Notizie Istoriche della Terra di Empoli scritte dal Canonico Luigi Lazzeri – di Carlo Pagliai

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NOTE:

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(1) Le sedici miglia pari a chilometri ventisei sono computate per la via del poggio, perché per la via nuova del piano la distanza d’Empoli da Firenze è di diciotto miglia pari a chilometri ventinove.

(2) Il traffico, che da questi nostri faccendieri si è sempre fatto in Empoli, comodamente per l’opportunità del fiume Arno diede motivo a Filippo Cluverio e dietro a lui al Lami nel precitato Hodoeporicon, di credere, che qui fosse il luogo che nelle tavole itinerario dicesi, portus e in portu, per la strada che va a Pisa. Ma il Lami corresse il suo parere nella prefazione latina di detta opera, con dire « opinio Gluverii. quod Empulum locus sit qui in tabulis itinerariis portus et in portu dicitur forte non subsistit, nam ex tabulis Peutingerianis, Florentiae proprior locus esse videtur; et proprius Florentiem collocatus est etiam in tabula geographica qua Dempsteriana Etruria regalìs instructa est ».

(3) Le colline prossime a Empoli, specialmente quelle verso mezzogiorno, oltre buoni frutti producono altresì ottimi vini. Il Redi nel suo ditirambo Bacco in Toscana, loda il vino di Monterappoli, e quello del Cotone detto pisciancio. Ed il nostro Pier Domenico Bartoloni, parimente nel suo ditirambo Bacco in Boemia, oltre ai suddetti loda il vino di Loro, del Pozzale, e di Granaiolo, luoghi tutti in vicinanza d’Empoli, a cui con estro poetico si volge con dire:

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Buon píscioncio a te sull’Orme (a)

Si dispensi dal Cotone,

Ed a quel quasi conforme

Diane Loro, e liberale

Ne cimenti al paragone

Altrettanto anco il Pozzale.

E se il piscíancio è poco

A svegliarti il bel fuoco,

Per dar faci

Più vivaci

Spremer saprà più generosi grappoli

Granaiol non avaro, e Monterappoli.

E bonissimo ancora il vino di Samontana, di Prunecchio, di Val di Botte, e di Ponzano,i quali sono tutti

luoghi prossimi alla detta Terra d’Empoli.

(a) Orme è un fiumicello o torrente che sbocca in Arno poco discosto da Empoli.

(4) Empoli è stato sempre luogo di traffico, contribuendovi moltissimo, oltre la vicinanza dell’Arno, I’essere

in mezzo a Città e grosse Terre: come dice l’Anonimo, il mercato, che vi si fa ogni giovedì della settimana, è

uno fra i maggiori della Toscana. Il traffico degli Empolesi fu un tempo l’arte della lana, e ne profittarono a

segno, che molte antiche case del paese ripetono le loro ricchezze da simile manifattura. Dicesi, che le coperte di lana lavorate in Empoli, si commerciassero in tutto il dominio di Spagna, ed un personaggio di molto criterio asserì che a ciò allude il Cervantes nel suo romanzo, il Don Chisciotte, avendo a forma degli altri drammatici e compositori di commedie, lavorata su di tal fatto la sua favola. Vi è in Empoli da molto tempo una fabbrica di stoviglie molto accreditata (b) . Sebbene poi non appartenga direttamente a genere di commercio la esistenza in Empoli, da tempo immemorabile, del R. Uffizio del sale, che da Volterra, ove si fabbrica, condotto in questi magazzini, continuamente si spedisce quasi per tutta la Toscana, pure in questa occasione lo volentieri di ciò memoria, perché la Azienda del sale apporta grande utilità al paese, non solo per le persone impiegate e servienti a tale Uffizio, quanto ancora per quelli che per terra, o per Arno si occupano ne’ trasporti del medesimo sale.
(b) Questa fabbrica ora non v’è più. N. dell’E

(5) Da chi fosse edificato Empoli, ove è di presente, ed in che tempo, si dirà nel decorso della storia.

(6) Il nostro Anonimo scrisse la sua storia, come rilevasi dall’istessa, l’anno 1567. ln tal tempo dunque secondo il medesimo, esisteva la nostra pievania, già da 1106 anni avanti, cioè nel quinto secolo. I Lami nel tomo 4. dell’opera – Sanctae ecclesiae florentinae monumenta – non contradisse a questo sentimento ivi a c.101. – Siquis ejus (ecelesiae Empuli) coustructiouem saeculo quinto consignat non contradixerim…. saeculo nono ecclesia haec censum solvebat eccleaiae pisanae – e per questo appunto dall’anno 840 fino al 1012 si trova descritta per sei volte in un libro de censibus esistente nello archivio della chiesa pisana. Questa pieve fu chiamata propositura da Clemente VII nell’anno 1531. Il suo piviere è uno dei più vasti della diogesi fiorentina, avendo un circondario di circa diciotto miglia, pari a chilometri ventinove e anticamente comprendeva trenta chiese parrocchiali, tutte soggette al pievano d’Empoli, come si rileva dalla Bolla di Celestino III dell’anno 1192 e dall’altra di papa Alessandro IV dell’anno 1258 esistenti nell’archivio del nostro Capitolo, e sono le appresso, delle quali in oggi sussistono quelle sole, che sono numerate nel margine. L’ordine di queste chiese, è quello delle suddette Bolle, ma non ne decide fra queste la maggioranza.

