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Il Bargello: Durare

Mi sono chiesto spesso se valga la pena di occuparsi di storia locale, intesa nel senso di ricerca erudita su vicende e personaggi di un determinato territorio, nella specie l’Empolese-Valdelsa.

Eppure, fin da ragazzo, non ho mai cessato per un sol giorno di condurre quel tipo di studi, assolutamente sterili sotto il profilo del guiderdone pratico, morale e (come dicono i ganzi delle accademie) culturale.

A questo punto morirò col Repetti sul comodino, a meno di non imbroccare per somma sventura in un corposo saggio della Bellucci o nella ennesima indagine lapidaria del Santini.

Dicono che non esista niente di creativo in tal genere di attività mentale e che tutto si risolva nel rabberciare dati e notizie di risibile interesse.

Sarà anche vero, ma io non so fare altro.

C’è in bàzzica anche la manìa revisionistica di riguardare le bucce ai predecessori, la voglia di scovarne gli inevitabili sfondoni, l’intento di raddrizzare i gobbi; più spesso il gusto sadico della polemica, meglio ancora se gratificato dal piacere di qualche saporito “scoop”.

Il campo da esplorare è scivoloso e pieno di insidie per chi vi si avventuri a bìschero sciolto. Si rischia di cadere nel ridicolo come sull’unto. Il “crimen laese historiae” è sempre dietro l’angolo: basta l’errore di lettura di un documento per far diventare Angtuz il rabbino un incolpevole Angelus olim Zachariae oppure per collocare Campocollese a Caprolese. Non si finisce mai d’imparare. E bisogna sapersi correggere con la massima umiltà.

Tiriamo dunque ancora avanti, l’imperativo categorico è uno solo: durare.

 

Il BARGELLO

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