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Storietta d’Empoli dell’Anonimo empolese, pubblicata da G. Lami nel 1741: versione trascritta

Storietta d’Empoli

scritta da un empolese

Versione trascritta e pubblicata su

Deliciae eruditorum, Tomo X, Charitonis et Hippophyli Hudoeporici Pars Prima

Giovanni Lami, Firenze 1741 p. 15-35.

IL DOCUMENTO ORIGINALE →

← “Storietta d’Empoli – Edizione critica a cura di Mauro Guerrini”


Empoli, terra del dominio fiorentino, nella via di Pisa, discosto da Firenze sedici miglia, fu edificata nel più bello e util luogo, che forse in tutto il resto della Toscana si ritrovi. Corregli appresso manco di cento braccia il bel fiume e celebre d’Arno, il quale per i faccendieri, dei quali la terra è piena, porta non piccola utilità.

Lascio stare il diletto, che di continuo si piglia di nuova pescagione, senza il piacere, che la gioventù si prende di bagnarsi, e ne tempi estivi esercitarsi al nuoto, e mille altri sollazzi, come prova chi se ne serve.

Il piano dove è situato si stende per luogo da Oriente in Occidente per molte miglia, ma da Settentrione a Mezzogiorno è in tal luogo vicino a 4 miglia, e altrove più, e manco assai: con tutto ciò le montagnuole, che lo circondano gli portano oltre il grand’utile, una vaghezza sì grande, che porge a’ riguardanti meraviglia; sendo che par fatto a gara dalla natura di rappresentare una bella ghirlanda, che così pare a tutti quegli che la mirano voltando gli occhi in giro, e son più presto colline, che altro e con poca fatica si giugne  alla lor sommità, e quel che le fa più amate è, che co i loro arbori ogni sorta di saporosi frutti abbondevoli, e all’uso dell’uomo necessari, e utili, par che vogliono a gara colla grassezza del piano contendere. Nè gli manca un’altra utilità, da farne non piccola stima, sendo posta in mezzo a grosse Terre, e Città, che attorno la circondano; e per i loro traffichi tutte vi concorrono. E lasciando da parte le infinite e grosse terre, da lavante è Firenze, da Mezzogiorno Siena, più in verso Occidente Volterra, a Occidente Pisa, a Settentrione Pistoia e Firenze, Prato; se bene non città, terra grossissima e tutte le suddette terre vi concorrono per i loro traffichi per essere il Mercato d’Empoli, donde egli si ha forse preso il nome, celebre in tutta Toscana, e di tutte sorte mercanzie. Chi fusse il suo primo edificatore non ho certa memoria, nè mi accosto io con l’oppinione d’un moderno, il quale io non ho letto, ma inteso da un, che dice averlo letto, che da Desiderio Re de’ Longobardi Empoli fusse edificato, il che io non voglio ostinatamente negare: e la ragione, che mi muove a credere il contrario, è questa. Dicono che dolendosi tutti i Pontefici Romani, che furono al tempo di Desiderio, de’ suoi cattivi portamenti contra l’Italia, e contra la Chiesa, mostrando loro, che l’animo suo era di impadronirsene, e tolta via la iurisdizione della Chiesa, farsene re assoluto, si raccomandarono per ultimo a Carlo Magno.

Il che sentendo Desiderio per purgarsi, in sua scusa disse a tutti i suoi sudditi  ricordando i benefizi, ch’egli aveva fatto all’Italia , e fece un editto, avendola ornata e preservata di terre, e altre ristaurate, edificato di nuovo Samminiato, e San Gimignano mutato il nome a Longola, Vetulonia, Turrena, e Vulturna città d’Etruria, che dovevan esser bicocche in quei tempi, e chiamato ogni cosa Viterbo; e Tempio d’Ercole, per tor via l’idolatria della Gentilità, averlo fatto chiamare S. Lorenzo, e Civita averla fatta chiamare Bagnoregio, in onor di Pipino, perché quivi, secondo Annio, s’era bagnato. E tutto questo è detto , intagliato in una tavola di marmo, è messa sopra la principal porta di S. Lorenzo, già Tempio d’Ercole, e molte altre cose pure in tal’editto, del che io non ho memoria fresca come io avrei, s’io avessi visto l’Edificatore della mia patria. Dopo tale editto non potette edificarlo, perché per le guerre avute con Carlo, finalmente n’andò prigione in Francia. Aggiungesi che gli antichi giudicavano gran fortezza edificar su’ monti, e non ne’ piani, com’ Empoli. Ma troppo mi sono allargato in tal debole (secondo me però) oppinione . Lasciandola indietro, dico che forse non errerebbe chi dicesse Empoli essere stato edificato dagl’indigeni, aiutati dalla frequenza de’ Facciendieri, i quali ogni otto giorni si ragunavano, e come anco oggi fanno.

