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La fotocamera di Parisio Cantini – articolo di Danilo Cecchi

di Danilo Cecchi.
La fotocamera “Parisio Cantini, segnalatami dal sig. G.M. Biacca, e di proprietà della signora Barbara, è qui raffigurata in una posizione alquanto “anomala”, con il soffietto piegato ed il telaio porta lastra coricato. Evidentemente il pannello dorsale è uscito dalle guide ed è stato collocato sulla base in maniera provvisoria. La fotocamera sembra identica a quella prodotta nel 1880 dallo stesso Parisio Cantini ed appartenuta al fotografo Vincenzo Candela con studio in Viggiano (Potenza), emigrato in Australia  attorno al 1920, conservata oggi presso il Museum Victoria di Melbourne. Le due fotocamere hanno la stessa struttura, sulla quale torneremo più tardi, e mostrano sul fianco la stessa “cerniera” che collega il frontale con la base.

Particolare della macchina Parisio Cantini

Particolare della macchina Parisio Cantini

Il disegno della “cerniera” è importante perché spesso il suo disegno indica il costruttore, e quello delle due fotocamere appare diverso da quello di altre fotocamere dello stesso tipo e della stessa epoca (Ganzini, Piseroni e

Mondini, Fiamma, Mascoli, Torrani, etc…). La fotocamera di Melbourne è priva dell’obiettivo, mentre quello della signora Barbara è equipaggiata con un obiettivo tedesco da ritratti Rodenstock  “Portrait Objectiv” Serie N. 3 n. 58449.

Consulta la FOTOCAMERA PARISIO CANTINI conservata al Museum Victoria di Melbourne . 

Le fotocamere pieghevoli da studio si dividono in tre gruppi: quelle con il pannello frontale fissato alla base ed il pannello dorsale mobile, quelle con il pannello frontale mobile ed il pannello dorsale fissato alla base, oppure quelle con ambedue i pannelli, frontale e dorsale, mobili. La fotocamera di Parisio Cantini appartiene a questa terza categoria, individuata con il termine inglese “tailboard”, e si caratterizza per essere particolarmente compatta, una volta chiusa. Il pannello dorsale viene spinto contro il pannello frontale, comprimendo il soffietto estensibile, e la base incernierata viene ribaltata verso l’alto appoggiandosi al pannello dorsale e rinchiudendolo fra la base ribaltata ed il pannello frontale.

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Macchina Parisio Cantini, foto della lettrice Barbara

Sul pannello frontale, in alto, si nota il piccolo paletto che serviva per chiudere la fotocamera per evitare riaperture accidentali, mentre sulla sommità del pannello dorsale si nota la maniglia che serviva per il trasporto. Questa tipologia di fotocamera sembra essere stata presentata per la prima volta nel gennaio del 1857 da Atkinson, e viene ripresa da molti costruttori inglesi, francesi, tedeschi ed italiani nel corso degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta dell’Ottocento ed oltre, sia per le fotocamere “normali” che per le  fotocamere stereoscopiche. In virtù della loro maneggevolezza queste fotocamere vengono indicate come fotocamere “da viaggio” ma date le grandi dimensioni vengono utilizzate prevalentemente in studio. La costruzione di queste fotocamere prosegue per un periodo molto lungo, nonostante la generale sostituzione del legno con il metallo sulle altre tipologie, ed arrivando fino, in qualche caso, agli anni Sessanta del Novecento.

Parisio Cantini viene indicato come “costruttore di fotocamere laboratorio in legno con soffietto per fotografi ambulanti” da Mario Malavolti (La produzione delle fotocamere italiane, 1994) il quale tuttavia non mostra nessuna delle fotocamere attribuite al Cantini, e sbaglia perfino Empoli con Eboli. Che la fotocamera di Melbourne e quella della signora Barbara (?) non appartengano alla categoria delle “fotocamere-laboratorio” è evidente, come è evidente la similitudine della fotocamera tailboard da viaggio di Cantini con quelle in produzione all’epoca. Niente di innovativo o di originale, quindi, ma una buona esecuzione artigianale di una tipologia molto in voga. Non è dato di sapere se Parisio Cantini, di professione fotografo, gestisse direttamente un laboratorio di ebanisteria per la costruzione di queste fotocamere, o se si limitasse ad apporre la sua targhetta su fotocamere di produzione diversa, cosa non infrequente all’epoca. E non è neppure dato di sapere se la “fotocamera-laboratorio” citata dal Malavolti sia mai stata effettivamente ritrovata e (magari) fotografata da qualcuno.

Le carte al citrato d’argento prodotte da Parisio Cantini, più note come carte aristotipiche, vengono realizzate in base al procedimento brevettato da Liesegang.

Aristotipo Procedimento inventato da Liesegang intorno al 1886 che comprende i positivi al collodio ad annerimento diretto e i positivi alla gelatina ad annerimento diretto (carta al citrato). La carta aristotipica era del tipo ad immagine evidente cioè stampabile a vista per azione diretta della luce solare che, grazie al cloruro d’oro, acquistava tonalità brune intense e doveva poi essere immersa in un bagno di fissaggio per attribuire colorazioni particolari alla copia stampata. Le carte aristotipiche ebbero una notevole diffusione, sostituendo quasi completamente quelle albuminate, ma intorno al 1920 caddero a loro volta in disuso.

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