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Una rivoluzione silenziosa

Per i più giovani amici empolesi che leggeranno queste righe voglio precisare che il percorso di quel bolide era quello che dalla SS. 67 lato Firenze, passando per Piazza della Vittoria dal lato opposto alla chiesa della Madonna del Pozzo, andava a immettersi in Via del Giglio proseguendo per la Frazione di Santa Maria a Ripa, Ponte a Elsa, e così via fino a quelle già indicate destinazioni.

di Tommaso Mazzoni   

Empoli - Piazza della Vittoria 29-08-2013 2  


01 ottobre 2015

Nel 1854 fu pubblicato un lavoro dal titolo «Indagine sulle Leggi del Pensiero» da parte del suo illustre sconosciuto autore (ignoto per la gente non addetta ai lavori, come si dice), e per di più autodidatta, il matematico britannico (nato a Lincoln) George Boole (1815-1864).

Lo sapete bene, voi che mi seguite, che ho simpatia verso certe tecniche affascinanti; e ti pareva che volessi lasciare nel nulla una chiacchieratina(1) come quella che mi accingo a fare?

Con quel libro, Boole, descriveva un’algebra (detta poi di Boole o booleana, primo contributo alla concezione dell’algebra astratta), diversa, riguardo al formalismo simbolico, da quella cartesiana. L’indicazione la riporto per dovere di citazione e anche per farvi sapere che… non la capisco. Ma qui di seguito, certamente, mi potranno però seguir meglio anche quelli che sono un po’ più terra terra come me.

Boole procedé tentando di tradurre la logica tradizionale d’Aristotele e della scolastica medioevale – forse anche seguendo più praticamente la traccia di una delle intuizioni di Leibniz (1646-1716) – in un calcolo matematico-algebrico coerente. E ci riuscì, ottenendo nientemeno che una logica e conseguente applicazione pratica di tipo… binario.

Eh sì, amici, avete bell’e capito – e bene – dove sono andato a cascare. Se, puta caso, non conosceste Boole, sappiate che questo gran matematico, basandosi sui valori zero e uno (vale a dire insieme vuoto e insieme pieno) si avviò ad avanzare il primo passo, ma decisivo, direi, verso la costruzione di quel congegno in grado di eseguire operazioni logiche e matematiche di notevoli complessità.

Io – lo sapete bene – provengo da un’epoca preelettronica, almeno nelle sue applicazioni pratiche. E per darvi un’idea, un piccolo ma indicativo esempio di come si vivesse a quei tempi (mi riferisco agli anni cinquanta del Novecento), per “trasmettere” (ma leggete pure “trasferire” o “inviare”) le copie interamente stampate e ripiegate di un giornale stampato a Firenze verso le Città di Pisa e di Livorno, si servivano di un’automobile che, fra l’altro, attraversava Empoli a tutta velocità nel cuore della notte; e bisognava anche fare ben attenzione a non farsi travolgere, dato che passava proprio da una centralissima via della mia Città. Anche allora, infatti, non è che andassi proprio a letto coi polli…

Per i più giovani amici empolesi che leggeranno queste righe voglio precisare che il percorso di quel bolide era quello che dalla SS. 67 lato Firenze, passando per Piazza della Vittoria dal lato opposto alla chiesa della Madonna del Pozzo, andava a immettersi in Via del Giglio proseguendo per la Frazione di Santa Maria a Ripa, Ponte a Elsa, e così via fino a quelle già indicate destinazioni.

Nel rimuginare cose di questo genere, potete ora anche immaginare la mia meraviglia, nel pensare ai risultati che riguardano appunto l’elettronica, che consentono, oggi, di comporre un intero giornale a Roma ed essere stampato o letto su Internet, contemporaneamente, a Tokyo in Giappone come ad Auckland, in Nuova Zelanda e, potendo e volendo, in ogni altra parte del mondo.

Ma ritorniamo a noi; e scusatemi per questa divagazione, tuttavia non propriamente nostalgica, anche se, com’è naturale, emotivamente coinvolgente.