Era in tal luogo, come io ho trovato, già mille cento sei anni, una Pieve intitolata S. Andrea, era divisa da un’altra chiesetta per lo spazio di 25 braccia, detta S. Giovanni, dove era, come è ancora, il Battesimo; chiamavasi la Pieve di S. Andrea, e dall’evento la Pieve al Mercato; intorno alla quale, a cento braccia incirca, erano sei grandi casamenti senza le casipole de’ Facciendieri per necessità edificate, ed erano queste, e così si chiamano ora: una nella via del Giglio, e riscontro quasi alla via del Gelsomino, altrimenti Chiasso di Malacucina; una casa pur nella via del Giglio, ma presso alla Pieve, ora si dice Osteria della Gallesa; la casa de’ Conti Guidi, Signore già qui, e di largo paese, posta sulla piazza grande; la casa del Castellaccio nella via Fiorentina, presso alla chiesa di S. Giovanni, dove è ancora su’ un cammino l’Arme de’ Guiducci che è un Giglio ; nella medesima via la casa de Pandolfini, che mostra grande antichità; e nella via sanese la casa dei Pucci. Tutte l’altre case erano fatte di refugio a i tempi cattivi concesse però da Emilia moglie di Guidoguerra, con consenso preso e licenza di Guido suo marito, perché ne investi Prete Orlando Curatore, e Piovano di S.Andrea d’Empoli, e fecelo suo procuratore a consegnare a tutti quegli , che erano sparsi per le contrade, borghi, e altri castelli della Pieve di S. Andrea, tanto terreno; e dirò il vocabolo del contratto che io ho visto, e letto: « Un Casaline dove eglino potessino edificare le lor case ». E questa concessione fu nel 1119.

M’occorre dire, che nel cavar terreno ci si vede qualche vestigio antico, e mura grossissime di case private; e non è più di 40 anni, che cavandosi un fondamento, si trovò sottoterra 10 braccia una piramidetta alta una spanna. Era di marmo, e avea nel fondo una medaglia, che pareva fatta di nuovo colla celata in testa, diceva Nausilverio; travi il cognome, ma non me ne ricordo. Pensai allora, e penso che fusse nome Goto, o Lombardo; sia detto questo per digressione. Torno donde mi son partito. Queste casuole, non pensando quegli abitatori se non all’utile, o al poco spendio, e per fuggire la inclemenza del tempo, senza pensar altro, tutte furono fatte senza fondamento; le quali poi crescendo il popolo e il bisogno, senza fondarle altrimenti crescendo muri, e palchi lasciarono la cura d’edificar meglio a chi veniva. Fu poi cinto di mura, il che quando fusse, non ho mai trovato, le quali per una piena rovinarono in parte. Le mura che si veggono nuove sono da 80 anni in qua fatte dalla Rep. Fiorentina, e cresciuto il circuito intorno a venti braccia: cosa ridicola! Ma forse furono degni di scusa non pensando che Empoli dovesse venire tanto frequentato come egli è. Tornando alla Pieve di Sant’ Andrea, le fu instaurata la sua facciata, che ora si vede, nel 1093 come attestano i versi nell’architrave sotto il frontespizio, cioè:

Hoc opus eximii praepollens arte magistri

Bis novies lustris annis jam mille peractis

ac tribus et coeptum post natum Virgine Verbum

Quod studio fratrum summoque labore patratum

Constai Rodulphi Bonizionis, Presbiterorum

Anselmi, Rolandi, Presbiterique Gerardi

Unde Deo cari creduntur in aethere clari.

