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ARBEIT MACHT FREI – di Tommaso Mazzoni

Se noi salveremo solo i nostri corpi
dai campi di prigionia, dovunque essi siano,
sarà troppo poco.
Non si tratta infatti di conservare questa vita
a ogni costo, ma di come la si conserva.
Esther (Etty) Hillesum (1914-1943).

 


di Tommaso Mazzoni

»Arbeit macht frei«, come ognuno sa, sono le parole scritte sul cancello di un lager, non ricordo in quale luogo(1). Ma di questi cosiddetti “campi di lavoro”, durante la seconda parte dell’ultima guerra mondiale ce ne sono stati parecchi, in parte ben conosciuti ed altri non presenti nella memoria; ve ne sono stati molti, dicevo, e non soltanto in Germania. Evito, perciò, anche di andare a cercarne il nome: non ha alcun’importanza a questo fine. E, se a qualcuno di voi interessasse di saperne di più, di descrizioni e di libri seri ce ne sono: basta cercarli, soprattutto per volere non perdere la memoria su quanto, di tetro, al limite dell’impossibile e comunque certamente inumano, è accaduto nel cuore – come mi sono altrove(2) espresso – di questa civile Europa.

vetreria taddei empoli (2)

La traduzione di quelle tre tetre parole (tetre per il luogo in cui sono state issate) è, se ho ben compreso, «Il lavoro rende liberi», ma quel genere di lavoro ha liberato, si può dire, la stragrande maggioranza dei deportati dal loro corpo, rendendo così “libero” il loro soffio vitale. Di questo, responsabili ce ne sono stati e ce ne sono tuttora. Assassìni!

Empoli, la mia città, ha pagato con tante vittime innocenti il tributo di dolore e di sangue. C’è ancora una lapide-ricordo presso la vetreria dove le truppe della Germania nazista prelevarono lavoratori inermi per deportarli, si diceva, nei campi di lavoro(3).

Firenze ha pure saporitamente pagato, come, del resto, tantissime altre città e paesi, il proprio tributo.

E a Firenze, proprio di fronte alla facciata della chiesa di Santa Maria Novella, di là della piazza, press’a poco sull’incrocio con Via della Scala, proprio sotto la loggia (dell’antico Ospedale di San Paolo, poi scuole dette Leopoldine), si può leggere una lapide che ricorda il luogo del raduno in funzione delle deportazioni. Pure all’interno della stazione ferroviaria, all’inizio del binario numero sei c’è un’altra lapide(4), collocata su di una colonna una decina d’anni fa, mi sembra, in cui si fa presente, a chi legge, che tanti deportati dai nazisti, da quella stazione ferroviaria videro l’ultima immagine di Firenze prima di partire per non farne mai più ritorno.

Cose terribili: falsamente, in nome del lavoro, che già di per sé è fatica, la barbarie e la follia di pochi, poi attecchita nei tanti, ha fatto soffrire e morire gente innocente ed inerme, bambini, anziani, donne, vecchi… Che a queste povere vittime possa un dio dare la giusta ricompensa!

E che un dio giusto possa anche punire quegli infami, i rei di così profonde atrocità; commesse in nome di una guerra che, degenerando, poi non poteva nemmeno chiamarsi più tale.

In vista di un’Europa comune, ora come allora, a quei Paesi che ieri si sono scontrati dopo che ogni nazione, più o meno, aveva unito i propri staterelli, accomuniamo finalmente non solo le diversità monetarie su cui si sta a limare l’ette in più o la virgola di un tot in meno: non sono le uniche cose di cui si debba tener conto, ma occorre piuttosto accostare le nostre basi culturali, nel rispetto delle diversità, ma sotto un’unica egida, ben parlamentata e ben definita di comune accordo. Così ogni piccolo o gran subbuglio viene fermato e soffocato sul nascere, cosa che non è possibile in mancanza di una unità politica che possa valere erga omnes, verso tutti, appunto, proprio perché rispettata indistintamente dagli stati membri.