S. Donnino presso Empoli, detto in Cittadella.

S. Lorenzo a Ripa.

S. Lucia tra Empoli e Ripa.

1. S. Maria a Ripa (a).

S. Donato.

S. Mamante a Empoli Vecchio.

S. Michele.

S. Stefano a Casciana.

S. Cristoforo a Streda.

S. Iacopo ad Avane.

3. S. Pietro a Riottoli.

S. Martino a Vitiana.

4. S. Cristina a Pagnana.

5. S. Leonardo a Cerbaiola.

6. SS. Simone e Giuda a Corniola (b).

SS. lppolito e Cassiano a Valle.

7. S. Giusto a Pretoio.

S. Ruffino in padule, ora presso i Cappuccini.

SS. Iacopo e Filippo a Piazzano.

S. Fridiano in Val di Botte.

8. S. Donato in Val di Botte.

9. S. Maria a Fibbiana.

S. Michele a Legnana.

10. S. Maria a Cortenuova.

11. S. Martino a Pontorme.

12. S. Michele a Pontorme.

S. Ponziano in Pratignone.

13. S. Maria a Spicchio.

14. S. Bartolommeo a Sovigliana.

15. S. Maria a Pretoio.

16. S. Michele alla Tinaia, eretta nell’anno 1786.

Anche il Capitolo di quest’insigne collegiata è antichissimo, trovandosi esistere fin dall’anno 1059 in una

Bolla di Niccolò II sommo pontefice, diretta al pievano Martino, e suoi cherici, viventi in comune. Il numero

degl’individui componenti il detto Capitolo è stato vario secondo i tempi. ln oggi vien composto dal proposto (prima dignità) dal decano e dall’arciprete, da dodici canonici ed inoltre da ventisei cappellani.
(a) La chiesa di S. Maria a Ripa, di patronato degli Adimari di Firenze, già unita al Capitolo d’Empoli, fu dai medesimi Adimari concessa nell’anno 1483 ai frati Minori Osservanti di S. Francesco, con consenso di detto Capitolo, i quali vi fabbricarono il convento con chiesa assai grande. Così dal campione beneficiale di detto Capitolo.
(b) La chiesa di SS. Simone e Giuda ai Corniola, unita già al nostro Capitolo, fu concessa dal medesimo nell’anno 1569 ai frati del Carmine che vi fabbricarono il convento e nuova Chiesa. Così dal campione beneficiale di detto Capitolo.

(7) Si è creduto, da molti che i marmi i quali adornano la facciata della nostra chiesa,fossero serviti per un arco trionfale fabbricato in onore di qualche antico re d’Etruria a piè del ponte a Orme, per la parte di Empoli. Così la pensò anche il Bartoloni nelle note al Bacco in Boemia. E se fu così, se ne osservano anche in oggi le vestigia, benché in gran parte sotterrate, in due fortissima muraglie le quali sono a piè di detto ponte, nelle quali il precitato Bartoloni credé osservarvi segni corrispondenti alla figura di quattro marmi grandi diafani, che si vedono tuttora nella suddetta facciata, giudicando di più che al medesimo arco appartenessero le due colonne antichissime, e di bellissimo marmo, che esistevano in essa chiesa presso la porta maggiore e che sostenevano i primi due archi della navata di mezzo, demolita dipoi nell’anno 1736. Dico solo, e pensi ognuno come vuole, che in occasione del riattamento e nuovo ornamento fatto alla facciata medesima nel 1802 furono trovati alcuni di detti marmi lavorati anche nella parte di dietro, ed in uno vi si leggeva, scolpito in caratteri romani – pacis – in un altro poi di detti marmi vi si leggeva scolpito in caratteri similmente romani – legionis – segno più che evidente che cotali marmi anche prima dell’anno 1093 erano serviti per un qualche grandioso edilizio.

