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Claudio Biscarini: un campo, due uomini e una storia

C’è una storia poco conosciuta della guerra in Italia. Una storia di vicende umane che coinvolse cittadini in uniforme venuti da lontano e italiani. Pochi, in Italia, si sono cimentati nel raccontare quel che accadde ai 79.543 militari alleati prigionieri nella nostra Penisola[1].

Empoli - Villa Castellani (10)


Claudio Biscarini

 

 

di CLAUDIO BISCARINI       segui  su   Facebook 

 


Uno dei non molti è stato il defunto prof. Roger Absalom[2], mentre specie in Gran Bretagna, diversi ex prigionieri scrissero libri e memorie sulle loro esperienze di fuga in Italia. È una storia, peraltro, per noi onorata: moltissimi soldati fuggiti dovettero la vita ai civili italiani che li aiutarono, li dotarono di abiti civili, li sfamarono e, a volte, pagarono con la vita questo loro aiuto.

La Penisola era costellata di campi di prigionia (PG), uno dei più duri il PG 75 di Bari, in Toscana avevamo quello di Poppi, il più grande era il PG 85 di Laterina in provincia di Arezzo. Uno lo avevamo vicino a noi, nel convento di San Romano e c’erano ufficiali greci e britannici. Al castello di Vincigliata (PG12), invece, vennero rinchiusi degli ufficiali superiori catturati in Africa settentrionale[3].

Perché fu proprio da questo teatro di guerra che arrivò il numero maggiore di prigionieri. Per convenzione, i militari presi dai nostri in Russia dovevano essere passati ai tedeschi mentre quelli in mano all’Afrika Korps in Libia, Egitto e Tunisia, di massima, dovevano essere inviati nei campi italiani. Il gruppo più grosso arrivò con la conquista di Tobruk il 21 giugno 1942: quasi 30.000 uomini, in gran parte sudafricani, venne catturato. Dopo un periodo nei campi di prigionia libici, i soldati venivano caricati sulle navi e portati in Italia dove iniziava la vera e propria detenzione. Non tutti i campi, e non tutti i comandanti dei campi italiani, erano idonei e accadde che diversi militari angloamericani venissero uccisi dalle guardie. In alcune memorie, essi dissero che, mentre erano stati trattati bene dai nostri che si trovavano in zona di operazioni, lo erano stati meno da quelli nelle lontane retrovie.

L’8 settembre 1943 cambiò tutto. Da giorni, attraverso il codice HK inviato ai camp leader , il servizio segreto britannico MI9[4] aveva inviato l’ordine stay put. Era stato diramato dal brigadiere Norman Crockatt a capo della sezione MI9 con la convinzione che le truppe di Montgomery avrebbero raggiunto la pianura Padana molto velocemente e, quindi, avrebbero liberato i prigionieri. Per non intralciare queste operazioni, si ordinava tramite la BBC e il codice HK, ascoltata nei campi con le radio clandestine, di rimanere fermi in attesa delle proprie  unità[5].

Di più. Si minacciava di corte marziale coloro i quali si fossero dati alla fuga contravvenendo a quest’ordine. Fu un disastro. Molti responsabili alleati dei campi trattennero i militari che finirono, regolarmente, in mano tedesca.

Ma io voglio raccontare una storia diversa, quella di un campo e di due uomini, uno dei quali è stato un mio caro amico. Il PG 49 era stato installato nell’edificio dell’orfanatrofio di Fontanellato, in provincia di Parma, e conteneva circa 600 tra ufficiali e militari britannici. Si trattava di un campo modello comandato da un vero gentiluomo, il tenente colonnello dei Bersaglieri Eugenio Vicedomini. Il Senior British Officer, ovvero il responsabile dei prigionieri verso il comandante del campo, era il tenente colonnello Hugh de Burgh che era stato preso a Fuka nel giugno 1942 ed era già passato dal PG 75 di Bari, dal PG 38 di Poppi e da PG 202 dell’ospedale di Lucca. Con il colonnello Vicedomini i rapporti erano sempre stati corretti e la vita nel grande palazzone, circondato da doppio filo spinato e da torrette guardate da alpini e Reali Carabinieri, era certamente migliore che in altri campi. Vicedomini aveva fatto approntare dei campi sportivi, i pacchi della Croce Rossa non venivano rubati dai guardiani come accadeva altrove o erano usati come ricatto, ma venivano regolarmente distribuiti una volta al mese e si era arrivati perfino a far uscire, inquadrati  e sorvegliati, i prigionieri per marce nella campagna vicina.

