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Claudio Biscarini: da Cassino a Roma

E’ notte sulle balze del monte su cui sorgono i ruderi dell’Abbazia di Cassino. I soldati polacchi stanno aspettando di scagliare l’ultimo balzo verso la cima. E’ il 17 maggio 1944 e da sei giorni i comandi angloamericani hanno dato il via all’operazione Diadem con l’intento di scardinare finalmente la porta alla valle del Liri e la via per Roma che è bloccata da ben nove mesi. Già una volta gli uomini di Anders hanno tentato di sloggiare dalle rovine dell’Abbazia, bombardata il 15 febbraio, i Fallschirmjäger della 1a Divisione, i Diavoli Verdi di Heydrich, ma invano.

Ora sono pronti a riprovarci. Sono dei combattenti formidabili i polacchi, fanatici, combattono per vendicare la sconfitta del 1939 e per poter ritornare alla loro Patria lontana. Quasi tutti non lo potranno fare perché la loro Polonia non sarà più la nazione che avevano conosciuto. Intanto, più verso il Tirreno, i Goumiers del Corps Expéditionnaire Français di Alphonse Juin hanno già sfondato la Gustav-linie e si sono aperti una strada sui monti Aurunci alle spalle del dispositivo tedesco. Per i civili della zona iniziano le tragiche giornate delle marocchinate ma la vittoria francese è indiscutibile e apre la strada a tutto il resto.

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Domenica 18 maggio 1944, Ascensione di Nostro Signore, finalmente i soldati polacchi prendono possesso senza colpo ferire dei resti dell’Abbazia. I paracadutisti tedeschi, dopo aver rifiutato un primo ordine di ripiegare, se ne sono andati notte tempo lasciando solo un pugno di feriti intrasportabili.

Il 23 maggio, alle 6 del mattino, anche le truppe del VI US Corps uscivano dalla testa di ponte di Anzio, il più grande campo di concentramento autogestito del mondo. Era iniziata l’Operazione Buffalo e il 25 ci sarebbe stato l’incontro con le truppe provenienti dalla Gustav.

I tedeschi della 14. Armee di von Mackensen erano in rotta così come una parte della 10. Armee di von Vietinghoff. Opporranno ancora una valida resistenza sulla Dora-linie e sulla Senger-linie prima di cedere.

Domenica 4 giugno 1944, San Quirino Vescovo, il sole sorgeva alle 4,36. Il proverbio del giorno pareva fatto per gli Alleati: la guerra non è fatta per i poltroni. Qualche romano, nei mesi precedenti, aveva proprio pensato che i soldati angloamericani lo fossero ignorando le difficoltà e i sacrifici che avevano incontrato per risalire la Penisola. Quella domenica, però, le avanguardie della 88th US Infantry Division Blue Devils, della 1st US Armored Division e della 1st Special Brigade Black Devils entravano nella capitale italiana. La conquista di Montecassino e l’inizio della battaglia l’11 maggio avevano aperto la strada alla marcia delle truppe di Harold Alexander e di Mark Wayne Clark.  Fu una vittoria? Direi di no. Nonostante che la 14. Armee fosse in piena rotta e che parte della 10. Armee fosse ancora ancorata alla Gustav, le unità angloamericane non seppero sfruttare l’occasione. Il 6 giugno la 6th South African Armoured Division era a Civita Castellana. Il 7 giugno americani e francesi entravano a Viterbo mentre i soldati neozelandesi liberavano Civitella Roveto poco a sud di Avezzano, ancora ai piedi degli Appennini. Davanti ai sudafricani c’era una strada che, passato il Tevere, porta a Norcia e Terni. E’ una strada che non presenta particolari vantaggi per un difensore, senza contare che i tedeschi dovevano controllare l’avanzata delle truppe da sud. Prenderla, girando verso est, avrebbe consentito, con tutte le difficoltà di dover far passare su una sola strada una divisione corazzata, di aggirare alle spalle la 10. Armee che aveva, come già detto, ancora una grossa parte dei suoi uomini in lento ripiegamento dalla Gustav in provincia de l’Aquila. Oppure si poteva voltare il fronte verso ovest e il Tirreno e annientare i rimasugli della 14. Armee. Niente di questo venne fatto e sia i sudafricani che gli americani e i francesi dovettero iniziare una battaglia muro contro muro con i tedeschi di Kesselring.  Per arrivare a Empoli e sull’Arno a Firenze dovranno passare ben 58 giorni di aspre battaglie con perdite in uomini, mezzi e civili uccisi. Eppure, quel 18 maggio con la conquista di Montecassino, tutto pareva possibile. Due mesi dopo sarebbe stato l’Arno, barriera molto meno formidabile del costone dell’Abbazia, a fermare per altri 30 giorni l’avanzata angloamericana.

 

 

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