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Claudio Biscarini: Tenendo fede a una promessa

Sul numero 19 dell’ottobre 1992 del Segno di Empoli,[1] avevo commemorato il ritrovamento in Russia della salma dell’ufficiale degli Alpini Alberto Ficini. Concludevo quel breve intervento con queste parole: Abbiamo sentito il dovere di dare queste notizie in onore di questo soldato, che ebbe a meritarsi una così alta decorazione, riservandoci, quando le informazioni saranno più esatte, di approfondire la figura del sottotenente Ficini. E quel momento è arrivato. Grazie a un piccolo opuscolo conservato presso la Biblioteca Labronica F.D. Guerrazzi di Livorno[2], che abbiamo avuto in fotocopia, possiamo avere ulteriori informazioni su quest’ufficiale.

Alberto Ficini, figlio di Dante, era nato a Empoli il 10 ottobre 1921. Trasferitosi la famiglia a Carrara, fu studente dell’Istituto Commerciale e per Geometri di quella città. Nel settembre 1940 era a Bassano del Grappa, alla Scuola Allievi Ufficiali del Corpo degli Alpini. Salì tutti i gradini gerarchici sempre senza perdere il suo entusiasmo di diciannovenne, fino a diventare, nel marzo 1941, sottotenente e venir assegnato al 9° reggimento Alpini della 3a  Divisione Alpina Julia a Gorizia. Di quel periodo, l’opuscolo contiene diverse lettere del Ficini che hanno lo stesso

trasporto di Piero Jahier durante la Grande Guerra.[3] Ne scegliamo, a mo’ di esempio, una:

Da Gorizia, 27 marzo 1941. Mi trovo benissimo fra questi miei soldati: sono buoni abruzzesi discesi dalle loro montagne (qualcuno non aveva mai visto il treno) sono intelligentissimi; in quanto a disciplina certo migliore dei loro camerati del Battaglione “Vicenza”; unico difetto un po’ d’indolenza, caratteristica meridionale, ma ottimi marciatori, instancabili.

Ma la vita di retrovia non piace al giovane ufficiale. Ormai, la campagna di Grecia è finita e lui è rimasto a Gorizia. L’8 maggio 1941 il sottotenente di complemento Alberto Ficini, Battaglione Reclute L’Aquila, Deposito Gorizia del 9° Reggimento Alpini chiedeva alle superiori autorità di essere mandato in zona di guerra. Dopo una breve licenza, dove rivide la fidanzata Renata e la sorella Nama a Carrara, a fine novembre 1941 partì per la Grecia dove sarebbe rimasto fino all’aprile 1942 quando tornò a Gorizia. Il 19 giugno 1942 scriveva: domani avremo l’ambita visita del Re Imperatore che decorerà di medaglia d’oro la bandiera del nostro Reggimento. Si trattava della cerimonia che voleva ricordare i sacrifici compiuti dagli Alpini in Albania. Il 2 giugno 1942, Alberto annotava in margine a questa cerimonia:

La cosa più commovente dopo la consegna delle medaglie d’oro ai reggimenti 8° e 9° Alpini e 3°[4] Alpini e alla memoria dei Caduti è stata l’accoglienza entusiastica della città, in special modo dei vecchi alpini combattenti della guerra 1915-18 che indossato il vecchio cappello acclamavano i “bocia” che hanno ripetuto e ripeteranno le loro gesta.

Ad agosto 1942, la Julia partiva per la Russia e Ficini, il cui reparto partiva da Vicenza, andava incontro al suo destino. Il 4 ottobre 1942 scriveva: l’artiglieria e il lontano crepitìo di mitragliatrici ci ricorda di essere a pochi chilometri dal nemico; per resto nulla lo fa pensare; là in fondo scorre pacifico il Don, le giornate sono meravigliose. La tragedia stava per arrivare. Il 16 dicembre 1942, i sovietici scatenavano l’operazione Piccolo Saturno contro le divisioni di fanteria italiane schierate a sud degli Alpini. Il fronte, dopo una breve, ma intensa, resistenza delle nostra truppe, venne sfondato e incominciò la tragedia della ritirata. Ma gli Alpini rimasero fermi al loro posto. Il fianco sud dello schieramento del Corpo d’Armata Alpino era completamente scoperto e la Julia[5] venne mandata a difenderlo, schierandosi nella zona di Selenij Jar dove esisteva un quadrivio strategicamente determinante. Il 29 dicembre 1942, il sottotenente Alberto Ficini scriveva la sua ultima lettera a casa:

… vi ho precedentemente parlato attraverso le mie cartoline scritte in fretta, dello spostamento avvenuto dai nostri tranquilli capisaldi, alla destra di Sergio (2° alpini[6]) dove le faccende vanno diversamente. Hanno voluto “i Alpinis” immagino la vostra pena mancando di mie notizie; siate forti e cercate di essere il più tranquilli possibile, vi penso sempre, ho bisogno di sapere che non provate troppo dolore per me. Nonostante tutto godo ottima salute, ripeto, ottima salute. Anche il Natale è passato, non proprio come me lo ero prospettato ma non fa nulla; spero di poterlo ricordare un giorno non troppo lontano assieme a voi. Ho avuto il vostro pacco con prosciutto ecc. il più prezioso di tutti quelli avuti fino adesso; ho rinforzato il “pranzo” di Natale! Mamma, babbo, Nama, il vostro Alberto saprà tenere gli occhi aperti; fatemi sapere che siete sicuri di questo e tranquilli, va bene? Spero presto ci facciano giungere posta. Vi bacio tanto tanto caramente vostro Alberto.

Il giorno dopo i sovietici attaccarono il settore della 61a Compagnia, Battaglione Vicenza, qualla di  Ficini. Ecco come raccontava la sua fine un collega, il figlio del generale Predieri[7], alla famiglia:

(Omissis…) La mattina del 30 – saranno state le 7 – il suo plotone fu il primo della 61a ad essere attaccato: gli si scaraventò addosso una intera compagnia di siberiani, abbondantemente rinforzata di armi automatiche. Alberto resistette tenacemente coi suoi uomini, obbligando anzi il nemico a retrocedere: ma sempre nuovi uomini alimentavano l’attacco dell’avversario. Noi, il Ten. De Barberis, Heusch e io, che eravamo in posizione posta di fianco ed avanzata rispetto a quella tenuta da vostro figlio, tentammo di aiutarlo, battendo i fianchi dell’attaccante: ma eravamo troppo lontani per agire efficacemente, dato il larghissimo fronte assegnato alla compagnia, e dopo pochi minuti fummo violentemente attaccati a nostra volta. Il vostro Alberto intanto aveva esaurite le munizioni delle sue armi automatiche: per altre due volte respinse il nemico a bombe a mano, procurandogli perdite gravissime e riuscendo così a sganciarsi e a ripiegare nel massimo ordine. Mentre ripiegava io che ero stato mandato dal Ten. De Barberis a far da guida alla compagnia di rincalzo che doveva venire ad aiutarci ( dato che ormai eravamo attaccati da ogni lato dalle fanterie e dai carri armati, battuti in pieno dalle artiglieria russe e quasi accerchiati ) lo incontrai mentre discendeva un costone: lo salutai di lontano ed egli mi rispose con un largo gesto del braccio: lo vidi allora per l’ultima volta: dovevo affrettarmi per la mia missione e a mezzo del suo attendente gli comunicai la nostra posizione e le direzioni d’attacco dei russi. Egli andò a prendere posizione a difesa di una vallata e lì combattendo contro i carri armati russi che avevano fatto irruzione nel suo plotone, cadde da Eroe, mentre incitava con l’esempio i suoi alpini. La sera dello stesso giorno rioccupammo le vecchie posizioni in cui la 61a si era immolata, fedele alla consegna di tener duro sino alla fine. Ritrovammo il suo corpo che fu seppellito dal nostro cappellano nel cimitero di guerra del 9° Alpini, al Quadrivio a S.E. di Seleny Yar; là riposa Alberto fra i suoi alpini – con gli altri Ufficiali del Vicenza, dell’Aquila, del Val Cismon che suggellavano col loro sangue le tradizioni di onore e di gloria della Julia. Vicino a lui è sepolto il S. Ten. Sanguinetti di Carrara[8], che voi pur conoscete, caduto qualche giorno prima.

Quel giorno, la Julia ebbe ben tre Medaglie d’Oro al Valor Militare: sottotenenti Vittorio Heusch[9] , Ugo Piccinini[10] e Federico Colinelli[11] che si andarono ad aggiungere al sottotenente Ciro Menotti[12], morto il 24 dicembre 1942. Don Antonio Aina, Tenente Cappellano del Battaglione Alpini Vicenza, scrisse alla famiglia Ficini:

Egregio Signor Ficini, ho assistito e sepolto vostro figlio, mio amico carissimo. La sua morte è stata per noi tutti suoi amici un grave colpo. Era la gentilezza, la dolcezza e la schiettezza d’animo in persona. I suoi soldati lo stimavano e lo amavano molto; purtroppo tutti sono rimasti nella sacca prigionieri. Vostro figlio è morto da Eroe, combattendo come un leone contro una infiltrazione di carri armati russi. La sua morte è stata istantanea e non ha sofferto niente. Io l’ho raccolto e sepolto nella fila D, tomba n.1 del Cimitero di Selenj Jar (Quadrivio).