(8) Il Lami nell’Hodoeporicon dice che il nostro autore «non pare che l’indovini, quando crede, che il vero antico nome d’Empoli fosse – Emporium – come ha dopo malamente creduto il lodato Cluverio, poiché essendo questa voce greca, per conseguenza non è adattata, e propria ad un luogo mediterraneo di Toscana, benché fosse conveniente alla qualità, e commercio del luogo. » E nella prefazione di detta opera dice, che anticamente questo luogo fu chiamato- Empulum – come consta da un libro in cartapecora dell’archivio della chiesa pisana: – Elpidius pleb. S. Andreae de Empulo, argentum denarii quatuor an. D. ad stil. Pis. 840 – e così negli anni 891 940 992 in detto libro Empulum, si dice pure in un libro del coro della nostra chiesa dell’anno 1445 ed in altro del 1491 ed in una certa scrittura del 1475 appresso il Gerracchini nei fasti teologici del Collegio fiorentino. Da Empulo poi ne fu fatto Empuli, e quindi Empoli siccome è detto negli strumenti degli anni 1255 1285 1325 1348 1356 1363 come dice il Lami nella suddetta prefazione, e così lo nominò Voglino di Giov. Da Empoli, che nell’anno 1382 scrisse un libro di Excerpti dello specchio istoriale di Vincenzio Bellovacense; così Ugolino Verino, così Sebastiano Sanleolini, uomini culti ed assai letterati. Nelle antiche scritture e cartapecore si trova ancora Empoli, Imporiae e Impori, tutti nomi corrotti da Empulum – Caeterum (Lami nella citata prefazione) lmpori ab Empulum factum est E in I, U in O facile transeuntibus: nam lmpoli in instrumento anni 1106 pronunciatur et proclive insuper est apud tuscos L in R convertere. – Da Impori poi mutato l’I in E se ne fece Emporium e trovasi così nel testamento di Melchiorre Rafffelli di Samminiato dell’anno 1519 e dal Bonincontri nel libro quinto della storia siciliana e da altri scrittori più recenti: – Quare (Lami come sopra) proclive fortasse fuit scriptoribus recentioribus vocabulum Emporium, confingere eo magis quod graecum esse videretur et oppido denominando congruum. – Si rammenta che la pieve di S. Andrea intorno a cui fu poi edificato Empoli nuovo come si dirà a suo luogo, fu detta la pieve al mercato – Caeterum Emporium nomen alicui oppido in Italia tributum reperire non erit, nisi generali signiticatu, quo locus aliquis mercatus esse denotetur. – Vi è stato, chi ha creduto, che il vero nome di questa Terra fosse Emappoli donde si è fatto il nome corrotto Empolis: ma di tal denominazione per quanto è a mia notizia non se ne trovano che due esempi; uno nel 1000 l’altro nel 1012 nel precitato libro in cartapecora della chiesa pisana. Il vocabolario di Torino, senza nessuno esempio di antichi scrittori Empoli lo dice latinamente Empolia.

(9) Che la chiesa di S. Mamante sussista in questo luogo fino dal sesto secolo, lo scrisse il Lami nell’opera Historiae Ecclesiasticae Florentinae monumentum tomo 3 a c. 88 anno 584. Per haec fortassis tempera ecclesia sancti Mamantis martyris ad Empulum, prope Arnum erecta fuit. Che fu poi riparata nell’anno 1232 come si legge in un cartello di marmo posto nella facciata della medesima. Questa chiesa appartiene al Capitolo d’Empoli fino dall’anno 1491.

(10) In un angolo della chiesa della facciata di S. Mamante d’Empoli Vecchio, si osserva anche in oggi un piccolo marmo bianco, molto ben lavorato con geroglifici di una testa di becco, il qual marmo fu ivi posto in occasione del risarcimento fatto a questa chiesa nell’anno 1232. Piuttosto che credere un tal marmo un avanzo dell’edifizio, di cui sopra ragiona il Manni, lo giudicherei ritrovato negli scavi fatti in questi luoghi, giacché non è molto, che di simili marmi ne sono stati dissotterrati anche altri frammenti. Il sepolcro di basso rilievo esprimente alcuna storia dei Romani si trovò nel distretto di Empoli, ove si diceva Cittadella, fu trasportato dalla chiesa di S. Rocco, dove era stato susseguentemente per alcun tempo collocato, a Firenze nel cortile di sua eccellenza il signore marchese Renuccini. Ivi pure vicino alla riva dell’Arno, fu scavata una iscrizione antichissima in marmo, ornata di pampani ed uccelletti, che l’eruditissimo signore abate Giuseppe Pierini di Livorno credé, siccome mi scrisse, posta ad un colombario, ossia ad una sepoltura addetta a racchiudere le ceneri dei defunti della famiglia Gavia. L’ha riportata il dottore Antonio Francesco Gori nel t. 1 delle iscrizioni della Toscana a c. 448 ed altre ancora, anzi il prelodato Gori fa vedere a tal proposito, che questi luoghi furono abitati da legioni Romane prima mai de’ Cesari. Detta iscrizione da gran tempo si osserva in una parte dell’oratorio di S. Michele a Dianella luogo non molto distante da Empoli di proprietà una volta della nobile famiglia Federighi di Firenze; ed è l’appreso, che per essere della gentilità, non saprei ridire il perché fosse collocata in detto sacro oratorio:

V. – R.

C. GAVIVS. L. F. ASPER.

L. GAVIO. Q. F. PATRI.

GRÆCIÆ. A. F. QUINTÆ.

