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Una Tavola Peutingeriana – di Tommaso Mazzoni

La fortuna e la natura […] la non ti fa mai un bene che all’incontro non surga un male(1).
Niccolò Machiavelli (1469-1527).

tommaso mazzoni

foto estratta dal profilo Facebook


Visuale errata, la mia, che ha sorretto alcuno dei miei trascorsi compitini teoretici, od almeno ciò che ha avuto attinenza a quegli scabrosi temi che, seppure in modo indiretto, si sono rapportati a qualche mio impegno timidamente proteso alla valutazione, ma non certo alla soluzione, di taluni dubbi esistenziali.

Visuale perlomeno fortemente discostata dalla realtà (che sfido tuttavia a sapere come essa precisamente sia), a tutto vantaggio di un egoistico antropocentrismo di cui tutti, chi più chi meno, siamo dotati e indottrinati fin dai primi momenti in cui ci affacciamo alla vita.

¿Detto questo, le infinite pieghe e tutte le particolarità che riguardano la nostra esistenza, di cosa cònstano, esse, allora, in concreto?

Non lo so.

Bravo, perdio! – potreste obiettare.

Avete ragione, avreste ragione, naturalmente, ma questa è la mia, l’unica risposta che sono stato capace di darmi, e da me non saprei davvero neppure immaginarmi quale altro genere di risposta vi sareste ragionevolmente aspettati.

Tuttavia, come in altre circostanze, mi sforzerò, da qui in poi in queste righe a seguire, di farmene almeno l’idea: cercherò di allestire, per me stesso, ma anche per chi intenda giocare ancora un po’ insieme a me su siffatti problemi, una sorta di rude, elementare tavola peutingeriana (2) su cui continuare a lavorare, al fine di migliorarne contorni e proporzioni. Se non altro, questa ricostruzione – fatta correre il meno possibile sulle ali della fantasia e per quanto possibile appoggiata su basi inequivocabili – la riterrei adeguata a suscitare la curiosità di chi intenda occuparsene come e meglio di me. Consapevole che, per questa categoria di tematiche, si richiederebbe tuttavia di mantenersi alquanto sopra il simbolico, composito rigo della conoscenza, piuttosto che non affrontarlo con il carattere della superficialità. Ma, come dice il proverbio, ogni botte dà il vino che ha, per cui vi offro un po’ del mio vino (da un amico, l’assaggio, non si rifiuta mai), spillato dalla mia scarsa botticella, e un po’ di quello – certo più gagliardo quanto invitante – attinto dai robusti tini di un rinomato vicino, che possiede vaste e feconde vigne d’altura.

Ma, preamboli a parte, è meglio che scenda direttamente alla ragione per la quale ho preso carta e penna, anzi, per la quale ho acceso il computer e mi son messo a digitare su questa allettante tastiera.

È stato un articolo, un brano letto sulla preziosa rivista “Focus”(3) – che a classificare ‘concreto’ sarebbe sempre dir poco – ad ampliarmi, con relativa implicita conferma, quella visuale che peraltro già balenava fra le pieghe dei miei fitti e multiformi dubbi miste a (poche) certezze.

All’argomento morte (eccoci!) non aggiungerò alcunché; spero, invece, che mi vorrete perdonare per tal siffatto argomento, averlo pur solamente citato.

Vi confesso che da parte mia, dopo avere indugiato e poi deciso, ho già adeguatamente sfiorato, trattenendomici perfino un po’, sull’immagine del naturale amuleto, con l’uso delle classicissime ed appropriate scaramanzie. Le ho dovute mettere in atto, al fine di tutelare tutti quanti voi ed anche, questo è naturale, me stesso, che ne tratteggio questo mio pur angolato e un po’ inquietante ricalco.

Consentitemi perciò di riportarvi pari pari quel trafiletto(4) che ho letto, e che ho ritenuto adeguato ad accostarsi a un argomento che, in altra circostanza, non sarebbe stato, non da avvicinarvisi, ma nemmeno da accennarsi.

Io, però, che quando non ho paura sono coraggioso, affronto con animo sereno questa disagevole prova, non tanto per studiare l’arte di morire per evitare il diavolo, come si faceva nel ‘400, quanto invece, e soprattutto, per riorientare la visuale mia, e forse quella di qualcuno di voi.