Il lavoro, certo, il lavoro occorre. Guai, sennò, ma bandiamo le ipocrite scritte e le ipocrite affermazioni che si leggono e si ascoltano purtroppo tutt’oggi quando si sente affermare «il lavoro soprattutto per il Mezzogiorno», «affinché le ditte possano nascere numerose nel Mezzogiorno». Certo, sono per forza d’accordo che là ce n’è maggiormente bisogno, ma sono anni, troppi anni, che i nostri connazionali vengono sistematicamente presi in giro. Da quasi tutti. Male endemico, si tende a dire. Le colpe, però, ammesso che possano anche minimamente essercene, le colpe, dicevo, di chi sono? Sicuramente non dei poveri cristi.

Certo, non c’è da fare paragoni con la situazione italiana che si era venuta a creare a seguito della seconda guerra mondiale, ma tuttavia dobbiamo agire. Allora, almeno, si poteva contare sulla speranza del futuro. E, io che, per i miei non pochi anni, in quei giorni c’ero, vi assicuro che “quel” genere di speranza era perfino esaltante… speranze andate, purtroppo, in gran parte deluse.

Il filosofo, Avv. Gerardo Marotta(5) – che ho avuto il piacere di incontrare ancora, questa volta qui a Firenze, durante le «Giornate Europee del Libro e della Cultura», presso la Fortezza da Basso -, sostiene che nel dopoguerra c’è stata la ricostruzione. È avvenuta per molte cose, ma, nonostante ciò, non s’è avuta la ricostituzione di un appropriato insegnamento e, in ogni caso, della cultura in generale; perciò occorre agire.

Ascoltando alcune relazioni a proposito della nascente Europa, mi corre quasi l’obbligo di riportarvi il pensiero che ha aleggiato in queste Giornate Europee secondo i concetti d’illustri pensatori. L’Europa, non solo nominale, “ha bisogno di filosofia, di un coraggioso sforzo di pensiero e d’immaginazione critica, capace di progettare un rapporto più sano ed equilibrato tra individuo, società e natura. “Il mondo – ho letto – ha bisogno (quindi) di un’Europa unita, né timida né superba, desiderosa (altresì) di confrontarsi nella parità e nella tolleranza con i popoli e con gli Stati degli altri continenti, ma anche capace di vivere senza pregiudizi le luci e le ombre del proprio presente come storia”.

È insomma in gioco – così traspare – “la formazione di una società civile europea ricca delle proprie identità e differenze, di un nuovo modello di cittadinanza fondato sull’alleanza del lavoro e dell’apprendimento, dell’economia” (Certo, dell’economia, e dalle cronache n’abbiamo ben donde, ma è il dopo che fa cascare l’asino, è il caso di dire) “e della cultura”, appunto.

M’interesserà di conoscere nuovi particolari sul pensiero dei relatori che già si sono susseguiti. Fra di loro, e quelli che ho ancora da ascoltare (o riascoltare) – ve lo riferisco per dovere di narrazione -, oltre al ricordato Gerardo Marotta, desidero ricordare anche Giorgio Baratta, Rita Casale, Remo Bodei, Cesare Cases, Yves Hersant, Domenico Losurdo, Michael Marschall von Bieberstein, Aldo Masullo, Antonio Ruberti e Fabrizio Scanzio.

Vorrei menzionare anche i tanti altri, ma sono molti, e tutti validi; ognuno di loro ha portato ugualmente (e, sono certo, continueranno ad offrircene) il proprio tassello, sicuramente interessante ed edificante.

Circa, poi, alla ricostruzione o ricostituzione di una cultura, come dir si voglia, non potrò certo farlo io. Quello che posso fare da parte mia – voi lo sapete, ormai – io scrivo, ma scrivo per riferire e per suscitare interessi; che altro posso o debbo fare? Inoltre, parlo, parlo anche con parecchie persone, ecco, oltreché con i diversi amici. E quando anch’io mi permetto di ricordare che occorre fare in modo da modificare o mutare certe cose, non propongo di spingere gli altri a fare, giacché “gli altri” – parafrasando Sartre(6) -, se ci pensiamo bene, …siamo noi.

Empoli, mercoledì 25 marzo 1998 11h54’.

TOMMASO MAZZONI

 


Note e Riferimenti:

(1) – Durante una trasmissione televisiva di oggi, giovedì 26 marzo 1998 (“Format”, Rai tre), mi son reso conto, e perciò sono ora in grado di precisare, che la scritta »Arbeit macht frei« era stata posta dai nazionalsocialisti (nazisti) su di un cancello (forse su due) del “campo di lavoro” di Auschwitz; questa parte della Polonia è stata, durante la seconda guerra mondiale, sotto il dominio dei tedeschi di Hitler. La scritta, tuttavia, mi consta essere stata posta, a quei tempi, anche presso altri campi di sterminio; o forse in tutti.