MATRI.
A. GAVIO. Q. F. PATRUO.

L. GAVIO. L. .F. MANSUETO

FRATRI. – MIL. CHOR.

VIXIT. ANNOS. XXXVI

MILITAVIT. ANNIS. V.

Si noti qui di passaggio, che una parte della suddetta famiglia Federighi, venuta di Francia si fermò in Empoli, come scrisse Ugolino Verino nel libro III.

Ad nos misit Arar Federigos, altera quamquam

Empoli: etrusci pars prolis sedit ad arces.

(11) L’iscrizione di Luciano, la quale dicesi, che una volta esistesse a Pietra fitta copiata con esattezza mi fu gentilmente favorita dal signor senatore Amerigo Antinori ed è l’appresso:

T. QVINTIUS. T. F.

FLAMINIUS.

C. S.

PISAS.

In cui, siccome si osserva bene, vi mancano alcune lettere, cosi può essere che anticamente vi si leggesse ciò che vi è di più in quella di Uberto. Il Gori la produsse nel tomo 2 a carte 215.

(12) Le parole – AB. HINC. FINIS. EST. NOSTRI. EPISCOPATUS. ET. COMITATUS. PLEBIUM. – dal padre Matteiche  riporta la memoria precitata d’Uberto nelle vite degli arcivescovi pisani, sono stampate in carattere diverso da quello degli antecedenti versi dell’iscrizione, onde pare, che non devano riferirsi a detta iscrizione, e ciò sembra rilevarsi ancora dal contesto della memoria. Intorno alla quale stimo bene avvertire, come il suddetto Mattei, ed il Lami che pure esso la produce nel t. 4. a c. 108 dell’opera sanctae ecclesiae Florentinae monumentum: la credono di dubbia fede. Comunque siasi per altro la scrittura è antichissima.

(13) Il Romagnoli promise di scriver la storia di Empoli, ma o non la scrisse, o scritta non la fece palese. Il Lami, ed il Manni ricorsero a lui per aver notizie di Empoli. Egli poi al dire dell’istesso Manni nell’anzi detto tomo ne aveva raccolte molte dagli scritti privati di ser Polidoro Polidori, e da altri della casa dei signori Del Papa, ambedue antiche famiglie Empolesi.

(14) Nel sigillo della lega vi si osserva in mezzo, in facciata della nostra chiesa Collegiata, che rappresenta l’arme della Comunità d’Empoli; a mano destra un monticello con alcuni grappoli e tralci pampinosi, lo che è il segno della Comunità di Monterappoli; o a mano sinistra un loggiato con torre alta ai guisa di campanile, che è I’antica divisa della Comunità di Pontorme, ed in carattere gotico ivi si legge – sigillu lighe de Empoli.-
Siccome poi la suddetta arme, non può esser più antica della facciata medesima che, come si disse altrove, vi fu costruita nel 1093 così vi è stato chi ha creduto, che per l’avanti la divisa di Empoli consistesse in alcuni sacchi, con entrovi piccole stellette. Si dice che allorquando gli Empolesi si sottomisero ai Fiorentini, aggiungessero a detta divisa un leone, come rampante sopra l’istessa facciata, e due gigli, l’uno a destra l’altro a sinistra, come si vede nel sigillo grande della Comunità di Empoli: sul che può vedersi il Manni tomo e sigillo suddetto. Questo leone si osserva ancora in un’arme di pietra di detta Comunità che in oggi si vede nel corridore, che dalla chiesa Collegiata porta alla chiesetta di S. Giovanni al batistero; ed é antichissima, mentre era posta nella navata di mezzo di detta chiesa Collegiata, che a spese della Comunità, e del piovano Pietro di Ugucciozzo dei Ricci Fiorentino, vi fu fatta e riattala nel 1394 come dal campione beneficiale del Capitolo.

(15) Quando deva credersi, che le predette tre Comunità facessero lega tra loro circa al tempo sopra indicato, non sembra per altro che da essa si sciogliessero all’epoca in cui gli Empolesi si sottomisero ai Fiorentini, come dice il Manni; anzi detta lega può giudicarsi confermata da questi per difesa del loro contado; mentre in « Estratto di registri di lettere della signorìa di Firenze a « diversi » che si conserva fra’ manoscritti della biblioteca pubblica magliabecana, si trova che l’anno 1327 Ad comitem de Punturmo scrivono che stia sicuro dalle cavalcate, essendosi comandato a Vermilio de Vicedominis capitano Lighae Empolis ed altri vicini di stare in guardia. Targioni tomo 1 storia d’Empoli.

