skip to Main Content

Mario Bini: Siamo come manovali che bordano la calcina per capomastri inesistenti…

STORIA VERA, NON STORIELLE FU L’IMPEGNO DI MARIO BINI

Giuliano Lastraioli

Mario Bini, insieme al Presidente Gronchi

Mario Bini, insieme al Presidente Gronchi

Da: Il Segno di Empoli, Settembre 2000, n. 51

Se il mondo non andrà a gambe all’aria e la globalizzazione non soverchierà le realtà territoriali, qualcuno dovrà pure occuparsi, foss’altro anche un superstite romito rimpiattato al lume di candela in qualche sottoscala, della cultura empolese nel XX secolo. E si imbatterà necessariamente in un personaggio di minuti contorni, di evanescente figura, di sommessa presenza, ma – per converso – di rilievo fortissimo in termini di incisività e di influenza. Mario Bini, “Betto” per gli habitués del bar Bernardino, mitico ritrovo della gioventù studente­sca d’anteguerra, “il dottorino” per i suoi dipendenti nella conceria Del Vivo, moriva improvvisamente il 13 giugno 1980, poco più che sessantenne, quando ancora era dato attendersi, col compimento della sua giornata professionale, la fruttuosa sintesi di un indefesso lavoro notturno nel campo della storiografia empolese.

Laureato giovanissimo in chimica pura e dirigente industriale di riconosciuto valore, Bini avvertì tardi la vocazione dello storico con l’impatto occasionale nell’archivio Salvagnoli di Corniola. La soda preparazione umanistica già acquisita al liceo gli permise tranquillamente di navigare sicuro tra le antiche carte, sussidiato dal rigore analitico proprio della disciplina scientifica praticata in grazia dell’impiego.

Nacque così, quasi per combinazione di convergenti concause, lo storico principe di Empoli e degli empolesi Si era nel 1957. Tramontata la stagione dei vecchi maestri, morti il Mancini e il Fabiani, sopravvivevano soltanto il Masi, il Chianini e il Mannucci, ma per ottenere qualcosa da questi cagionevoli valentuomini, bisognava davvero tenergli la penna in mano. Mario Bini capì subito che per dare nuovo impulso alla storiografia locale si doveva creare un supporto editoriale e associativo stabile e garantito.

L’istituzione della Pro Empoli, di cui fu anima e presidente a vita, era dettata appunto, nelle sue immediate intenzioni, dall’esigenza di fornire la base organica per impiantare una rassegna periodica di studi storici empolesi.

Detto fatto: avviata la Pro Empoli, uscì senza indugio il primo numero del Bullettino. Non è questo il luogo per parlare della rivista, di cui è stato appena pubblicato l’indice quarantennale. Basterà ricordare che per ventitrè anni  Mario Bini ne fu l’indiscusso pilota e, in cospicua parte, il compilatore. Le sue personali pubblicazioni si trovano tutte all’interno del Bullettino e vanno dai saggi di ricerca originale all’edizione accurata e filologicamente severa di testi inediti o rari di autori empolesi. Tanta gente è tributaria di Bini per consulenze, suggerimenti e disinteressati interventi di redazione e di editing volti a rendere presentabili certi scritti che altrimenti non sarebbero mai decentemente assurti alla dignità della stampa. La mano di Mario era leggera, di altissimo artigianato, ma il suo stile, non immune da vezzi cruscanti, emerge spesso nella sua inconfondibile peculiarità, densa di preziosismi e di benevola ironia.

E’ difficile non ripetersi senza indulgere nel panegirico dopo che in varie sedi e circostanze mi sono trovato a commemorarlo. Non voglio cadere qui nel piagnisteo celebrativo, ma piuttosto evocare un Mario vivo e attivo, in Pro Empoli, nel Bullettino e in Rotary e in cento altri momenti di promozione nel dell’immagine di questa città,
omologata fin che si vuole, ma sempre amata dai suoi figli migliori.

Ventitré anni di sodalizio amicale e operativo non sono una bùggera. Fu lui, ai primordi della sua “conversione” dai polimeri agli studi storici, a cercarmi sulla metà degli anni Cinquanta, mentre ero immerso in una ricerca, allora pionieristica, sugli statuti municipali dei comuni minori che doveva sfociare nella mia tesi di laurea in storia del diritto italiano. Benché reduce da un accidentato passaggio nella stampa quotidiana, ero ancora un ragazzotto poco più che ventenne, per cui rimasi lusingato dalla proposta di collaborare al varo di una rivista di storia empolese rivoltami dall’affermato manager di un’importante impresa industriale che dimostrava assai più dei suoi trentott’anni.

