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Giuliano Lastraioli: Zibaldone o Ircocervo?

ZIBALDONE O IRCOCERVO ?

 “Il grido del Geppantini era l’immagine del prodotto: Favaioo, chi me le ciuccia!’ 

 NINO BINI, Empoli 10 giugno 1940, Lalli, Poggibonsi 1991, p. 55

Ha ragione il Biscarini, pur con la sua ruspante perentorietà.

Di questi memorialisti che indossano arbitrariamente il robone dello storico non se ne può più.

Come passerottini agevoli beccano qua e là, mettono insieme un po’  di provviste,  svolazzano e scacazzano a destra e a manca, ma quando si tratta di concludere la covata ci si accorge che l’uovo è barlaccio.

Per pietà cristiana risparmiai il libretto di Mario Guerrini che ha un unico pregio:  la fotografia di copertina generosamente elargita da me e da Biscarini. E che almeno riporta “Arno-Stellung” in bibliografia seppure in modo non corretto.

Quanto invece all’ultimo tomo dello “stimato professionista empolese di lungo corso”, mi dispiace ma pietà l’è morta.

L’impianto del lavoro è quello dello zibaldone omnicomprensivo, che spazia geograficamente da Firenze al mare e cronologicamente dal volto pensoso di Dante alla signoria del sorridente feldmaresciallo Kesselring, con una scrittura improntata al più stucchevole buonismo ex-veltroniano, condita di espressioni tipiche delle brave insegnanti della scuola dell’obbligo, cui il libro sembra naturaliter destinato, anche in vista del suo immancabile successo editoriale. Che sia un guazzabuglio,  a un certo punto se ne deve essere accorto lo stesso autore, che si scusa a pagina 84: “Mio paziente lettore,  anch’io ogni tanto perdo il fil della corrente“.

I passi lirici sono un’infinità. Eccone una ridotta crestomazia: “Il silenzio della campagna era rotto soltanto dal cinguettio dei passeri e dal verso stridulo delle rondini, sempre in cerca d’insetti” (pag. 91). Siamo in Pratovecchio il 23 luglio 1944 e il silenzio fu rotto tutto il giorno dalle quattromila cannonate che piovevano sulle colline d’Elsa, fra Calenzano e Poggio al Pino. Gli uccelli, impauriti dalle botte, se ne stavano chiotti chiotti nel loro nido. E ancora, a pag. 134: “la quiete venne rotta dal dio Thor, volato sull’Arno con le sue micidiali saette” (poveri volatili in cerca d’insetti!). Infine, per completare almeno una terna di richiami pascoliani: a pag. 130, un giovane ucciso per rappresaglia dai tedeschi a Granaiolo non si limitò a morire, ma finì addirittura nelle grandi “braccia della Parca”. De hoc satis. Si potrebbe continuare su questo tono fino a buio.

*

Il massello però è “double face” e l’andamento apparentemente piano e intimistico (quasi personale) nasconde malamente mal sopite velleità didascaliche ed erudite, risolvendosi alla fine in un ircocervo di variegata natura, mezzo confidenziale e mezzo polemico contro chi non la pensa come l’autore. Il quale, si badi bene, non menziona alcuno dei suoi avversari, anche se va a diritto come la banda utilizzando a sporta aperta i copiosi materiali che gli stessi hanno posto a sua disposizione con le loro pubblicazioni. A questo proposito vi è assoluta reticenza nel citare le fonti e addirittura, per timore di evocare la semplice ombra delle sue bestie nere, non scrive mai che per i tedeschi la linea dell’Arno era “Arno-Stellung”, ma usa esclusivamente la corrispondente locuzione “Heinrich-Linie”. Questa frettolosa disamina,  con riserva di puntuali ritorni, viene limitata ai territori di Empoli e di San Miniato, in ordine ai quali esiste già da tempo un’abbondante bibliografia che il Nostro si guarda bene dal citare in calce al volume, pur facendone man bassa dei contenuti,  comprese le mappe topografiche in almeno tre luoghi (pagg. 106, 134, 199).

Sui fatti di Pratovecchio e il successivo eccidio di piazza Ferrucci si capisce perfettamente che la fonte per l’identificazione dei caduti tedeschi deve ravvisarsi in un recente contributo di Biscarini sul Bullettino Storico Empolese, a sua volta tributario di una mia fortunata “trouvaille” nell’archivio del comune di Vinci (ne demmo a suo tempo un primo discarico anche sul Segno di Empoli). Omette però il buon memorialista di ricordare che la necroscopia dei soldati tedeschi uccisi nella circostanza fece risultare che costoro erano stati attinti da colpi alla testa, laonde è giustificato opinare per una fredda esecuzione piuttosto che per un inesistente scontro a fuoco, che vide indenni tutti i partigiani.