(16) ln vicinanza di Pagnana presso l’Arno, alla distanza di circa tre miglia da Empoli, per la parte di ponente evvi un luogo, detto ancora la Motta. Motte si dicevano certe fortezze, fabbricato al piano, sopra una altezza di terra fatta a mano: dice il Muratori, annali d’Italia t. 6. a c. 93. Dai riscontri dei libri di questo pubblico si ha, che gli Empolesi tenevano il presidio alla suddetta Motta. Così il Romagnoli nei manoscritti.

(17) Si crede che le contese, di cui si parla, fossero per la causa di confini tra il Comune di Marcignana, e quello di Pagnana. Ma finalmente reperti fuere confines inter Commune hominum de Pagnan civitatis Florentiae et Commune hominum de Marcignana distructus Sancti Miniatis commumi concordia, et voluntate per ser Joannem not. olim Cursi de Pagnana oofficialem Communis Florentiae – et per ser Guidonem not. quondam Bonaventura officialem  Communis S. Miniatis – l’anno 1287 il dì 25 di marzo indizione 15, secundum cursus, et usum civitatis Florentiae, e l’anno 1288 giorno, mese, ed indizione predetta – secundum cursum et usum S. Miniatis. L’Instrumento per intiero è riportato dal Lami nella prima parte dell’Hodoeporicon a c. 182 e nel tomo 1 sanctae ecclesiae florentinae monumentum a c. 335.

(18) Il suddetto Borgo era situato al di qua del Ponte a Elsa. In un diploma riportato nel suddetto Hodoeporicon a carte 118 si ha: Ex una parte Elsae versus levantem et territorium Burgi S. Fioris, a cui fu dato il guasto nel mese d’agosto 1336 da Ciupo degli Scolari capitano di Mastino. Così l’Ammirato a carte 405 del tomo I.

(19) Petroio o Pretoio è un luogo che resta sopra d’una collina a nord-ovest d’Empoli, di là dall’Arno circa a due miglia. ln antico era un castello, che Castruccio, signore di Lucca, venendo sopra a Empoli l’occupò, ed ivi messe il presidio il dì 5 di aprile 1326 come si ha nel tomo primo dell’Ammirato a carte 325. Pare che nel  1351 fosse tuttora in essere, perché nel campione beneficiale del nostro Capitolo, nella fondazione della cappella di S. Sebastiano si nomina in detto anno – un certo Antonio di Vaggio di Maria Giuseppe del Castello di Pretojo.

(20) Il Lami nel tomo quarto sanctae ecclesiae florentinae monumentum a carte 107 trascrive « germanorum filiorum Bosi. »

(21) La famiglia dei Conti Guidi, o Alberti: secondo il Targioni, si era ridotta debolissima a cagione di avere suddiviso i suoi stati « ln stirpes, et capita. » Perciò nel suddetto libro dei capitoli si legge che nel 1255 a dì 6 maggio il conte Guido, novello nipote di Guido Guerra vende al Comune di Firenze la quarta parte del « Palazzo Vecchio di Empoli, e del Castello di Empoli, e Monterappoli » Il conte Simone suo fratello ratificò la vendita, e cedè ancor egli le sue ragioni « A 1273 die Jovis 18 oct. comes Guido Silvaticus ›› vende la quarta  parte Montis Murli, Montis Guarchi, Empuli, et aliarum terrarum de Greti. » Cosi il Targioni Viaggi, tomo primo Istoria d’ Empoli.

(22) De’ varii ordini, de’ feudi, vedasi il Calvino, lexic. iurid.

(23) Dall’osservi fatto in Empoli il suddetto congresso dei Ghibellini, non deve ritrarsene per conseguenza, che gli Empolesi fossero del loro partito; che anzi generalmente si tenevano per la parte Guelfa, come sudditi della Repubblica fiorentina. Perciò nell’anno 1324 il Comune di Firenze diede certi ordini per il governo dei Guelfi di Empoli perché avevano fatta certa riforma come dicesi nel libro Z. delle riformagioni a carte 89. Su di questo proposito vedasi il Targioni nel tomo primo dei suoi viaggi Istoria di Empoli.