Al riguardo di questi autentici geni dell’elettronica, vi sono anche diversi altri nomi da doverosamente ricordare, per cui debbo citare almeno l’inglese (di Londra) Alan Mathison Turing (1912-1954), che inventò una macchina(2) cui fu dato il suo nome, e cioè “macchina di Turing”, ipotetico dispositivo di calcolo per fornire un modello astratto per lo studio della calcolabilità, e Johann (o John) von Neumann (1903-1957), statunitense di origine ungherese (era nato a Budapest), ideatore dei princìpi fondamentali dell’architettura dei moderni calcolatori. Questi studiò la teoria assiomatica degli insiemi dello spazio del tedesco David Hilbert (1862-1943) distinguendo i concetti di insieme e di classe e fornendo in tal modo un punto di partenza alla teoria di Kurt Gödel (1906-1978, statunitense di origine ceca: nato a Brno).

Noterete che semplifico assai per non dilungarmi troppo. Ma un pochino è necessario che lo faccia; infatti, dovrò per forza citare anche coloro che progettarono i primi calcolatori elettromeccanici (1937): fu un gruppo d’ingegneri americani, fra cui Howard Aiken e George Stibitz, che appunto ripresero le idee di Babbage. Ebbene, e finalmente, ne derivò l’effettiva costruzione del Complex Computer (1939), che appunto impiegava, per funzionare, l’aritmetica booleana, ossia di tipo binario. (Ma, per avere almeno il transistor, dovremo attendere il 1948!).

Mi viene da pensare che, nel 1939, io avevo appena 11 anni, e frequentavo la quinta classe elementare.

Credetemi, amici, c’è stato da faticare non poco, attraverso diodi, triodi, transistor, condensatori e resistenze, fino alle valvole termoioniche, per vedere di raccapezzarci qualcosa. Però non crediate che i passi da me compiuti siano stati molti: è più teoria e fumo, la mia, che pratica e… arrosto!

Devo essere anche abbastanza essenziale, in quel che ho inteso e intendo riferirvi, perché altrimenti il discorso si farebbe troppo complesso e, logicamente, andrebbe, come un po’ è già andato, completamente fuori della mia portata; perciò cerco di contenermi almeno entro certi limiti, scusandomi con tutti coloro – certo sono la stragrande maggioranza – che ne sanno più di me. Ciò che m’interessa dire, tuttavia, è il concetto: le nozioni e gli approfondimenti – non ci vuole molto -, volendo, potrete farli anche per vostro conto; e certo con notevole profitto.

Stavo prima per affermare che molte persone non hanno forse sentito parlare neppure di un matematico britannico (e qui facciamo un passo indietro, come si legge nelle novelle) quali Charles Babbage (1792-1871). Boole perciò è più giovane. Ma devo però ricordare Babbage, anche perché ha creato basilari premesse per lo sviluppo e la realizzazione del computer così come lo s’intende oggi.

Babbage, nel 1834 – siamo, dunque, ai tempi della seconda fase della rivoluzione industriale(3) -, progettò appunto una “macchina analitica”, ossia un esecutore programmabile di algoritmi(4), diretto predecessore, appunto, dei moderni calcolatori elettronici, ma che tuttavia non poté essere realizzata. Ciò dipese però unicamente dai limiti della tecnologia dell’epoca; nondimeno, non è stato il primo caso (lèggi Leonardo da Vinci(5) e certe sue macchine, quali l’”aeroplano”).

Boole e Babbage(5) – o meglio Babbage e Boole -, oltre a tutti coloro(6) che successivamente hanno dato via via un apporto considerevole nel senso precorso, hanno costituito l’avvio, hanno gettato le basi per lo sviluppo del computer; e a parer mio non siamo ancóra a nulla, precisandovi che vi sto scrivendo esattamente questo mercoledì 30 aprile 1997(*), qui in macchina mentre aspetto mio figlio, che, dovendo venire a trovare una persona, mi ha portato, bontà sua, in giro con sé, per sua compagnia e per mio enorme piacere.

Ritenendomi scusato per questa “ingerenza” di fatti familiari in questioni pubbliche(!), proseguo. Ma, ripensandoci, avrei anche già finito. Manca soltanto la considerazione finale, che è appunto la giustificazione per aver intitolato questo mio articolo nel modo che avete letto.

Già, perché “rivoluzioni” di così alto grado, pur fruendone tutti, direttamente o indirettamente, di solito passano del tutto inosservate.

