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23 luglio 1944 – 23 luglio 2015 – di Claudio Biscarini

Oggi è un giorno importante per la memoria del passaggio del fronte nella nostra zona. Il 23 luglio 1944, settantuno anni fa, in Pratovecchio, durante una faccenda ancora non chiarita, furono uccisi dei soldati tedeschi e ciò portò il giorno dopo alla fucilazione di 29 ostaggi innocenti in piazza Francesco Ferrucci.

Lo stesso giorno, a Calenzano presso San Miniato, la G Company del 349th US Infantry Regiment, comandato dal colonnello Joseph B. Crawford, si perse mentre aveva ricevuto l’ordine di entrare in città da  destra[1] e finì dritta nella chiesa e canonica di Calenzano. Scendendo da quel colle, si arrivava al ponte di Marcignana, ultimo rimasto intatto per permettere ai tedeschi di entrare nella testa di ponte di Empoli e di attestarsi oltre Arno. La reazione  della 3. Panzer-Grenadier-Division fu rabbiosa: asserragliati nella canonica, gli americani dovettero sostenere assalti sopra assalti anche portati con StuG III. La G Company, ridotta a pochi uomini perché altri si erano perduti, era guidata dal tenente Resbert Martin e aveva con se l’executive officer del II Battalion, capitano James P. Lyons. Quando Martin si avvide che era in condizioni precarie con il suo reparto, inviò due uomini a forzare la porta della canonica, anche sparandoci contro otto colpi di M1, ma invano.

Empoli - Piazza XXIV Luglio 10-11-2011 3

 

All’interno erano nascosti i genitori[2] di don Bartolo Sirio Ristori che in quel momento si trovava cappellano militare. Fu il Technical Sergeant Carmine Tavalaro che, parlando in italiano, riuscì a farsi aprire. Gli americani si appostarono alle finestre come in un classico film Hollywoodiano e cominciò l’assedio che, alla fine, vide il capitano Lyons chiedere che il 337th US Field Artillery Battalion sparasse direttamente sulle posizioni della G Company in modo da impedire ai tedeschi di mettere delle cariche di esplosivo alla porta della canonica. A fine giornata, la I Company e alcuni carri Sherman ruppero l’assedio. Il 337th US Field Artillery da solo aveva sparato ben 3.400 colpi su Calenzano a cui si aggiungevano le granate sparate da sei semoventi del 760th US Armored Battalion e altre del 339th US Field Artillery Battalion. Le perdite dei tedeschi sono sconosciute. Quelle della G Company furono di un morto e due feriti.

Come membro della Veterans Association 88th US Infantry Division ricevo regolarmente il bollettino dell’associazione stessa. In un numero del 1990 lessi l’intervento di Carmine Tavalaro che era stato sollecitato dal tenente William Halprin. Mi misi in contatto con il mio amico Claude Doc Waters, oggi purtroppo defunto, e ebbi l’indirizzo di Halprin al quale chiesi una testimonianza sulla battaglia di Calenzano. La risposta la pubblicammo su Arno-Stellung. La quarantena degli Alleati davanti a Empoli (22 luglio-2 settembre 1944) numero monografico del Bullettino storico empolese uscito nel 1991. Visto che da allora Arno-Stellung non è più stato ristampato,  credo sia interessante rileggere quel che mi scrisse Halprin:

Ho frugato in cerca delle mie vecchie carte, ma non è servito. Devono essere state disperse in qualcuno dei traslochi che ho fatto negli anni trascorsi. Nel 1944 il sergente[3] Carmine Tavalaro, detto Tavvy, doveva avere circa vent’anni, ma era una persona il cui aspetto non facilitava l’individuazione dell’età. Non ricordo di avergli mai posto una domanda in proposito. Viveva a Long Island, New York. Credo che sua moglie sia ancora viva. Il resoconto della battaglia di Calenzano non corrisponde esattamente a quanto descritto dal colonnello Crawford nella sua Narrative, ma non se ne discosta molto. Il capitano Lyons era vice-comandante del secondo battaglione 349° Reggimento fanteria. La notte precedente la battaglia fu lui a svolgere la funzione di guida della Compagnia G. Lyons  ed il suo gruppo erano in testa alla Compagnia G, in fila indiana, quando partimmo all’imbrunire del 22 luglio 1944[4].

Il mio plotone era in testa ed io, sottotenente Halprin, procedevo a destra del gruppo di Lyon insieme a Tavvy, che era il mio sergente di plotone. Passammo attraverso oliveti ea terrazze e la nostra marcia era difficile per la ripidità delle colline. A un certo punto della notte gli ultimi elementi rimasero indietro e perdemmo contatto con il plotone armi pesanti. Più tardi gli altri plotoni che seguivano il mio persero anch’essi il contatto. Ad ogni modo, poco prima dell’alba, incappammo in una sentinella tedesca addormentata. Svegliata da uno dei nostri, reagì sparando e venne abbattuta. Intravedemmo confusamente che nei paraggi sorgeva un ampio edificio e bussammo alla porta, svegliando i civili che vi si trovavano[5].