 

Eccovi, quindi, la nota alla quale mi sono riportato:

Titolo: “Ma per la natura la morte è utilissima”(5).

Segue il testo:

“In natura la morte è la normalità. Nel cosmo muoiono le stelle e sulla Terra muoiono i biosistemi, le specie e gli individui. Morire di morte naturale non significa in genere morire vecchi, come avviene oggi per l’uomo. Ma morire giovani, preda di animali più grandi, più forti, più veloci. Ogni morte è un contributo alla natura nel suo complesso, con le creature che si cibano di quanto è sotto di loro nella piramide alimentare e diventano preda di quelle che sono sopra.

Per il progresso. In una prospettiva scientifica la morte è una tappa nel processo di evoluzione della vita. Basta pensare ai miliardi di miliardi di organismi deceduti e alle 4 estinzioni di massa avvenute nel corso di 500 milioni di anni. Senza di loro la natura non avrebbe prodotto l’uomo: saremmo ancora primitivi organismi unicellulari.

Immortalità. Qualunque sia la morte che capita a una forma di vita c’è qualcosa che sopravvive. Richard Dawkins, evoluzionista britannico, sostiene che il gene è «l’unità che sopravvive passando attraverso un gran numero di corpi individuali successivi». E conserva tracce delle vite vissute in precedenza: il gene che codifica i nostri occhi contiene ancora le informazioni che servivano, milioni di anni fa, a produrre le cellule sensibili alla luce di policheti (anellidi marini)(6). È attraverso i geni, insomma, che arriviamo vicini all’immortalità o per lo meno lasciamo il nostro testamento biologico”.

 

Dovrei forse rimangiarmi le osservazioni compiute dall’arido, quanto per noi umani veritiero, punto d’indagine, e, se non proprio da rimangiarsi, perlomeno da unire a quanto è stato oggetto di attenta valutazione nell’articolo che ho voluto riportarvi.

Per esser sinceri, sono piuttosto disorientato, in quanto il suffragio della centralità dell’uomo e impulso del dominio sugli animali ci perviene anche, per non dire fondamentalmente, dal punto di vista religioso, che ben si attaglia al nostro egocentrico punto di vista del mondo, che l’uomo si era edificato sopra di sé: tutto, perfino le cose e gli oggetti naturali dovevano risultare perfetti e aderenti completamente ad essa (e per essa), al supremo re-uomo.

Bello, sarebbe stato, certo. Sotto tale luce sono venute fuori tutte le mie sbottate contro chi ha concepito che un essere, per sopravvivere, deve per forza di cose sopraffare troppo spesso un’altra creatura vivente più debole dell’aggressore, o che è più lenta nel correre, od anche che non sia stata messa nella condizione di potersi muovere. Per quest’ultima circostanza stavo pensando all’erba o all’arbusto, per capirsi.

Ebbene, tutto ciò è logico, pensate un po’: tutte le sopraffazioni sono giustificate dal fine che, ancora una volta, machiavellicamente giustifica le stragi, dove in quel “mezzo” s’intende anche la sopraffazione aborrita dall’uomo e dalle sue leggi, concepite ed attagliate al suo tornaconto; e dove “il fine” non sarebbe altro che quel gene che sopravvive passando attraverso un gran numero di corpi individuali successivi.

Eh sì, cari amici, sic et simpliciter. Ci troviamo calati in un ambiente – ed anche, in questo modo, altre numerosissime specie e non soltanto l’uomo – che a noi pare straordinariamente ostile, ma che deve essere così. Volenti o nolenti.

Si deve accettare, certo: come essere in grado di opporre un rifiuto?

 

Ma, ripensandoci bene, dov’è scritto che si debba prenderlo in tasca e dover starsene anche zitti. E se non è possibile neppure ribellarsi, almeno il… mugugno. È, se non altro, appagante. Lo dicono anche i miei amici liguri!

Quindi ciò che dissi, dissi; intendo riferirmi a certi capitoli che scottano per qualche mia invettiva.

