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“23 agosto 1944”, di Claudio Biscarini

Mercoledì 23 agosto 1944 il sole si levava alle 5, 26 e, intorno a quell’ora, nel territorio compreso tra le province di Pistoia e Firenze, detto Padule di Fucecchio, si scatenava l’inferno. La Panzer-Aufklarungs-Abteilung della 26.Panzer-Division, assieme ad altri reparti tutti al comando del Capitano di Cavalleria Josef  Strauch, a fine giornata avrebbero lasciato tra i canneti, i canali e i campi del Padule, 176 cadaveri di civili innocenti, tra i quali donne e bambini. Un suo ufficiale, il tenente Tillmann comandante di una delle Compagnie, dopo aver fatto massacrare i membri di alcune famiglie contadine, farà bruciare alcuni corpi e permetterà persino che suoi soldati compiano atti di libidine violenta su una povera ragazza agonizzante. Si tratta di una delle stragi più feroci di quella già feroce estate.

Nell’immediato dopoguerra, i due principali responsabili, il comandante della Divisione generale Peter Eduard Crasemann e lo Strauch, saranno processati e condannati rispettivamente da una Corte britannica e da una italiana. Il primo avrà 10 anni di carcere e il secondo, a cui verranno concesse numerose attenuanti, sei. Crasemann morì in prigione nel 1950; Strauch, in quell’anno ritornò libero cittadino ma già dalla fine del 1949 era uscito di galera avendo scontato, dopo la condanna un anno e pochi mesi a cui si devono aggiungere i mesi trascorsi prima della condanna come prigioniero di guerra. A nostro parere un’inezia di condanna.
I due processi videro uno scarica barile ignobile tra i due imputati.

Lo Strauch, infatti, sostenne sempre che fu il Crasemann ad ordinargli, prima oralmente poi per scritto, di distruggere tutto e tutti nel Padule, cosa che il generale sempre negò. La difesa di quest’ultimo, invece, fu improntata a un errore del suo sottoposto e delle truppe ai suoi ordini. In pratica, Crasemann dichiarò di aver ordinato il rastrellamento della zona partendo dal terreno a nord di Massarella fino alla strada Fucecchio-Montecatini, a causa dei ripetuti attacchi dei partigiani della zona che avrebbero causato, disse lui, diverse perdite ai suoi uomini tra cui un tenente dei Bersaglieri italiano di una Compagnia di Bergaglieri addetta alla sua Divisione. Non è stato possibile stabilire a quale reparto si riferisse né durante il processo né oggi in quanto nell’organico della 26. Panzer-Divisione non risultano reparti organici italiani.

Il suo piano, però, venne frustrato da due elementi: un cannoneggiamento degli Alleati nella zona e l’errore di diversi suoi soldati che avrebbero deviato verso Castelmartini, dove ci sarebbero stati i morti civili. Peccato che i poveretti siano stati trovati in tutta l’area del Padule, anche se proprio a Castelmartini e Stabbia ci fu probabilmente la maggior parte di persone uccise. Lui avrebbe visto tutto da Massarella, dove aveva stabilito il suo comando ma, a causa del malfunzionamento degli apparati radio non fu in grado di intervenire. In realtà, Crasemann, che era stato vittima già di un attacco partigiano al Passo di Porretta mentre veniva a prendere il comando della Divisione, da tempo si era convinto che nella palude ci fossero migliaia di uomini in armi, e non i 35 del gruppo che effettivamente vi sostava.