(24) E fama che il sentimento dei suddetti congregati Ghibellini fosse di trasportare gli abitanti di Firenze a Empoli. Su tal proposito ecco ciò che scrive il suddetto Targioni « La situazione d’ Empoli sarebbe felice quanto mai uno immaginar si possa per una gran Metropoli in mezzo cioè d’una vasta, sana e fertilissima pianura ventilata a sufficienza circondata da fertili e deliziose colline, non troppo lontana, né troppo vicina ai monti più alti, sopra di un grosso fiume navigabile e non molto distante dal mare. Certamente qualunque volta io la considero non mi credo punto obbligato al famoso Farinata degli Uberti, perché solo a viso aperto impedì nel 1260 ti che si distruggesse Firenze, e che gli abitanti si trasportassero ad Empoli. Questa trasmigrazione sarebbe senza dubbio dispiaciuta ai nostri progenitori, ma per noi era desiderabilissima; poiché da quel tempo fino al presente Empoli sarebbe divenuta una città incredibilmente più bella e più salubre di quello che sia Firenze. »

(25) Il piano di Empoli ed il paese ancora è stato spesso soggetto alle inondazioni dell’Arno nei tempi passati. ln un libro di amministrazione dell’altare della Madonna, cosi detta, di S. Lorenzo a carte 71 leggesi, che nel mese di marzo del 1708 fu tale l’inondazione, che arrivò fino alle radici del poggio del Cotone, e perché le semente restarono allegate dalla bolletta, in quell’anno il grano costò lire 20 e 24 il sacco. Parimente nel 1740 a’ dì 3 dicembre fuvvi altra terribile inondazione, che arrecò danni gravissimi; ed in Empoli le acque si alzarono circa 4 braccia o metri 2,336 dal suolo presso il convento delle Domenicane, che era il luogo più basso prima del rialzamento della strada. ln oggi questo Paese, e la pianura all’intorno, non è tanto soggetta a tali inondazioni, mediante il rialzamento degli argini.

(26) Si potrebbe credere, che l’ ordine della Repubblica fiorentina non fosse stato di restaurare le vecchie mura d’Empoli, state danneggiate dal suddetto diluvio del 1333, ma bensì di riedificarle di nuovo. L’Ammirato infatti dice che dette mura fossero rifatte. Una grossa muraglia di antica fortificazione con due troniere da cannoni voltate verso levante, che fu trovata sotto l’oratorio di S. Giuseppe in occasione di essere stato ripavimentato nel 1805 favorisce questa nostra opinione; mentre della fortificazione non ha che fare niente colle suddette mura rifatte. Questo oratorio fu edificato qui in Empoli nell’anno 1640 nella via che ora dicesi di S. Giuseppe.

(27) Al tempo del signor canonico Lazzeri esistevano anco le due porte, una detta ad Arno, l’altra Fiorentina. Quella ad Arno fu demolita circa il 1830, l’altra l’anno 1838. Adesso non esiste che quella della Pisana. (Nota aggiunta)

(28) La torre dell’orto delle Benedettine fu demolita fino al pari dell’edifizio contiguo nel 1814.

(29) La Torre dell’orto delle Domenicana fu demolita affatto per ordine del granduca Pietro Leopoldo quando nel 1785 volle ridotto il convento a conservatorio.

(30) Nel luogo ove esisteva in Borgo il suddetto convento nel 1610 vi fu fabbricato un oratorio sotto il titolo di S. Antonio abate.

(31) Questa chiesa fu mancante per molto tempo di proporzionato campanile; ma vi fu eretto con bella architettura nell’anno 1686.

(32) Nell’anno 1799 epoca in cui dal dì 25 marzo fino al dì 5 luglio la Toscana fu soggetta al Governo della libertà, ed uguaglianza francese vennero a Empoli alcuni Saminiatesi a far viva istanza presso il cancelliere comunitativo acciò fosse tolto dal Tribunale il precitato chiavistello, che poi fece levar via uno di loro allorché fu mandato qua dal medesimo Governo in qualità di vicario. Ma partiti i Francesi di Toscana, il chiavistello fu subito ricollocato al suo posto ove al dir del Neri:

Dureranno sue glorie inclite, e rare

Finché mai un chiavistello può durare (a).
(a) Il detto chiavistello fu definitivamente tolto nel 1859 quando si recò in Empoli Giorgio Manganaro come Commissario del governo provvisorio della Toscana. N. dell’E.

(33) A tal proposito il detto Neri incomincia così il suo poema giocoso intitolato Il Saminiato:

Canto l’ eccelsa e singolare impresa

Di Saminiato, e il capitan Cantini

E canto la terribile difesa

Che fero i valorosi Cittadini;

Dirò la strattagemma ordita, e tesa

Di tante corna, e tanti lumicini,

E dirò come il vincitor drappello

Portò quel memorabil chiavistello.

Il nostro autore nel canto XII del suo poema fa derivare il nostro Volo dell’asino dalla risposta data da Silvera colonnella dei Saminiatesi all’empolese messaggiero, allorché le intimò la resa di Saminiato:

Cioè, che gli asin pria volar di posta

Si vedranno pel ciel da Battro a Tile

Che la forte Città coi suoi paesi

Cada in poter giammai degli Empolesi.

Onde presa la detta Città nel modo accennato, i senatori

Danno ordin che si debba il dì seguente,

Dal campanile un asino volare.

