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Il fiocco – di Paolo Fanciullacci

L’amico Paolo Fanciullacci ci invia un suo racconto.
C0sa c’entreranno Santa Maria, Empoli, Birmania e un grembiule tutti assieme?
Scopritelo leggendo il post. Buona lettura.

Durante i miei sporadici viaggi in giro per il mondo, ho avuto modo di constatare come gli studenti di vari paesi portino una specie di divisa.
Per esempio in Birmania, o Miammar come si chiama adesso, tutti gli studenti, ragazze e ragazzi di qualsiasi età, portano una specie di tubo di stoffa verde (saron) che si annodano in vita. Inoltre indossano una camicia bianca senza colletto. In Sri Lanka sono tutti vestiti completamente di bianco dai più piccoli ai più grandi. L’unica variante è che i piccoli portano i calzoncini corti e i più grandicelli, portano i pantaloni lunghi. Le femmine sono tutte in gonna bianca. In Inghilterra ogni scuola ha la propria divisa con giacche, cravatte, cappelli, maglioni particolari, in maniera che se ne riconosca l’appartenenza. Sembra che questo porti ad un certo orgoglio per il farsi riconoscere come studente di una certa scuola. In Russia, ai tempi di Brezniev, ho visto scolaresche di maschietti in calzoncini grigio chiaro, camicia bianca e foulard rosso al collo mentre le bambine portavano la gonna del solito grigio, camicetta bianca e il solito foulard rosso al collo. Inoltre parecchie portavano fiocchi rossi alle trecce o per fermarsi i capelli con la “coda”.
Da noi guai a parlare di divise!
Una volta che mia moglie, insegnante di matematica alle scuole medie, si provò a fare una proposta del genere, fu quasi redarguita dal preside.
-Ma che vogliamo andare a finire sul giornale?-
Però questo fatto di vedere così acconciati gli studenti all’estero, mi ha fatto venire in mente quando anche noi , scolari delle elementari degli anni “50, portavamo una specie di divisa.
Il grembiule. Grembiule rigorosamente nero.

Mia madre a quel tempo era molto orgogliosa di me e di mio fratello e se anche nell’estate andavamo scalzi, in calzoncini corti e canottiera e piuttosto sbrindellati, quando si doveva andare a Santa Maria o a Empoli, ci “cilindrava” tutti e due come se fossimo due cadetti.
Tanto per cominciare era una maniaca delle scarpe lucide.
Puliva le scarpe con acqua, e qualche volta con sputo, dava ceretta in quantità industriale e strofinava le scarpe o sandali che fossero, fino a che quasi davano luce. Non sto a dire i vestiti come fossero stirati. La pettinatura poi doveva essere perfetta. Venivano spalmate manate di brillantina sulle nostre povere teste per fermare le nostre ritrose ribelli a tutti i tipi di spazzole e pettini. I suoi figli dovevano fare “bella figura”.
Mio fratello era più grande di me di quattro anni e già andava a scuola.
La divisa del tempo per gli scolari, sia maschi che femmine, consisteva appunto in un grembiule nero da indossare sui vestiti “civili”. I bottoni erano dietro. Il tutto era completato con un bavero bianco. Sulla manica destra in genere veniva ricamata in rosso la classe di appartenenza. Una riga per la prima classe, due righe per la seconda, tre per la terza. Per la quarta e per la quinta veniva ricamato il numero romano IV per la quarta e V per la quinta.

Mia madre naturalmente faceva qualcosa in più.
Il colletto doveva essere inamidato.
Pochi scolari portavano il colletto inamidato. Molti lo portavano floscio e sgualcito. Senza cura.
Non mi ricordo esattamente l’alchimia che adoprava per una simile operazione, mi ricordo solo che comprava della roba bianca simile a gessetti da lavagna spezzettati che faceva sciogliere nell’acqua dove poi immergeva questo colletto che poi veniva asciugato e stirato.
Diventava rigido come se fosse di cartone.
Mio fratello andava già alle scuole comunali di Santa Maria mentre per il mio caso, fu deciso di mandarmi a scuola dalle suore. Non so quale sia stata la ragione. Forse perché mia madre era cattolicissima e, passata la buriana della guerra e del dopo guerra, ritenne giusto darmi una educazione da “cristiano”. Inoltre era l’anno santo. 1950.