Sono sicuro, anzi sicurissimo, però, che se fermassimo cento persone per strada, almeno novanta ci saprebbero dire, magari press’a poco, chi sono stati, in fatto di rivoluzioni, Emiliano Zapata, o Pancho Villa (il cui nome di nascita è Doroteo Arango) o, più sicuro ancora, Che Guevara (il cui nome completo è Ernesto Guevara de la Serna). Ma sarebbe ben difficile annotare una così alta percentuale se andassimo a chiedere, invece, chi è Charles Babbage o George Boole. Mi sento piuttosto sicuro di quanto affermo.

 


Note e Riferimenti:

(1) – Una chiacchieratina – Le nozioni più tecniche, di cui non avevo idea, le ho tratte principalmente dal libro di Angelo G. Sabatini / Francesco Ianneo dal titolo «Le Nuove Frontiere della Mente», Newton Editore.

(2) – Che inventò una macchina – Di Turing è simpatico ricordarne anche il suo celebre Test, detto appunto Test di Turing. Consiste in una sorta di “esperimento della mente”, ossia una persona, in una stanza, comincia a porre domande, alternativamente, ora al calcolatore, ora ad un essere umano ubicati anch’essi in due stanze isolate, in una sorta di gioco dell’imitazione. Il calcolatore, però, è programmato, in modo da scimmiottare frasi e argomenti di tipo umano. Secondo Turing, più che chiedersi se una macchina sia capace di pensare, dice ancora Francesco Ianneo – vedi nota (1) subito sopra -, è determinante sapere se essa sia in grado di ingannare il giudizio umano, manifestando criteri linguistici dall’apparenza intelligente.

Turing riteneva che, nel giro di cinquant’anni, non si sarebbe avuto più del settanta per cento di probabilità di riconoscere la macchina dopo cinque minuti d’interrogazione. Presumibilmente era convinto, continua Ianneo, che non esistesse una sostanziale differenza fra intelligenza naturale e intelligenza artificiale.

Le cose stanno andando avanti, ma non certo con la speditezza auspicata. A parer mio ne mancano tanti passi, da fare, ammesso di raggiungere livelli accettabili nel senso anzidetto.

(3) – Rivoluzione industriale – Espressione coniata da Louis Auguste Blanqui (1805-1881), ripresa più tardi da Karl Marx e Friedrich Engels).

(4) – Riporto qui il nome “algoritmi”, di cui si sente assai spesso parlare, che altro non sono, per chi non lo sapesse, che programmi o procedimenti sistematici che portano a un risultato. Il nome deriva dal matematico persiano alKhawarazmi (o Khowarizmi), vissuto intorno all’825 d.C.

(5) – Boole e Babbage – Leonardo non poté, infatti, veder volare né il suo elicottero né l’aeroplano, a causa della non sufficiente energia disponibile all’epoca. Ad ogni buon conto, la macchina di Babbage era stata pensata dallo stesso scienziato come un enorme agglomerato di meccanismi e ingranaggi messi in movimento dall’energia… a vapore (avete letto bene)! Ricordo che la macchina a vapore era stata inventata, o comunque fondamentalmente rivoluzionata, nella seconda metà del ‘700 (1765) dallo scozzese James Watt.

(6) – Oltre a tutti coloro – Dopo i personaggi sopra riportati, è indispensabile aggiungere almeno qualche pur esiguo tratto dei seguenti insigni capostipiti del settore. Seguirò per quanto possibile la cronologia:

– Leonardo da Vinci (1452-1519) – Nel “Codice di Madrid” si può trovare un suo disegno raffigurante una sorta di calcolatrice ante litteram, che, così mi assicurano, è però in grado di funzionare. Naturalmente la macchina è di tipo meccanico, a ruote dentate.

Blaise Pascal (1623-1662) – Giovanissimo, idea e brevetta la cosiddetta “Pascaline”, atta ad effettuare somme e sottrazioni fino a otto cifre.

Ada Augusta Byron Lovelace (1815-1851) – Basandosi principalmente sul lavoro di Babbage, descrive la maniera per far compiere un calcolo “pilotato”, mediante una preventiva descrizione delle operazioni da farsi: si è raggiunto, in tal modo, il concetto di applicazione di un programma dedicato, ossia il software.