Del nome d’Empoli io non m’accordo col Giovio, che il nome suo latino sia Empolis, perché più presto lo chiamo Emporium come nome cavato dall’etimologia del vocabolo del mercato, che in tal luogo si faceva, e per serbar forse dal nome antico sendo chiamata la Pieve di S. ° Andrea la Pieve al mercato; e questo nome d’Empoli è nel contratto della Contessa Emilia; e questo nome era al popolo familiare, e la Pieve di S. Andrea da pochi conosciuto, e quasi da nessuno se non dal Piovano, e suoi preti; perciò quei primi impositori cingendolo di mura volendo riserbare il nome antico, e ‘l suo significato, ma sotto altra lingua, lo chiamarono Emporium; e se bene in molti strumenti delli antichi Notai si trovò questo nome d’Empoli che n’ho visti qualcuno, questo poteva nascere, che ‘l nome appresso agl’idioti era più presto Empoli, com’è ancora, che Emporium, e i Notai in quelli tempi rozzi, e come poco scienti, e forse per esser meglio intesi s’accostarono più presto al nome volgare, che al latino. Aggiungnesi a questo che in quei tempi o egli si disfece, o egli s’abbandonò un Castello, o Villa, ch’ella si fusse discosto un miglio chiamata Empoli, a talché non potendo quel Popolo, o non sapendo, come interviene a tutti quelli che sono assuefatti a qualche cosa, dire Emporio, per la vicinità del luogo e per la vicinità del vocabolo, e per l’uso dicevano Empoli, e a quella Villa o luogo rimase il nome Empoli vecchio e così ancora si chiama’.

Questa terra, dunque, sopra la quale io mi son disteso per venire a quel che io voglio or dire fu molto travagliata, e patì l’anno 1530 a dì 29 del mese di Maggio; perché avendo il popol Fiorentino cacciato di Firenze Alessandro de Medici fanciullo, e figliuolo di Lorenzo Duca d’Urbino, e Ippolito di Giuliano; perché’ in tal tempo Clemente si trovava assediato in Castel S. Angelo dall’esercito di Carlo V guidato da Carlo di Borbone, sendo ormai fuori di speranza d’aver per moglie la Signora Eleonora promessagli da Carlo V suo fratello, il quale la dette poi per moglie e Francesco d’Angolem Re di Francia, come è la natura de’ Principi, e’ quali per proprio utile mille volte il giorno renunziano a mille 7 giuramenti, volentieri venne il detto Borbone a’ danni d’Italia, forse per acquistare qualche stato, ma in Roma morì, e doppo alcun tempo sendo tornato Clemente in sua libertà, pagata prima grossa taglia, giudicò esser tempo di vendicarsi dell’ingiurie ricevute dalla città di Firenze.

Quietati , dunque, tutti i Principi d’Italia, e Francesco Re di Francia, coll’aiuto di Carlo V, il quale volentieri per mitigar la giusta collera del Papa, facilmente ogni aiuto gli concesse, mandando il suo esercito a’ danni di Firenze per rimettere i nipoti, il che gli successe, ma come andasse la guerra, non è mio intento narrare, sendo stata narrata da altri assai bene. Ma questo ho io riandato, sendo stata la presa d’Empoli, e suo sacco annesso a questa guerra. Né piglierei questa fatica s’ella fosse stata scritta fedelmente come fa il Giovio, che tanto s’accosta al vero, che poco gliene manca.

