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Un’analisi e una proposta : la città ad anello. Di Vincenzo Mollica

Quando alcuni indicatori del territorio segnalano l’approssimarsi di uno stato di malattia  nel sistema centrale, è salutare che la città s’interroghi sulle soluzioni da adottare per evitare che la situazione si aggravi.
Il dibattito avviato dall’Amministrazione, attraverso una straordinaria partecipazione di pubblico, sui malesseri del centro storico, si segnala, oltre che per la portata e la qualità dell’iniziativa, per la consapevolezza che un tema così vasto e delicato, non possa prescindere,  per le soluzioni che cerca, dall’opinione  di coloro che vivono il problema in modo diretto e trasversale, vale a dire tutti gli abitanti della città e del suo territorio.
Nell’ambito delle proposte avanzate per la  rigenerazione del centro, figurano interventi di ordine e scala diversi, segno che la  volontà  dei partecipanti  è quella di rimuovere e superare la condizione della crisi in corso. Si tratta di una risorsa preziosa e qualificata, purtroppo solo potenziale, fin quando  verrà lasciata all’esterno di un disegno strategico approfondito e organizzato. Definire dove, come e quando si voglia arrivare, significa  fotografare un obiettivo in ragione delle prospettive, della condivisione e della sua sostenibilità: se un grande sogno è sorretto dalla volontà e dalla ambizione di realizzarlo, esso prima o poi diventerà possibile.

Esiste una contraddizione profonda nei termini della transizione che stiamo attraversando: mentre la portata dei cambiamenti indurrebbe ad un quadro organico di convergenza e di coordinamento delle risorse intellettuali, fisiche, economiche e politiche, necessarie ad affrontare e risolvere le questioni che ci stanno davanti, l’atteggiamento di chi riveste i ruoli di responsabilità tende a privilegiare, invece, soluzioni  parziali  e a breve scansione, forse, perché più adatte ad alimentare un modello impostato su risposte brevi e ritorni rapidi, oltre che sulla scelta singola anziché condivisa.
Se le cose sono arrivate a questo punto, ciò  non ci  esime, però, dal sottolineare come la politica, in questa fase, abbia smarrito non solo il proprio primato rispetto al mercato, ma sia incapace di presentare ai cittadini che la eleggono, un orizzonte in qualche modo credibile . Giova, peraltro, ricordare che un sistema sano ed  efficiente,  qualunque sia la  scala lo riguarda, non va mai pensato come  la sommatoria  elementare di situazioni parziali e provvisorie , ma  include una visione complessiva , impostata sull’interazione delle forze coagenti, proiettate verso la  crescita e il futuro del  risultato generale. Ogni altra proposizione, intesa al perseguimento di  interessi minuti, o di parte, non può realizzarsi senza che la sua azione, inevitabilmente, arrechi danno, al sistema.

La città, in quanto emanazione del modello  economico , politico e civile, esprime in linea diretta la condizione nella quale è  immerso  l’agire della società. Condizione che ci vede, in questo tornante, impegnati nella ricerca di  soluzioni urgenti e praticabili, a temi di enorme complessità, che riguardano non solo la dimensione fisica  della urbs, ma anche il  modus vivendi dei suoi  cittadini. Lo spazio, dunque, connesso  non solo alla disponibilità di  prodotti e di servizi, che la città rende disponibili, ma la sua capacità di generare cultura e società, di offrire qualità alle prestazioni e opportunità di crescita al suo interno, di creare il piacere e il bisogno di partecipare al suo processo di crescita, sentendosene parte utile. Solo una ritrovata dimensione  che ponga l’uomo al centro di questo processo potrà evitare che la città esaurisca la sua funzione  millenaria di educatrice democratica, come qualche urbanista ha preannunciato e, con essa, finisca anche il corso dell’uomo cittadino.
Se fino a ieri, questi temi hanno destato scarsa attenzione perché ritenuti  privi di applicazione e concretezza ,  rispetto a quelli dell’economia e del lavoro di cui si  è occupata  la politica, oggi sembra più  matura la consapevolezza di come tali aspetti si intreccino viceversa in modo vivo e profondo con le nostre esistenze, di come il territorio e la città non possano intendersi come prodotti  di consumo, ma beni collettivi, preziosi e delicatissimi, perché  esauribili e soggetti a rovinarsi se non trattati con cura. Ciò implica quanto sia urgente rivedere il nostro  atteggiamento nei loro confronti , all’interno di un progetto di rigenerazione della città e del suo insieme territoriale, quali fattori di rilancio di valori sociali condivisi, e di controllo delle  conflittualità con le quali stiamo già convivendo.

