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L’idea e il ricordo – di Tommaso Mazzoni

↖ Collana su Ferruccio Busoni – di Tommaso Mazzoni

I ricordi vengono estratti dal nostro cervello sotto forma di immagine senza rivestimento. Spetta alla parola, quando non al nostro scritto, il compito di completarla.
La nostra memoria può evocare tantissimi ricordi; la fantasia può creare immagini, reali o fittizie, che, chi parla, o scrive, riveste con l’arte della parola, con gli scritti, o con altre espressioni artistiche.
Queste rappresentano la parte più nobile; quella certamente meno nobile può essere definita semplicemente bugia.
Anche quando ritrae, l’arte (pittura, scultura, ecc.), in genere, è anche fantasia, poiché quest’ultima in ogni caso interviene simultaneamente al pensiero preminente dell’autore, contribuendo alla realizzazione dell’opera.

L’arte, quindi, è sempre mediata anche quando è definita estemporanea od è improvvisata. E questo vale per ogni espressione artistica.
Ritengo, però, quella musicale la più pura[1] fra le arti, giacché, solitamente – con l’eccezione di alcune composizioni come quelle cosiddette a programma o le rapsodie -, non attinge dal ricordo, ma dove invece l’idea non si riveste che di mera invenzione, ma che non è bugia.

Finiva qui il mio articoletto del 1992.

Ma oggi, domenica 25 novembre 2001, essendomi capitato di leggere ciò che il pianista e compositore mio concittadino Ferruccio Benvenuto Busoni (1866-1924) aveva scritto al riguardo delle trascrizioni, non ho potuto privarvi di una sua così intelligente e piacevole descrizione. Si tratta soprattutto di un’autentica lezione al riguardo dell’argomento da me toccato, giusto abbracciando la materia “trascrizione”. Ma riguarda da vicino, anche e soprattutto, il concetto di “interpretazione”.

Questo grande musicista parla della musica, ma l’immagine si potrebbe trasporre anche alla letteratura e, almeno in parte, pure ad altre discipline. Busoni, però, si spinge più avanti di diversi passi, di quanto ho qui commentato, cosa che ovviamente non mi dispiace affatto. Anzi, sono particolarmente lieto di riportarvi, affinché possiate fare le riflessioni a vostra volta, ciò che Busoni stesso ci dice a proposito del “valore della trascrizione”; ve la ricopio subito qui, appena più sotto:

«La frequente opposizione che ho sollevato con le mie “trascrizioni” e l’opposizione che spesso critiche irragionevoli hanno sollevato in me, mi hanno spinto a tentar di raggiungere la chiarezza su questo punto. Ecco quanto ne penso in definitiva: ogni notazione è già trascrizione di un’idea astratta. Nel momento in cui la penna se ne impadronisce, il pensiero perde la sua forma originale. L’intenzione di fissare con la scrittura l’idea impone già la scelta di un ritmo e di una tonalità. Forma e mezzo sonoro che il compositore deve scegliere determinano sempre più la strada e i suoi confini. Per quanto dell’indistruttibile carattere originario dell’idea qualcosa permanga, tuttavia a partire dal momento della scelta questo carattere viene ridotto e costretto a un tipo già classificato. L’idea diventa una sonata, un concerto; e questo è già un adattamento dell’originale.
Da questa prima alla seconda trascrizione il passo è breve e senza importanza. Pure, in generale, si fa un gran caso solo della seconda. E nel far ciò non si avverte dunque che la trascrizione non distrugge la versione originale, e che quindi non si perde questa per colpa di quella.
Anche l’esecuzione di un lavoro è una trascrizione, e anche questa non potrà mai far sì che l’originale non esista – per quanta libera ne sia l’esecuzione.
Perché l’opera d’arte sussiste intera e immutabile prima di risuonare e dopo che ha finito di risuonare. È insieme dentro e fuori del tempo».

E qui, lo capite bene, non posso fare a meno di non pensare a Borges (Jorge Francisco Isidore Luis Borges Acevedo, 1899-1986), che affermerà: “Non c’è nulla di antico sotto il sole. Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno. Chi legge le mie parole sta inventandole…”.

Ma anche Marcel Proust (1871-1922) non si discosta di molto, da tale concetto. Sostiene, infatti, che Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”.

