa stia alludendo, è necessario leggere almeno le mie due note che seguono.

[3] Il testo originale di Montanelli, alludendo ancora alla fascetta sul libro dello scrittore Roberto Ridolfi, «I Ghiribizzi», dice però testualmente: “Se non sono del Ridolfi maggiore, queste pagine sono certo del Ridolfi migliore” («Corriere della Sera®», 22 giugno 1968]. E quindi non vi ho ravvisato alterazione, né tantomeno stravolgimento, da parte dell’Editore Sansoni® di Firenze, che ne ha tratto la per me azzeccatissima opportunità promozionale.

[4] E invece no. Sabato 29 aprile 2000 mi sono recato a Fucecchio presso il Centro culturale denominato Palazzo della Volta per assistere ad una lezione sul Padule di Fucecchio, lezione-presentazione arricchita di, e con proiezioni di diapositive. In tale occasione, e senza sapere che fosse lì presente, ho avuto modo d’incontrare e di conversare con Indro Montanelli, avendo così una ragione in più per stimarlo.
Perlomeno di volto, ora, mi conosce, perciò: per me è già molto.
Lasciate però che prosegua con ordine, e ne capirete così anche il perché, di questo mio entusiasmo; ed anche perché, un articolo così breve, s’ingrossi per via di tutte queste note.

Il libro presentato tratta, ovviamente, di cose inerenti al Padule, alla sua particolarissima flora (dovuta alla “spinta” dal nord di specie insolite per via delle glaciazioni, ecc.), la sua fauna, le sue acque, le poche costruzioni entro il suo ambito, le abitudini degli antichi frequentatori, nonché numerose altre interessantissime particolarità che, in questa sede, non è il caso di stare a riportare.
Non potevo certo immaginare – anche perché non annunciato né sull’invito né sulle locandine all’uopo predisposte – che, alla presentazione, assieme agli altri illustri relatori, avrebbe partecipato, in carne e ossa, Indro Montanelli.
Ma sentite come sono andate le cose.

Secondo il mio solito, cerco di arrivare sempre abbastanza in anticipo nei luoghi da me prescelti in cui avvenga qualcosa che valga la pena di esser seguìto. E così, nel pomeriggio di quel sabato di cui ho detto, prendo la macchina e parto per Fucecchio. L’appuntamento era previsto per le 17, ma giunsi abbastanza rapidamente al piazzale dove solitamente parcheggio. M’incamminai sulla salita, piuttosto ripida, per raggiungere il Palazzo della Volta, ma, arrivato in quel luogo, al piano terreno non vi trovai nessuno.

Dopo una rapida occhiata all’orologio, dissi fra me: “Sfido che non c’è anima viva: sono appena le quattro!”.
M’avviai comunque su per le scale verso i piani superiori dove, mi ricordavo, sono custodite, fra l’altro, le copie dei giornali di cui Montanelli era stato direttore: una sbirciatina qua e là male non m’avrebbe fatto di sicuro, pensai. Vòlto un angolo, scavalco una soglia il cui uscio era spalancato e… sorpresa!
Indro Montanelli era lì, proprio di faccia a me, dietro una sontuosa ma seria scrivania, mentre s’intratteneva – nell’attesa dell’ora della conferenza (come ho capito dopo) – con alcuni suoi vecchi amici. E che fossero tali lo avvertivo, non solo dalla loro età, ma anche dal tono piuttosto scherzoso e confidenziale che usavano fra di loro.
Io – ve l’immaginate?! – volevo rompere il ghiaccio, il “mio” ghiaccio, dato che Montanelli non mi conosceva.

