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La storia di Gino Mancini, giovane mezzadro di Vinci, disperso in Russia – di Giulio Vezzosi

La campagna di Russia ebbe inizio ufficialmente il 22 giugno 1941, un anno cruciale della seconda guerra mondiale. Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica per eliminare un potenziale alleato della Gran Bretagna e per conquistare i territori dell’Ucraina ricchi di risorse alimentari, fondamentali per mantenere alto il livello delle forniture all’esercito tedesco. Mussolini decise immediatamente di partecipare alla guerra su questo nuovo fronte, in quella che venne presentata come una crociata anticomunista. Il 9 luglio 1941 nacque così il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), che operava sotto il comando tedesco.
La guerra sembrava volgere a favore della Germania nazista, anche se in tempi più lunghi rispetto alle previsioni tedesche, quando il 7 dicembre 1941 l’esercito sovietico riuscì a fermare l’avanzata della Wehrmacht. Per la prima volta la Germania di Hitler subì una sconfitta in combattimenti via terra. Quel giorno, il 7 dicembre 1941, è passato alla storia come la svolta fondamentale della seconda guerra mondiale. Mentre sul fronte orientale ebbe inizio la contro offensiva sovietica, sul fronte del pacifico l’esercito giapponese attaccava la base americana di Pearl Harbor, causando l’ingresso in guerra degli Stati Uniti.

Da quel momento in poi le sorti della guerra cambiarono. Nel 1942 Hitler dette priorità assoluta alla sconfitta dell’Unione Sovietica con un rafforzamento delle truppe sul fronte orientale, ma trascurando inevitabilmente gli altri fronti. L’iniziativa della guerra non era più nelle mani tedesche. In questo quadro l’Italia fascista, sempre più legata all’alleato germanico, decise di fare la sua parte trasformando, nell’estate del 1942, il corpo di spedizione in una vera e propria armata, l’Armata Italiana in Russia (ARMIR). Tanto è stato scritto sulla tragedia di quei soldati italiani inviati a combattere in terra di Russia, privi degli equipaggiamenti e dei mezzi necessari ad affrontare una guerra nelle enormi pianure sovietiche. I molti reduci hanno raccontato pienamente le sofferenze di una guerra che, con l’arrivo dell’inverno si trasformò in una guerra di trincea, conclusasi ancora più tragicamente con la drammatica ritirata del dicembre 1942 e gennaio 1943. Ed è proprio nel ricostruire e nel descrivere quei frangenti che la “grande” storia raccontata nei manuali e fatta di date, eserciti, generali e grandi personaggi, ha bisogno di essere integrata dalla “piccola” storia. Quella storia dei tanti soldati senza nome, delle vita quotidiana delle persone, dei tanti racconti di chi la storia l’ha subita e ne ha fatto parte spesso inconsapevolmente. Questa storia, per quanto riguarda la campagna di Russia, la troviamo nei diari dei soldati, nelle lettere di chi non è tornato e nelle memorie dei reduci. Molte famiglie italiane furono toccate da vicino dalla partecipazione italiana alla campagna di Russia. Una di queste è la famiglia di Gino Mancini, caporal maggiore degli alpini, nato a Vinci il 5 ottobre 1914.