Ora, se volete, consentitemi di proporvi la lettura di questa speciale postilla, ossia un’e-mail che ho mandato a mio figlio Gabriele in data 28 dicembre 2008, aggiungendo in tal modo altri commenti inerenti al tema affrontato. Ma anche per alla meglio giustificare a voi come mai non sia mai contento dei risultati; e intrinsecamente ammiccare le ragioni per le quali sono sempre a rimetterci le mani e a continuamente risistemare il già licenziato risolutamente (ma non troppo…).

Comunque, ecco l’e-mail:

«”Quando io dico una cosa, essa perde subito e definitivamente la sua importanza; quando la scrivo la perde lo stesso, ma talvolta ne acquista una nuova”. Franz Kafka (1883-1924).
Stamattina, mentre ero ancora a letto, ho avuto modo di ascoltare alcune composizioni di Ravel (1875-1937) eseguite o dirette dall’autore negli anni 1930/32, fra cui Bolero, un Concerto per pf, Pavane (eseguita da Ravel al piano), ed altre, sempre con Ravel al pianoforte.
Ebbene, m’è venuto a mente lo scritto di Kafka che ti ho riportato qui sopra, giacché, sinceramente, le esecuzioni che siamo in grado di ascoltare oggi, specie coi mezzi tecnici di cui disponiamo, è davvero qualcosa d’altro, raffrontate a quelle d’epoca. A volte di quest’ultime apprezziamo la disinvoltura spartana e la spontaneità, che talora mi viene perfino di accostare alla genuinità; però devo parzialmente ricredermi – almeno in questo caso e in alcuni altri che mi son capitati – perché, in queste esecuzioni di cui ti dicevo, ho davvero afferrato una sorta di perdita, come s’è espresso Kafka, rispetto alle interpretazioni di oggi. Sì, sono sicuro che Kafka intendesse anche un qualcosa di simile a quello che ho pensato stamattina da mezzo dormiente: a volte un autore, agli occhi di poi, sembra aver buttato via parole o note, seppur sapientemente espresse, mentre altri, altrettanto sapientemente, magari più tardi, intepretano e sviluppano. E qui mi viene a mente Busoni. 
Per quanto riguarda cosa ho inteso dire al riguardo di Busoni, t’invito a leggere, o rileggere, il capitolo “L’idea e il ricordo”. È nel libro «Così il Tempo Presente», e non è lungo. 
Basta, ora mi metto a camminare un po’ per la casa perché fuori è freddo e non è il caso d’uscire.  […]».

Empoli, giovedì 9 gennaio 1992 14:46.

TOMMASO MAZZONI – COSÌ IL TEMPO PRESENTE.

Per gentile concessione


 

Note e Riferimenti:

[1] La più pura – Naturalmente non per tutti è così. Per taluno l’Arte per eccellenza non è la musica ma, per esempio, l’architettura, “contenuto” di ogni espressione artistica.
Goethe chiama l’architettura “musica congelata”. E non è affatto di fuori, questo grande scrittore tedesco, ad esprimersi così, perché anche a me, modestamente, è capitato di tentare di connotare una tematica musicale, alla vista di una sequenza architettonica; e in più di un’occasione…
Ci sono, poi, scrittori e filosofi, perfino in epoca del nostro romanticismo che hanno speso parole non troppo lusinghiere in fatto di musica, esprimendo, specie in rapporto al puro pensiero, critiche e commenti non sempre pienamente accettabili.
Questo mio è, in ogni caso, un punto di vista certamente relegabile a un’ottica personale, ma che, anche se non può misconoscere quel genere di opinioni, ovviamente non può nemmeno non accoglierne la condivisibilità di coloro che si ritrovano più vicini al mio.
Dopo quanto più sopra espresso nel testo, ed aver doverosamente riportato la presente nota, nel rispetto dell’obiettività aggiungo ancora una postilla, uguale a quelle che si trovano talvolta in alcune appendici a modificazione di polizze di assicurazioni o simili; buffamente, ma che tuttavia esprime palesemente cosa vuol dire: fermo il resto.
Nel caso sopra esposto, però, tanto fermo il resto non lo è, data la fluida e quantomai malleabile materia di cui mi sono voluto interessare.

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