Herman H. Hollerith (1860-1929) – A lui si deve la realizzazione della macchina tabulatrice a schede perforate e, detto per inciso, ad una specie di quelle su cui ho lavorato anch’io negli anni ’70: Hollerith fu, infatti, il fondatore, nel 1914, di una società produttrice di apparecchiature elettroniche ed informatiche, soprattutto dedite alla produzione di lettori, come appunto riportavo, a schede perforate. Nel 1924 tale società acquisì il nome di IBM (International Business Machine) e negli anni ’50 iniziò la produzione di calcolatori elettronici. Hollerith si valse del concetto acceso/spento del sistema binario, vale a dire presenza/assenza di fóri della scheda perforabile, ovvero conferma/negazione di accesso attraverso di essa, in certi ben determinati campi, per la chiusura o l’apertura dei rispettivi circuiti. L’elettricità era così comparsa nel calcolatore.

John Presper Eckert (1919-1995) e John William Mauchly (1907-1980). O forse invece John Atanasoff ed un suo allievo – Concepirono una macchina impiegando valvole, resistori e tonnellate di materiale, dando così inizio all’èra del calcolatore digitale: verso la metà degli anni ’40 realizzarono, infatti, l’ENIAC presso l’Università della Pennsylvania, per calcoli balistici e meteorologici. Si trattava di un calcolatore che era in grado di compiere diverse migliaia di somme al secondo.

Dicevo prima “forse invece John Atanasoff ed un suo allievo”: quest’ultimi, un loro brevetto lo avevano ottenuto, infatti, nel 1939, puntualmente riconosciuto dalla magistratura Statunitense. Il deposito dell’ENIAC, invece, era avvenuto solo nel 1947.

Questo calcolatore a valvole era denominato Colossus e smentisce tutti coloro che credono che fu l`ENIAC, costruito dagli americani nel 1946, il primo computer della storia.

Ma una sorta di computer venne inventato addirittura dagl’inglesi nel corso della seconda guerra mondiale. Questo genere di dispositivo veniva usato per decifrare i messaggi segreti dei tedeschi e parrebbe che le decifrazioni effettuate da questo computer ante litteram siano state basilari per la vittoria finale.

Tuttavia, come accennavo più sopra, non dimentichiamo Blaise Pascal e la sua Pascalina. Tale macchina, in legno e atta a compiere somme e sottrazioni fino a otto cifre, la realizzò nel 1642. Aveva 19 anni!

Grace Murray Hopper (1906-1992) – Nel 1952 inventò il COBOL, COmmon Business Oriented Language, ossia “linguaggio orientato alle applicazioni commerciali”, che permette la comprensione delle parole, e non soltanto la trattazione di soli numeri, per la gestione di grandi quantità di dati. Tutto questo fu reso possibile grazie all’attivazione di semplici algoritmi.

Inventò anche il nome bug (baco), ma questo ve lo riferisco per una semplice curiosità ed anche perché sta in poche righe. Ebbene, dopo il blocco di un calcolatore cui stava lavorando (ah, quante volte capita anche a me!), la Hopper non riusciva a capacitarsi come mai quello fosse potuto accadere. Di certo grattandosi in testa, scoprì poi, e assai in ritardo, che un baco, però di quelli veri, si era nascosto zitto zitto in un relè, bloccando il relè medesimo e di conseguenza… l’intero marchingegno.

Baco, o bug che dir si voglia; a volte vai ad azzeccarla un’etimologia!

– Claude Elwood Shannon (1916-2001) – A questo matematico si deve l’intelligentissima ideazione di applicare il sistema binario per le trasmissioni di stringhe di cifre 0 e 1 (di booleana memoria, come sappiamo): potevano essere trasferite a lunghe distanze e prive di errori. Le cifre binarie furono da allora le costituenti basilari dell’informatica e di ogni comunicazione digitale.

Lasciate che oggi, giovedì 4 Maggio 2006, ricordi l’italianissimo Federico Faggin, inventore del “microprocessore 4004” (negli anni 1969-1971) – con le sue successive modificazioni -, che è stato alla base della rivoluzione (siamo ancora in tema) della Intel Corporation®, grazie a cui generazioni e generazioni di computer sono venuti alla luce.