E fu in quel posto che il Commissariato Onoranze Caduti in Guerra, di cui all’epoca faceva parte un altro empolese, il Maresciallo Aeronautica Militare Carlo Orsini, lo riesumò nel 1992. Alla memoria del sottotenente alpino Alberto Ficini venne decretata la Medaglia d’argento al Valor Militare con questa motivazione:

Volontario di guerra Comandante di plotone fucilieri già distintosi in precedenti azioni, ripetutamente attaccato da preponderanti forze nemiche resisteva eroicamente sul posto infliggendo perdite elevate al nemico. Ricevuto l’ordine di sistemarsi su posizioni arretrate portava a termine il difficile movimento con calma, ardimento e perizia. Resosi conto che il nemico con l’appoggio di carri armati aveva aperto una pericolosa falla nello schieramento, accorreva d’iniziativa sul posto con il reparto, contribuendo a ristabilire la situazione. Nuovamente attaccato da carri, tenacemente ed eroicamente faceva fronte ai più violenti assalti, infondendo nei suoi alpini la propria decisione di resistere ad ogni costo. Esaurite le munizioni d’arma, radunava intorno a sé i pochi superstiti e alla loro testa si lanciava, con aggiustato tiro di bombe a mano a distanza ravvicinata, contro mezzi corazzati nemici, cadendo colpito a morte sul campo dell’onore. Fronte russo – Quadrivio di Selenj Jar, 30 dicembre 1942.[13]

Il 16 gennaio 1943, i sovietici attuarono operazione Ostrogoszk-Rossosc e, anche per il Corpo d’Armata Alpino del generale Nasci, iniziò il calvario.[14] Il 30 aprile 1952, l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, proclamò Alberto Ficini dottore in Lingue, Letterature e Istituzioni Europee, con specializzazione in Inglese. E a Empoli?

 


[1] Ritrovata in Russia la salma di un ufficiale empolese, Il Segno di Empoli, A.5, n. 19 (ottobre 1992) p. 29.

[2] Si ringrazia la dottoressa Falchini.

[3] Piero Jahier, poeta e scrittore, sottotenente degli Alpini dal 1916. Sull’esperienza della Grande Guerra scrisse il suo libro più famoso. Cfr. P. Jahier, Con me e con gli Alpini., Edizioni La Voce, Roma 1920.

[4] Probabilmente Ficini si riferiva al 3° Reggimento Artiglieria Alpina, coi Gruppi Udine e Conegliano, reso famoso da Giulio bedeschi e dalle sue Centomila gavette di ghiaccio, forniti di pezzi Skoda someggiati da 75/13 e dal Gruppo Val Piave con pezzi da 105 mm.

[5] Guidata dal generale Umberto Ricagno. Il 9° reggimento Alpini era comandato dal colonnello Fausto Lavizzari.

[6] 2° reggimento Alpini, Divisione Cuneense.

[7] Il generale Alessandro  Predieri era morto il 13 ottobre 1942 in Africa settentrionale, a causa di una mina, come comandante della 27a Divisione Fanteria Brescia.

[8] Sottotenente Alpino Irmo Sanguinetti, Medaglia d’Argento al Valor Militare, 3a Divisione Alpina Julia, 9° Reggimento Alpini, Battaglione Val Cismon.

[9] Nato a Livorno nel 1917, ufficiale di complemento.

[10] Nato a Balisciano (L’Aquila) nel 1920, ufficiale in servizio permanente effettivo.

[11] Nato a Torino nel 1924, ufficiale di complemento.

[12] Nato a Roma nel 1919, ufficiale di complemento.

[13] Decreto n. 13210 del 31 gennaio 1947, Ministero della Difesa. Il comandante della compagnia, tenente De Barberis aveva proposto la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

[14] Su una forza di circa 230.000 uomini, arrivarono alle linee tedesche 29.690 tra feriti e congelati con una perdita di 84.830 militari dichiarati dispersi. Rientrarono in Italia 10.030 prigionieri. Le perdite totali dell’Armata Italiana in Russia assommano a circa 114.520 militari.

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