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Il Trittico di Lorenzo di Bicci della Collegiata di Sant’Andrea a Empoli

Il 18 giugno avverrà la ricollocazione del trittico attribuito a Lorenzo di Bicci sopra l’altar maggiore della chiesa collegiata di Sant’Andrea, appena uscito da un laborioso restauro sostenuto dal Rotary Club di Empoli che lo ha restituito nella sua condizione coloristica originale. L’evento ci offre lo spunto per ripercorrere la storia di quella che rappresenta un’opera tra le più significative del complesso empolese.

Empoli - Collegiata altare con trittico Lorenzo di Bicci 29-04-2014 (2)

Il trittico, datato dalla critica nei primi anni del ‘400, fu ricomposto successivamente alla seconda guerra mondiale e inserito nel corpus delle opere esposte nella rinnovata Pinacoteca di Sant’Andrea. Questa era stata strutturata da Guido Morozzi, allestita da Umberto Baldini e inaugurata nel 1956 nei locali della Propositura, laddove sarà ridefinito nel 1990 il Museo della Collegiata da Rosanna Proto Pisani. Ma in quest’ultimo allestimento il trittico non risultò più presente dal momento che nel 1985 l’allora proposto di Sant’Andrea, monsignor Cavini, aveva chiesto e ottenuto di poterlo collocare sopra l’altar maggiore della chiesa. La ricomposizione del dipinto effettuata nel dopoguerra avvenne perché la parte centrale dell’opera, raffigurante la Madonna col Bambino, era stata separata dalle due tavole laterali in epoca non precisata divenendo una delle Immagini sacre più venerate della chiesa stessa certamente dall’Ottocento fino al periodo bellico. La Madonna viene infatti descritta in tre dei diversi inventari degli oggetti presenti all’interno della chiesa e compilati nella prima metà dell’800. Quello più prodigo di dettagli è l’inventario stilato nel 1842 dal sacerdote Carlo Pierotti [1].
La Madonna viene descritta nel prospetto d’altare della Cappella di Sant’Anna – già di santo Stefano –  che dall’inizio del Settecento fu assegnata alla famiglia Cocchi [2] – l’attuale terzo vano laterale della fila destra – con la seguente descrizione:

“Nel mezzo vi è una tavola marmorizzata con rapporti dorati a ora o buono, in mezzo alla quale vi è una cornice dorata e suo Cristallo l’Immagine di Maria SS.ma detta delle Grazie. La detta Immagine è dipinta in tavola, ed è di qualche pregio; ha il Bambino in collo, e tanto questa che quello hanno in testa una Corona d’argento. Affissi all’Immagine medesima vi sono una diecina di voti fra piccoli crocifissi d’argento, anelli e altri oggetti. Molti altri voti fatti all’Immagine stessa li ritiene il Molto Rev.do Cappe(lla).no Tiribilli in una Cassetta (…). Tutta la rammentata Tavola poi resta difesa e chiusa da un gran telaio che ha i cristalli, e che si serra con toppa e chiave”.

Questo adattamento all’interno del descritto apparato costò alla parte centrale del dipinto il taglio con la perdita della parte inferiore della figura della Madonna e della predella sottostante. Le due tavole laterali che componevano il trittico in origine, nello stesso inventario del 1842 erano invece conservate sulla parete della Corsia di San Giovanni, cioè il corridoio costruito attorno al 1464 da parte dell’allora ancora canonico – ma futuro pievano (1467-1492) Giovanni di Andrea Giachini, detto il Malepa, per collegare il corpo della chiesa all’edificio battesimale. E’ quello il luogo dove risultano infatti conservate diverse tavole dipinte che saranno di lì a poco raggruppate nella Collezione di dipinti, o Galleria Pittorica, che formerà il primo corpus del Museo. Si legge infatti nel medesimo inventario stilato da Pierotti descrivendo gli oggetti presenti nella Corsia di San Giovanni:

“Rientrati nella Corsia (…) in questa medesima vi sono fissi al muro diversi Dittici e un Trittico, chiamati volgarmente buzzottini, e vi sono vari quadri. Il numero dei primi sono quattro, i quali sono pregevoli per la loro antichità, giacché contano l’epoca del 1400. (…) .

