Crimea, febbraio 2014 – di Claudio Biscarini

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Un poco più che tintinnar di sciabole si ode in questi giorni in Crimea. Terra attraversata, nei secoli, da ogni tipo di invasione a causa della sua posizione strategica sul Mar Nero. Nota a noi italiani per la guerra che vide contrapposto l’Impero Russo alla Turchia, con l’intervento di Inghilterra, Francia e un contingente piemontese, combattuta tra il 1854 e il 1856, e il generale La Marmora con i suoi Bersaglieri. L’episodio più famoso di questa guerra, fu la carica della Brigata Leggera di cavalleria britannica nella piana di Balaklava il 25 ottobre 1854. Durante la seconda guerra mondiale, La Crimea venne occupata, dopo una dura lotta, dalle truppe tedesche nel 1941, salvo Sebastopoli che cadde nelle mani dei soldati della IX Armee del generale Erich von Manstein il 4 luglio 1942[1], dopo un’eroica difesa da parte dell’Armata Rossa che riprese la città nel 1944. Stalin deportò in Siberia la popolazione tatara della Crimea perché aveva collaborato coi tedeschi, e il 46% di essi morirono in prigionia. Fino al crollo dell’Unione Sovietica, non rientrarono in patria. Durante la guerra civile tra Armata Rossa e truppe antibolsceviche dopo la rivoluzione d’ottobre, del resto, la Crimea si schierò contro i bolscevichi.

Oggi, la Crimea è parte dell’Ucraina, ma più del 58% della popolazione è di etnia russa e non ucraina. In più, la Flotta russa del Mar Nero non può abbandonare, pena un nuovo schieramento obbligato anche in vista delle operazioni nel  Mediterraneo, la base principale di Sebastopoli e le altre che ha nella penisola. In questo momento, dopo che la base navale di Tarsus, unica nel Mediterraneo dove la flotta russa può far scalo per riparazioni e rifornimenti, è impelagata nella guerra in Siria, la Russia non può assolutamente permettersi, pena problemi di invio di navi nel Mare Nostrum, di far cadere Sebastopoli nelle mani di una Repubblica Ucraina svincolata del tutto da Mosca e aperta più che mai verso l’Occidente. Quindi Putin non ha altra scelta che forzare la mano in Crimea, per mostrare i muscoli all’Ucraina e all’Europa. La situazione politica della Crimea, è piuttosto complicata. Essa, infatti, accettò di entrare sotto l’orbita dell’Ucraina, ma solo come autonoma Repubblica, filo russa, mentre Sebastopoli ha addirittura un’amministrazione a parte. La tensione che c’era stata nel 1992, dopo che i nazionalisti avevano perduto le elezioni, si era stemperata negli anni fino a che non sono iniziati i problemi in Ucraina, altra terra dove Mosca è stata sempre vista molto lontana. Durante lo Stalinismo, milioni di Ucraini furono fatti letteralmente morire di fame, o deportati, in seguito alla politica di collettivizzazione delle terre da parte di Stalin, e lo sterminio dei Kulaki, piccoli proprietari terrieri. Durante la seconda guerra mondiale, moltissimi Ucraini accolsero le truppe di Hitler come liberatrici, formando anche un esercito di liberazione dai sovietici, e combattendo al fianco dei tedeschi o fornendo guardiani per i campi di concentramento. Non dimentichiamo, infine, che una parte dell’attuale territorio occidentale dell’Ucraina, in realtà, fino alla fine della seconda guerra mondiale apparteneva alla Polonia[2]. Fu con la Conferenza di Teheran del 1943 che venne stabilito, su insistenza di Stalin, che la Polonia avrebbe ceduto all’URSS una parte del suo territorio orientale, acquisendo ad ovest una parte del territorio tedesco fino all’Oder-Neisse e la Prussia orientale. Problematiche, quindi, di vecchia data oggi vedono i nodi raggiungere il pettine, con la parte occidentale della Repubblica Ucraina che vorrebbe una legame più forte con l’Europa, e con la parte orientale, più interna, filo moscovita. Che succederà nei prossimi giorni? La partita sarà molto dura, anche perché i veri contendenti continuano ad essere Putin, tutto compreso nel suo gioco di risollevare al ruolo di grande potenza la Russia come antagonista degli Stati Uniti, e Obama che si trova a dover gestire una crisi di politica estera dopo l’altra. Tutto questo con un’Europa che continua a pagare l’errore, terribile, di aver voluto una moneta unica prima di aver effettivamente dato vita a una unione politica, economica, strategica. Il solito vaso di coccio tra vasi di ferro. Chi pensava che, con il crollo del comunismo e lo smembramento dell’ex URSS, ci si potesse gettare sui brandelli del vecchio impero bolscevico come lupi, si è sbagliato di grosso. Il gioco vero, duro e pericoloso, cominciava invece allora. Nella Storia, con la S maiuscola, gli errori, anche commessi molti anni fa, si pagano sempre e spesso con gli interessi. E l’Europa orientale, compresi i Balcani, la Turchia e il Mediterraneo, sono un vero e proprio crogiuolo di errori commessi in tempi diversi, con i quali stiamo iniziando a dover fare i conti.

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[1] La conquista della base di Sebastopoli, fece guadagnare a von Manstein il grado di feldmaresciallo. All’assedio della città, e delle sue fortificazioni, parteciparono anche mezzi navali italiani, con la 101° Flottiglia MAS al comando dell’ammiraglio Francesco Mimbelli, con quattro torpediniere, MTB, MAS e sommergibili tascabili CB. Le unità italiane produssero diversi danni alle unità navali sovietiche in Mar Nero.

[2] Una parte del territorio polacco orientale andò alla Lituania e un’altra alla Bielorussia.

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