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Giuliano Lastraioli: Avvocatura empolese dei tempi eroici

Vi voglio raccontare cosa sia stata l’avvocatura empolese nell’immediato dopoguerra.

Due giovani professionisti, appena rientrati da drammatiche vicende militari, si installarono in via dei Neri nello studio dismesso del vecchio avvocato Lensi, che nel conflitto aveva perduto il figlio medico (non aveva voluto seguire le orme paterne perché, cattolico di stretta osservanza, riteneva che l’avvocatura fosse un mestiere da birboni).

I due audaci erano Eugenio Manetti, figlio del cancelliere della pretura, già ufficiale di marina, osservatore aereo più volte abbattuto dagli inglesi e ripescato in mare, e Giorgio Gambassi, tenente di fanteria reduce dall’Albania, dall’Epiro e dai campi di concentramento tedeschi.

Allora non sapevano nulla dell’arte forense. Troppo giovani e troppo scalcagnati. A Empoli si faceva vivo nei giorni di mercato l’avvocato Nicola Vavolo, figlio del procuratore del Registro, che praticamente reggeva la pretura come vicepretore onorario.

I vecchi (si fa per dire) erano praticamente inesistenti. Da Vinci calava Domenico Salvi, mai iscritto all’albo, sul cui conto i maligni opinavano per remote storie di una laurea fantasma. Nel ‘21 il Salvi era stato sindaco socialista di Vinci e nel ‘45 ne aveva presieduto il comitato locale di liberazione.

Vitaliano Traversali, altro relitto dell’epoca giolittiana, non esercitava praticamente più e nemmeno si faceva più vedere il famoso Vincenzo Chianini, letterato, scrittore, cacciatore e bon vivant, che veniva ascritto nell’immaginario collettivo alle tenebrose manovre della massoneria.

Alquanto appartato era anche Domenico Cancherini, un garfagnino di Careggine già fascistissimo e membro di qualche tribunale repubblichino, capitato a Empoli misteriosamente sotto la protezione di un imprenditore influente.

Tommaso Del Vivo, detto  “Mangia-e-Caca”, se ne stava nella sua bella villa della Bastia e aveva cessato ogni attività professionale. Aveva scansato per un pelo la deportazione in Germania.

Di fatto, quindi, a Empoli – fra il ‘45 e il ‘46 – operavano nel foro due soli avventizi. Per trovare un penalista bisognava andare a Fucecchio, da Egisto Lotti, da Giovanni Nelli o da Gaetano Pacchi. Il Lotti, detto “Palle Infuocate”, era un veterano del Piave ben noto per la sua irruenza. Il Felli stava sulle sue, faceva il prezioso e infine si trasferì a Firenze, dove già si era ritirato il Pacchi per motivi politici ai tempi della Buonanima. A Limite sull’Arno capitava spesso Giacomo Picchiotti, non ancora senatore della Repubblica, stanziato a Pisa, che avrebbe poi conseguito i massimi allori col processone della Bella Elvira.

Empoli era una piazza sguarnita. I due ragazzetti reduci di guerra non ce la potevano fare, anche se nel prosieguo avrebbero poi raggiunto, con lo studio e con l’applicazione diuturna, i vertici del successo.

Ma nel’46 erano assolutamente privi di pratica. Il Manetti sapeva tutto sui giri di bussola e sul rilevamento di un piroscafo nemico; il Gambassi su come riparare un plotone dal tiro  dei mortai greci, la pandettistica quotidiana, però, faceva difètto.

Un bel mattino bussò allo studiolo di via dei Neri un contadino di Valdorme che chiese lumi sul contenuto di un foglio che il giorno prima gli era stato notificato dall’ufficiale giudiziario o, come ancora si diceva nel popolo, dal cursore di pretura.

Ben lieti per il nuovo incarico i due sodali chiesero termine per studiare la pratica e dettero appuntamento al cliente per il giovedì successivo, giorno di mercato e di ricevimento.

Il cartiglio, spedito da una fattoria di collina, era effettivamente oscuro nelle sue minacciose enunciazioni. Vi si parlava di “escomio coattivo”, termine arcaico ormai disusato e ignoto anche ai vocabolari correnti.

Giorgio Garbassi ebbe una brillante pensata: “Ci sarebbe il notaio Masi da interpellare. Ai suoi tempi ha fatto anche il procuratore legale; quindi saprà dirci qualcosa e consigliarci.” Entrambi si fiondarono allo studio notarile, dove trovarono anche il noto faccendiere Edo Marradi, già giovane di studio del notaio Firenzuoli ed espertissimo in materia di cavilli giuridici. Dopo Masi e Mannucci, i notai “storici” empolesi, la gente lo chiamava il “terzo notaio”, anche se poteva esibire soltanto un tesserino di tributarista.