Prescindendosi per altro dalla poetica invenzione il Volo dell’asino, che segue qui in Empoli ogn’anno nella sera del Corpus Domini terminate le sacre funzioni, è uno degli antichi divertimenti dati per trattenere il popolo dal dopo pranzo fino all’ora di vespro. E a tal proposito mi sia permesso il riportare una elegia trovata in un libro della soppressa compagnia di S. Andrea, a cui appartenevano le spese occorrenti per il Volo di cui si ragiona

I. B. D. P. F. Q. S. sopra il Volo dell’asino.

Era nel dì di (Giove cinquecento

Mille, (e di giugno nove) cinquantotto

E la bandiera era spiegata al vento.

Eran passale l’ore già diciotto

Diciannove forse erano sonate

E l’asin viddi volar al di sotto.

Mirabil cosa parve alle brigate

Più che non è la nolle di Befana,

A tale aspetto ch’eran quivi state.

Il resto vi vuol dir mia mente insana

D’Empoli in sulla piazza qual si dette

Sollazzo molto alla gente villana.

Un alto stollo sempre ritto stette

Sopra del quale una bella berretta

Rossa collo spennacchio vi si mette.

Di molti per averla con gran fretta

A gara cominciavano a salire.

Ma tosto I’unto lor dava la stretta,

Talchè di risa quasi di morire

Mi venne voglia, pure io mi ritenni,

E volsi dalla piazza allora uscire.

Per giostrar già si davan molli cenni

Al saracin, che colle palle in mano

Nel voltarsi a chi corre lassa i segni.

Contro il suo scudo, quattro, o cinque invano

Corser con molti colpi per provare

Se la lancia sbattea lor dalla mano.

A certi fece quella divettare

Con dar lor di buon colpi sulla spalla,

Agli altri ancor la fa di manca scare,

Per premio v’ era posta becca gialla

E rossa, e verde stringa sproni e guanti

Di più colori come la farfalla.

Finita quella giostra poco avanti

Spogliati certi de’ lor grossi panni

A piè lo slollo corron di quei canti.

Volse fra loro uscir di tanti affanni

Un di via elliara, che con la pastoia

Montando su gli trasse de lor danni.

Così fini di tutti quella noia

Coll’aiuto di Dio, e dei suoi Santi.

Qual doni per gli altri anni molta gioia.

Finito che fu il giuoco tutti quanti

Rimessesi le vesti, ed i lor panni

Voltonno della piazza que’duo canti.

Un gallo vecchio più di millant’anni

legalo era per l’ali alla finestra

Di Tito de’Giannini, de’ Giovanni.

Quel matto che vago è della minestra,

Si pensò che strappare i piedi al gallo

Non altro fosse che sbarbar ginestra.

Co’ denti e colle mani, per un callo

Vi si attaccò con forza e con rapina

Ma il suo pensier divenne volto in fallo

Cotto non si sarebbe la mattina

Seguente, che era si ben fosse stato

Dell’ore più di dodici in cucina.

Un altro per averlo infuriato

Lo prese cogli ugnoni come un gatto

Tanto che l’ebbe tutto spennacchiato.

V’è dopo un altro visto questo tratto

Carpolli i piedi, e tirò tanto forte

Che quel che si pensò li venne fatto.

Cosi finì del gallo la sua morte.

Il saracino secondo il vocabolario di Torino « è una statua di legno a similitudine di un uomo saracino, nella quale i cavalieri correndo rompono la lancia. »
E tale poco più, o poco meno era anche il nostro; se non che invece delle gambe, sotto il corpo era perniato e girava su di un basso stile.
Anche gran tempo dopo che si era smesso il giuoco smesso il giuoco della giostra, come si dice nell’elegia e precisamente fin circa all’anno 1770, si poneva in piazza nella vigilia del Corpus Domini, e vi stava fino alla sera della festa. Intorno al medesimo vi si radunava di tanto in tanto quantità di ragazzi, che con atto di disprezzo e con urla girandolo lo chiamavano Il nonno degli Ebrei. Si dice che tal sorta di baiate si permettessero contro quella nazione di cui molte famiglie abitavano in Empoli anticamente, in aborrimento del sacrilego attentato commesso nell’anno 1518 dall’ebreo Zaccaria d’Isacco, il quale (siccome porta constantemente la tradizione) in tempo della solenne processione del Corpus Domini gettò sopra al baldacchino del ss. Sacramento, ed intorno al medesimo alcune schifose immondizie. Il perché dal Magistrato degli Otto di Firenze sotto il dì 16 giugno dell’anno suddetto si ordinò al Potestà di Empoli Domenico Parigi, come apparisce a c. 87 del di lui Civile esistente nell’archivio di questa Comunità che a spese del detto ebreo « per lo errore commesso qui nel dì della processione pontificale si erigesse un tabernacolo pubblico coll’immagine di Maria santissima, con iscrizione significante il fatto. »
Questa è quella Immagine di terra della Robbia che è posta quasi nella cantonata del palazzo pretorio, sotto la quale sta scritto: « Del prezzo degli Ebrei per loro errore ferno a lode di Dio far questa gli Otto sedente nel 18 Domenico Parigi qui pretore. » E si asserisce per certo che il lume che sempre si accende di notte tempo a questa Immagine a spese della nostra Comunità sia per fondo dato alla medesima dagli Ebrei a ciò obbligati dal suddetto magistrato in pena dell’accennato delitto.
Corre ancora questa tradizione, che loro fosse imposto di far mattonare a mattone a taglio tutta la piazza della Collegiata con i portici e loggiati della medesima.