Qui ho invece proposto solo un’altra angolatura d’osservazione. Non rimediando nulla, s’intende, non spostando di una virgola né il baricentro del sistema dinamico di cui facciamo parte nel nostro giro di moto attorno al sole, né, semmai avessimo voluto toglierci una soddisfazione, invertire le cose e sostentare i deboli a spese dei forti. Si sono provati anche a far questo, ma abbastanza spesso, mi sembrerebbe, in genere con assai scarso profitto.

Visuale errata, la mia, che ha sorretto alcuno dei miei trascorsi compitini teoretici.

Visuale, invece, perlomeno fortemente giustificata, quella mia, antecedente alla riflessione e all’apprendimento di quella teoria, certamente veritiera, sulla continuità delle specie, soprattutto se si considera che all’uomo non avreibbe dovuto esser concessa la capacità di una così rilevante evoluzione: possedere, sì, il meccanicismo generazionale come si rileva negli animali (essendo tali pure noi), ma non giungere al punto di dotarsi delle peculiarità di sviluppare affetti, amore e gli altri sentimenti, che mal si confanno ad un corpo animalesco determinatosi solo per tramandare da una generazione all’altra quel gene di cui parlava l’articolista di Focus.

Troppa grazia: i sentimenti sono troppo, troppo in antitesi con una tal teoria.

 

Queste ultime osservazioni tenderebbero vistosamente a riagganciarsi all’eterno dibattito sul determinismo(7), non certo oscurato da una rilevazione di trasmissione di geni e il “calcolato” scarto, da parte della natura, di corpi ancora giovani, utili, inoltre, per la descritta catena piramidale alimentare.

Lasciate ora, per dimostrarvi la ciclicità degli, o dei possibili eventi che a volte parrebbero prestabiliti, che vi riporti almeno la parte finale del mio articolo intitolato “Uomini Stromatoliti”(8). Vi renderete così meglio conto, se non ricordaste il tema del capitolo che vi ho citato, di cosa intenda parlare:

 

“Non mi sentirei d’escludere, perciò, che, come gli stromatoliti consentirono il mutamento della vita sulla terra con un altro tipo di esistenza in cui uno degli elementi dominanti poi divenuto indispensabile era, ed è ancor oggi, appunto – almeno per ciò che riguarda il regno animale -, l’ossigeno (salvo le non frequenti eccezioni che conosciamo), così l’uomo, evolvendosi dagli altri animali della terra, permette la convivenza del proprio corpo con il suo proprio soffio vitale (dal greco anemoV, vento, soffio, appunto, ma nell’accezione correntemente data, e non circoscritto, quindi, entro il mero significato etimologico), come mezzo e come fine, voluta e predestinata da Colui che ha generato tutte le cose. “Deus animum ex sua mente et divinitate genuit” (Cicerone).

 

Dal mio ristretto (non potrebbe essere diversamente) osservatorio, aggiungerei anche: spiritualità di cui l’uomo, appunto perché forse destinato, avverte il bisogno, e che nessun’ideologia ad essa avversa (stranamente, ma è così, almeno fino a questo martedì 19 dicembre 1989) riesce a reprimere, a soffocare.

Avremmo, dunque, una finalità, noi, uomini stromatoliti?”.

 

Questo il mio antecedente commento; epperò ripeto, oggi come allora: – Avrebbe dunque una finalità la nostra esistenza, la nostra vita; insomma, la nostra presenza sulla terra?

E così, al mugugno, aggiungo la ripicca.

Credo però, a parte tutto, che i veri giochi siano sempre da giocare e che noi non otterremo nemmeno la riconoscenza, la soddisfazione di aver portato con noi il pesante (e spesso doloroso) testimone di una vita di cui ci siamo trovati dotati, senza sapere nemmeno il perché o il per come.

