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Una recensione di Giuliano Lastraioli

 Da “La Nazione”, ed. Empoli, 27/12/2001

«Gli occhi di Maria», recentissimo best-seller dell’editore Rizzoli, scritto a quattro mani da Vittorio Messori e Rino Camilleri, è il titolo che ha spopolato sotto queste feste natalizie, tanto che – per averne una copia – ci siamo dovuti raccomandare a Gino del Semprepiovi.

Per uno di quei misteri editoriali che solo col tempo potremo compiutamente spiegare, è ben strano che un libro apparentemente destinato a una cerchia di devoti mariani si segnali piuttosto come un siluro di controstoria revisionistica sul periodo delle occupazioni napoleoniche in Italia, sottolineando, se ce ne fosse ancora bisogno, l’ostilità delle nostre popolazioni alle novità francesi di stampo «giacobino» e ai governi fantoccio che ne scaturirono. A noi empolesi quel che più interessa è peraltro la riesumazione a tutto campo che gli illustri autori han fatto di un nostro grande concittadino dimenticato, quel Giovanni Marchetti partito da Empoli oscuro avvocaticchio e finito arcivescovo dopo aver dominato con la sua erudiziene e la sua ortodossia intransigente la curia pontificia per almeno trent’anni.

E che anni! Le polemiche contro il giansenismo, le battaglie contro la massoneria accusata di aver fomentato la Rivoluzione Francese, la scomunica a Napoleone, le dispute bibliche e teologiche, le persecuzioni, la galera, il confino contrassegnarono la vita travagliata di Giovanni Marchetti, autore di un centinaio di volumi e di migliaia di articoli in difesa della religiosità tradizionale. Una figura davvero d’altri tempi, specie a confronto con certi odierni corifei di tutti i relativismi. Siamo dunque grati, come empolesi, a Messori e a Camilleri per l’inatteso «revival» marchettiano, anche se il tema del loro saggio non va oltre l’ondata di prodigi mariani nell’Italia invasa da Napoleone. Non ignoriamo, infatti, per quanto ci riguarda da vicino, il ruolo del Marchetti nell’insorgenza del «Viva Maria» (che a Empoli, protoinsurgente, fu però più politica che «madonnara») e soprattutto nella fondazione della nostra Biblioteca Comunale, poi dedicata, per tutto ringraziamento, a quel ‘mangiapreti’ di Renato Fucini.

La tomba del fiero «martello del giansenismo» è in Collegiata. Per chi ci crede, si merita ancora un’Ave Maria.

 Giuliano Lastraioli

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