Titubavo, nel timore di potere apparir loro uno sconosciuto che tentava d’intromettersi nel gruppetto, piuttosto che qualcuno che stava unendosi disinvoltamente a loro, a pieno, o meno pieno, diritto.
Capitò il momento. Ed esordii: – “Tempo fa, Direttore (lo chiamano sempre in questo modo), io Le scrissi per complimentarmi con lei per…, sì per una fascetta appósta a un libro di Roberto Ridolfi…”.
Non mi fece finire, in quel mio attimo d’indugio, anche perché onestamente, il titolo del libro, «I Ghiribizzi», non mi voleva venire a mente. Ma non fu necessario: sospese le più o meno facete battute con gli amici e, rivolgendosi a me con aria che mi parve altrettanto familiare, cominciò a raccontarmi della brava persona che quell’uomo, quello scrittore era, dato che per lungo tempo aveva lavorato con lui al giornale, e di altri particolari che lo riguardavano, e che non è essenziale star qui a riportare.

Non fu nemmeno necessario alimentare la conversazione con tante domande (ma gliene avrei volute fare tante altre), da quanto Montanelli riusciva a destreggiarsi, dicendo cose che, ne sono certo, non vorrebbe riferire a un pubblico più vasto o, per così dire, più titolato.
E mi sentii alquanto lusingato, per tutto ciò; perché non dovrei dirlo?
Continuammo quel dialogo frammezzo alle persone di quel piccolo gruppo, che si restrinse ulteriormente, finché il caro Professor Alberto Malvolti (Presidente della Fondazione Montanelli Bassi), con molto tatto e gentilezza, s’interpose per annunciare, a Indro Montanelli, che c’erano alcuni giornalisti che avrebbero voluto parlare con lui per un’intervista; al che Montanelli aderì subito, generosamente, benché si trattasse di giovani, forse appena appena all’inizio della loro carriera.
Interpongo una parentesi personalissima. Accettatela, leggendola. Vi prego.

Quand’ero giovane e alle prime armi, e iniziavo col fare il rappresentante di macchine da scrivere, non ebbi tanta fortuna. Anche perché il Dirigente Olivetti di Empoli mi aveva affidato solo le ditte più piccole, mentre quelle grandi, con i relativi proporzionali rendimenti, se le controllava personalmente…

Durante uno dei miei “giri”, trovai una volta un tale, che chiamavano Bele ed era titolare o contitolare di una confezione di abiti e impermeabili (a Empoli ve n’erano parecchie). Quando mi presentai a lui dicendo che ero il rappresentante della Società Olivetti® ramo macchine da scrivere, come in realtà lo ero, questi mi additò alle persone che erano con lui (soci o forse collaboratori, non so bene) pronunciando le seguenti parole, che mi sono rimaste impresse a fuoco nell’anima: – “Ecco, guardate – disse con accento a presa di giro -, abbiamo il rappresentante delle… (ben scandendo le sillabe) macchine-da-scrivere-Olivetti!”.

E me l’immagino, la mia figura d’adolescente impacciato, proprio ad una delle mie prime “uscite”. E com’è crudele, a volte, l’uomo, quando gli si presenta davanti chi dimostra d’aver bisogno di lui!
Fu una lezione che mi avrebbe poi servito, certo; ma a quale prezzo pagai quei minuti di “esperienza” sulla mia pelle viva! Io solo da un lato davanti alla porta appena varcata, loro, tutti loro, che, rivolti verso di me, sconosciuto agente di commercio, m’irridevano senza ritegno.

Poco prima delle cinque di pomeriggio di quel sabato 29 aprile 2000 ho così assistito – e, a confronto di quanto era capitato a me, con quale enorme contrasto! – anche a una lezione di munificenza, di magnanimità: quella del giornalista affermato, anzi, celebre, che non ci pensa nemmeno minimamente a far pesare un alcunché su quei pressoché imberbi giovani.

Con maggior ragione, perciò, desidero ripetere, e vorrei farlo ad altissima voce: “Ti voglio bene, Indro!”. E ho così realizzato questo mio desiderio, vox clamantis in deserto (per dirla col profeta Isaia), attraverso il presente mio povero mezzo; ma l’ho fatto.

Poi scendemmo, e ognuno prese il proprio posto: Montanelli, in alto, sulla sedia posta sulla pedana insieme agli altri relatori; io, sulla mia seggiolina, mescolato a tutto il numeroso pubblico presente.

