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Il primo sangue – di Claudio Biscarini

L'esterno di Castelvecchio di Verona la mattina del 14 novembre 1943

L’esterno di Castelvecchio di Verona la mattina del 14 novembre 1943

Domenica, 14 novembre 1943, San Giocondo Vescovo. E’ una giornata uggiosa a Verona, così come sanno esserlo le giornate invernali. Chi abita in città se ne rimane a casa, e cerca di scaldarsi come può. Anche perché in giro si vedono strani tipi: qualche revenant del vecchio regime assieme a dei giovani in camicia nera.

Davanti a Castelvecchio, un servizio d’ordine di militi veronesi con maglioni a collo alto,  giacca a vento, berretto da sciatore con il teschio davanti e mitra Beretta in mano, tutte cose che avrebbero fatto molto comodo ai nostri militari dell’ARMIR. Sul portone principale, sopra il ponte levatoio del castello, uno striscione con la scritta Assemblea Nazionale del Partito Fascista Repubblicano.

Arrivano i vecchi e nuovi gerarchi: Renato Ricci, carrarese[1], comandante della futura Guardia Nazionale Repubblicana, in divisa; Alessandro Pavolini, fiorentino[2], detto Buzzino, nuovo Segretario del PFR., in impermeabile chiaro, camicia nera e testa scoperta; alcuni membri  del nuovo governo di Mussolini:il ministro della Cultura Popolare  Ferdinando Mezzasoma[3], il  ministro  di Grazia e Giustizia Piero Pisenti[4], il ministro dell’Economia Corporativa Silvio  Gai[5],il ministro del Lavori Pubblici Ruggero  Romano[6]. C’è Piero Cosmin[7], prefetto di Verona, fascista fanatico in ombra durante il ventennio ma che avrà il suo ruolo nei 600 giorni di Salò e che morirà tisico dopo la fine della guerra. Arriva un gerarca con la vecchia uniforme del PNF, con il berretto con l’aquila d’oro: i militi gli urlano butta via l’aquila poi, con uno schiaffo, lo fanno volare tra le aiole e, alle rimostranze dell’uomo in orbace, gli puntano i mitra addosso: non si vuole può avere niente a che fare con il passato.  Tutti si dirigono verso il Salone dei Concerti, dove si doveva svolgere il dibattito.

Sono le 9 di questa domenica triste di guerra quando i 200 delegati iniziano i lavori.  L’aula è una bolgia; urla, discussioni, progetti di vendetta, fumo di sigarette. Soprattutto i convenuti l’hanno con i “traditori del 25 luglio”, e, tra di essi, principalmente  con Ciano, il Giuda dei Giuda. Morte ai traditori è l’urlo che si sente di più in sala. Pavolini legge un saluto del duce, poi comunica che gli iscritti al nuovo fascismo sono già 250.000; dalla platea si urla troppi, troppi, quindi si inveisce contro i Carabinieri, fedelissimi alla monarchia, e anche contro Claretta Petacci. In sala c’è di tutto: giovani idealisti accanto a vecchie “colombe” che vorrebbero salvare il salvabile dell’esperienza politica del fascismo; vecchi combattenti come Fulvio Balisti, già comandante del Giovani Fascisti a BirEl Gobi, accanto a faziosi, violenti estremisti rancorosi verso tutto e tutti. Ad un certo momento, il federale di Como urla che i fascisti non vogliono più essere fregati, e Pavolini di rincalzo risponde queste sono parole da caserma, al che gli rispondono che quella era una caserma.Ad un tratto Buzzinosale sul palco e dice Il commissario della federazione di Ferrara che avrebbe dovuto essere qui con noi, il camerata Ghisellini, è stato ucciso con sei colpi di pistola. Noi eleviamo a lui il nostro pensiero. Egli sarà vendicato!  In sala scoppia il caos. I delegati sbraitanoTutti a Ferrara mentre Pavolini risponde che non si può gridare in presenza del morto. Si agisce in modo disciplinato. Ormai, però, nessuno tiene più gli squadristi e partono subito quelli di Padova e di Verona, assieme ai delegati ferraresi. Che cosa era accaduto? La sera del 13 novembre, intorno alle 21, mentre stava andando verso Casumaro con la sua 1100, il federale di Ferrara, Seniore  Iginio Ghisellini, dottore in veterinaria, farmacia e chimica, era stato ammazzato a colpi di pistola. Il suo cadavere era stato trovato abbandonato sul ciglio della strada a Castello d’Argile il mattino seguente. Non è mai stata fatta piena luce su questo episodio. Alcuni storici propendono per l’attacco partigiano, ma altri optano per una questione interna al fascismo ferrarese. Tra l’altro, Ghisellini era considerato una “colomba” del nuovo partito e il 14 doveva andare a Verona. Destò sospetto il fatto che, durante le indagini, i Carabinieri e la Polizia appurarono che i colpi erano stati sparati dall’interno dell’auto e non da fuori e la moglie dichiarò che suo marito, a cui stranamente proprio quel giorno era stato tolto il milite di scorta, non avrebbe mai fatto salire sulla sua vettura degli sconosciuti perché già era stato minacciato. Il PCI rivendicò l’attacco su un numero clandestino de L’Unità, ma nemmeno questo offre una chiarificazione su quanto accadde: un altro mistero italiano insoluto.