Marco Guazzo dice Empoli fu presa per forza, ma a costui io perdono volentieri, essendo egli dell’ultime parti di Lombardia, se ne stette a quel che gli fu detto. Il simil dico di Fra Leandro. Ma io che mi trovai in fatto, e sempre fui all’intender curioso, senza odio o rancore ne parlo, e di più dire ardisco che avrei auto più caro che Empoli fusse stato preso per forza, che essere stato da due dappochi poltroni, e maligni sì goffamente a uso di montoni venduto. E se bene par cosa difficile, e quasi un paradosso parlar contro a persone gravissime e già da ognuno accettare, dico che tutti ne stettero all’altrui relazione, i quali o per creder troppo, o per non voler durar fatica d’informarsi da persone veridiche, o per debolezza d’animo, o per malignità mandarono a luce il sacco d’Empoli in ogni cosa contro alla verità della storia, eccetto però il Giovio; il quale s’accostò tanto al vero, che se egli fusse così in tutte l’altre sue cose, non sarebbe così da ognuno tenuto per sì solenne bugiardo. Ma il Guazzo ch’era Lombardo s’informò forse da qualcuno, che nell’assalto d’Empoli dovette della sua audacia esser gastigato, o forse da qualche brutto Spagnuolo, di cui il proprio è 1 vantarsi, e per natura esser millantatore , e il buon Guazzo se la credette. Il Guicciardino dice anche Empoli fu preso per forza. A costui si può difficilmente perdonare, perché sendo Fiorentino se bene in tal tempo era in negozi del Papa, poteva informarsi del vero, e non si lasciar uscir sì gran bugia di bocca, per non gli dar nome di mentita, se già non si scusasse col dire che le cose sue gli furono alterate. Ma sia qualsivoglia, la causa ei non la conta per il vero, come fa in molte altre sue cose e, massime quando e’ piglia occasione di parlar di se stesso; e chi lo vuole scusare s’appicca, che le cose sue furono mandate fuora doppo la morte sua tutte fuor di quel ch’egli scrisse , perché non si sarebbe voluto metter a pericolo, che gli fusse stato detto in sul viso da molti, ch’erano ancor vivi, e si trovarono in fatto così bene com’egli, ch’egli fusse un bugiardo. Il Giovio nelle sue storie pone ch’Empoli fu preso sotto la fede, e accostasi tanto al vero né particolari, che poco gliene manca; e quel poco restò per non aver avuta fedele, e vera relazione. Ma io che non ebbi mai pratica, o cognizione di Guazzo, Fra Leandro, Guicciardini, o Giovio, dico, che correndo l’anno del nostro Signore 1530 del mese di Maggio sendo già stato il campo di Clemente all’assedio intorno alla città di Firenze per molti mesi, fu mandato parte dell’esercito per espugnare la Terra d’Empoli, reputato in quel tempo foltissimo, e inespugnabile, e ripieno di tutti i beni che si possono domandare, rifugiativi come in luogo sicuro da molte Terre, che di lungi erano.

Quivi si trovava di tutte le sorte arnesi, e arredi più preziosi, e questa fu la cagione forse di tal impresa. Venne adunque il campo intorno a Empoli a dì XV di Maggio in circa: et il giorno medesimo presero le trincee, le quali non so s’elle furono abbandonate, o poco difese da chi così voleva; basta che si scusarono dicendo di voler ritirare le genti nel cerchio della Terra; la somma fuga che si lasciamo torre le trincee sì vilmente, e senza morte di nessuno, ch’è una vergogna a ricordarsene. Andrea Giugni , ch’aveva tutto il carico (qual che ne fusse la causa), lassava d’ogni cosa il governo a Piero Orlandini. Moveansi le trincee dal canto che guarda Arno verso tramontana, e congiugne la cortina, che sta verso levante, con quella di tramontana; distendendosi il giro per la riva del fiume, abbracciava un mulino, poi tornando addietro al canto pur della medesima cortina, si congiugneano con la cortina di Ponente: la notte seguente, e ‘l di poi, fu salutata la Terra da certi pezzi d’artiglierie, posti nel fiume d’Arno di verso Levante, e tratti pochi colpi alla muraglia, dove se ne vede ancora qualche segno, e non molti al Campanile e qualcuno in arcata, acciò percolassero nel mezzo della Terra, i quali per tutto poco danno feciono. In questo mentre dal Sarmento , General di questa impresa, fu mandato un trombetta confortando il Commissario che volesse far più presto prova della clemenza, che per vano titolo di gloria mettersi a rischio della vita, della roba, e dell’onore, e ridursi all’ultimo esterminio, al quale si vedeva sì propinquo. Fu risposto dal Giugni, e l’Orlandino volersi difendere insino a morte, e risposto di più: « Vedete che mura son queste? » Le quali parole doppo il sacco furono interpretate, perché dove egli mostrò colle mani le mura, quivi fu fatta la batteria, ch’era luogo più debole. Queste parole dal Sarmento intese feciono, che a poco a poco si condusse l’artiglieria di 14 pezzi di cannoni non forzati nelle trincee già dal campo inimico guadagnate, e piantate di là da un rio d’acqua verso Tramontana discosto alla muraglia braccia 100 e non più, siccome ho poi mille volte a grand’agio 143 misurato; e tutti questi cannoni ben guardati dai gabbioni battevano le mura di Tramontana, e tre ovvero quattro furono piantati di verso Ponente pur sul fiume d’Arno discosto un ottavo di miglio. Ciascuno di questi cannoni gittavano palle di bronzo di libbre 60 al meno, come fu poi mille volte pesato.

