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Silvano Salvadori: Vincenzo da Filicaia e l’Ambrogiana

UN VERO TOSCANO: VINCENZO DA FILICAIA

Monti superbi, la cui fronte alpina.

Fa di se contra i Venti argine, e sponda :

Valli beate, per cui d’onda in onda

L’Arno con passo signoril cammina :

 

Bei soggiorni, ove par, ch’ abbiansi eletto

Le Grazie il seggio, e come in suo confine,

Sia di Natura il bel tutto ristretto:

Con queste parole il poeta Vincenzo da Filicaia, nel ritornare da Firenze all’amata villa di Figline (oggi a S. Antonio di Montaione), descriveva la nostra valle nelle “Poesie Toscane”, pubblicate alla sua morte nel 1707. Famosissimo a suo tempo e comunque fra i maggiori poeti del seicento appartenuti all’Arcadia, emerito dell’accademia della Crusca, il Filicaia dedicò anche una poesia alla costruzione, da parte di Cosimo III, del convento di S. Pietro d’Alcantara presso la Villa medicea di Montelupo F.no.

La ripubblichiamo come auspicio alla prossima nuova destinazione del Manicomio Criminale.

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Immagine di pubblico dominio


Per la Fondazione del Convento e della Chiesa de PP di S. Pietro d’Alcantara[1] all’Ambrogiana.

Al Serenissimo

GRANDUCA DI TOSCANA

Ottave 28

I

S’io presto fede al proprio sguardo, e fede

pur’anco a me fresca memoria serba;

qui dove umil religiosa Sede

giace accanto a Real mole superba[2],

premea poc’anzi solitario piede

aride zolle, e nuda arena, ed erba.

Par dubbio ancor nell’evidenza il vero,

e attonito col ver pugna il pensiero.

II

Crebbe il sacro Edificio, e col sovrano

saggio voler, che dell’Etruria è fato,

pien di splendido zelo il Re Toscano

gli diè principio, accrescimento, e stato;

e nel suolo Tirren di propria mano,

fin dall’ispane region traslato

arbor nuovo piantò, ch’entro, e di fuore,

spira gentil di Santitate odore.

III

Arbor, che in Umbria, e poi in Etruria nacque,

là dell’Alvernia[3] sul gran giogo alpestre,

come d’Assisi al Serafin già piacque

di Povertade, e d’Umiltà Maestro;

arbor, che tutta poi la Terra, e l’acque

adombrò coi bei rami, e nel cui destro,

e manco lato il piè fermaro, e in tante

guise fer nido le Virtù più sante.

IV

Ma dove scorre il nobil Tago, e dove

L’aurato dorso Alcantara gli preme[4],

più s’alzò la gran Pianta, e più che altrove

rinnovellò dei frutti suoi la speme;

però che Pietro in vigorose, e nuove

forme non pur la dilatò, ma insieme

spuntar sul vecchio Tronco alta, ed austera

vermena feo di Santità severa[5].

V

Ond’è, che Cosimo con quel suo sì pio

Gran cuor, che al Soglio nuovi freggi aggiunse,

l’Ispan germoglio al Tosco Arbor natio,

qual tronca parte, al tutto suo congiunse,

e ‘l rampollo a nudrir sì grato a Dio,

cultori eletti a suo talento assunse,

di cui tra tutti di Francesco i Figli,

non vi ha chi meglio il Genitor somigli.

VI

Col triplice[6] Nemico in Campo aperto

Pugnar sovente, e riportar la palma[7]:

vincer se stessi, e far, che premio certo

sia l’Opra sempre al forte oprar dell’Alma:

far, che del Corpo incrudelir sia merto:

far, che fuora in tempesta, e dentro in calma

stiasi lo spirto, e in quel, che a’ sensi spiace,

trovi conforto, e compiacenza, e pace.

