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Ricordo del Prof. Tuci – di Roberto Taviani

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Roberto Taviani ci invia con preghiera di pubblicazione questo interessante articolo sulla figura del Prof. Tuci, rinomato medico che ha lavorato all’Ospedale San Giuseppe di Empoli.

Allora frequentavo assiduamente le sale operatorie, da grande volevo fare il chirurgo.

Avevo un Primario Chirurgo, una sintesi di “Barone”, “padrone del vapore”, “padre padrone”, con le Sue fisse, discreto figlio di buona donna, (non l’oncologo), professionalmente ben preparato, apparentemente sensibile ai problemi del Paziente… (a suo tempo spesso e volentieri spesso contestato dal sottoscritto, ora, col senno di poi, e con le cose viste e vissute in seguito, molto rivalutato). (Almeno per la professionalità, intesa come manualità chirurgica, cultura medica, organizzazione del reparto, mancanza di ipocrisia).

Al termine delle lunghe sedute operatorie, aveva la buona abitudine… di dare personalmente le notizie ai Parenti degli Operati.

(A quei tempi non c’era il consenso informato, non si sapeva nemmeno cosa fosse, era pressi che al Paziente venisse detto, oppure neanche, che aveva le emorroidi, e poi si ritrovasse con una colostomia, o col “sacchetto”, come si diceva da parte dei pazienti e affini, oppure che aveva un nodulino della mammella e si ritrovava mastectomizzata con svuotamento dell’ascella, e magari … così è meglio, veniva inviata in radioterapia, la chemio ancora no, perché non c’era).

Naturalmente tutti dovevamo assistere a questo rito del “dare le notizie”, dall’aiuto più anziano all’assistentino ultimo arrivato… Era normale così.

Era proprio un rito. Nella presala operatoria, di fronte ai lavandini, dove ci si lavava prima di cominciare gli interventi, senza neanche cambiarsi di camice,. A volte Lui si metteva una vestaglia da camera.

Aveva uno studiolo, molto angusto, di poco più di un metro quadro, dove si rifugiava quando si staccava dal tavolo operatorio, e se c’era il tempo, mentre l’aiuto anziano chiudeva l’addome, mangiava qualcosa e si metteva questa famosa vestaglia…

… Attento a non cucirgli un’ansa, non ci lasciare garze etc…, urlava spesso verso la sala. Ma non era neanche un urlare, era un porgere a modo suo, dei consigli, quasi sempre gli stessi, a voce alta, in modo da essere capito di la, da chi aveva lasciato a chiudere…

Quando si presentava con la famosa vestaglia, se non fosse stato perché lo conoscevano tutti, si sarebbe potuto ben sbagliare per un convalescente… un po’ originale, che era entrato in sala per sbaglio…

Ora tarda, ambiente piuttosto angusto. Un po’ di fame. Stanchezza quanto basta. Verde dappertutto, camici, mattonelle, forse anche le nostre facce. L’infermeiere quasi sempre lo stesso, col foglietto della lista, sull’uscio, faceva entrare i Parenti, parli col Professore…

Di solito persone piuttosto umili, ma anche di quelli che sapevano di penna… (e secondo Lui erano i peggiori… i famosi “mus cogitans. Topi ragionatori) o come diceva sempre Lui,… vanghilografi. Entravano annichiliti, spaesati, terrorizzati, ansiosi…

Faceva vedere un vassoio col Pezzo Operatorio, dicendo: “vedi caro (allora il Tu era normale) questo è quello che ho tolto al tuo figlio…, babbo…, moglie… è un tumore, ho fatto una buona pulizia. In genere il Parente che aveva la forza di parlare ancora diceva:  ma è un tumore? Diamine, un tumore cattivo… Ma come andrà – speriamo bene. Si scomodava il solito Padreterno. A volte il Parente insisteva. Ma un tumore maligno o benigno?? Maligno caro. Ma davvero? – si proprio… davvero, allora… Allora,… alzava il tono della voce, alzava la spalla (aveva dei Tic), sembrava si irrigidisse, e diceva solenne, quasi arrabbiandosi che il povero cristo non capiva, e forse anche prendendosela con se stesso che non era riuscito a farsi capire…: Ha un cancraccio, hai capito… Dio C… E avanti il prossimo.

(Se il Parente si scordava di dire “grazie professore”… Piccini ringrazia… Diceva lui. Piccini era l’infermiere di sala che introduceva e faceva accomodare fuori i parenti.)

Questa era l’informazione “fine anni 60”, Toscana.

Buon Ospedale, (generale provinciale, si diceva allora), buon chirurgo, equipe affiatata, disposta a far tardi, buona cultura medica,bicipiti discreti… con tutto l’allenamento ai divaricatori che si faceva, personale rispettoso…, mortalità post operatoria quasi nulla, complicanze inesistenti davvero, chirurgia elevata per quei tempi.

… Comica, tragica,… allora “sembrava normale così”…

Ettore (mi chiamava così).

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