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26 Dicembre 1943 ore 13.10: Il luccichio delle bombe – di Leandro Piantini

Il 26 dicembre del 1943 avevo sei anni, facevo la prima elementare. Avrei potuto già essere in seconda avendo cominciato la prima dagli Scolopi a cinque anni nel 1942 (pensate un po’!, nel 1942…)   ma ero troppo piccolo e dovetti ripetere.

Di quel 1943 conservo pochi ma importanti ricordi.  Dal fondo di viale IV novembre dove abitava la mia famiglia –ma nessuno chiamava la strada  così, si diceva Le Cascine e basta- ogni tanto arrivava qualcuno correndo e gridava a squarciagola “Armistizio armistizio!!!”, ma erano falsi allarmi, finché arrivò quello vero dell’8 settembre. Una volta vidi entrare in casa nostra un soldato tedesco. Che vorrà mai?  Entrato in cucina indicò col dito una pentola,  gli serviva per cucinare. E ricordo il sapore aspro e sgradevole del pane tedesco, di segale, che i soldati accampati nel praticello davanti casa ci facevano assaggiare. Altri ricordi sono quelli di Uranio e Urania, due fratelli, forse gemelli, figli di un pezzo grosso della Milizia, di cui indossava sempre la divisa. Erano coetanei miei e di mia sorella Anna, e con essi giocavo, specialmente “ai dottori”, davanti casa. Urania doveva essere una bambina molto intraprendente, e si capisce, con un nome così…

distribuzioni belliche, loc. imprecisata. Immagine dal Fondo Caponi

Il 26 dicembre era la festa di Santo Stefano, il giorno dopo Natale. Era una giornata serena, soleggiata, all’una eravamo a tavola al pianterreno, a casa nostra,  una villetta di un piano. C’erano mia madre, le mie sorelle Anna e Carla, i nonni materni, lo zio Bruno che aveva 17 anni, mentre lo zio Mario doveva essere dalla fidanzata a San Miniato.  Ricordo che a un certo punto tutti i bicchieri della vetrina, nella cucina dove eravamo a pranzo, andarono in frantumi. (Sto scrivendo solo quello che veramente ricordo) . Non ricordo gli scoppi delle bombe, devo aver rimosso tutto, ma sicuramente furono terribili. Pensate che i B 26 americani che fecero il bombardamento aereo uccisero 106 persone nel raggio di poche centinaia di metri, tra le abitazioni delle strade che formavano il quartiere  delle Cascine. Quando il frenetico rumore degli aerei cominciò a farsi sentire noi ci siamo precipitati nella parte posteriore della villetta, nell’orto, e non davanti casa. Se lo avessimo fatto adesso non sarei qui a raccontarlo perché, a quello che ricordo di aver sentito dire dopo, davanti alla nostra casa cadde una delle enormi bombe sganciate dalle fortezze volanti americane.