Perciò, tutto sommato, al momento il cerchio si chiude per davvero; non si può aggiungere altro, così ritengo. Ma se avete idee, tiratele fuori e, se siete ancora a tempo, per ciò che mi riguarda, passatele anche a me che se ne possa, perché no, parlarne assieme, e alla pari; anche se siete culturalmente tanto più in alto di me o se ci scopriamo alla pari: faremo e c’intratterremo amichevolmente, alla maniera, magari di come accadeva nei Café Philo(9). Però, intendiamoci, purché fra di voi non ci siano filosofi di quelli veri e con tanto di pizzetto o di barba all’uopo allevata; in tal caso io e i miei amici – vero? – ci metteremmo ad ascoltarvi, anche se, lo sappiamo bene, in filosofia i temi non si risolvono: si pongono, vengono dibattuti, si ascoltano i magnifici concetti altrui trattenendo il fiato e, salvo eccezioni, tratteniamo anche le nostre posizioni di partenza.

Empoli, martedì 12 dicembre 2000 1h35′.

TOMMASO MAZZONI – ALFA, ANZI, OMEGA.

PROPRIETÀ RISERVATA.  Pubblicato per gentile concessione dell’autore.

 


Note e Riferimenti:

(1) – (Acquisizione dell’a. successiva alla stesura del presente capitolo).

(2) – Tavola Peutingeriana – Ampia e complessa carta geografica antica, assai imprecisa, approntata per avere la visuale, per comprendere e mostrare le realtà geografiche di un territorio. Fra l’altro ho potuto ammirarla, anni or sono, in occasione della mia visita ad una mostra appositamente allestita presso la Sede della Cassa di Risparmio di Firenze, giusto a Firenze, in Via Bufalini. Copia medievale di una carta itinerante romana di età imperiale, è stata la più importante fonte per le conoscenze geografiche dei Romani. L’età imperiale inizia dal 27 a.C. e si protrae fino al 410 d.C. In quest’anno avvenne, infatti, il saccheggio di Roma da parte dei Visigoti e, con lo sgretolamento dell’impero romano, inizia così un altra “età”: quella cui, poi, è stato attribuito il nome di medioevo (pur se non in modo omogeneo dappertutto). Questo però, secondo altri storici, comincerebbe dal 476 con la deposizione dell’ultimo imperatore d’occidente: ma siamo lì: 66 anni di differenza non voglion dire assolutamente nulla, almeno in questo caso).

Teniamo presente che la tabula ha certo servito ai Romani nel corso del loro momento espansionistico, per cui l’epoca pressappoco dovrebbe essere, rispetto al periodo descritto, quella più centrale.

Il nome di “Peutingeriana Tabula” deriva dal nome dell’umanista e antiquario tedesco Konrad Peutinger, che la custodiva nella sua collezione.

Cercando su Internet, ho potuto riscontrare le mie congetture, giacché questa romanissima tavola è stata collocata – come potete leggere qui sotto voi stessi – in un spazio di tempo ascrivibile a ben diciassette secoli fa, lustro più lustro meno.

Come appena detto, vi riporto il trafiletto desunto dalla rete informatica. Non sto a farvi alcuna traduzione, dato che è in un francese comprensibilissimo: «Konrad Peutinger – Humaniste allemand (Augsbourg, 1465 – id., 1547), célèbre pour avoir laissé son nom à la Table de Peutinger, une carte routière découverte en 1494 dans le Palatinat. Cette carte, qui donne toutes les routes militaires de l’Empire romain, de l’Irlande à la Chine, est une copie, faite au XIII s. (secolo tredicesimo, n.d.r.), d’un original du IIIe s. (terzo secolo. (Ce document (680 cm. x 35 cm.) se trouve à Vienne». ©2000 Hachette Multimédia / Hachette Livre).

Da un altro sito (©All the Web, All the Time) ho estratto questa ulteriore specificazione: «[…] Gli studiosi sono comunque d’avviso che l’originale sia da collocarsi nell’età imperiale: alcuni ne situano la composizione nel IV secolo d.C., altri nel III, altri ancora nel II».

Il fatto che possiamo osservare un determinato evento solo se lo si osserva dall’esterno, e che diversamente è pressoché impossibile rendercene conto, mi ha fatto pensare a Galileo Galilei. E naturalmente vi dico il perché.