(2) – L’articolo è “Poker e Scala «Reale»”, nel libro «Un Bicchiere Mezzo Vuoto». È un mio scritto dell’aprile del 1993, cioè press’a poco di cinque anni or sono, e, seppure esposto con altre argomentazioni ed esempi, vi sono alcune affinità che amerei voleste comparare.

(3) – Nel mese di marzo 1999, in quel luogo dove era la vetreria di cui dicevo, è stata aperta una nuova e spaziosa filiale (propriamente definita negozio) dell’Unicoop. Domina il vecchio piazzale – adibito ora a parcheggio per auto – un troncone di ciminiera a ricordo della preesistente vetreria. Sotto tale ciminiera, lasciata lì e ben sistemata a mo’ di stele, è collocata, giustamente, una lapide con una scritta.

È la seguente:

un luogo per non dimenticare

a seguito dello sciopero generale contro il regime

nazifascista, all’alba dell’8 marzo 1944, 26 operai

furono prelevati dalla vetreria taddei e deportati

nei campi di sterminio.

nello stesso giorno la città tutta solidale con lo

sciopero e profondamente antifascista fu punita con

altre deportazioni.

Sulla lapide seguono le tristi descrizioni degli operai. Oltre a loro, si possono leggere, lì elencati, i nomi di altri numerosi miei concittadini, poi assassinati dai nazisti nei famigerati campi di sterminio. L’età dei deportati, pensate, era compresa, nel 1944, appunto, fra i 14 e i 76 anni. Vili: vergogna!

Faccio un’eccezione e cito un nome – capirete subito il perché. Saffo Morelli è nato nel 1929; è reduce, per fortuna, insieme a pochissimi altri. Nel 1944 non aveva che poco più di 14 anni! È lui, Saffo Morelli, il più giovane dei deportati della mia Città, prelevato insieme ad altri operai della Vetreria Taddei.

Non so se si possa davvero affermare di averne tratto piacere, incontrandolo personalmente. È avvenuto dietro mio interessamento, previa telefonata da me fatta direttamente a casa sua.

Ma quando dico che non so se si possa davvero affermare di averne tratto piacere, incontrandolo personalmente, oh, non alludo certamente alla persona, dato che è un signore squisito e su cui non ho assolutamente alcunché di negativo da commentare: intendevo alludere, invece, con tale mia appena espressa perplessità, a ciò che questa persona, oggi, rappresenta, ovvero un attendibilissimo testimone(*) vivente (grazie a Dio) di così tanti scempi.

Ora non mi si potrà dire che quello che chiamano olocausto non è stato vero, ossia che si verificarono grandi, grandissimi scellerati massacri! La chiarezza nell’esposizione dei fatti di questo reduce ‘miracolato’ è stata come se mi ci fossi davvero trovato anch’io, in quei lager. Ma la mia testimonianza diretta potrebbe essere viva e valida “solo” per i bombardamenti subìti, gli stenti sofferti e il tormentato passaggio del fronte della seconda guerra mondiale dai miei luoghi dove, fanciullo, avevo vissuto felice con i miei genitori.

Mi scuso con voi, cari lettori, per quest’accenno personale, ma è tutto quanto così collegato… Torno subito, però, a raccontarvi di questo mio incontro con il prezioso testimone.

Nel mostrarmi una copiosa documentazione, di cui in parte ha inteso farmi dono, non ha mai dimostrato la minima impazienza, Saffo Morelli, per ciò che man mano gli chiedevo. Spesso era lui stesso, spontaneamente, che particolareggiava i fatti. Non potendo ovviamente esaurire il folto e sofferto argomento, mi ha anche invitato a prendere contatto con lui quando l’avessi desiderato.

Gli sono molto grato per tutto ciò. Per me, ma certo anche per lui, non è stato un incontro da poco, credetemi, amici di oggi e di domani. Ma ho inteso di, almeno in parte, colmare questa mia lacuna.

In una spaziosa e confortevole sala posta al primo piano della Casa del Popolo, messaci cortesemente a disposizione da uno dei dirigenti, ci siamo incontrati, qui a Empoli, frazione di Santa Maria a Ripa, nel primo pomeriggio di giovedì 22 aprile 1999.

