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Silvano Salvadori: il coro di San Lorenzo del Pontormo

di Silvano Salvadori

Gli anni in cui Jacopo da Pontormo (Pontorme, 24 maggio 1494 – Firenze, 2 gennaio 1557) inizia il lavoro per la decorazione del Coro di San Lorenzo sono tragicamente pieni delle crisi di coscienza relativamente alla dottrina della salvezza, di cui furono attori Pietro Carnesecchi, Juan de Valdes, il Vermigli e Benardino Ochino con tanti altri eterodossi[1]. Fatto non da poco, considerando con quali tragedie di sangue e di roghi si macchiò la Storia, ben più laceranti di quelle per le dispute di successione fra le dinastie.

Un funesto confronto di fedi e ipotesi religiose, simile a quello che ancor oggi tiene in bilico le sorti del mondo fra chi pretende di avvalersi di verità assolute, di cui solo le religioni si gloriano.
Umilmente molti propugnatori della Riforma, in opposizione anche a Lutero, cercarono di riportare nella sfera privata della fede questa ricerca di verità, al di fuori dei clamori, creando utopistici gruppi di uomini che sperimentarono fra le valli del Piemonte, della Calabria, della Svizzera un modello di fratellanza e di uguaglianza, secondo l’insegnamento primitivo del Vangelo, della Chiesa accettando solo una ritualità di facciata che è chiamata nicodemismo.

Pontormo creò la più grande icona di questa nuova dottrina, troppo intima per poter divenire vessillo di una Chiesa che invece cercava il potere di una indiscussa autorità che le consentisse di mantenere quei lucrosi privilegi alimentando la superstizione popolare.

Ebbe il coraggio di farlo nel luogo simbolo dei Medici, nell’anno 1546 su incarico di Pier Francesco Riccio, segretario privato e maggiordomo di Cosimo I, subito dopo la data in cui il Concilio convocato a Trento condannava le dottrine protestanti; lo fece in solitudine per dieci lungi anni, ma certo con quella segreta rete di relazioni culturali  che speravano in una rigenerazione del cristianesimo e con la probabile ispirazione di Benedetto Varchi. L’arresto e l’esecuzione del Carnesecchi, per il “tradimento” di Cosimo nel 1567 [2], premiato dal papa Pio V con il titolo di granduca, chiude la parabola di quella speranza che Pontormo fece alitare fra i corpi nudi del Coro.

I pensieri del Pontormo a San Lorenzo  di Bruna Scali

I pensieri del Pontormo a San Lorenzo di Bruna Scali – Per gentile concessione alla pubblicazione dell’autore.

IL GIUDIZIO

La fede, quale è stata la fede che hai cercato, Jacopo? La fede in Dio, la fede nella tua arte?
La Fede in un futuro che stava fuggendo con l’età che avanza, la fede nell’ultimo sforzo, nell’opera totale che riassuma il senso di una vita?
Hai creduto a una fede che di per sé giustificasse la salvezza, fede frammista e sorgente da corpi e corpi che si incarnano di nuovo, ma per sfasciarsi da quella afflitta condizione umana peritura verso l’imperitura salita, per il beneficio di Cristo; e hai dato il sigillo del disegno a questa fede che li trascina ebbri di un perdono anticipato dalle sue piaghe.
In Cristo specchio di ogni uomo sprofondiamo, come sul filo del vetro al di là dell’argento, trovando la vera essenza del divino di cui siamo parte; lì, nel piccolo spessore dell’anima trasparente, in cui avviene la fusione fra l’immagine di Colui che contiene in sé tutta la Storia e la piccola cellula della nostra storia -che come un tassello completa il mosaico di luce della Grazia, dove ogni diversità si annulla-: lì cambiamo lo stato della condizione umana e sublimiamo nel divino.

Venite a me voi tutti che siete affamati e aggravati ed io vi ricreerò[3].
Appunto sgravati del nostro peso, che si era vestito di panni di piombo, strato dopo strato, attraversando la storia di infiniti peccati contro l’amore, soffrendo per tutta la storia, presente alla nostra coscienza,  che ci ha preceduto: appunto, finalmente possiamo sognare e gustare la misericordia che per gravitazione ci attrae. Saremo attratti da una gravità di convergenza che annulla la nostra gravità di allontanamento.