Se qualcuno osservasse il nostro pianeta dalla luna, tanto per dire, potrebbe rendersi conto che la Terra si sposta, e si potrebbe anche spiegare, seppure con qualche generale difficoltà, come ciò possa accadere. Al contrario, tenendo i piedi appoggiati al suolo, non possiamo pretendere di capire a bomba come il nostro globo si comporta nello spazio, perché questo può esser ottenuto soltanto col ragionamento. Non è, intendevo dire, che ce ne accorgiamo, che si muove, lo sappiamo bene. E così anche l’attrazione gravitazionale, parimenti, non viene avvertita, ma che tuttavia sappiamo, per ricerche e studi, esserne dotato ogni corpo celeste.

Galileo, quindi, aveva cercato di far comprendere alla gente della sua epoca che del moto della terra e degli astri non ce ne possiamo render conto. Questo accade perché siamo al didentro di un contesto, e che non ci è concesso di osservare i fenomeni dall’esterno. Teoria – lo sappiamo bene – difficile da far digerire anche alle menti più illuminate ed infallibili del tempo.

Oggi le cose vanno diversamente, non come ai tempi di questo nostro grande scienziato. Infatti, Galilei si attaccò un po’ agli specchi, nel tentativo di mettersi in condizione di dimostrare la sua teoria, giusta, ma ebbe il torto, con tutto ciò, di servirsi di esempi inadeguati, anzi erronei, quale il moto delle maree, che non poteva certo affrancare, confermare il movimento del globo terracqueo. Infatti, l’osservatore si trova, in quelle circostanze, dentro il sistema, e non al difuori di esso (Discorso sopra il flusso e il reflusso del mare); e, se veritiero, neppure quell’Eppur si muove ha forse giovato alle sue iniziali, lucide affermazioni di carattere decisamente scientifico: senza una visuale al difuori del nostro contesto visivo, si diceva, sarebbe impossibile comprendere molte cose che riguardino terre e mari del nostro territorio o comunque dei luoghi che ci interessa osservare.

Mi piace citare, sempre di Galileo, il Dialogo sopra i due massimi sistemi, che gli costò infinite amarezze. Pensate che questo suo lavoro venne stampato nel febbraio del 1632 e sequestrato a luglio. Nel frattempo gli avversari di Galileo convinsero il papa (Urbano VIII) che quanto ivi scritto indicasse una precisa volontà dell’autore di screditare il prestigio del papa nei confronti del pubblico colto.

E in ultimo, al riguardo dell’ambiente galileiano, mi è assai doveroso quanto piacevole citare il suo fedelissimo allievo, ovverosia il matematico Vincenzo Viviani, membro dell’Accademia del Cimento, che volle ornare la propria casa di Via Sant’Antonino, a Firenze, con cartigli scolpiti, mi pare in marmo (tuttora visibili, anche se nessuno o quasi nessuno vi fa caso), inneggianti alla perspicacia ed al genio del grande Galileo affinché chi passava da quella via sapesse cosa il suo stimatissimo maestro era stato capace di pensare e di realizzare.

Tutto ciò non compete il nostro discorso primario, lo so bene, ma certe particolarità ce le faccio entrare un po’ a forza, perché, mi tornano man mano alla mente; sono però convinto anche che possano risultare di una qualche utilità; specialmente per i più giovani; e anche per coloro che, per una ragione o l’altra, non hanno potuto dedicarsi ad osservare certi particolari.

(3) e (4)Focus n. 97 del novembre 2000. L’articolo è a cura di Amelia Beltramini. Si può leggere nell’originale a pie’ di pagina, la n. 82, della citata rivista; l’intero articolo consta di alcune interessanti pagine.

(5) – “Ma per la natura la morte è utilissima” – ¿Che Giacomo Leopardi avesse ragione a considerare la natura, il suo vero nemico? E non soltanto per via della morte…

Con gioia mia e di certo i miei più cari amici quali considero voi che mi leggete, ad una settimana da quando ho scritto il presente articolo, l’immaginereste che cosa m’è capitato?! No, non potreste pensarlo minimamente se non ve lo dicessi io: ebbene, ieri, martedì 19 dicembre, sulla sera, ti vo a cascare in terra morto e duro, come si dice.

Il 118 subito composto da mia moglie. Dopo un battibaleno, mi hanno detto poi, arriva l’ambulanza della Misericordia con medico a bordo. Io avevo perso completamente i sensi; tant’è che non mi sono nemmeno reso conto come la cosa sia successa. La presenza amorevole e premurosa di mia moglie, di mio figlio e della mia nuora al pronto soccorso. Gli esami clinici dell’Ospedale San Giuseppe. Il monitoraggio continuo sul mio lettino d’astanteria…

Risultato: una sincope.