Era in questo tempo prigione nel campo delli inimici Giovanni Vincio, il quale osservò come amorevole della Patria, che spesso della Terra nostra usciva, e spesso entrava un fanciullo e n’avvisò il Capitano del presidio, e gli dette i contrassegni del vestire, e della statura; il quale sendo stato preso da Lorenzo Orlandini , Lodovico Marsilj, da Fabbrizio Monterappoli che ancor vive, da 74 i Girolamo Frescobaldi, e uno de Corbinegli , e trovategli lettere cucite nelle scarpe, unitamente andarono a trovare il Giugni, offerendosi, d’ammazzare l’Orlandini, al quale erano dritte le lettere. Rispose il Giugni che il tempo non pativa di scoprir più nimici per non far più tumulto, a che si conobbe che anch’egli voleva così.

Tornando dunque alla batteria, ella fu cominciata il dì 27 di Maggio un venerdì a mezza notte; battevasi da tutte due le cortine e durò per insino a mezzogiorno del sabato, che fummo a dì 28 di Maggio 1530. In queste due batterie, massime quella che guarda Tramontana per esser sì propinqua, e per esserci 14 cannoni, fu rotto tanto muro, e tanti sassi dalla rottura caddono nel fosso, che facevano poi facile scala a chi dette l’assalto. Fatta dunque in tal modo, e per fronte, e per fianco la batteria fu dato l’assalto sul mezzo giorno dalle fanterie nimiche, alle quali valorosamente dagli uomini della terra aiutati da quegli , che v’erano rifugiati, fu fatta onorata resistenza; né fu minore il valor delle donne, le quali tutte a gara pane e vino agli affaticati portavano per rinfrescargli, e sassi, e ogni sorta d’arme per difendergli, animandogli a valorosamente operare, mostrando loro i piccoli figliuoli, e loro stesse per la salute de’ quali, e per l’onor loro dovessero la Patria difendere; e sopra le forze loro gittavano gravi sassi, i quali d’alto venendo facevano non poco danno agl’inimici.

Se bene io ho detto che la Terra fu difesa da Terrazzani, e da i rifuggitivi, non però defraudo l’onor di pochi soldati, i quali avendo più a cuore l’onore, che l’utile, non vollero mai abbandonar la muraglia, ancorché e dal Giugni, e dall’Orlandino per più inanimargli a valorosamente operare, erano chiamati alla piazza a pigliar danaro. Cosa tanto scellerata, che durerà fatica a trovarsi chi la creda; e pur fu vera. Volesse Iddio ch’io sapessi il nome di costoro, e fussi io bastante a fargli ricordare ne’ tempi avvenire; de’ quali soldati, che non furono venti appena, ne moriron due, o tre al più, e de’ Terrazzani con i rifuggiti sette o vero otto, coperti la maggior parte da un pezzo di muro gettato a terra da un colpo d’artiglieria; tra queste fu chiarissima l’opera d’un Moro, il quale con una clava lunga tre braccia circa, fece opere maravigliose e alfine gloriosamente morì.