Entrammo tutti, ad eccezione di tre dei nostri uomini, uno dei quali era stato ferito dal tedesco. Essi si rifugiarono in una specie di cantina sotterranea. Per fortuna i tedeschi non cercarono mai di ispezionare da quella parte durante il giorno successivo. Dopo poco sorse il sole e ci potemmo rendere conto che ci trovavamo in una chiesa spaziosa, adiacente ad un’abitazione civile, i cui occupanti erano andati a cacciarsi nella vera cantina, rimanendovi per tutto il tempo. Eravamo circa 25 uomini della forza originaria della Compagnia con la quale si era partiti. Non ho la minima idea di dove si trovasse il resto. Piazzammo uomini su e giù per le scale dei tre piani e aspettammo di vedere cosa sarebbe successo, perché potevamo sentire i tedeschi che correvano intorno e gridavano a perdifiato per incitarsi. Udimmo un nostro aereo leggero Piper Cub [6]che volava in giro e, siccome non eravamo riusciti a localizzare la nostra posizione sulle vecchie mappe in nostro possesso, usammo la radio per prendere contatto col quartier generale, annunciando che avremmo sparato un razzo attraverso un foro praticato sul tetto affinché l’aereo ci localizzasse. Furono sparati i primi due razzi, ma l’aereo non ci vide. Ancora con molta fortuna, quando sparammo il terzo ed ultimo razzo, questo fu visto e l’artiglieria tirò un paio di colpi per confermare che il bersaglio era stato inquadrato[7].

Successivamente i tedeschi attaccarono all’improvviso l’edificio e noi richiedemmo l’artiglieria, che intervenne prontamente. Grazie alla nostra artiglieria ed alle nostre armi portatili che facevano fuoco dalle finestre, respingemmo l’assalto[8].
Durante l’intera giornata ricacciammo otto attacchi simili e la nostra artiglieria tirò oltre 3.000 colpi in prossimità della nostra posizione, più vicino che poté. In tutto quel tempo colpirono l’edificio solo due volte
[9], il che è davvero notevole; da allora in poi la maggior parte dei colpi cadde nel raggio di venticinque iarde da noi. Dovemmo peraltro soffrire soltanto un morto ed un ferito. Queste perdite avvennero proprio all’inizio dello scontro, prima che ci fossimo posti al coperto. Ad un dato momento i tedeschi mossero un semovente da 88 millimetri[10], che sparò due colpi a distanza così ravvicinata  che i proiettili andarono dritti attraverso le pareti dell’edificio ed esplosero all’esterno, senzadiché saremmo tutti morti. L’osservatore aereo dell’artiglieria scoprì l’88 ed il fuoco dei nostri pèzzi lo costrinse ad allontanarsi prima che potesse fare altri danni.

Alla fine della giornata una delle nostre unità si aprì un varco verso le nostre posizioni e noi facemmo una sortita, catturando circa venti nemici, quasi tutti feriti leggermente. Ci dissero che sul posto c’erano 200 tedeschi e che noi stavamo bloccando la loro principale linea di rifornimenti. Per questo avevano tentato così duramente di sloggiarci. I tedeschi ebbero numerosi morti e diversi feriti, che furono evacuati contemporaneamente al ripiegamento del resto della loro truppa. Ci fu detto anche che avevamo preso l’obbiettivo della Divisione con due giorni di anticipo. Posso affermare che durante il combattimento Tavvy correva su e giù per le scale, incoraggiando i suoi uomini e sparando dalle finestre come capitava. Frattanto era caduta la sera e prendemmo l’iniziativa di condurre i prigionieri a San Miniato, che supponevamo già occupato dai nostri nel corso della giornata. Incolonnammo i tedeschi in fila per due e li avviammo sulla strada diretta ad ovest sotto la scorta di dieci di noi. Mentre eravamo in marcia, mi accorsi che dal nord alcuni pèzzi d’artiglieria tedesca stavano battendo il terreno al di là della strada, verso sud, dove avevano lasciato delle paline di “falso scopo” sormontate da strane lanterne. Ci accorgemmo così di trovarci in territorio ostile, ma continuammo a mantenere inquadrati i prigionieri, facendoli marciare nel più assoluto silenzio sotto comminatoria di morte. La cadenza delle loro scarpe chiodate dava un suono caratteristico[11]. Sono ben certo che le altre truppe nemiche dislocate nella zona udirono quel rumore e pensarono che si trattasse di una loro unità in movimento. Comunque non fummo scoperti. Quando raggiungemmo le prime case di San Miniato, trovammo il deserto[12].