La storia di Gino è stata ripercorsa attraverso le lettere che inviava costantemente alla moglie e che sono state conservate dalla figlia. Gino viveva e lavorava come mezzadro nella campagna appena fuori il paese di Vinci, assieme alla moglie Paolina, da cui nel 1938 ebbe una figlia, Piera. Ma nel 1940 la “grande”storia bussò alla porta del giovane contadino. Con l’attacco alla Francia l’Italia entra in guerra e molti giovani furono richiamati alle armi. Gino fu costretto a lasciare la sua famiglia e la sua casa di Vinci. Entrò a far parte del Corpo degli Alpini, prendendo servizio a Cormons (Gorizia), nell’11° Raggruppamento Artiglieria del Corpo d’Armata Alpino, Reparto Munizioni e Viveri. Nel 1941 partecipò all’invasione della Jugoslavia come autista, svolgendo mansioni di trasporto munizioni per le truppe in prima linea. Rimase sul fronte dei Balcani fino al maggio del 1942, quando gli alpini vengono richiamati in patria per essere inquadrati all’interno dell’ARMIR. Nel giugno del 1942 partì per il fronte russo, assieme a molti altri italiani destinati ad una guerra in terre per loro sconosciute e lontane.
Soltanto alla fine di luglio il contingente italiano arriva ad occupare una parte della linea del fronte nel bacino minerario di Donetsk fino al fiume Don, al confine tra le odierne Russia e Ucraina. Gino viene assegnato ad un tenente medico come assistente e avrà il compito di trasportare feriti dalla prima linea all’ospedale da campo. In molte lettere viene sottolineata la durezza delle condizioni di vita dei soldati sul fronte soprattutto con l’arrivo dell’inverno, in particolare per chi operava nelle prime linee. Le numerose memorie postume scritte da numerosi reduci, come ad esempio Mario Rigoni Stern, Giulio Bedeschi, Cristoforo Moscioni-Negri, Nuto Revelli – per citare i più famosi – ci aiutano a ricostruire le vere condizioni di vita dei soldati al fronte.
Soprattutto da queste testimonianze capiamo come qualsiasi operazione, che andava dal consumare il rancio al radersi, era difficoltosa, senza contare che le armi spesso si inceppavano e i motori si bloccavano. Ma per i soldati il problema più sentito era quello del vestiario, soprattutto durante i combattimenti, dove le divise grigio-verdi del Regio Esercito erano ben visibili sulla pianura innevata, e per l’assenza di scarpe adatte alle basse temperature e alla neve dell’inverno russo. Nelle lettere invece i soldati non potevano essere troppo espliciti, a causa della censura, che distruggeva o modificava le lettere ritenute non conformi alle linee imposte dalla propaganda del regime. Lo stesso Gino nelle sue lettere non racconta tutta la verità sulla sua condizione di vita al fronte. Solo in alcune lettere, indirizzate esclusivamente alla moglie, riusciamo ad avere qualche informazione in più sulla vita al fronte.

Colonna di soldati italiani in ritirata dalla Russia

Colonna di soldati italiani in ritirata dalla Russia – fonte: Wikipedia

Ma su queste lettere non era scritta la data, solo dalle buste si capisce che presumibilmente sono state spedite nel dicembre 1942. Proprio in una di queste lettere il racconto di Gino si ricollega alle sofferenze raccontate dai reduci in numerose memorie pubblicate dopo la fine della guerra. Nel dicembre del 1942 sappiamo che l’esercito sovietico sfondò le linee italiane e il corpo d’armata alpino fu lasciato sulla linea del fronte a coprire la ritirata dei comandi e dell’esercito tedesco. Gli alpini furono fatti ritirare dal fronte soltanto il 17 gennaio quando ormai erano completamente accerchiati dalle truppe sovietiche. Proprio a gennaio la storia di Gino si interrompe, l’ultima lettera è datata 27 dicembre 1942 e su una busta appare il timbro postale di gennaio 1943. Dai documenti ufficiali del Ministero della Difesa, il caporal maggiore Gino Mancini risulta disperso, e quindi presumibilmente morto, il 12 gennaio 1943. Durante la ritirata le truppe alpine furono costrette in una lunga marcia a piedi verso le retrovie nel tentativo di raggiungere i comandi italiani. I soldati italiani si trovarono a dover rompere l’accerchiamento russo con le poche armi rimaste, in quella che è passata alla storia come la battaglia di Nikolaevka del 26 gennaio 1943, raccontata dettagliatamente da Mario Rigoni Stern ne “Il sergente nella neve”.
Quel giorno le truppe alpine rimaste riuscirono ad aprire un varco nell’accerchiamento russo. Molti soldati poterono così tornare in patria e proprio grazie a loro oggi abbiamo numerose testimonianze su quella immane tragedia italiana. Tanti altri non tornarono, alcuni morirono durante la ritirata, a Nikolaevka o in altri luoghi entrati per sempre nella memoria collettiva italiana. Tanti altri morirono per il freddo e per la fame durante la ritirata, altri nella terribile prigionia in Unione Sovietica. In questo frangente le “piccole” storie come quella di Gino e di tanti altri italiani come lui, sono determinanti per comprendere la “grande” storia della partecipazione italiana alla campagna di Russia. Attraverso lo studio dei racconti dei reduci e delle lettere dei soldati al fronte, possiamo ancora oggi mantenere viva la memoria di una delle più grandi tragedie italiane. Possiamo analizzare e indagare le enormi responsabilità del fascismo e dei comandanti dell’esercito. Possiamo comprendere come quella tragedia abbia segnato in modo indelebile la storia del nostro paese.

Giulio Vezzosi

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