Il mio ricordo più nitido e spaventoso –lo chiamo spaventoso a ripensarci ora- fu di aver visto, guardando il cielo, il luccichio delle bombe che cadevano. Ho spesso pensato che forse è un ricordo ingannevole, ma propendo a credere che quelle bombe le vidi veramente cadere. No, non le ho sognate, benché sicuramente l’incubo di quella esperienza terribile devi avermi perseguitato in sogno da allora un’infinità di volte. Io le bombe luccicanti al sole le ho viste davvero cadere, scendere giù. E dopo non ricordo altro. L’enorme spavento che gli scoppi causarono, seguiti di lì a poco dalle grida, dai lamenti dei feriti, dei moribondi, non lo ricordo più.  Sono stati tutti cancellati dalla mia memoria. Pensate, ci furono più di cento morti nel raggio di poche centinaia di metri. Ce ne devono essere state di grida, di urla, di lamenti, e certamente tanta gente che correva disperata, in cerca di aiuto o semplicemente perché aveva perso la testa e non sapeva a che santo votarsi…Saranno arrivate le ambulanze dal vicino ospedale di San Giuseppe, se di ambulanze ce n’erano a disposizione…Ma tutto è stato cancellato dalla mia memoria. Come passammo il pomeriggio, e la notte successiva al bombardamento? La mia memoria tace, posso solo dire quello che seppi in seguito. Sicuramente lasciammo la casa delle Cascine dove il tetto fu scoperchiato e quindi non era più una casa abitabile. Avremo sicuramente trovato rifugio da qualche parente, forse nella casa della mia nonna paterna, Clorinda, che viveva con la figlia Elsa in una via del centro, in via Marchetti. Forse finimmo da lei, forse  da altri parenti, forse nella casa di una famiglia amica dei miei nonni, sul Piaggione. In quella casa sul Piaggione ho sicuramente abitato nei mesi successivi al 26 dicembre.  Forse per qualche giorno, o forse per qualche settimana o addirittura dei mesi, perché la ricordo bene. Era formata da due villette uguali nuove nuove, attaccate l’una all’altra, con due ingressi attigui uguali identici, forse una era abitata dai genitori e l’altra da un figlio o da una figlia sposata. Una casa che mi piaceva moltissimo e di cui ho un ricordo delizioso,  forse perché era nuovissima e piena di tante cose a me sconosciute che mi si stamparono subito nella fantasia. In quella casa credo che si giocasse spesso a carte. Ricordo che il gioco delle carte, e i mazzi di carte, specialmente se nuovi, diventarono un mio grande interesse, quasi un’ossessione.  E ricordo che una donna di quella casa una volta disse una frase che mi rimase scolpita dentro e che suonava press’a poco così: “Ma che credono, che si campi d’aria?”, evidentemente si riferiva alla mancanza di cibo in giorni in cui mettere insieme il pranzo con la cena doveva essere la preoccupazione più grande per  tutti.

Un altro ricordo che ho abbastanza vivo, e che riguarda forse la sera stessa del bombardamento ma più probabilmente è di qualche giorno dopo, è di essermi trovato con mio nonno nella chiesa grande, la Collegiata, negli scranni che si trovavano dietro l’altare maggiore, nel Coro, insieme a tante altre persone, e insieme a noi c’è il proposto di allora, monsignor Ascanio Palloni. E tutti parlano, qualcuno piange, il prete  fa il prete, rincuora la gente, ascolta, consiglia, magari incoraggia a sperare in un rovesciamento delle sorti della guerra…Forse risale a quel momento la suggestione che negli anni successivi esercitarono su di me i riti religiosi. Forse era la prima volta che mi avvicinavo all’altare maggio e potevo vedere da vicino gli abiti  talari, i paramenti sacri, il turibolo con l’incenso che andava su e giù…Fatto sta che il turibolo con l’incenso acceso, soprattutto, cominciò a piacermi immensamente. Non so come ero riuscito a fabbricarmene uno di fortuna, naturalmente senza l’incenso e mi rivedo, bambino solitario e fantasioso, che scimmiotta in casa sua il rito che avevo visto fare. E forse scuoto da destra a sinistra il turibolo improvvisato proprio nella casa di nonna Clorinda in via Marchetti, nei giorni di gennaio successivi al bombardamento, quando ci eravamo trasferiti proprio lì, in uno dei tanti trasferimenti che ci costrinse a fare l’”emergenza” –come si chiamava la situazione creatasi dopo l’8 settembre del ’43, e che si protrasse fino alla fine delle ostilità avvenuta nell’agosto del 1944. Fine che riguardò solo la zona  a sud dell’Appenino, la Linea Gotica, perché a nord di essa la guerra e l’occupazione nazifascista durarono ancora mesi e mesi fino al 25 aprile del 1945.

Nel frattempo Empoli era un ammasso di macerie e gli abitanti si leccavano le ferite e ricominciavano faticosamente a vivere, nel lutto, nella miseria e nella mancanza di tutto. Ma finalmente erano ritornati liberi.

Leandro Piantini

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