L’ho ricordato oggi perché, proprio ieri, 3 Maggio, gli è stato internazionalmente riconosciuto l’importantissimo ruolo da lui svolto. E così è stato giustamente premiato sia dalla Commissione Europea di Bruxelles, sia dall’Ufficio Europeo Brevetti.

In altro sito avevo anche letto che Federico Faggin (Isola Vicentina, Vicenza, 1941) è il padre del microchip, inventato insieme agli ingegneri elettronici statunitensi Ted Hoff e Stanley Mazor.

Per inciso, l’e-mail fu ideata e realizzata nel 1972 da Ray Tomlinson (n. in USA nel 1941).

 

Dopo la laurea in ingegneria elettronica all’università di Padova, Faggin si è trasferito negli Stati Uniti d’America per quella che doveva essere una breve eperienza di lavoro ma dove invece si è fermato, conseguendo questi importantissimi risultati.

Continua l’articolo che alla fine degli anni 1960, lavorando alla Sgs Fairchild® sui semiconduttori, Faggin ha inventato un nuovo processore MOS (Metal On Silicon, metallo su silicio) destinato a diventare la base per la produzione di tutti i moderni circuiti integrati.

E io con vivo compiacimento, da queste mie modeste paginette, desidero sottolineare, appunto, la validità di queste importanti, non comuni invenzioni.

Un vero e proprio computer, realizzato negli USA da John Blakenbaker, fu prodotto e posto in vendita nel 1971 a 750 dollari. La Casa costruttrice dovette però mettere le bande per più che scarsissimi affari: due anni più tardi, di computer, ne aveva venduti, pensate, solamente 40!

Ma il 12 Agosto 1981 nacque finalmente il PC, ossia il Personal Computer dell’americana IBM (denominato IBM 5150), un autentico computer come si intende oggi, sebbene privo di dischi fissi.

Vi avevano lavorato, per la sua realizzazione, dodici ingegneri, andava collegato alla TV e necessitava di un lettore di cassette. Costava, allora, 1565 dollari USA.

Mi viene a mente quando ho usato, poi, il Commodore 64 e l’Atari (quest’ultimo soprattutto per la composizione musicale), anch’essi pressappoco dalle medesime caratteristiche e con prezzi abbastanza alti, ma accessibili anche per le mie non ben rifornite tasche.

Oggi, fortunatamente, si possono acquistare computer a prezzi abbordabili e, soprattutto, con prestazioni di alquanto soddisfacenti livelli.

 

(*) – Mercoledì 30 aprile 1997 – Nessuno, ne sono più che convinto, non può mai rendersi conto del tutto quanto anche quelle che giudichiamo negatività siano o risultino effettivamente tali.

Vedi, Gabriele?, tu che ti preoccupavi di avermi “parcheggiato” in macchina ad aspettarti per un tempo che ritenevi eccessivo, chissà invece se, non standomene lì buono buono ad aspettarti, avrei potuto riflettere sugli argomenti di cui ho qui potuto parlare, e se avessi avuto l’opportunità, il tempo e la volontà di buttar giù queste righe…

…che, poi, ne valesse la pena o no, quello è un altro discorso: io alludevo – come si usa dire in questi tempi in politica o nelle faccende sindacali – al metodo; non al merito.

Sempre birbanti, voi, seppur tanto cari amici miei, col povero Tommaso: io lo so che stavate pensando qualcosa del genere, cioè se valesse veramente la pena di raccontare quelle mie riflessioni; e non mancate mai di cogliere la palla al balzo e… sparare: m’è perfino sembrato di averli uditi quei colpi secchi (oh, non facean già male).

Imperterrito, però, resisto. Resisto, e mi diletterò ancora, a Dio piacendo, a buttar giù tutto quello che – nell’ovvio come nei possibili casi in cui qualche argomento possa interessare – mi passa per la zucca.

Ma dài, ditelo che siete un po’ d’accordo anche voi; sennò mi fate davvero sentire come una civetta sulla gruccia, sola sola, in uno sterminato campo a maggese!

 

 

Porcàri (LU), mercoledì 30 aprile 1997 16h’57’.

TOMMASO MAZZONI – UN BICCHIERE MEZZO VUOTO.

PROPRIETÀ RISERVATA.

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