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Il mosaico romano di Limite fra globalizzazione e particolarismi – di Francesco Fiumalbi

Sabato 19 settembre 2015 ho avuto il piacere di visitare un interessante scavo archeologico a Limite sull’Arno, dove è stato rinvenuto un affascinante mosaico romano. Il manufatto è riconducibile ad un più ampio complesso, una vera e propria villa, databile fra il IV e il V secolo d.C., quindi in epoca tardo-imperiale.

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limite-mosaico-villa-romana

20 settembre 2015

Il felice ritrovamento ha richiamato l’attenzione dei molti presenti, guidati per l’occasione dal Prof. Federico Cantini (Univ. Pisa) e dalla Dott. Lorella Alderighi (Sopr. Archeologica Toscana), ed ha suscitato innumerevoli riflessioni e interrogativi. Da “curioso” della storia come fonte di riflessione e chiave di comprensione del nostro essere contemporaneo, anch’io sono rimasto colpito da vari aspetti, alcuni dei quali desidero condividerli in questa pagina.

Il mosaico, per la tecnica e il gusto estetico con cui è stato realizzato, mi ha subito richiamato l’idea di come il mondo romano fosse, in una certa misura, un mondo “omogeneo”. In fondo il mosaico di Limite è simile ai mosaici che possiamo osservare in molti altri luoghi a noi lontani. Dalla Spagna alla Siria, dall’Inghilterra alle coste settentrionali dell’Africa. E questo ci dà un’idea di come l’aspetto culturale, nelle sue innumerevoli accezioni, fosse un elemento di forte “appartenenza” nell’antichità romana. A partire dalla lingua latina come codice universale, fino alle altre forme di comunicazione come l’arte e i vari “modelli” architettonici. Si potrebbe sintetizzare come una sorta di antica globalizzazione su scala mediterranea.

Il parallelismo col mondo contemporaneo è inevitabile. Oggi possiamo soggiornare in una stessa camera di albergo a New York, a Milano o a Pechino, con gli stessi arredi, lo stesso letto, la stessa decorazione delle tende o gli stessi quadri alle pareti. Negli stessi luoghi possiamo mangiare un menù identico, vestire allo stesso modo, farsi comprendere con un’unica lingua. Ciò avviene anche in architettura.

Un’architettura non è solamente un prodotto dell’edilizia, e nemmeno un qualcosa che assolve a determinate esigenze funzionali (in primis il riparo dagli agenti atmosferici). Ma è anche una complessa forma di comunicazione, talvolta molto più sottile dell’opera artistica in senso stretto. Oggi uno stesso edificio, pensiamo ad un grattacielo, può essere concepito allo stesso modo, con gli stessi materiali e con tecniche costruttive sostanzialmente identiche un po’ in tutto il mondo, da Londra a Shangai, da Mosca a Dubai. Questo perché l’architettura è un prodotto della cultura, anzi, è forse la sua massima espressione, se non altro per le energie e le risorse economiche che sono richieste per la sua realizzazione. E quindi edifici simili, significa cultura simile, ambizioni simili, espressioni, linguaggi comunicativi omnicomprensivi e, talvolta, interscambiabili. Questo è quello che in qualche modo ci riporta alla mente il mosaico di Limite, appartenente alla sala di rappresentanza di una villa sostanzialmente “simile” a centinaia e centinaia di altri esempi sparsi fra l’Europa centrale e le coste del Mediterraneo. Complessi architettonici di una certa rilevanza dove la vita di un aristocratico era del tutto analoga, con le dovute proporzioni, a quella condotta dal senatore Vetto Agorio Pretestato, “governatore” della Toscana e dell’Umbria del IV secolo d.C., e proprietario della villa romana di Limite.

PORZIONE DI MOSAICO RINVENUTA, Settembre 2015 – foto di Carlo Pagliai

mosaico romano a Limite Via Palandri - Copia

Ma il parallelismo non finisce certo qui. Il mondo romano, per la sua vastità ed articolazione era un modo fortemente “specializzato”. Un tale prodotto agricolo o manifatturiero veniva da una regione o da una “provincia” specifica, dove c’erano le condizioni climatiche o il know how ottimale per produrre una certa cosa. Tutto questo era possibile grazie all’efficienza del sistema di comunicazione, per cui si potevano trovare le stesse cose al centro come anche negli angoli più remoti dell’Impero. Più o meno oggi funziona allo stesso modo, anche se con una velocità, una scala e un’intensità moltiplicate. Pensiamo all’Italia. Esportiamo moltissimi prodotte e (mi si perdoni la semplificazione) siamo “famosi” nel mondo per l’agroalimentare e per la moda, che ci vengono riconosciuti come due ambiti in cui eccelliamo particolarmente. Di contro siamo deficitari in altri settori, importiamo tecnologia ed energia. Lo stesso avveniva in epoca romana fra le varie province del’impero, seppur con le dovute proporzioni.

Il modello antico andò in crisi quando vennero a mancare alcune condizioni. Su tutte il sistema delle comunicazioni. Un po’ come se oggi non fosse più possibile spostarci in automobile (per l’assenza di combustibili fossili, o per la mancanza di materie prime per realizzare fisicamente una vettura) o se, in mancanza di energia elettrica, non fosse più accessibile la rete internet.

E’ a partire da questa crisi che prese avvio il cosiddetto “medioevo”. Un’epoca in cui, per sopravvivere, ciascuna comunità dovette farsi “autosufficiente”. Ed ecco perché si moltiplicarono i conflitti, soprattutto fra comunità vicine. Non più “guerre di civiltà”, ma battaglie per accaparrarsi le risorse disponibili al vicino. Infatti la vita, in ogni suo aspetto, venne declinata secondo la disponibilità locale delle risorse. E con esse, piano piano, anche la cultura “globale” si fece cultura “locale”.

CAMPAGNA SCAVI ANNO 2012,  foto di R. Taviani per g.c.

Il medioevo divenne, inevitabilmente, l’epoca dei particolarismi. Anche se non è proprio vero in termini assoluti, per fare un parallelismo nell’ambito dell’architettura, se in un luogo c’era abbondanza di pietra, si costruiva con la pietra. Se c’era l’argilla si facevano i laterizi. Altrimenti si ricorreva al legno. I modelli architettonici si fanno indefiniti. Tutto ciò crea varietà. Oggi tutto questo lo percepiamo come una grande ed affascinante ricchezza. Ogni paese, ogni castelletto, ogni comunità, aveva le sue specificità. Ma questo non fu dovuto ad una spinta culturale consapevole, egocentrica, quanto piuttosto alla necessità di arrangiarsi con quel che c’era materialmente. Se poi erano presenti alcune “rovine” del mondo antico, tanto di guadagnato.

Gli edifici romani vennero letteralmente smontati e i materiali reimpiegati. Questo è quello che è accaduto anche alla villa romana di Limite. Fu smontata. Tutto quello che poteva essere reimpiegato venne prelevato e utilizzato altrove. Il mosaico, prodotto dalla composizione di migliaia di tessere, invece, non poteva servire praticamente a nulla. Fu risparmiato dalla spoliazione ed è per questo motivo che oggi lo possiamo ammirare.

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