Saffo Morelli racconta, e perciò vi trascrivo la sua diretta testimonianza. Vale la pena di leggerla per intero, e certo non riporta tutte le infamie subite da lui e dagli altri suoi compagni di sventura durante la permanenza nei diversi lager:

«Quando mi presero avevo 14 anni ed ero sempre un bambino, ricordo che giorni prima giocavo ancora con l’aquilone con altri ragazzi della mia età. Rammento bene che il 4 marzo fu fatto sciopero non solo nella vetreria Taddei nella quale lavoravo, ma anche in tutte le fabbriche della zona con il coinvolgimento di buona parte della popolazione empolese. L’8 marzo del 1944, la mattina alle ore 5, venne il capofabbrica con una lista di nomi ed uno alla volta ci chiamò invitandoci ad andare in ufficio dove c’era l’impiegata che ci chiedeva il nome che subito cancellava dalla sua lista invitandoci ad uscire fuori. Lì ci aspettavano dei repubblichini che ci portarono alla loro caserma in Via Jacopo Carrucci. Là trovammo altre persone che erano state prese, chi a casa e chi per strada. Alla vetreria fummo presi in 26, tra i quali i principali promotori dello sciopero: Nencioni Giuseppe, Comunale Gaetano oltre al Soldaini; se ve n’erano altri non so, quello che è certo è che nessuno degli arrestati nutriva fiducia nel fascismo. Io non mi intendevo per niente di politica e non avevo fatto niente a nessuno. Dalla caserma con due pullman fummo trasferiti alla sede degli allievi ufficiali dei Carabinieri di Firenze e da lì, visto che il comandante non ne volle sapere di noi, a Villa Triste dove operava la famosa banda Carità, la SS italiana. Ci misero in 50 per cella; io avevo bisogno di andare al gabinetto e uno di loro mi accompagnò alle latrine che erano piene di sterco. Io dissi che volevo andare in una più pulita e, per tutta risposta, mi fu dato un manico di scopa perché la stasassi. A quel punto mi rifiutai e lui mi diede il calcio del fucile nei reni. Dopo fummo trasferiti alle scuole leopoldine in Piazza S. Maria Novella (a Firenze [n.d.r.]). L’ufficiale delle SS tedesche disse ai fascisti italiani di lasciar perdere ma costui rispose di no dicendo che eravamo una “pericolosa” massa di scioperanti».

«Fummo trasferiti con autocarri cingolati alla stazione di S. Maria Novella di Firenze – continua a raccontare Saffo Morelli – e dal binario 6 avviati su carri bestiame accuratamente piombati. Durante il viaggio vennero buttati dei biglietti dal treno con l’intento di fare arrivare notizie ai nostri familiari. Ad un certo punto il treno si fermò in aperta campagna e le SS ci ammonirono dicendoci che se avessero visto uscire da un vagone un altro biglietto ci avrebbero fucilati tutti. Durante il viaggio ci diedero una scatoletta di pasta di pesce da mezzo chilo per 10 persone, ricordo che era salata, e 250 grammi di pane a testa. Il viaggio durò tre giorni e tre notti senza mai bere. Si moriva di sete. Al Brennero cercò di intervenire la Croce Rossa Internazionale per dare la sua assistenza, riuscì solo in minima parte perché le SS impedirono ogni gesto di solidarietà dicendo che non si trattava di prigionieri militari bensì di volgari banditi. Il treno riprese la sua corsa finché arrivammo a Mauthausen».

«Arrivati alla baracca della “quarantena” c’era un capoblocco giovane, del quale venimmo a sapere in seguito che aveva ucciso il babbo e la mamma per soldi, e fummo affidati alle sue “cure”. Ci fece stendere a terra su dei pagliericci, uno accanto all’altro, per tre file e in questi materassi ad una piazza dovevamo starci in 4 persone, disponendoci a coltello con i piedi alla gola dell’altro e se tardavamo a compiere questa operazione ci picchiava insieme agli altri kapò [Ka(merad) Po(lizei), n.d.r.] con manganelli di gomma pieni di filo di piombo.

Dovevamo rimanere così per 10 ore e le altre 14 fuori della baracca; pensate che molto spesso si era costretti a stare in camicia e mutande ad una temperatura di almeno 20 gradi sotto zero sotto la neve o la pioggia».

