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note autobiografiche di Ferruccio Busoni – di Silvano Salvadori

EMPOLI NEI RICORDI DI FERRUCCIO BUSONI

busto ritratto eseguito da Bruno Antonini.

L’imminenza del caso genealogico consigliò a mio padre l’idea di rifugiarsi a Empoli, suo paese nativo, dove attorniato da una grande tribù di parenti – giunsi nella difficoltà quasi disperata di ammirare la luce del giorno , il di 1° aprile 1866, che fu una Domenica di Pasqua.
Empoli -situata Fra Firenze e Pisa- scansata dai forestieri e rimasta perciò vergine nella sua cultura toscana, si impone primariamente all’olfatto per le esalazione delle sue concerie di pelli e delle fabbriche di fiammiferi di zolfo; al contrario al tempo della mia nascita negativamente alla vista, per la mancanza di illuminazione a gas. Rimasta piuttosto commerciale e industriosa non offre che pochi indizi dell’arte toscana. La piazza mostra la facciata di una chiesa “di stile purissimo” e senza alcuno slancio; di fronte ad essa una fontana guarnita di quattro leoni di marmo, dei quali due si asserisce essere “d’autore”; si lascia del resto allo studioso d’arte o all’amatore la cura di decidere qual sia la coppia cui si approprii questa prerogativa. Un po’ fuori del centro si stende il “Campaccio”, piazzale vastissimo e non lastricato, dedicato al mercato dei cavalli. Ed è in una delle casupole che lo circondano, che venni al mondo.

Degna di nota fu ad Empoli la celebrazione del “Volo dell’asino” che si operava fino a pochi anni fa, nel giorno del “corpus Domini”. Questa cerimonia scherzosa si rivolgeva contro i volterrana, i quali incautamente avevano sostenuto, che sarebbe altrettanto possibile agli Empolesi di vincerli, che di far volare un asino. Vinsero i prodi Empolesi e per giunta dimostrarono che anche un asino potrebbe volare.
L’idea dell’aviazione animalesca veniva concepita ed eseguita semplicemente. Si portava un asino sull’alto del campanile e di là lo si faceva scendere per mezzo d’un canapo. Per accrescere l’illusione si applicava alla bestiola un paio d’ali dorate. A quanto io sappia, fu questa l’unica forma per la quale Empoli potesse vantare una specie di Pègaso. Chè di poeti non ne conta nessuno e l’unico nome giunto ad una qualche celebrità rimane finora quello d’un certo Jacopo pittore.
So che fui portato via dal paese all’età di undici mesi, e che due ani dopo io mi trovavo coi miei genitori a Parigi.

 (Frammento autobiografico, febbraio del 1909, in taliano, spedito a Emilio Anzoletti)

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