Viviamo, per nostra fortuna, in  un territorio dove la coscienza di questi valori è patrimonio diffuso e consolidato ( almeno fin qui ). Segno che, chi ci ha vissuto prima di noi si è occupato non  solo del contingente, ma ha pensato  a un progetto rivolto anche al futuro,  una città e un territorio da tramandare  alle generazioni successive, in quanto  bene necessario allo salute della  comunità, e perciò da utilizzare con riguardo e intelligenza.
Non occorre molto  per comprendere la grandezza di questo messaggio, messaggio proveniente da una civiltà consapevole della responsabilità che andava a  gestire. Messaggio, da porre al centro di qualunque  trasformazione  urbana o territoriale si renda necessaria da ora in avanti.
Il territorio che ci contiene,  racconta la storia del  rapporto dell’uomo con la  terra, rapporto fatto di lavoro e di attenzione, di esperienza e disciplina , di applicazione e di cura, di manutenzione e di risultati. Ciò ha richiesto l’impegno di intere generazioni, ma l’esito di questo processo non rappresenta una conquista acquisita, una volta per sempre, semmai, disegna una sfida aperta al confronto con le mutazioni impetuose che ci stanno venendo incontro.
Abitiamo una conformazione urbanistica che, per storia, geografia, caratteri economici e sociali, assonanze politiche e convergenze programmatiche, qualità civili e democratiche, rappresenta un contenitore straordinario, capace di esprimere, non solo potenzialmente, un “nuovo”modello urbano: una città che intreccia  i suoi i confini all’interno di un doppio rapporto con la campagna: una città ad anello, per buona parte già realizzata, rivolta per un verso su una vasta area verde, posta al suo centro ( l’area che da Serravalle si prolunga attraverso l’oasi di Arno vecchio, fino a lambire Fibbiana), per l’altro, contornata dal sistema collinare, aperto  nella sola direzione della piana del fiume.
L’anello urbano non è attualmente concluso, in quanto una sezione verde, quella del pedecollinare sud, (tra il complesso Cabel- ComputerGross e Via Viaccia), attende di completarsi.  Se questa conformazione, creatasi in modo,per lo più, spontaneo, diventasse la visione collettiva e condivisa delle diverse comunità presenti, e trovasse le condizioni per svilupparsi secondo un disegno organico e unitario,  oltre i confini delle singole amministrazioni, ci troveremmo, di fatto, di fronte ad una città attrezzata, per contenuti e dimensioni, oltre che per forma e qualità, in grado di  divenire un fulcro urbano a scala regionale, adatto ad affrontare le proposizioni economiche e sociali prossime future.
La convergenza verso un  centro direzionale unificato, l’ organizzazione di una maglia infrastrutturale,( per altro in corso) la presenza di una rete delle risorse (ancora inesistente),  la riqualificazione del corso del fiume come nuovo asse strategico finalizzato alla navigabilità commerciale e turistica, la localizzazione dei luoghi di lavoro in un rapporto di nuova urbanità, la presenza di nuove qualità dei servizi per il cittadino,( dallo sport  alla cultura), la costruzione di nuove stazioni di scambio commerciale, la creazione di nuovi centri di formazione e servizi avanzati, il progetto dell’area verde centrale, rappresentano alcuni dei  possibili appuntamenti  di questo percorso.
Si tratta di un investimento a tempi neanche inverosimili,  considerato che lo scheletro dell’impianto già esiste. Ma si tratta di una fotografia di cui esistono solo i contorni del sogno ,al quale si potrebbe e si dovrebbe ambire, per lasciare a quelli dopo di noi, il segno di una scelta strategica centrale, scaturita da una fase declinante nella quale una collettività che si eleva a protagonista e si assume la responsabilità di una scelta  di fronte alla storia  divenendo  essa garante  del bene comune.
All’interno di un programma di sviluppo organico e sostenibile, come quello prospettato, la rigenerazione del centro storico della città acquista un profilo diversamente collocabile. Se la città si pone al centro di questo schema,  il centro storico  torna ad essere centro d’area e si alimenta non più solamente del vissuto dei suoi abitanti, ma anche della presenza consistente di un esterno, richiamato dalle sue qualità e dall’offerta di nuovi servizi.  Altri scenari, affidati a tentativi sperimentali,come il reinnesto di alcune funzioni nobili in contenitori in di pregio, la pedonalizzazione allargata del  reticolo stradale,  la riqualificazione  del decoro spaziale, rappresentano, passi utili ,certo, ma impotenti  di fronte  alla progressione di una crisi che sta aggredendo la città non solo in superficie ma anche in profondità. Anche la  saturazione graduale dei vuoti urbani, periferici o centrali, (giustificata dall’assenza di domanda edilizia), non arresterà la spinta recessiva perché,evidentemente, la città non offre più richiamo all’investimento e alla qualità dell’abitare. Si potranno con tali operazioni, ricomporre formalmente gli spazi, evitare o contenere  fenomeni di conflittualità e di degrado  metropolitano, ma questo non sarà  sufficiente per  rimuovere il  clima di  impotenza che immobilizza qualunque tipo di investimento.
Con il territorio, l’abbiamo detto, non si fanno scommesse azzardate, perché ogni decisione genera conseguenze con le  quali ,a volte,  fanno i conti  diverse generazioni. Ma neppure si può pensare come soluzione del problema  di affrontarlo pensando di trovarsi  difronte ad un crisi passeggera. Si tratta di una crisi di sistema che richiede per la sua soluzione, un salto visuale e il coraggio di scelte forti.