Continua ancora il racconto di Saffo Morelli: «Il vitto consisteva in un pane da un chilo per 4 persone, un litro di zuppa fatta con le rape che abitualmente si danno ai maiali e 15 grammi di margarina. Questo doveva bastare per tutto il giorno».

«Io che avevo 14 anni e non avevo ancora la barba, mi fermai ad aspettare, mentre i miei compagni erano a radersi. Mi notò un kapò il quale mi disse qualcosa in tedesco che non riuscii a decifrare. Lui con ampi gesti mi fece capire di andare a farmi la barba. Io dissi che non ce l’avevo ancora al che cominciò a picchiarmi per cui da quel giorno, seppur sbarbato, cominciai a radermi. La sera, rivolgendomi con lo sguardo verso il cielo, chiedevo cosa avessi fatto di male per meritarmi un simile tormento».

(4) – Dopo che ieri, 24 marzo 1998, avevo scritto il presente articolo, ho voluto rileggere – e anche ricopiare per porgerle a voi le esatte parole – ciò che, in quella lapide di cui ho parlato, fu inciso a cura dell’Associazione Nazionale ex deportati politici nei campi nazisti.

Quando fu collocata era l’8 marzo 1991. Oggi c’era ancora un serto di fiori, lì ben sistemato, sicuramente collocato il giorno otto di questo mese. Vuol dire che per buona sorte, proprio tutti non hanno dimenticato.

Ora vi trascrivo quelle esatte parole: 

da questa stazione

rinchiusi in carri piombati

l’8 marzo 1944

furono deportati

nei campi di sterminio

oltre mille cittadini

arrestati in città

ed in provincia

dai nazi – fascisti

 

santa maria novella

fu la loro ultima visione

di firenze

prima dell’olocausto

 

47° anniversario della

deportazione

8 marzo 1991

 

(5) – Ho trovato un po’ stanco, l’avvocato Marotta, forse anche perché frustrato dalle disillusioni; e per ben due volte ha accennato alla vecchiaia. Mi spiace. Avrei voluto dirgli che tenesse duro, e che continuasse a sostenere ancora le proprie idee. Sinceramente, però, debbo confessarvi che non ho avuto l’ardire. Chissà, se capiterà l’occasione, che non trovi il modo per azzardare qualche parola. Non so…, ma poi sùbito penso – quanto potrebbero valere le parole di un semplice uditore come me, ai fini per cui vorrei dirle? Ecco, ciò che più mi ha frenato, e mi frena.

Certe situazioni, infatti, mi mettono in imbarazzo quando devo scegliere fra la ritrosìa (per non collocarmi al pari di queste personalità, e la generosità (che in ogni modo sento in me per un’azione che magari potrebbe anche recare conforto.

Ma sicuramente non deporrà le armi, l’Avvocato Marotta: si sarà trattato di un momento. Si riprenderà sùbito.

È anche il mio affettuoso augurio.

Infatti, è accaduto così come ho pensato (quest’aggiunta è perlomeno doverosa): proprio durante le lezioni di sabato 21 marzo – una il mattino e l’altra nel pomeriggio! – ha di mostrato, l’Avv. Marotta, una “ripresa” da potersi definire veramente eccezionale, data anche la sua non più giovane età.

Effetto del primo giorno di primavera?

Può esserne proprio questa, la ragione: so much the better!, direbbero gl’inglesi; meglio, meglio così, per tutti noi che lo amiamo.

(6)Jean Paul Sartre (1905-1980), nel dramma del 1944 intitolato “A Porte Chiuse” si esprime con la locuzione “l’inferno sono gli altri”.

 

(*) – Triste, tristissima nota, questa: Saffo Morelli è deceduto ieri, martedì 7 marzo 2000. Oggi gli hanno porto l’estremo saluto. Io l’ho saputo solo in questo momento, a tarda sera, grazie alla stazione televisiva “Antenna 5” di Empoli, ma ormai a funerali avvenuti. Non mi rimane, perciò, che rivolgere a Saffo il mio pensiero riconoscente, misto a tanta mestizia.

Che possa riposare fra coloro che, senza nuocere ad alcuno, hanno subìto il male da parte di esseri – consapevoli – che non potranno mai esser chiamati uomini.

 

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