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CABEZA DE HIERRO – di Giuliano Lastraioli

Chissà se il nostro Gigi Cabeza de hierro (così appellato dagli amici versiliesi) è imparentato o addirittura discendente di quell’Agostino Testaferrata, fattore del marchese Cosimo Ridolfi, grande figura dell’agronomìa ottocentesca e inventore di sagaci sistemazioni collinari che mutarono il paesaggio della Valdelsa.

Non se n’è mai parlato e forse non lo sa nemmeno lui,    tutto rivolto ai suoi D’Annunzio e De Robertis, con l’anima empolese, ma sempre vagante tra Firenze e le Apuane, Luigi Testaferrata è un letterato allo stato puro, di quelli d’una volta, quando si studiava sul Flora e sul Sansone e ci si addormentava sfogliando il Carli-Sainati.

Al liceo Michelangelo di Empoli, che abbiamo frequentato negli stessi anni sotto gli stessi professori agli ordini del preside Marletta, abbiamo fatto esperienze comuni, mai dimenticando la favolosa estate del 1944 che ci travolse insieme dalla campagna di Greti al Montalbano fra mille paure ed avventure di guerra. Per noi ragazzi fu più che la scuola.

Quando scrissi, nel mio ultimo lavoro, che purtroppo la penna dei letterati empolesi si era disseccata, sbagliai di grosso, perché sùbito dopo sono usciti i volumi di Marco Cipollini e di Luigi Testaferrata, ancora attivi e operosi nel loro aureo nascondimento.

In effetti il libro di Gigi altro non è che una raccolta ben organizzata di stelloncini periodici che, pur non assurgendo al rango dell’ elzeviro vecchia maniera, avevano già impreziosito le pagine del “Corriere fiorentino”. Una completa epitome, un vero enchiridio che riassume, a mio modo di vedere, tutta la precedente produzione del Nostro.

Chi non avesse letto i suoi libri precedenti troverà in questo “SALUTAMI TOSCANA” (Edizioni dell’Erba, Fucecchio, maggio 2015) un summa della Weltanschauung dell’autore, con una scrittura perfetta, lineare e non leziosa, priva di qualsiasi pretesa di novità stilistiche, come si conviene a un letterato “ancien regime”, di certo più legato a Emilio Cecchi che agli sperimentalismi attuali. Una cosa davvero godibile, anche se talvolta il culto per la fiorentinità e il lampredotto può apparire stucchevole.

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Mi spiego: Gigi, perfettamente integrato nell’ambito dell’accademia fiorentina, risente di una estrazione antropologica di stampo urbano, se non proprio cittadinesco. E’ proprio un empolese di dentro, anche se abitava in via Salvagnoli, fuori del giro. Per converso io provengo da quella ampia fetta del territorio empolese che fu già nella giurisdizione dei vescovi di Lucca ed ora è diocesi di San Miniato.

Lo iato culturale è di tutta evidenza giacché la storia non è acqua tiepida.

Facendo un paragone impertinente sui massimi livelli (“si magna licet componere parvis”), nei nostri conversari, Gigi è stato il Manzoni, mentre chi scrive non può arrivare oltre il Ripamonti, visto che spesso il Testaferrata è stato tributario, anche per le sue ispirazioni narrative, delle mie dozzinali ricerche storiche. Se rileggete “TENERA COME COLOMBA” e “I CENCI E LA VITTORIA” non potrete fare a meno di constatare che i materiali di fondo scaturiscono da un mio saggio sulla navigazione empolese e da “Arnostellung”, oltre che da “Kiwis a Empoli”.

Questo sia detto a erudizione dei critici curiosi e non certamente per sciocche rivendicazioni.

Nessuno oggi ricorderebbe il Ripamonti se non fosse agganciato al Manzoni come una ruota dì scorta. Parliamoci chiaro: leggere Testaferrata è sempre un piacere. I suoi tasselli hanno ciascuno la propria autonomia di contenuto, ma nell’insieme compongono non già un informe collage, sibbene un’opera unitaria in laude della toscanità, ancorché viziata da una eccessiva sudditanza a Firenze, pur quando si illustrano personaggi empolesi e il territorio circostante. Certi solipsismi nostalgici non sono esercitazioni letterarie (vulgo: seghe mentali), ma passaggi di vera poesia.

L’edizione è raffinata, come si conviene a un grafico del valore di Benedetto Toni, che ha curato la stampa.

Ce ne fossero in questo mondo di approssimativisti! Soltanto un paio di innocentissimi refusi, tanto da muovere invidia in chi – come me – combatte da una vita contro gli ineluttabili errori di stampa.

Al vaglio fitto del censore trovo una sola inesattezza a pagina 49, dove Gigi attribuisce ai Priori il palazzo dei Vicari di Certaldo, equivocando fra mandanti e mandatari. Sempre il solito predominio di Firenze…

Svincoliamoci, perdio, da questo remoto colonialismo e se vogliamo rimanere contadini (alias: comitatini) torniamo all’inventiva, all’ingegno e alla laboriosità del grande avo Agostino Testaferrata. Penso che anche Gigi sia d’accordo.

GIULIANO LASTRAIOLI

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Empoli, 27  maggio 2015

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