… il sogno, quel breve ed intenso sogno, però, nessuno potrà cancellarmelo più.

Oggi, domenica 22 luglio 2001, apprendo che Indro Montanelli, questo grande del Novecento, è purtroppo deceduto.
Non ritengo di aggiungere qui un commento, pur intendendo esprimere il cordoglio più sentito e – lo comprendete benissimo – oltretutto sincero.
In certo qual modo, paradossalmente, mi sembrerebbe quasi di dover modificare il titolo del presente articolo da: “Ti voglio bene, Indro” a: “Ti ho voluto bene, Indro”.
Non lo farò, naturalmente, anche perché il ricordo, ne sono più che certo, mi seguirà in questo mio scorcio di vita. E sarà come se dovessi continuare ad ascoltarlo ed a leggere i suoi commenti sulle attualità e i fatti salienti, con le sue battute, le sue frecciate e tutti i suoi sbotti. Né ovviamente mutano, per la sua scomparsa, i miei sentimenti verso di lui.
Una perdita gravissima, purtroppo, per il giornalismo, per la nostra Cultura.
E, qualsiasi cosa pensiate di Lui, io ne soffro: la sua scomparsa, come ogni morte, la sto vivendo anch’io come se fossi rimasto “più orfano”; come un tradimento[5].
Proprio stamani, lunedì 23, il giorno dopo la sua dipartita, sul “Corriere della Sera”, in quello che una volta era il “suo” giornale, è comparso il seguente titolo in testa della prima pagina:

 

Addio a Montanelli, un Grande Italiano

 

Subito sotto, di apertura, il… necrologio, elaborato dal Giornalista scomparso. Sentite che cos’ha dettato, di se stesso (il 18 luglio, come si legge nel testo), Indro Montanelli:

 

Mercoledì 18 Luglio,

ore 1,40 del mattino 

Giunto al termine della sua

lunga e tormentata esistenza

Indro Montanelli

giornalista 

Fucecchio 1909, Milano 2001

 

Prende congedo dai suoi lettori

ringraziandoli dell’affetto e della

fedeltà con cui lo hanno seguito.

Le sue cremate ceneri siano

raccolte in un’urna fissata alla

base, ma non murata, sopra il

loculo di sua madre Maddalena

nella modesta cappella di Fucecchio.

Non sono gradite né cerimonie

religiose, né commemorazioni civili.

 

Giunti a questo punto del mio elogio al Montanelli-persona, elogio che strada facendo mi s’è purtroppo trasformato in necrologio, tento di uscirne per chiudere queste note a pie’ di pagina in altro modo.
Ritenendo, quasi per assurdo, che sia possibile che qualcuno non abbia mai letto nulla, di questo famoso Scrittore, e non intendendo riportare qui lunghi Suoi elaborati, mi ha giusto offerto l’occasione mio figlio, Gabriele, col segnalarmi una Sua massima. M’è parsa un’affermazione dotta e ad un tempo pratica e reale, da uomo come Montanelli era fatto:
«Anche quando avremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall’interno della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole».
Ve l’ho trascritta, sicuro che anche coloro che hanno letto più e più volte Suoi lavori, o da giornalista o come scrittore, Lo ritroveranno in tutta la Sua prorompente razionalità e, seppure in modo implicito, anche con tutta la Sua voluta, e non certo secondaria, componente etica.
Del resto, è il grande Giacomo Leopardi (1798-1837) che ci fa presente che «L’abuso e la disubbidienza alla legge non può essere impedita da nessuna legge». Quindi – e purtroppo – in piena coerenza con quanto afferma Montanelli stesso.

[5] L’espressione l’ho mutuata, per via analogica, dal serio e bravo giornalista Alain Elkann, che è stato assai legato professionalmente con Indro Montanelli.

Per gentile concessione

TOMMASO MAZZONI  Firenze, martedì 16 giugno 1999 8.25.

 

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