Il primo numero del Bullettino denuncia, come suol dirsi, lo stato dell’opera e delle rispettive esperienze del momento: lui usciva dall’archivio di casa Salvagnoli e pubblicò la prima puntata sulle vicissitudini di quella famiglia; io elaborai una sommaria informazione su quello che avevo appena imparato dei vecchi statuti di Empoli, Pontorme e Monterappoli. Non era gran cosa, nel complesso, ma fu sufficiente per prenderò il largo. Il séguito lo ha catalogato Mauro Guerrini nel fascicolo del quarantennio e non é poca cosa. Nelle relazioni personali con Mario non fu semplice passare dal rispettoso “lei” al confidenziale “tu”, tanta era la signorile riservatezza dei suoi modi, che veniva a stemperarsi in dimestichezza solo a ragion veduta, nonostante l’innata mitezza del carattere, non disgiunta da un humour di stampo più inglese che toscano. Certi suoi calembours non avevano nulla da invidiare a Longanesi o a Flaiano, tanto erano mordaci. Un esempio: “Tizio, oculista, ha fatto i soldi a suon di colliri; suo cugino, invece, industriale decotto, li ha salvati coll’IRI “.

Mario, empolese di razza nato in via del Noce (guai a dire o scrivere via della Noce!), ap­parteneva a quella generazione di brillanti cervelli apparsa nell’arengo delle professioni liberali durante la seconda guerra mondiale: Sergio Cecchi, Renato Rosselli, Renato Simoncini, per le lettere; Eugenio Manetti e Giorgio Gambassi per il diritto; Piero Natali, Pierluigi masi e tanti altri per la medicina. Era dunque un titolo di merito potersi inserire nella sua cerchia già collaudata dal successo, dove Mario Bini svolgeva un ruolo primario, non soltanto per erudizione, ma soprattutto per eccezionali prerogative di simpatia e di bonarietà che lo rendevano un vero polo di aggregazione. In proposito basterebbe rammentare la sua preminente autorità nel Rotary Club, di cui fu per molti anni una colonna portante.

A conti fatti si può concludere che l’eredità di Mario Bini non è racchiusa esclusivamente nei suoi scritti e nelle sue edizioni, che pure hanno segnato la cultura empolese nella seconda metà del Novecento, ma vive ancora nei suoi insegnamenti e nella sua scuola, esercitata da ultimo presso l’archivio storico della Collegiata, dove transitò una vera processione di attentissimi allievi, alcuni dei quali sono poi ascesi ai più alti livelli scientifici ed accademici: Fausto Berti, Mauro Guerrini, Mario Montorzi, non senza dimenticare, modesto ma non per questo meno significativo, il povero Piero Tinagli, che più di tutti gli fu vicino negli ultimi anni.

Con me non smise mai di lamentare il tempo che spendevo nell’avvocatura a detrimento del lavoro di storico. Bella forza! Mario fu scapolo impenitente e non aveva figlioli da campare. Col Bullettino non si metteva certo il lesso in pentola. Ci fu addirittura un periodo in cui, d’intesa con Antonino da Empoli, brigò per sviarmi verso una sinecura romana pur di farmi cambiare mestiere e di legarmi a un più tranquillo scrittoio.

Seguire la sua traccia non è stato facile. I tempi semmai sono cambiati in peggio. Forse aveva ragione “il dottorino” quando nel suo aristocratico disincanto, una sera che lo avevo accompagnato a vedere il pozzo del Borgo di Santa Fiora, nel piano della Bastia, mi disse: “Lastra, non ci portare più nessuno. A sapere queste cose, meno siamo e meglio è. Siamo come manovali che bordano la calcina per capomastri inesistenti”.

Giuliano Lastraioli

Nota di programma di Paolo Pianigiani e di Carlo Pagliai:

Iniziamo, con questo articolo di Giuliano Lastraioli, a pubblicare una serie di testi che riguardano Mario Bini. Un empolese di altri tempi, a cui, pur nella distanza siderale, ci sentiamo legati per l’attaccamento che ebbe alle vie d’Empoli e alle sue mura. Nato in via del Noce: Mario Bini sta tutto in questa frase, e in quella che abbiamo riportato nel titolo. Fu lui a ricominciare con le ricerche storiche sulla nostra città, appassionandosi con l’entusiamo dei ragazzi e la serietà degli storici veri. A lui dobbiamo il recupero e la trascrizione di testi essenziali per noi, come lo Zibaldone del Figlinesi o il Della Storia d’Empoli, di Vincenzio Chiarugi, che non per caso ha dato il nome alla nostra iniziativa di divulgazione e ricerca culturale. Umberto Bini, nipote di Mario, ci ha dato volentieri il nulla osta a pubblicare quanto ci sarà possibile. E noi prendiamo molto sul serio questo incarico, certissimi di raccontare la vita, e far conoscere in parte le opere, di un nostro grande concittadino, esempio e riferimento per tutti noi.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back To Top