Probabilmente ad accrescere questo idea avevano contribuito le intercettazioni di alcuni messaggi di agenti italiani dello Special Operations Executive che erano aggregati alla XI Zona di Manrico Ducceschi detto Pippo. La psicosi di essere attaccato alle spalle mentre i suoi soldati tenevano il fronte dell’Arno, da parte dei “ribelli” coordinati con un attacco degli Alleati dalla riva sud del fiume, potrebbe anche essergli stata rafforzata da quanto sicuramente egli seppe dai suoi più vecchi ufficiali di quanto accaduto il 12 giugno 1944 a Pitigliano, quando un gruppo di partigiani del Raggruppamento Patrioti Monte Amiata attaccò una colonna di ciclisti della 20.Luftwaffe-Feld-Division e occupò il paese, aiutati dai Carabinieri della locale Tenenza, alle spalle del fronte tedesco mettendolo in crisi e permettendo agli americani di avanzare per una trentina di chilometri.

Infatti, nonostante i contrattacchi sferrati dai tedeschi della 90.

Panzer-Grenadier-Division, non fu possibile riprendere il paese prima dell’arrivo degli statunitensi. La Divisione a fianco della 90. Panzer-Grenadier, a pochi chilometri da Pitigliano, era proprio la 26. Panzer e tutta la faccenda, che riempie ampie pagine del Kriegstagebuch, il diario di guerra, della 14. Armee tedesca non può certamente essere sfuggita al comando della Divisione corazzata dove non c’era Crasemann, ma c’era sicuramente il suo Capo di Stato Maggiore tenente colonnello Douglas von Bernstorff.

Personaggio strano questo ufficiale, il quale preparò sicuramente, e forse controfirmò, l’ordine di annientamento di cose e persone nel Padule come dichiarò Crasemann, ma non fu mai portato a giudizio e, ritrovato da me negli anni ’90 dello scorso secolo, dopo un iniziale scambio epistolare, nel quale poco aveva ammesso adducendo l’età avanzata e il tempo trascorso, mi liquidò piuttosto freddamente perché diceva di non poter spendere pochi spiccioli per comperare i francobolli con cui rispondere alle mie lettere!

Nel corso degli anni, molti tra ricercatori e giornalisti locali, hanno voluto vedere “misteri” e “spie” nella tragica vicenda che di misterioso non ha nulla. Non è infatti un mistero che ci siano stati anche degli italiani tra i soldati tedeschi , che fecero da guida e forse non solo quello. Alcuni furono addirittura riconosciuti ma la legge non li ha mai raggiunti. Non è un mistero che si sia trattato di una operazione di ripulitura del territorio alle spalle del fronte, come era accaduto in altre località e dove, purtroppo, ad opera delle SS accadrà ancora sull’Appennino. Basta leggere il bel libro di Politi sulle tattiche di controguerriglia tedesche per rendersene conto. In questo tipo di operazioni, gli attacchi dei partigiani avevano una relativa importanza. In realtà bastava il semplice sospetto di attività partigiana e l’operazione veniva imbastita, coinvolgendo i civili che, nelle zone che i tedeschi consideravano infestate da bande, erano considerati tutti partigiani anche donne e bambini. Lo dirà espressamente al suo processo Crasemann quando dichiarerà che il suo ufficiale alle Informazioni gli aveva detto che i partigiani del Padule si servivano di donne e bambini per ricevere cibo e messaggi.

Magari, però quel cibo andava alle migliaia di sfollati che avevano trovato rifugio dentro la zona ma questo, per Crasemann, era un dettaglio che non volle appurare proibendo a Strauch una ricognizione del territorio preventiva ma che, a suo parere, avrebbe messo in allarme i partigiani dando loro la possibilità di scappare. Tutto questo in palese violazione delle Convenzioni Internazionali che stabilivano, invece, dei punti fermi, accettati anche dal Codice Militare di guerra tedesco, per l’istituzione di una repressione collettiva. Uno di questi punti, tra l’altro, diceva che in ogni caso di attacco a militari della potenza occupante, prima di effettuare la presa di ostaggi e l’eventuale fucilazione, ci doveva essere un’indagine per cercare di arrivare ai veri colpevoli. A quanto risulta, il comando della 26. Panzer-Division non fece mai indagini del genere dopo i “numerosi”, secondo il comandante, attacchi da parte dei partigiani.

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