Sul duomo di San Miniato abbiamo ben tre capitoli che rivangano il rivangabile e non conducono ad alcuna affermata conclusione. L’autore si scusa preliminarmente e pone le mani avanti chiarendo che lui scrive “ad narrandum” e non “ad probandum”. Non manca però di sfottere il benemerito canonico Giannoni per una sgrammaticatura (peraltro dubbia), mentre nel contempo la supponenza viene clamorosamente punita dalla duplice erronea citazione di un inesistente “Corriere del Mattino”, mai uscito nel 1954 (si trattava infatti del “Giornale del Mattino”, di cui io stesso sono stato collaboratore per lungo tempo).

More solito gran parte della disquisizione sull’eccidio nella cattedrale prende le mosse dal quaderno “La prova”, pubblicato da me e da Biscarini nel 2001. Come se non fosse bastato il libro di Paolo Paoletti del 2000, il nostro fu un colpo risolutivo, riconosciuto anche dal Klihkhammer, che partecipò alla presentazione.

Il valoroso memorialista ci gira intorno senza costrutto e senza capo né coda. Fa sfoggio di conoscenze balistiche (che però i periti del Paoletti avevano già sciorinato), ma non riesce a fare un discorso logico e sensato e,  soprattutto,  a motivare una conclusione. La solita solfa: i tedeschi erano stronzi e la colpa va attribuita a loro per aver pigiato tanta gente in cattedrale con l’ausilio del vescovo Giubbi. Ma convogliarono tanta gente anche in San Domenico e lì non accadde nulla. Allora come si spiega?

Si spiega col Leit-motiv della barbarie teutonica e nazifascista. Su questo registro manicheo si vorrebbe fare storia? L’ho già detto: torneremo ampiamente sull’argomento con più articolate controdeduzioni. Per adesso mi sono stancato. Credevo che col “De bilia” si fosse chiusa la partita, ma la mamma degli azzardosi è sempre pregna.

Non poteva mancare l’armadio della vergogna. Solo che quei fogli (assolutamente irrilevanti per quanto concerne la strage di San Miniato) ci erano già noti dalla notte dei tempi, prima ancora che scoppiasse lo scandalo. Inoltre quel fascicolo è già stato lavorato dalla procura e dal tribunale militare della Spezia, il cui G.I.P. ha emesso decreto di archiviazione con atto del 20 aprile 2002 affibbiando la responsabilità agli americani anche sulla base delle ricerche di Biscarini e mie. Ce ne sarebbe da benedire e da santificare, ma lo spazio a disposizione sta esaurendosi.

*

Allora: quale valutazione di sintesi dobbiamo dare al tomo? Sicuramente ci saranno gridolini di compiacimento, perché quando si scrive (quasi razzisticamente) che i soldati tedeschi, “novelli nibelunghi” (pag. 298), erano sempre dei pretoriani dall’arido credo (sic! pag. 300) e dei “duri teutonici con i capelli color paglia” (pag. 89), mentre i repubblichini erano “canaglia fascista”  (pag. 152) e bambocci infagottati in una ridicola montura (pag. 148), l’applauso non può mancare.

Meno entusiasti saranno i familiari del senatore Gentile, che è stato meleggiato ed irriso per avere incautamente abbassato il vetro (forse antiproiettile, sic! nel ’44, come un Saviano qualsiasi) della propria automobile in presenza del commando degli aggressori (pag. 39), che – a parere dello stimatissimo – fecero fare la giusta fine al “dottore dell’Atto puro e del Pensiero in azione”.

Si tornerà analiticamente su tutte queste materie. Per compilare il “syllabus errorum” ci vorrà almeno un mese.

Ma noi “guelfi neri” (pag. 50) e “depositari del senno di poi” (pag. 93) non demordiamo. Potete starne certi.

Intanto faremo provvista di “salsa cilena” (pag. 214) per suffragare gli assunti del canonico Giannoni.

GIULIANO LASTRAIOLI

Empoli, 25 settembre 2013

Questo post ha un commento

  1. Ci crede Avvocato che io ringrazio il Bini, altrimenti quando mai avrei letto la sua spassosa risposta: un capolavoro! Lo sa che mi disse il sor Nino per telefono ( nell’occasione in cui espresse il giudizio su Biscarini, che Lei conosce ) che i tedeschi spinsero la gente in duomo a pedate nel culo. Quando gli ribattei che nè me, nè mie ci presero a pedate disse che ero bugiardo! Purtroppo ci sono i “gridolini” e come si sono subito ringazzurliti! A quando il promesso proseguo?
    Buone cose

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