Ributtato adunque il Campo con non poca sua perdita ch’erano intorno a ore 24, non stette molto a venir un trombetta al Giugni il quale per parte del Sarmento chiese di poter sotterrar, e cavar la notte fuor de fossi certi uomini valorosi nell’assalto morti, per poter dar loro degna sepoltura, e di più che la notte non si tirasse l’un l’altro; il che fu astutamente domandato e dal Giugni e Orlandino malignamente conceduto, e osservato, perché la sepoltura s’aveva a concedere di giorno chiaro, e se pur di notte concederla condizionatamente, cioè, che né il Campo facesse motivo alcuno fuor che cavar i morti de fossi; perché veggendo eglino che i nemici mutavano l’artiglieria, sendo alquanto lume di Luna ma grandissimo chiarore com’è alla fine di Maggio, né lontano più che cento braccia se fusse stato uomo di guerra, o fidato, avrebbe protestato, che gli fusse stato mancato per fare il debito suo; e per ciò vidde la mattina tutto mutato. Né questi mutamenti bastavano all’espugnazione della Terra. Aiutò la cosa, dovendo andar male la povera Terra, che il Tinto, capitano del presidio fidato, e amator di vera lode, il venerdì sera innanzi, che si cominciasse la batteria, stando a un canto della muraglia, fu colto di mira, e morto, e non nell’assalto, come vuole il Giovio, e fu da tutta la terra pianto, e da tutti per ferme creduto, che la sua morte fosse cagione della rovina nostra perché aveva dato molti saggi d’uomo di fede indubitata, e colla sua compagnia avria tenuto a freno quegli, che poi alzarono la faccia.

Furono in queste mentre subbornati quattro, o sei vecchi decrepiti, e contro loro voglia inanimatigli col far loro scorta, e sicurtà, e condottigli dinanzi al Commissario tremando dissono che non volevano ire a sacco, i quali da lui sarebbono stati gastigati, se non che tra loro s’intendevano. Pure un disse all’Orlandino: « Capitan Piero, ricordatevi di me », a cui l’Orlandino  rispose superbamente: « Io ho altra faccenda che pensare a fatti vostri ». E qui erra il Giovio quando dice i Primi della Terra; perché Empoli non ha forma alcuna di  Governo, se non di mettere qualche dazio per varie occorrenze, e anco di questo bisogna cavarne licenza dalla Città, altrimenti è nullo, e stiamo ubbidienti a ogni mezzo huomo, che la Città manda.