VII

Ruvide vesti, e breve sonno, e vitto

Usar semplice, e parco, e parchi accenti;

aitar l’oppresso, e consolar l’afflitto,

e insegnar, come Dio s’ami, e paventi,

e qual torto sentiero, e qual sia dritto,

e quai dietro al piacer vengan tormenti:

son di questi di Dio Servi, ed Amici,

l’Opre men belle, e i più volgari offici.

VIII

Da questi esempio di Virtù perfetta

Cosimo non so, se più riceva, o dia;

Cosimo, che sol per buon l’ottimo accetta,

e per calle non trito al Ciel s’invia.

Questi ei mira, e mirar forse il diletta

L’imago in lor di sua bontà natia.

Ma reciproco è ‘l guardo; e in simil guisa

Eglino in Cosimo, e Cosimo in lor s’affisa.

IX

Il mirar quegli, e veggion di Natura

l’alto, e nuovo miracol, che a’ dì nostri,

è tocco in sorte, e che all’Età futura,

forse un giorno avverrà, ch’i’ adombri, e mostri:

veggion, com’ei più, che le Regie Mura[8]

l’ombre gode abitar de’ sacri Chiostri,

e dalla sola maestà difeso,

ivi depor dell’alte cure il peso.

X

Veglia ivi Cosimo in un beato sonno,

e de’ sensi disciolto a Dio sen vola:

ivi oblia se medesmo, e di se donno

tai cose apprende in quell’eccelsa Scuola,

che sollevar sopra le Sfere il ponno,

e voci ode, il cui suon l’Alma consola,

interne voci di lassù discese,

a lui dirette, e da lui solo intese.

XI

Quindi apprende le forme, onde con tanta

giustizia, e pace il Tosco Impero ei regge,

e sterpa i Vizi, e le Virtù vi pianta,

e i buoni esalta, e i trasgressor corregge:

quindi l’alta Pietà, quindi la santa

dritta Ragion, che alle sue leggi è legge,

e la severa gravità, che in fasce

i vezzi uccide del Piacer, che nasce:

XII

quindi il coraggio, ond’ei d’Etruria il nerbo,

ben mille a prova Cavalieri eletti[9],

a trar l’orgoglio all’Ottoman superbo

spinge su i Toschi legni, e par, che affretti

le vele, e i Venti, onde ‘l gran giogo acerbo

scuota il Giordano[10], e libertade aspetti.

E apprenda l’Asia, che del tutto spento

non è il prisco Tirreno alto ardimento.

XIII

Che se da i liti, ove l’Eussin[11] risuona,

e bagna il suol, cui Costantin già tenne,

col premio eccelso di mural Corona[12]

fia, che un dì tornin le Toscane Antenne,

di nuove edere colte in Elicona

adorno il crin, vo’ con robuste penne

alzarmi all’Etra[13], e mille poi devoto

appender Carmi a queste Mura in voto:

XIV

e dir, che qui del Re d’Etruria il zelo,

alla Pietà sacro edificio eresse:

qui segreti commerci ebbe col Cielo,

ed orme qui d’alta Bontade impresse,

e qui fiorir, come in lor proprio stelo

feo le Virtudi, e qui spuntar la messe

delle bell’Opre altere, il cui giocondo

aspetto illustra, e fa più bello il Mondo.

XV

Io qui frattanto del più fino, e ardente

stil farò scelta, onde l’oblio nol dome,

e a questi Poggi risonar sovente

insegnerò del Tosco Rege il Nome,

e quando a lui del barbaro Oriente

cedran l’armi, o rintuzzate, o dome,

porterollo fors’anco in tutte quattro

parti del Mondo, e Tile[14] udrallo, e Battro[15].


Se presto fede a quanto mi ricordo, in poco tempo dove c’era arida terra ora c’è questo sito religioso, accanto alla Villa e quasi non mi sembra vero.