Non si vedeva un americano. Occupai un altro edificio e concentrai i prigionieri in una stanza, preparandomi ad aspettare il giorno. Appena spuntò l’alba scorgemmo dei soldati che venivano giù per la strada, balzando di porta in porta. Li ritenemmo americani, corremmo il rischio e chiamammo. Loro non sembravano troppo convinti, ma noi scendemmo in strada con le amni alzate ed essi si avvicinarono per accertarsi chi fossimo. Non posso dire di conoscere molto bene il capitano Lyons, ma credo che gli sia stata concessa la Silver Star dopo il combattimento di Calenzano. Il tenente Resbert Martin era con il resto della Compagnia, che ci raggiunse in breve tempo. Questo è tutto quanto ricordo dopo quasi cinquant’anni. Pochi giorni dopo rimasi ferito in uno scontro di pattugliee fui rimpatriato con una grave lesione al braccio destro. Segnalai Tavvy per la Silver Star, ma ignoro se tale decorazione gli sia stata riconosciuta. William S. Halprin[13].

 


Note e Riferimenti:

[1] La F Company doveva attaccare direttamente San Miniato mentre la E Company doveva manovrare verso ovest.

[2] Non erano i soli civili che assistettero alla battaglia. Poco più sotto della chiesa c’era in gruppo di sfollati da Marcignana.

[3] Il grado di Tavalaro non era, come è stato scritto, sergente maggiore che nell’esercito americano è rappresentato dallo Staff Sergeant. I gradi dei sottufficiali dell’US Army differiscono da quelli dell’Esercito Italiano.

[4] La dove si dimostra che il 22 luglio i tedeschi avevano certamente avuto sentore del prossimo attacco americano e non volevano tra i piedi i civili, che non erano sfollati. Non sapendo dove portarli (oltre Arno era troppo tardi, davanti c’erano già gli americani) trovarono bene di metterli in chiesa eliminando così anche il doppio rischio di trovarsi alle spalle degli eventuali  partigiani mentre combattevano contro gli americani e impedire che i civili, passato il fronte fluido, potessero dare informazioni al nemico sulla consistenza delle difese della città.  Tra l’altro, la E Company venne bloccata da forte fuoco del nemico quando si trovava a circa 300 metri a ovest della città.

[5] Halprin, a differenza di Crawford, non parla dei colpi di M1 sparati alla porta della canonica ma durante una ricognizione con Giuliano Lastraioli, don Ristori ci fece toccare con mano i segni dei proiettili sulla vecchia porta dell’edificio.

[6] Si trattava degli aerei leggeri di osservazione per l’artiglieria, detti dagli italiani cicogne e dai tedeschi Artillerie-flieger.

[7] Questa è un’ulteriore prova dell’assurdità di quanti sostengono la granata tedesca in Duomo: gli obici americani spararono due colpi per inquadrare il bersaglio, cosa che avrebbero fatto sicuramente anche dei pèzzi tedeschi rischiando di colpire i propri soldati.

[8] Da queste parole si evince come i fanti americani fossero adusi a chiedere spesso l’intervento dei loro obici. Quindi, che cosa ci sia di strano sul fatto che l’abbiano chiesto anche il mattino del 22 luglio per eliminare delle mitragliatrici poste sotto il costone del Duomo che avrebbero potuto creare dei problemi nell’attacco imminente ci risulta difficile comprenderlo.

[9] Altra prova che i proietti “amici” potevano anche cadere dove volevano e che ciò accadesse solo due volte per Halprin costituiva una sorpresa, visto che spesso succedeva il contrario.

[10] Come accadeva per i Panzer, che per gli alleati erano tutti Tiger, anche i semoventi, secondo Halprin, avevano un cannone da 88 mm. In realtà, la 3. Panzer-Grenadier-Division poteva contare su alcuni semoventi StuG III o forse IV. Il secondo montava un cannone da 7,5 cm KwK 40. Il primo un cannone StuK  7,5 cm L/24.. Per arrivare a vedere un 8,8 cm PAK 43/3  L/71 bisogna che fosse entrato in azione un Jagdpanther V cacciacarri o un semovente controcarro Sd. Kfz. 165 Nashorn o Elefant, entrambi assenti nella nostra zona.

[11] Gli americani portavano stivaletti con le suole in gomma.

[12] Qui si afferma che i primi americani, provenienti da Calenzano, entrarono in città dalla parte dell’ ospedale la sera del 23 luglio 1944.

[13] Questa lettera venne pubblicata su Arno-Stellung col titolo Bill e Tavvy alla battaglia di Calenzano, pp. 247-250.

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