Cominciossi adunque questa medesima notte tra loro però a dar orecchie a un poco d’accordo. Facilitò la cosa che l’Orlandino aveva nel Campo di fuori un suo fratello, o zio, che egli fusse, detto il Pollo Orlandini; e per più facilitare la cosa, tutta la polvere dell’artiglieria fu fatta sotterrare in avello da morti adoperando in ciò un … . . aio di quattrino da Empoli, e un ser Baccino da Cascina Cancelliere della Comunità, quello tutto tristo, e scellerato, e d’ogni vizio fido ricetto per insino nelle fasce; questo forestiero nimico, maligno quanto si possa un uomo immaginare, piccolo, grasso, e di pelo rosso. Costor duoi dunque o con minacce forzati, o per dir meglio volentieri per ubbidire alla natura loro, nascosero tutta la polvere. Fecesi dunque l’appuntamento di dar la Terra salva la roba, e le persone, con questi patti di tenervi un poco di presidio a devozione del Campo. Levate adunque l’offese d’ambe le parti la Domenica mattina, che fummo a dì 29 di Maggio entrarono nella Terra certi capitani della parte di fuora per fare i capitoli dell’accordo, o per più vero dire per mostrare di fargli, e in sull’orlo del fosso tutto l’esercito s’appresentò solo colle spade, e i Terrazzani in su le mura guardandosi l’un l’altro amichevolmente dove anco io, benché fanciullo d’anni quattordici mi trovai. Non stette molto, che l’Orlandino, affacciandosi alle mura, fece chiamare il Signore Alessandro Vitelli, ch’era nel Campo vicino al rastrello delle trincee non più lontano di 40 braccia e gli disse: « Signore Alessandro non vi è egli stato promesso, che la Terra sarà salva, colla roba, e colle persone, e che a noi basta ch’ella sia a devozione del Campo con un poco di presidio, levatene quello che ci tiene la Citta? » A cui il Vitello superbamente rispose: « Sì è ». Rispose adunque l’Orlandino le parole dicendo: « Questo mi basta ». E partendosi con quei pochi compagni che seco erano se n’andò alla piazza; né molto stette, che venne un tamburo alla batteria, qual comandava, che pena della forca, così i soldati, come i Terrazzani ognuno si dovesse levare dalla muraglia e ridursi alla piazza, per far la mostra, e in battaglia andarsene alla porta, e aprirla, e metter dentro il presidio del Campo amichevolmente, e per più agevolar la cosa tornò anch’egli a confortar la gente, che ubbidisse. Trovavasi appresso di Orlandino, Fabbrizio Monterappoli molto suo familiare , il qual, vedendo una così non mai più udita sfacciataggine, gli disse: « Signore se noi ci partiamo, e lasciamo le mura sole e’ nimici entreranno senza aspettare d’esser chiamati ». A cui l’Orlandino con superbia ma più empiamente rispose: « Puttana di … fate quel che vi è detto ». Questo bando fu adunque subito ubbidito: tutti i soldati si ridussero alla piazza, gli altri se n’erano iti chi a casa, altri a veder l’ordinanza, altri a maladire la sua fortuna, che già si vedeva dove la cosa aveva a riuscire. Questo bando da’ soldati nimici fu sentito, e, viste le mura abbandonate, fu mandato da loro un soldato a riconoscere una non mai più udita ribalderia; il quale visto ogni cosa in abbandono, cominciò a gridare: « Dentro dentro , sacco sacco ». E così in un subito fu presa la Terra senza esser difesa. La preda fu grandissima di biada, grani e d’ogni sorta grasce, e in abbondanza, che poteva senza fatica dar le spese un anno intero a tutto ‘l Campo. Fu fatto ognuno prigione, ma chi non fu cavato presto della Terra venne liberato, perché il dì medesimo comparve Alfonso d’Avalo, Marchese del Vasto, il quale era mandato da Filiberto Principe d’Orange Generale del Campo a questo solo, che dovesse proibire il sacco; ma venendo egli tardi fece per quanto gli fu possibile liberar i prigioni. Non vi fu morto alcuno chiarissimo, e vero argumento, che non fu preso per forza, eccetto un solo Terrazzano, il quale arrogantemente, non sapendo cedere a sì gran furia, goffo, e temerario, si messe solo a volere difendere la sua casa, e dati certi colpi a un soldato, fu ammazzato; ma poco il misero soldato se ne vantò, perché levate strida grandi dalle figliuole del morto, fu preso dal ministro del Campo, et avvoltagli una fune al collo legato a un corrente messo attraverso alla finestra della casa del morto, fu indi allora gettato, e appiccato, come io la sera medesima della presa d’Empoli viddi sendo stato liberato con mia madre e una piccola sorella, e un minor fratello, perché la mia casa era incontro a quella dove fu il caso. Onne fatto di questo particolar menzione per mostrar che ‘l sacco fu ingiustissimo: perché se Empoli fusse stato preso per forza, come vuole il Guazzo, fra Leandro, ma più il Guicciardino, era giusto anco il sacco, e lecito d’ammazzar ognuno; e io mi ricordo in particolare, che in capo a due anni mi fu rimandato per insino da Pistoia, né sapemmo da chi si venissero , certi arnesi di casa toltimi nel sacco: e non solo a me, ma a molti altri della nostra Terra da diversi luoghi furono molte cose rimandate. Dell’ Orlandino successe poi, che mai più né dall’una, né dall’altra parte fu visto volentieri; onde visse poi e morì meschinamente, ma non com’era il suo demerito, e da ognuno additato. Il Giugni ancora vergognandosi poi d’una tanta sua poltroneria, e dappocaggine, mai più ebbe fronte di comparire tra gli uomini, ma itesene nelle colline di Pisa a una sua villa, senza mai ardire di tornare alla città, quivi insino alla morte dimorò, in questo degno di compassione, che non fu però tanto sfacciato ch’egli non si vergognasse. Francesco Ferruccio, stando in Volterra da lui recuperata, quando sentì la verità del caso da Fabbrizio Monterappoli, che al tutto s’era in Empoli ritrovato, pelandosi la barba, e fremendo disse: « S’io sapeva già ch’egli fusse traditore non gli lassavo mai la guardia d’Empoli ». Erasi partito pochi mesi innanzi d’Empoli il Ferruccio con tutto il suo sforzo per ricuperar Volterra, com’egli fece, la qual s’era ribellata, lasciando in guardia l’Orlandino d’Empoli.

Storietta a penna d’Empoli

scritta da un empolese

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