Finale provvisorio: se consideriamo il risultato che abbiamo davanti, come il migliore possibile, nel rapporto costi prestazione, la scelta ci condurrà a difendere il mantenimento dello linea in atto,  sostenuta dalla tesi  che la crescita della popolazione urbana non segnala incrementi e , dunque, conviene,, investire sulla qualità dei servizi più che sulla crescita della città.  Ma per migliorare la qualità dell’offerta occorrono risorse e investimenti, difficili da reperire in fase recessiva. Perciò, siamo al punto di partenza. Anzi, c’è da aspettarsi che lo stesso mantenimento dell’offerta attuale diventi sempre più penalizzante e   problematico. Possiamo attendere che il vento cambi direzione  e nel frattempo domandarci quali errori sono stati commessi. Ma, più opportunamente, bisogna evitare di stare fermi e trovare il coraggio di  compiere delle scelte significative. In queste condizioni i  motivi di richiamo e di investimento risultano difficili. Un ciclo( favorevole?) si è esaurito e se si vuole dare inizio ad un altro bisogna introdurre un cambiamento forte. L’ordine che abbiamo prodotto è un ordine solo apparente, vuoto, perché privo di qualità e di contenuti, speculativo, perché prodotto da un mercato senza concorrenza, giustificato e sostenuto da pastoie  burocratiche di ogni tipo e ordine. Questo modo di difendere il territorio, assegnandogli profili e divieti che spesso derivano da astrazioni e forzature, se non da previsioni sulla carta,  non rappresentano più la soluzione adatta alla sua difesa, perché sclerotizzano  i processi di sviluppo spontanei e lasciano su di esso vuoti e  cicatrici difficilmente colmabili.
Un  programma ordinato, di sviluppo edilizio  territoriale, che disegni una nuova città per l’uomo, condiviso per area, impostato  attraverso un disegno a scala ampia, per  lungo termine ma flessibile nello sviluppo, rappresenta quella visione alla quale dovremmo fare riferimento in una fase come questa, se vogliamo, davvero aspettarci un cambiamento qualitativo e trasformare una crisi strutturale del sistema in una straordinaria opportunità di rilancio. Altri modi, sono quelli attraverso i quali si tira a campare, o per mancanza di coraggio o per convenienza.
Esistono altre ragioni che sostengono, secondo noi, la  visione della città ad anello: di fronte ad una mutazione planetaria che sta ridisegnando le coordinate  della città storica,  pensiamo che un’ area urbana, immaginata e progettata per affrontare questo cambiamento, possa  porsi all’attenzione di una regione e di un Paese,in termini di modello, quale centro d’eccellenza internazionale, per qualità di vita, livello culturale  e specificità produttiva..
La presenza di un grande attrattore territoriale, alla convergenza della Valdelsa, diverrebbe, inoltre, riferimento qualificato per una vasta area, in grado di contaminare  incisivamente sia il bacino del medio Valdarno sia quello della Val di Nievole, riproponendo, in quest’ordine, una questione che si pose  intorno al 1850. In quella circostanza fu elaborato un progetto, poi abbandonato, di far passare da queste parti la linea ferroviaria nazionale: quella che doveva collegare il Nord  alla Capitale,  attraversando l’Appennino, via Modena-Pistoia, Empoli,  Siena. E non passare da   Firenze, come poi , invece, è avvenuto.

 

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