Successivamente le due tavole laterali si ritrovano già nel primo catalogo della collezione museale della collegiata stilato nel 1863 da Carlo Pini, cioè l’ “’Inventario dei quadri e delle sculture raccolti nella già Compagnia di San Lorenzo[3]. Ma ancora nel 1931 la tavola della venerata Immagine della Madonna col Bambino si trovava nell’apparato cultuale allestito nel prospetto della Cappella di Sant’Anna, come attesta l’inventario stilato dal Provveditore dell’Opera di Sant’Andrea, nonché parroco di San Martino a Pontorme, don Tullio Morelli, su incarico del ‘Monsignor Prevosto Cav. Dott. Gennaro Bucchi’ [4].

Il Morelli nomina addirittura l’Immagine come la ‘Madonna del Maggio‘ descrivendo sommariamente il prospetto che era invece stato meticolosamente raccontato dal Pierotti. Senza che ci soccorrano altri documenti sembra ovvio che, nel dopoguerra, in seguito alla completa ridefinizione dell’apparato sacro della chiesa e alla contemporanea campagna di restauri che coinvolse anche le parti del ‘nostro’ trittico, il Baldini si accorse, aiutato dalla decorazione particolare della parte cuspidale delle tavole, della pertinenza di quella Madonna col Bambino proveniente dalla Cappella già dei Cocchi con le due parti laterali esposte già nella prima ‘Galleria Pittorica allestita nella Compagnia di San Lorenzo e in un ambiente contiguo e ricompose il trittico ponendolo nella prima sala al piano superiore della Pinacoteca. Faceva cioè compagnia ad altre tavole datate e databili dall’inizio del Trecento ai primi del Quattrocento, tra le quali altri due dipinti di Lorenzo di Bicci – entrambi già nella chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani – di cui uno, la Crocifissione, documentato come eseguito da Lorenzo di Bicci nel 1399 per la Compagnia della Croce nel complesso agostiniano.

La datazione del trittico eseguito per la pieve è stata unanimemente attestata agli inizi del ‘400 dai vari studiosi che finora hanno studiato l’opera, dal Gronau, che per primo nel 1933 attribuì le ante laterali a Lorenzo di Bicci a coloro che hanno potuto vedere le parti ricongiunte, tra i quali spicca l’autorevolezza di Miklos Boskovits [5].
Sarebbe altresì importante approfondire quella che fu la committenza e quindi la collocazione originale dell’opera. In mancanza di una documentazione nel merito le persone dei quattro santi che fiancheggiano la Madonna col Bambino possono dare indicazioni importanti come sempre avviene visto il collegamento tra figure di santi e la destinazione d’origine. Interessante in tal senso è la presenza anzitutto di Sant’Andrea, titolare della pieve (poi propositura dal 1531), quindi di San Giovanni Battista, patrono di Firenze ma presente in molti altri dipinti eseguiti per la chiesa empolese, oltre a San Martino e Sant’Agata.

Non è da escludersi che il trittico possa essere stato dipinto proprio per l’altar maggiore della pieve agli inizi del ‘400, dal momento che non esistevano cappellania dedicate agli altri santi presenti nell’opera, ma non sarebbe da escludere – viste anche le dimensioni non superiori a dipinti eseguiti per gli altari delle cappelle laterali della pieve, che il ‘nostro’ trittico fosse stato realizzato per per l’altar maggiore della chiesetta di San Giovanni Battista, il Battistero, allora ancora nelle dimensioni dell’edificio preromanico la cui parte presbiteriale fu tagliata dal proposto Tani nella seconda metà del ‘500 allorquando questi fece costruire il chiostro che vediamo tutt’oggi [6].
Al di là di queste considerazioni, monsignor Cavini scelse il trittico soprattutto perché si componeva dell’immagine centrale che per lungo tempo era stata venerata nella chiesa nonostante il contrasto stridente col settecentesco altar maggiore sul quale si colloca. E questo restauro, finanziato interamente dal Rotary Club di Empoli, è un autentico omaggio alla figura di questo proposto che ha fortemente voluto la Madonna delle Grazie al centro dell’edificio stesso, pur ricomposta nel suo originario assetto di tavola tripartita.