L’umanità delle nostre opere non è sufficiente a giustificarci del male compiuto contro l’uomo e la creazione, e pertanto non possiamo confidare in noi stessi, perché prigionieri del male; ora riconoscendo che in Te ci hai assunto e in Te ci hai purificato, a Te simili divenendo, anche noi annichiliamo nella tua morte il male e diveniamo giusti credendo.
L’opera è sempre testimonianza di fede e quindi vestendo le pareti del coro dell’opera della redenzione, Jacopo, ti sei vestito di Cristo.
Glorificato fra gli angeli che Lo incoronano dei segni della passione, Egli governa la fine della Storia, mentre il Padre, stanco, sembra dare avvio ad una nuova creazione, ad un eterno ritorno, sotto il Suo sigillo. Risorge per pietà la carne di Eva; la sposa tratta dallo sposo, che fu all’inizio, torna alla fine; il Paradiso perduto potrà essere riconquistato.

A destra la Buona Novella degli Evangelisti, proclamata con squillo di tromba, si affianca a ciò che fu promesso all’obbediente Abramo, che nel sacrificio d’Isacco, salvato dalla fede, prefigura quello di Cristo. La pari obbedienza dei progenitori al comandamento della sopportazione della condizione umana nel lavoro è indicata come necessaria premessa alla ricompensa della resurrezione sottostante.

Dal lato opposto la Vecchia Legge consegnata a Mosè dette norme a quel primo patto stipulato con Noè affinché la comunità vivesse nella fede, vincendo l’intima violenza propria dell’uomo che uccide il fratello (vedi Caino ed Abele). Già  Noè, l’eletto per fede, salvò nell’Arca l’intera creazione, frutto di Dio e sua figliolanza, mentre l’ammonimento del primo giudizio annegava nel diluvio tutta l’umanità degenerata. Dio stabilì con lui il patto, ma i vincoli di quella legge non furono sufficienti perché privilegiavano  fatti e  comportamenti esteriori in cui confidiamo invece che la  nostra coscienza; pur facendo conoscere le nostre “infermità”, le opere della legge “sviano l’uomo dalla fiducia in Cristo e il fanno confidare in se stesso[4].

Queste le due storie della rivelazione divina. Ora, nella parete di centro, Jacopo ne illustra l’epilogo: temprate dal fuoco, sul modello di Lorenzo nel basso della parete, come fiamme si elevano al cielo le anime assetate di luce dell’umanità redenta mentre altri corpi, l’uno sull’altro concatenati, costruiscono due scale verso il cielo, terminanti con due portatori di fiaccole.
Solo agli eletti sarà dato di risvegliarsi dal sonno della morte; i reprobi sconteranno in vita l’inferno nella loro coscienza e spariranno per sempre. Ecco che solo i salvati dalla fede salgono a Cristo.

Si ritorna quindi alla scena madre alla sommità del centro: dall’uomo addormentato Dio trae la sua anima che ebbe nome “Vita” (traduzione dell’ebraico Hevah), con un gesto maieutico, inizio e fine dell’estroflessione compiaciuta dello Spirito divino nella creazione.

Nei libri a lato di Cristo sono le due leggi: quello a sinistra ci addita la Vecchia, quello a destra la Nuova alla cui fede tutti siamo chiamati. Invece i libri branditi dagli angioli accanto agli squilli di tromba nella Sistina sembrano contenere i nomi dei dannati e dei salvati.
Jacopo ribalta infatti la visione michelangiolesca, mettendo alla destra di chi guarda la resurrezione degli eletti e nel centro la salvezza finale.
Qui manca la visione dell’inferno, in quanto la misericordia di Cristo ha salvato in anticipo gli uomini; manca soprattutto la mediazione dei santi e della stessa Maria, cioè in definitiva della Chiesa. Non gerarchie, non titoli, né eroi in virtù di opere compiute, ma una umanità ordinaria di corpi interiormente santi per la fede.

