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Giuliano Lastraioli: Il piato di inopia

Mala tempora currunt.
Non bastassero i “compro oro” che ricordano i vecchi feneratores di via Giudea, i segni visibili della crisi dirompente si fanno sempre più fitti: botteghe chiuse da un giorno all’altro e cartelli “vendesi” o “affittasi”.
E’ di moda dare di “banda, cioè abbassare il bandone. A Empoli “un bandone” è chi non paga i debiti. Uno che ha fatto “cassone”, cioè bancarotta. Le persone istruite, quelle che tutte le mattine leggono Il Sole-24 Ore, preferiscono parlare di default. Oggi tutti parlano angloamericano. Come prima si intendevano di calcio, ora si intendono di finanza e di economia.
In compenso non dispongono di mezza lira per far cantare un cieco. E magari fanno la “cessio bonorum”.
Vi siete accorti che anche i vucumprà e i lavavetri sono in via di estinzione? Vi siete accorti che pure i cinesi non dilagano più in bicicletta sui marciapiedi? E’ un brutto sintomo.
Sembra che la gente aspetti dal cielo la fatta della superna colomba e nessuno fa niente di concreto per avviare la così tanto auspicata ripresa.
A fare la spending review non ne hanno azzeccata una. Peggio della grandine. Siamo al pauperismo? Parrebbe.

Al vecchio bargello del podestà che scrive questa nota sconsolata tornano alla memoria le formule di stile dei tempi andati, quando il messo incaricato di procedere a qualche pignoramento con esito infruttuoso tornava in curia e riferiva: “Non si trova di che gravare. Il meschino ha levato il piato di inopia”.
La frase è efficace. Siamo alle soglie del piato di inopia.

IL BARGELLO

15 marzo 2013

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