Un invito, secondo chi scrive, a ricollocare almeno quelle opere relegate in un Museo ancora poco valorizzato nei luoghi di culto d’origine soprattutto laddove sia esistente il loro contesto o laddove possano svolgere la loro funzione primaria. Il riferimento all’acquasantiera di Battista Benti è un esempio eclatante. Ma è importante rivolgere anche un invito nell’individuazione di altre opere, pur di pregio diverso, che versano in uno stato di pericoloso degrado. E potrebbe essere il caso dei due angeli reggicero eseguiti da maestro Felice da Firenze nel 1623 per il nuovo apparato dell’altar maggiore e la ristrutturazione del coro della chiesa e ora posti presso l’ingresso del Museo entrando nel Battistero. I tarli li stanno divorando in modo repentino e, anche se non rappresentano un’opera di eccelso valore, sono pur sempre una testimonianza storica di rilievo nell’ambito dei molti secoli di storia del complesso di Sant’Andrea.

Proprio come il trittico di Lorenzo di Bicci.

Alessandro Naldi

 


NOTE E RIFERIMENTI:

[1] Gli inventari che riguardano gli oggetti presenti nei diversi ambienti del complesso di Sant’Andrea sono conservati nell’Archivio della stessa chiesa, denominato in gergo tecnico Archivio Storico Ecclesiastico Empolese (ASEE). Tra i numerosi inventari stilati per conto dell’Opera di Sant’Andrea a partire già dal 1459 fino alla fine del ‘700 si ritrovano in prevalenza elenchi di oggetti conservati nella sagrestia. Da questo periodo in poi compaiono anche inventari che descrivono gli oggetti presenti nell’intero corpo della chiesa. Il più antico non riporta una data precisa ma è riferibile tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. Il primo inventario datato che descrive la presenza del dipinto nel prospetto della Cappella dei Cocchi è del 3 aprile 1835. Ma, come detto, l’inventario più completo e dettagliato è quello stilato nel 1842 dal parroco di Sant’Andrea a Botinaccio, tal Carlo Pierotti, col seguente titolo:

“Inventario di tutti gli oggetti, che sono di proprietà e che si ritrova la Venerabil’Opera della Chiesa Collegiata di S. Andrea d’Empoli, compilato nell’Ottobre dell’anno milleottocentoquarantadue dal Prete Carlo Pierotti, Parroco della chiesa di S. Andrea a Bottinaccio, come uno dei Componenti la Magistratura della detta Venerabil’Opera, e a ciò espressamente deputato dagli altri suoi Colleghi, e rappresentanti l’Opera stessa, con partito de’ due Luglio dell’anno 1842; e fatto con l’assistenza dell’Eccellentissimo Sig. Dott. Lorenzo Neri Provveditore dell’Opera summentovata”.

[2] Cfr. W. Siemoni, ‘Cappelle, altari, patronati‘, in ‘Sant’Andrea a Empoli’, pp. 132-133, Firenze, Giunti, 1994.

[3] C. Pini, “Inventario dei quadri e delle sculture raccolti nella già Compagnia di San Lorenzo”.

Manoscritto conservato presso l’Ufficio Catalogo della S.B.A.S. Di Firenze

[4] L’inventario è datato al giugno 1931 e riporta il n. 16 della filza di Inventari della chiesa, conservato anch’esso nell’ ASEE.

[5] Il primo a comporre un corpus di opere di Lorenzo di Bicci fu il Gronau, [H.D. Gronau, “Lorenzo di Bicci: ein Rekonstruktionsversuch”, in ‘Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz’, IV, 1933, pp. 103-118), nel quale inserì le due ante laterali del ‘nostro’ trittico, dato che la tavola centrale era ancora sull’altare Cocchi celata ad ogni valutazione filologica. L’attribuzione del trittico completo fu confermata dalla Sinibaldi  (G. Sinibaldi, ‘Note su Lorenzo di Bicci’, Rivista d’Arte’, 26, 1950, pp. 199-205) e confermata da Miklos Boskovits, (M. Boskovits (La pittura fiorentina alla vigilia del Rinascimento, Firenze, Edam, 1975, p. 342),  e da Antonio Paolucci (A. Paolucci, ‘Il Museo della Collegiata di S. Andrea a Empoli’, Firenze, Giunti, 1985).

[6]  Cfr. W. Siemoni, ‘Le vicende architettoniche e il patrimonio artistico dal XIV al XIX secolo‘, in ‘Sant’Andrea a Empoli’, pp. 86-87, Firenze, Giunti, 1994.

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