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Giuliano Lastraioli: Io e Gladio

Queste cose è bene che prima o poi si sappiano. Dell’organizzazione Gladio vera e propria io non so e non ho mai saputo assolutamente nulla, ma posso affermare per scienza, diretta che anche dalle nostre parti qualcosa di simile fu fatto.

Racconto per filo e per segno quello che mi risulta.

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In primo piano l’edificio della sede storica della D.C.

In un pomeriggio d’estate del 1956 si presentò a casa mia l’appuntato C****, addetto alla stazione dei carabinieri nelle nostre vicinanze, per invitarmi a passare subito in caserma (lì a quattro passi) perché un ufficiale voleva parlarmi d’urgenza. Mia madre si allarmò e mi chiese se avessi fatto qualcosa, ma io – sotto l’usbergo del sentirmi puro – le dissi che non doveva preoccuparsi in quanto non c’era nulla da temere.

Al comando della caserma mi ricevette l’amico maresciallo A***  B***** e mi fece passare nella sua stanza, dove mi attendeva un maggiore dei carabinieri con certi baffoni neri molto militareschi, ma allora decisamente fuori moda.

Lo scopo ufficiale dell’incontro era quello di assumere dettagliate informazioni sull’orientamento politico di un mio amico, fresco laureato in medicina, che aveva fatto domanda per essere ammesso al corso per allievi ufficiali medici di complemento. Mi fu domandato chiaro e tondo se costui fosse o meno un comunista.   In caso affermativo l’ammissione non sarebbe stata concessa. Francamente rimasi stupito della richiesta e cercai di tergiversare per non compromettere l’amico, che sapevo più rosso di un cocomero di Faenza.

Di fronte alla mia evidente reticenza mi fu fatto quasi un quarto grado, quantunque tentassi di svicolare sostenendo che sì, l’amico era di sinistra, ma non proprio un comunista sfegatato come si supponeva; per di più aveva fatto studi brillantissimi e non aveva mai dato luogo a rimarchi di comportamento.

Al maggiore tutto ciò non bastava: se volevo tornare a casa era necessario che dicessi  ‘o vero, in buon vernacolo napoletano.

E poiché mi ero ormai rotto le scatole, alla fine sbottai: è comunista.

A questo punto il signor maggiore accese una sigaretta e seraficamente sancì che l’interessato non sarebbe mai entrato in accademia.

(A me la cosa dispiacque assai, ma quando con la massima discrezione informai l’amico che ero stato sentito a suo carico, egli scoppiò in una bella risata e mi confessò di avere già ottenuto l’esonero dal servizio militare di leva facendosi prolassare le emorroidi con abbondanti aspersioni di pepe. Cominciò quindi la sua carriera di medico evitando di fare il soldato e so che poi in quel di Prato ha avuto un ottimo successo come meritava.)

Non è finita qui.  Il maggiore cominciò a prenderla larga col dire che con i comunisti bisognava stare molto attenti e che soprattutto i giovani democristiani come me e gli altri fieri virgulti del gruppo empolese avrebbero dovuto stare in guardia, giacché si sapeva che prima o poi sarebbe scoppiato un tentativo di eversione contro l’ordine democratico.

“Lei – insisteva – deve farsi promotore all’interno della D.C. di Empoli per costituire un nucleo di difesa. Ci conto. Rimanga qui in contatto con il maresciallo. All’occorrenza sarà lui a darvi disposizioni e a fornirvi le armi.”

Per farla breve ringraziai dell’immeritata fiducia, precisando però che le mie esperienze belliche e militari si limitavano alle lezioni della GIL ed ai quaranta giorni passati a gironzolare attorno alle cucine del presidio tedesco alla villa Comparini di Faltognano.

In attesa di superiori ordini, che mai più vennero, riferii l’accaduto al direttivo della D.C. di Empoli, dove la cosa non fu affatto presa in coglionella.

Al contrario: fui nominato subito, in grande segretezza e senza lasciare tracce di verbali, coordinatore del CEDAC, Centro Empolese Difesa Anti Comunista, con due esecutori ai miei ordini: per il settore est R***** C****, capufficio della Cassa di ******* di *******, già capo partigiano cattolico che si vantava di avere nascosto un mitragliatore nella canna più grossa dell’organo della chiesa di Sammontana; per il settore ovest A****** B*******, esponente della “bonomiana”, l’agguerrita associazione dei coltivatori diretti, che noi chiamavamo “il partito della vangheggia” e che figliò il primo ed unico deputato empolese non di sinistra, il mai dimenticato Moreno Bambi.

Parce sepultis.

Ovviamente tutto finì a tarallucci e vino, com’era giusto che finisse, anche se nel 1994 lo sfacelo democristiano partorì un’inchiesta e un processo condito a base di Gladio e di Massoneria, facendo precipitare nel ridicolo queste vecchie storie.

Ma sono utili queste reminiscenze? A voi l’ardua sentenza.

Giuliano Lastraioli

18 settembre 2013

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