Venne il fatidico mio primo giorno di scuola che non potrò mai dimenticare.
Sicuramente mia madre voleva che fossi il più “bardato” di tutti gli altri o voleva dimostrare alle suore che suo figlio era già indirizzato bene.
Mi infilò il grembiule perfettamente lavato e stirato, tantoché si vedevano ancora le pieghe della stiratura. Le scarpe nere naturalmente brillavano come non mai sui calzini bianchi. I capelli lisciati con una scriminatura perfetta (mio nonno Giulio, chissà perché, diceva a “buco di cavallo”). La cartella di cartone, nuova di zecca, era già pronta con dentro l’Abbeccedario e un quaderno con la copertina nera. Inoltre c’era l’astuccio ad un piano ereditato da mio fratello con dentro sei matite Giotto, un lapis e una gomma. A mio fratello, per l’occasione, glielo avevano comprato nuovo e a due piani.
Naturalmente il grembiule era corredato anche dal colletto inamidato e bianchissimo.
Però ci fu una variante. E che variante!
Mia madre questa volta volle strafare.
Mi annodò un fiocco blu enorme e svolazzante a quel colletto che io già mal sopportavo.
Cominciai subito a strillare che non lo volevo. Nessuno portava una cosa del genere! Perché io si e mio fratello no? E tutti gli altri che non lo portava nessuno? Neppure le bambine!
Non ci fu verso. Mi toccò tenerlo e mi misi ad aspettare Ganino che mi doveva portare alla chiesa di Santa Maria dove erano le scuole elementari delle suore.
Ganino era un procaccia che passava quasi tutte le mattine proveniente da Ponte a Elsa e diretto a Empoli. Passava con un calesse rosso amaranto trainato da un ciuchino triste e malinconico. Mia madre si era già accordata con lui per il mio trasferimento a scuola. La sera sarei tornato a piedi.

Mentre aspettavo tutto infiocchettato, per passare il tempo, andai sulla corte dietro casa dove si affacciavano anche altre case dei nostri vicini.
Su quella corte si affacciava anche un laboratorio di scarpe tenuto da Paolino che era il padre di un mio compagno più piccolo della squadra di ragazzi che abitavano il ciuffo di case sulla statale. Nel laboratorio oltre a Paolino e a suo cognato, lavoravano anche due operai, Otello e Ulisse.
Mentre ero lì davanti ad aspettare, arrivò Ulisse in bicicletta.
-Guarda che bel fiocco che t’hanno messo, – mi disse- Tu sembri un ovo di Pasqua!-
Non l’avesse mai detto!!
Sentii la rabbia salirmi alla testa e, non sapendo cosa fare, non trovai di meglio che afferrare una canna che era appoggiata al muro del forno lì vicino. Mi scagliai contro Ulisse colpendolo a più non posso e come più potevo.
Ulisse cadde di bicicletta e io continuai a colpirlo fino a che non mi disarmarono.
Mi presero di peso mentre scalciavo a destra e a sinistra. Mi portarono in casa da mia madre che cercò di calmarmi in tutte le maniere. Ma non ci fu verso.
Piangendo e strillando, mi strappai quel fiocco maledetto e non lo volli più mettere.
Quando passò Ganino fui caricato sul calesse senza fiocco e con il viso ancora rigato di lacrime.
Ganino strinse un occhio a mia madre e mi dette le tirelle del ciuchino.
Ganino fece:- Yup!! Yup!!- e il calesse si avviò lento lento verso le mie future conoscenze.
Il fiocco non l’ho più messo.

Paolo Fanciullacci


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