All’ora di cena, ma è solo un modo di dire, di nuovo a casa. Sveglio e nuovamente vigile.

Non vi trattengo su una cosa che non fa certo piacere a nessuno; vengo perciò all’ergo: sono qui a corredare la presente nota in vivo: quando mi stavo riprendendo capii che potevo essere spacciato e che un passo più in là appena non m’avrebbe fatto paura.

Se stessi scrivendo una canzone, invece di star qui a completare quest’articolo, si potrebbe parlare, dato il mio incidente, di una canzone “sincopata”…

In fondo in fondo, una gioia, quindi. Finché si può raccontare e le cose vanno così!

(6) – Anèllidi marini – Per meglio far comprendere chi non è molto pratico di questioni zoologiche, per farsene un’idea si può pensare alle sanguisughe e ai lombrichi.

La classe degli invertebrati chiamati polichéti appartiene al tipo degli anèllidi, sottoregno dei metazòi. Vivono nelle sabbie, sotto le pietre o in tubi membranosi che si fabbricano da soli.

(7) – Determinismo. Si tratta della teoria filosofica che afferma l’universalità del principio causale nonché la concatenazione necessaria di tutti i fenomeni secondo il rapporto di causa-effetto. Insita già nell’atomismo di Democrito (460-370 a.C.) e ripresa da Epicuro (341-270 a.C.), ha influenzato molti pensatori anche dell’età relativamente moderna quali, fra gli altri, Pierre Simon de Laplace (1749-1827) il quale afferma: “Dobbiamo raffigurarci lo stato presente dell’universo come l’effetto del suo stato anteriore e come causa di quello che seguirà”. La teoria determinista influenzò parecchio le teorie materialista e positivista fino a quando, nel Novecento, venne messo in crisi dalla termodinamica e dalla fisica quantistica con il principio di indeterminazione di Werner Karl Heisenberg (1901-1976, premio Nobel 1932 per la fisica). Assioma, il Principio d’indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale coppie di grandezze osservabili associate non sono misurabili simultaneamente con precisione assoluta: infatti la misura pur precisa dell’una genera incertezza nella pur altrettanto certa misura dell’altra. Per estensione, ha avuto notevoli conseguenze nella speculazione filosofica ossia sul rapporto tra sperimentatore e oggetto della ricerca.

Personalmente mi sentirei di dover porre, però, un marcato confine all’influenza tra sperimentatore e oggetto della ricerca, circoscrivendo l’effetto ad una pura suggestione partecipativa, ma che non deborda – sempre secondo me – dalla conseguenza interpretativa. In altre parole, più che da un rapporto capace di modificazioni sostanziali, si può osservare una risultante fisiologica in senso stretto, e non quantistica; se così posso esprimermi in quest’appioppata chiacchierata filosofica.

Quanto espresso, tuttavia, avrebbe valore nella misura in cui non si possano esercitare modificazioni sostanziali, interpretando un concetto, un brano, una musica, o quando ci cimentiamo in una traduzione.

(8) – “Uomini Stromatoliti” è un mio articolo di undici anni fa, quasi esatti. Reca infatti la data di martedì 19 dicembre 1989, e si trova nel libro «Così il Tempo Presente».

(9)Café Philo – Come dire “Caffè Filosofia” o simile. Un tal genere di ritrovo sorse in Francia, e quasi per caso, sul finire del secolo XIX (1892).

In un caffè di Parigi, situato precisamente in Piazza della Bastiglia – ma poi anche altrove -, si riunirono alcuni pensatori, o semplici amatori del sapere, per ascoltare il filosofo Marc Sautet. Venne però a crearsi, per un malinteso, l’interessante modo di ciascuno poter intervenire ponendo un proprio tema, indi discusso fra gl’intervenuti. Tal genere d’incontri si svilupparono anche fuori della Francia, perfino in Honduras e Nicaragua; in Italia non subito. Ora non so se ne siano rimasti.

 

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