La sera di mercoledì 8 settembre 1943 la notizia dell’armistizio arrivò anche a Fontanellato. Subito de Burgh prese accordi con Vicedomini: i soldati italiani avrebbero vigilato con pattuglie in bicicletta in modo tale da avvertire i prigionieri dell’arrivo dei tedeschi. Il giorno 9, a Parma al deposito del 19° reggimento cavalleggeri Guide si combatteva, ormai non c’era tempo da perdere: bisognava fuggire. E qui il colonnello Eugenio Vicedomini entra nella storia di quei giorni convulsi. Dai suoi uomini fece aprire un varco nel doppio filo spinato e 600 prigionieri incolonnati militarmente marciarono fuori dal PG 49. Unico esempio di fuga di massa, il battaglione per due giorni, nascosto e rifocillato dai civili, rimase occultato nel letto di due torrenti in secca. Poi, alla spicciolata, gli ormai ex prigionieri presero ognuno una strada diversa. Uno di essi, il capitano Stuart Hood, catturato a Tobruk e membro del comando del X Corps addetto alle intercettazioni, si diresse verso l’Appennino tosco-emiliano e, alla fine, approdò sul Monte Morello dove si unì alla formazione Garibaldi d’assalto Lupi Neri  di Lanciotto Ballerini e prese il nome di battaglia di Carlino. Quando la formazione di Lanciotto venne attaccata e dispersa il 3 gennaio 1944 alle case di Valibona, Hood si trovava fortunatamente in un’altra località. Non gli rimase che scappare verso sud e arrivò nel Chianti senese dove si unì al I Gruppo Bande, Settore A, del Raggruppamento Patrioti Monte Amiata, comandato dal maggiore Giulio Terrosi Vagnoli. Carlino divenne il comandante di un gruppo di ex prigionieri sudafricani che, in verità non riscuotevano la sua stima. Il 30 giugno 1944, con documenti falsi, Hood entrò in Siena prima dell’arrivo dei francesi e, quando Monsabert arrivò, l’ufficiale inglese si presentò al comando della 3a divisione Tiragliatori Algerini per protestare perché per Siena aveva visto girare ancora troppi ex aderenti al fascio repubblicano. Per tutta risposta, venne arrestato e messo in un piccolo campo di concentramento dove c’erano anche dei tedeschi. Fu, poi, liberato e tornò al suo incarico sul fronte occidentale. Nel dopoguerra, Stuart, che conobbi anni fa[6] e che fu per me un caro amico, divenne un famoso esperto di cinema, autore di programmi per la  BBC e un apprezzato insegnante nelle università britanniche. E’ morto a 95 anni il 31 gennaio 2011[7]. E Vicedomini? Rimasto solo venne aggredito dalle SS della 1. SS-Panzerdivision Leibstandarte Adolf Hitler e trasferito in Germania. Riuscito a tornare in Italia, a causa dei patimenti subiti morì nel 1946. Uno dei pochi ufficiali italiani  che dovrebbero essere sempre ricordati per l’umanità, la correttezza e il coraggio dimostrati.

Claudio Biscarini

 


Note e Riferimenti:

[1] 42.194 erano inglesi, 26.126 del Commonwealth,2.000 francesi de gaullisti, 1.310 americani, 49 di altri paesi europei, 1.689 greci, 6.153 jugoslavi, 12 sovietici.

[2] Cfr. Roger Absalom, L’alleanza inaatesa. Mondo contadino e prigionieri alleati in fugain Italia 1943-1945, Pendragon, Bologna 2011. Ci sono, poi, diversi lavori a livello locale.

[3] Brigadiere Bertram Frank Armstrong,  catturato a Sidi Rezegh il 24 novembre 1942, sudafricano; maggior generale sir Adrian Carton de Wiart, Victoria Cross,  preso nel 1941 quando il suo aereo Wellington cadde in Nord Africa; Maresciallo dell’Aria Owen Tudor Boyd, catturato perché il suo Wellington fu costretto ad atterrare in Sicilia da caccia italiani nel 1940; tenente colonnello John Frederick Boyce Combe, catturato in Cirenaica nell’aprile 1941; colonnello George Hew Fanshawe; maggior generale Michael Denman Gambier-Parry, preso  a Mechili nell’aprile 1941; reverendo George Vincent Gerard, cappellano militare neozelandese; brigadiere James Hargest, catturato a Tobruk nel 1941;  brigadiere Reginald Miles,  preso nel 1941 presso Belhamed, comandante di stormo John Fishwich Leeming, preso con Boyd; tenente generale Philip Neame, catturato nell’aprile 1941 nella Cirenaica; generale sir Richard Nugent O’Connor, preso tra Derna e Mechili nell’aprile 1941; Thomas Daniel Knox, 6° Lord di Ranfurly, sottotenente, catturato  con Neame; brigadiere Douglas Arnold Stirling, preso nel novembre 1941; capitano Guy E Ruggles-Brise, preso nel 1941; tenente Victor Smith  della aviazione navale catturato a Scarpanto nel 1940; brigadiere Edward Joseph Todhunter, catturato nell’aprile 1941, capitano medico Ernest Vaughan, catturato a Tobruk , colonnello George Edward Younghusband, preso a Mechili nell’aprile 1941. C’erano, poi, altri 13 tra sottufficiali e militari di truppa addetti agli ufficiali superiori.

[4] MI9 si occupava dei prigionieri di guerra. Era anche contrassegnato come IS9 (Intelligence Service 9)

[5] Decisiva nell’operazione fu la collaborazione del reverendo Selby Wright, che aveva diretto una trasmissione  radiofonica chiamata Radio Padre molto popolare fra le truppe al fronte.

[6] Conobbi Stuart durante le ricerche per il mio libro Storia del Raggruppamento Monte Amiata e rimanemmo amici. Oggi, molti documenti sugli ex prigionieri di guerra, sono raccolti nell’Imperial War Museum di Londra e nei National Archives di Kew e sono stati da me acquistati in un numero rilevante di recente.

[7] Stuart Hood era nato il 17 dicembre 1915.

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