Merito del sovrano dell’Etruria è aver piantato qui dalla Spagna questo albero odoroso di santità col questa costruzione. La fede di Francesco, che da Assisi approdò a la Verna, dove il Serafino lo fece maestro di povertà e umiltà, si diffuse per tutta la terra diffondendo le sue virtù. Ma soprattutto ad Alcantara si perfezionò la sua pratica con Pietro che la rinnovò ancor più per austerità.

Perciò Cosimo lo innestò in Toscana portandovi quei figli che continuano l’opera di Francesco. Le loro virtù  si mostrano nel combattere Satana, incrudendo il corpo, col reprimere i sensi, ed esaltando la pace dello spirito: vita severa, silenziosa, parca, rivolta ad aiutare gli altri che soffrono, nell’obbedienza a Dio, mostrando la diretta via.

Cosimo in empatia con loro ha gli stessi fini di edificazione. Qui lui stesso si riposa degli affanni confortandosi in Dio e consolandosi di colloqui celesti. Ma riceve anche direttive sul modo di esercitare il potere politico e, quale buon padre, migliora con virtù i suoi sudditi. Non solo, ma vuole anche muovere contro i turchi per liberare la Terrasanta.

Progetta di riportare una flotta a queste imprese, così che torni incoronata di fronde classiche ed io qui ne canterò fino al cielo la gloria. Qui, a queste mura dove fioriscono le virtù che abbelliranno il mondo, la mia poesia renderà eterna questa impresa che risuonerà ogni dove, con il nome del sovrano, fino all’occidente e oriente del mondo.

SILVANO SALVADORI


[1] Pietro d’Alcántara, al secolo Juan Garavita (Alcántara, 1499 – Arenas, 18 ottobre 1562), fu un sacerdote spagnolo dell’Ordine dei Frati Minori: da una sua riforma introdotta nella famiglia francescana ebbe origine il ramo degli scalzi. È stato proclamato santo nel 1669 da papa Clemente IX. Ispirò a S. Teresa d’Avila il suo primo convento e le diresse diverse lettere

[2] La villa dell’Ambrogiana, oggi Manicomio Criminale

[3] E’ in latino il nome de “La Verna”. Ma Alwernia è anche un piccolo comune della Polonia a 36 km da Cracovia; vi fu costruito un monastero dell’ordine di San Bernardo tra il 1625 e il 1656. La chiesa risale al periodo 1630-1676. Ma anche Filippo Longo, settimo compagno di S. Francesco si ritirò a predicare in Francia, nella regione ugualmente detta dell’Alvernia, dove morì nel 1259.

[4] Forse riferimento all’imponente ponte romano che ad Alcantara congiunge le sponde del Tago

[5] La regola da lui riformata dei Frati Scalzi era assai rigida

[6] Il Demonio che ha tentato Cristo tre volte, a cui i francescani rispondono con tre virtù: i piaceri carnali dell’uomo (prima tentazione, vinta con la virtù della castità); il successo e il potere mondani (seconda tentazione, vinta con la virtù della povertà); l’autonomia dal volere divino (terza tentazione, vinta con la virtù dell’obbedienza). Questo schema ternario è alla base della triplice rinuncia o promessa battesimale.

[7] La palma della vittoria.

[8] Le mura della villa dell’Ambrogiana. Cosimo preferisce l’ombra dei chiostri conventuali.

[9] I Cavalieri del Sacro Militare Ordine di S. Stefano, fondato nel 1561, ebbero per Gran Maestro  Cosimo I e poi i suoi successori medicei; la sua missione era di liberare il Mediterraneo dai pirati musulmani e i cristiani dalla schiavitù ottomana.

[10] Auspica che la Terrasanta sia liberato dal giogo turco.v

[11] Il Mar Nero

[12] La corona murale, in oro, era la massima onorificenza dell’Impero romano per chi per primo conquistava una città assediata.

[13] Qui sta per etere, cielo.

[14] Tule, terra mitica di una ideale lontananza collocata a ovet

[15] Baktria, antica capitale della Bactriana, era situata nell’odierno nord dell’Afghanistan. Provincia dell’impero macedone ad est.

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