In mezz’ora di accesa e intensa discussione non fu raggiunta alcuna intesa sulla natura dell’atto: chi diceva trattarsi dì una intimazione stragiudiziale, chi sosteneva la tesi del vero e proprio atto giudiziario.

Il tempo passava ed era necessario fornire una risposta per l’incombente giovedì dell’appuntameno col cliente.

Nell’immediato non c’era altro rimedio.

Occorreva recarsi  a Vinci  e là interpellare il Salvi, che di questioni agresti si professava intenditore.

Passato l’Arno al traghetto di Sovigliana i nostri guadagnarono in bicicletta la città di Leonardo (ancora i telefoni non erano stati riattivati) e si presentarono con rispettoso garbo all’anziano collega, al quale non parve vero assurgere una volta tanto al rango di maestro.

Menicone Salvi rientrava proprio in quel momento dal suo capanno di caccia, tutto sudato sotto il peso della batteria di uccelli da richiamo sistemata a zaino sulle spalle come un aeroplano del Quindici-Diciotto.

Esaminò il foglio con sussiego e poi, dopo avere struffiato e pensato per qualche minuto, proferì il suo solenne responsum: “Vivaddio! Ma questa è un’auticrèsi”, con l’accento sulla e.

Per il profano è bene precisare sùbito che l’anticresi è uno degli istituti più strampalati e desueti del nostro ordinamento giuridico. Generazioni di avvocati non lo hanno mai incontrato nel corso della loro carriera. E’ veramente fuori stagione.

Con la testa bassa, i due giovani giuristi empolesi si guardarono sconsolatamente in viso e rimontarono in bicicletta per tornare rapidamente a casa.

Ma c’è un santo che protegge gli avvocati: è sant’Ivone bretone, che anteponeva l’equità alla giustizia (altra diatriba su cui Giorgio Gambassi avrebbe poi  scritto un articolo quando si tuffò nella politica politicante).

E proprio quel santo gli fece incontrare al traghetto d’Arno un collega di Certaldo, Mauro Bendinelli, che proprio in quel tempo stava organizzando la Federterra, associazione mezzadrile di estrema sinistra, nonostante il suo status familiare di proprietario terriero. Come avvocato scaltro e sagace avrebbe ancora incrementato il suo patrimonio agrario.

Allora, come adesso, era di moda buttarsi a sinistra. Nel ’48 anche Eugenio e Giorgio sarebbero stati a Empoli i corifei del Fronte Democratico Popolare che così irrimediabile batosta avrebbe poi dovuto subire ad opera di quell’Alcide De Gasperi che loro chiamavano Aspide von Kapperi.

Ebbene: il provvidenziale Bendinelli venne in soccorso dei nostri due eroi e fu perentorio: quel foglio altro non era che una disdetta colonica. lui, come padrone, ne mandava a bizzeffe; come sindacalista dei contadini vi resisteva sempre con la massima energia. Nel caso di specie consigliò l’accomodamento. Non era ancora uscito il famoso lodo De Gasperi sulla mezzadria (sempre quell’odiato sudtirolese!) e nel merito c’era poco da eccepire. Fine della storia.

Giorgio Gambassi rimase in politica: fu assessore e vice-sindaco per svariati anni. Eugenio Manetti, dopo il 18 aprile 1948 non svolse più attività di partito, dedicandosi soltanto all’avvocatura ed espletando fino al 1966 le funzioni di vicepretore onorario, con sommo prestigio e col massimo equilibrio.

Sono stati i migliori avvocati della seconda metà del Novecento qui a Empoli. Su questo non c’è dubbio.

Anche se un loro comune amico, Renato Rosselli, poeta e filosofo, nonché fabbricante di fiammiferi e stuzzicadenti, li sfotteva con questa sestina:

“Gran mestiere è l’avvocato,

che vendendo un po’ di fiato,

fa i quattrini a cappellate,

sia d’inverno che d’estate.

Ma chi tratta lo stecchino

sarà sempre un poverino.”

Altri tempi.

Oggi a Empoli di avvocati ce n’è qualche centinaio.

E’ scomparsa la pretura e stanno per togliere anche un tribunale a scartamento ridotto.

Numericamente prevalgono le ragazze (e non solo numericamente).

Ma chi li campa tutti?

10 luglio 2012                                          GIULIANO LASTRAIOLI

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