Non per le opere, frutto dell’arroganza umana, ma per la fede siamo salvati; le opere saranno solo una conseguenza; “se hanno lo Spirito di Cristo che li conduce e li governa, non saranno pigri a fare le buone opere, perchè lo Spirito di Cristo è Spirito di carità, e la carità non può essere oziosa, nè cessare dalle buone opere.”[5] La trionfante nudità è solo segno di una trionfante umiltà.
Nel 1551 Pontormo aveva finito la parte alta; al termine del 1556 mancava una stretta fascia in basso e il San Lorenzo al centro, per cui ci informa il Vasari:

Avendo alla sua morte lasciata Iacopo Puntormo imperfetta la cappella di San Lorenzo, et avendo ordinato il signor Duca che Bronzino la finisse, egli vi finì dalla parte del Diluvio molti ignudi, che mancavano a basso, e diede perfezzione a quella parte e dall’altra, dove a’ piè della Ressurrezione de’ morti mancavano nello spazio d’un braccio incirca per altezza, nel largo di tutta la facciata, molte figure, le fece tutte bellissime e della maniera che si veggiono; et a basso fra le finestre in uno spazio che vi restava non dipinto, finì un San Lorenzo ignudo sopra una grata, con certi putti intorno. Nella quale tutt’opera fece conoscere che aveva con molto miglior giudizio condotte in quel luogo le cose sue, che non aveva fatto il Puntormo suo maestro le sue pitture di quell’opera. Il ritratto del qual Puntormo fece di sua mano il Bronzino in un canto della detta cappella a man ritta del San Lorenzo.

Oltre a questo ritratto del Pontormo oggi distrutto, Bronzino nel 1567  ne fece un altro, accanto a sé, nell’altro grande affresco del Martirio di San Lorenzo in capo alla navata di sinistra della chiesa.
Questa sottile dottrina per immagini, che si alimentava delle idee dei riformatori italiani (Carnesecchi, Vermigli, Bernardino Ochino ed altri seguaci eterodossi di De Valdès) esautorando il ruolo della Chiesa, non fu compresa, anzi fu aspramente criticata per la francescana nudità dei viventi ed infine distrutta. Prima l’apertura di una porta sul fondo per collegare il coro alla Cappella dei Principi, poi un cedimento strutturale delle pareti laterali, che portò all’inserimento di archi per piombarla di nuovo, distrussero parti importanti, mentre ad altre si dette una scialbatura di bianco. Infine il completo rifacimento del coro ne cancellò ogni traccia.

Il giudizio negativo del Vasari su quest’opera “incomprensibile”, che lui attribuisce al degenere arrovellamento di cervello del suo autore, forse voleva solo proteggere il Pontormo da posteriori accuse di eresia, in tempi ormai mutati che avevano visto l’allineamento ideologico dello stesso Varchi alla dottrina cattolica post tridentina. Tempi in cui anche Cosimo, dopo aver polemizzato negli anni della committenza pontormesca contro l’odiata Roma papale dei Farnese e aver coltivato le amicizie valdesiane, si piega all’ortodossia del cattolicesimo.
Un consesso di amici sogna di trovare una via al rinnovamento, chi per fede, chi per cultura, chi per guidarne le istanze verso un progetto di stato; nell’intimità dello spirito sognarono un grimaldello  che rendesse patrimonio comune l’umiltà indifesa, la carità rigogliosa, la fratellanza condivisa; sognare che l’alto disegno divenga abito del volgo, parola quotidiana resuscitata perché sia luce.

Ma poi la Storia impone corone di spine e catene; il Potere piega alla convenienza la carità, incarcera l’umiltà, manda in esilio la fratellanza e inalbera il nuovo vascello dell’ipocrisia a solcare i mari in cui son lasciati affogare i naufraghi della speranza. La Storia aspetta con pazienza che gli entusiasmi si affievoliscano e impone la sua ghigliottina a coloro che resistono con l’ultima fiammella accesa. Il nobile Carnesecchi fu decapitato e poi arso sul rogo ed io vorrei credere che i suoi occhi siano migrati nell’ombra con la visione delle anime elette ascendenti al cielo della giustizia pontormesca.

Note e Riferimenti:
[1] Per tutto questo periodo vedi il fondamentale testo: Massimo Firpo, Gli affreschi di Pontormo in San Lorenzo, Giulio Einaudi Editore, Torino 1997.
[2] Si dice che, rifugiato sotto la sua protezione a Firenze, il Carnesecchi fu arrestato mentre cenava con Cosimo.
[3] Beneficio di Cristo
[4] Beneficio di Cristo
[5] Beneficio di Cristo

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