Iginio Ghisellini

Iginio Ghisellini

La morte di Ghisellini scatenò la vendetta, quella vendetta che i delegati a Verona non vedevano l’ora di  mettere in atto. Pavolini lesse i 18 punti del manifesto del nuovo Partito Fascista Repubblicano e, in modo frettoloso, fece la votazione per acclamazione sulla loro approvazione.

Intanto, correndo sulle strade della bassa, i camion di squadristi sono arrivati a Ferrara e gli uomini si sono  messi alla caccia dell’antifascista. Molto attivi sono i membri della polizia federale del maggiore Nicola Nino Furlotti, ex capo squadra della MVSN[8],  che avrebbe fucilato Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Carlo Pareschi, Giovanni Marinelli e Luciano Gottardi l’11 gennaio del 1944 [9]. La notte ferrarese è scossa dalle urla dei fascisti e dal rumore dei loro motori. Essa venne rievocata da Florestano Vancini nel suo film La lunga notte del ’43 uscito nel 1960,  con un eccezionale Gino Cervi nella parte del fascista Carlo Aretusi detto Sciagura[10].  In varie parti della città sono uccisi Cinzio Belletti, un ferroviere, Girolamo Savonuzzi, ingegnere e Arturo Torboli, ragioniere. Poi, altri otto ostaggi prelevati dalle carceri o rastrellati,sono condotti davanti alle mura del Castello Estense e trucidati. Tre erano ebrei, Vittore Hanau, Mario Hanau, Alberto Vita Finzi, quattro avvocati, Giulio Piazzi, Ugo Teglio, anch’esso ebreo, Mario Zanatta assieme a un magistrato, il Sostituto Procuratore Pasquale Colagrande. L’ultimo l’ex senatore fascista Emilio Arlotti, la cui morte era stata invocata a Verona come “traditore”. I corpi sono lasciati sull’asfalto, piantonati dai militi. Il primo sangue è stato sparso e da allora la guerra civile diverrà parallela, come ha scritto Claudio Pavone, a quella di liberazione lasciando solchi tanto profondi da risentirne ancora oggi a settanta anni di distanza da quei primi, tragici, fatti.



[1] Carrara 1 giugno 1896, Roma 22 gennaio 1956.

[2] Firenze 27 settembre 1903, lungolago di Dongo 28 aprile 1945.

[3] Roma 3 agosto 1907, lungolago di Dongo 28 aprile 1945.

[4] Perugia 20 marzo 1887, Pordenone 29 settembre 1980.

[5] Roma 5 agosto 1873, Livorno 2 novembre 1967.

[6] Noto 9 marzo 1895, lungolago di Dongo 28 aprile 1945.

[7] Nato a Quiliano, Savona, e morto a Varese nel maggio 1945 alla casa di cura La Quiete.

[8] Nella RSi si faceva carriera molto velocemente. Lo stesso capo della Legione Autonoma Ettore Muti di Milano, il colonnello Francesco Colombo, era un ex aviere durante la Prima guerra mondiale.

[9] Si tratta di cinque dei cosiddetti “traditori del 25 luglio”. Un sesto,  Tullio Cianetti di Assisi, si salvò dalla pena di morte perché, subito dopo aver votato l’ordine del giorno Grandi, inviò una lettera a Mussolini in cui ricusava e ritirava il suo voto.

[10] Nel film, Carlo Aretusi ambisce a diventare il federale di Ferrara al posto di Bolognesi, da lui giudicato imbelle. Sciagura ordisce un attentato e Bolognesi viene ucciso, e la rappresaglia si scatena. Chiaramente, Vancini si schiera con quelli che vedono nell’uccisione di Ghisellini un fatto interno al fascio ferrarese.

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