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Giuliano Lastraioli: Il capo sanfedista che fu giustiziato per ragioni politiche

Pubblicato su “Il Tirreno” il 21 marzo 2010

Sullo scorcio del Settecento, mentre in Francia imperversava la grande rivoluzione, Empoli si mostrò sempre ostile alle novità d’Oltralpe. L’astro napoleonico, in piena ascesa, non faceva né caldo né freddo ed era oscurato dall’energica predicazione del terribile e dottissimo abate Giovanni Marchetti, già famoso come “martello del giansenismo” e nemico giurato della dilagante cultura illuministica. La prima occupazione giacobina fu qui vissuta come un castigo di Dio.

Il ritorno “lungo” dei francesi, dopo l’intermezzo sconvolgente del “Viva Maria”, l’insorgenza del 1799 nella quale gli empolesi si erano bravamente distinti per foga reazionaria, cominciò nell’ottobre 1800, quando le armate repubblicane d’Oltralpe occuparono nuovamente la Toscana. Qui a Empoli, tanto per gradire, si segnalarono per i loro eccessi, i cisalpini del generale Domenico Pino, calati da nord per respingere una pericolosa incursione di borbonici napoletani, giunti fino a Poggibonsi.

Luigi Lazzeri, canonico della Collegiata e protostorico della città, ha fatto una cronaca inorridita della feroce passata di quella “schiuma del partito repubblicano di molti luoghi” (parole sue!).

I danni materiali e morali di quella occupazione furono rilevantissimi. A parte i guasti economici per il municipio, che dovette sostenere le spese, lo sconcerto e la paura dilagarono fra la popolazione, che vedeva in quei satanassi l’incarnazione del demonio.

Una qualche resistenza attiva fu tentata dagli sparuti rimasugli delle bande sanfediste che nel’99 avevano fatto il bello e il brutto tempo, ma senza successo. Oggi non manca chi ascrive a quei “briganti” (tra virgolette) il merito di avere iniziato un vero e proprio moto di riscossa nazionale. Uno dei capi fu beccato e fatto prigioniero dopo la scaramuccia di Monteriggioni e sottoposto a giudizio di corte marziale presso il quartier generale di Empoli, che aveva sede nella fattoria degli Innocenti, fra via del Giglio e via Chiara.

Si trattava di Carlo Pineschi, capo della banda sanfedista di Roccastrada, già noto fin dal’99 e menzionato anche nel poema satirico del senese Agostino Fantastici (“I pesti riconquistati”) come colui che, agitando la spada davanti al comandante austriaco, gli prometteva di  “dare i rinfreschi” a tutti i giacobini che avesse incontrato.

Il Pineschi, secondo l’atto di morte esistente nell’archivio della nostra Collegiata, aveva trent’anni, ma il notaio Lorenzo Righi, autore della cronaca assolutamente inedita che per la prima volta pubblichiamo in questa stessa pagina, gliene dà 56. Il canonico Lazzeri aggiunse di suo pugno una postilla al libro dei morti, sicuramente dopo la restaurazione granducale: “II suddetto fu fucilato perché, contrario alle massime repubblicane, si era messo alla testa di vari insurgenti contro i Francesi. Non gli fu accordata veruna assistenza di sacerdoti e fu condotto alla morte senza che lo sapesse”, il notaio Righi riporta invece che la sentenza fu letta, ma le modalità dell’esecuzione sono comunque raccapriccianti.

Era il 18 dicembre 1800, sotto Natale. Carlo Pineschi fu il primo morto ammazzato per ragioni politiche a Empoli negli ultimi due secoli. Purtroppo ne dovevano seguire molti altri. Particolare intrigante per i letterati: un certo Ugo Foscolo da Zacinto, futura gloria poetica italiana, faceva parte dello stato maggiore del generale Domenico Pino, comandante della divisione cisalpina, che da buon voltagabbana terminò poi la sua luminosa carriera come feldmaresciallo austriaco. Così vanno le cose di questo mondo.

         Giuliano Lastraioli

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