(34) L’Ammirato nel libro XVI a carte 872 ed il Muratori nel libro VIII degli annali d’Italia, pongono in quest’anno 1399 molte processioni fatte specialmente in Toscana da compagnie di più migliaia di persone di ogni sesso, età e condizione vestite di bianco, coll’insegna per lo più di un Crocifisso, facendo lunghi viaggi, e furono contati non pochi miracoli come succeduti in tale occasione, a relazione del detto Muratori.
E assai probabile che i nostri Empolesi, ad esempio degli altri, prendessero anch’essi a fare la suddetta processione col loro Crocifisso molto più per essere liberati dalla pestilenza da cui, come si disse, era infettato il loro paese, essendochè in questo anno medesimo, secondo il Muratori, la peste fece fiera strage di popoli in special modo italiani.

(35) Con la dignità episcopale hanno decorato questo lor patria anco gl’infrascritti illustri personaggi: GIOVANNI GIACHINI canonico della nostra Collegiata, chierico di Camera e vescovo assistente di Pio II sommo pontefice. (Manni suddetto.)
PIER ANTONIO GIACHINI nostro canonico nel 1494. Nel 1529 vicario generale del Vescovo di Firenze, priore dipoi degl’Innocenti e canonico di Volterra e nel 1532 fatto vescovo d’Ippona suffraganeo di Pistoia. Morì nel dìi 15 maggio 1534. (Così il nostro campione beneficiale a carte 42, ed il Manni.)
Dottor GIOVANNI MARCHETTI, che nel 1814 fu consacrato arcivescovo in partibus di Ancira ed eletto istitutore primario di S. M. Carlo Lodovico Borbone già re d’ Etruria. Il detto Soggetto chiarissimo per molte opere in gran parte polemiche date alla luce era stato precedentemente per più anni presidente della venerabil chiesa del Gesù di Roma, espositore di sacra scrittura in detta chiesa, esaminatore apostolico del clero romano.

(36) Il  Manni nel detto tomo 15 dice che le mura di Empoli furono fatte nel 1499. In un bastione vicino alla porta fiorentina demolito l’anno 1797 per comodo del giuoco del pallone furono trovate due epoche, una in fondo dell’anno 1476; l’altra in alto del 1505. Si possono tutte conciliare col riflettere, che un edilizio sì grandioso, che gira circa un miglio e che è formato solo di mattoni, e di tenacissimo calcistruzzo non potè perfezionarsi se non in più anni.

(37) Andrea Pazzi nei suoi poemi stampati parlando del prelodato canonico Giovanni, dopo d’avere intitolato l’epigramma «Fossae Emporii » dice:

Aspicis haec subita circumdata moenia fossa

Quae sestus decimus signat ab urbe Iapis?

Hoc est patanidae decus immortale Joannis,

Quì Terram bobus aruit arte nova.

(38) Fino circa l’anno 1775 si seguitò a chiudere notte tempo le suddette porte. Nell’anno poi 1785 dal nostro Magistrato comunitativo, composto per la maggior parte di persone non empolesi, fu progettata la vendita dell’imposte di legno delle medesime porte con molto dispiacere dei patrioti. Il progetto fu approvato dal Governo e ne fu ordinata I’esecuzione.

(39) Nell’anno 1811 essendosi fatto uno scasso nel terrapieno di della fortezza per fabbricarvi una nuova ghiacciaia vi furono trovati alcuni grossi muri di antica fortificazione. Ed in tale occasione fu anche osservato, che lungo il muro di detta fortezza verso tramontana vi era un cammin coperto a cui si scendeva dalla volta per alcune aperture. In mezzo a questo cammin coperto fu trovata una piccola porta murata, che corrispondeva dalla parte di fuori nel fosso delle mura.

(40) Il nostro Andrea Bonistalli soprannominato il Fracasso fu l’architetto di detta cupola, e di quel loggiato che circonda la chiesa. Tanto la cupola, quanto il loggiato che la medesima chiesa circonda fu costruito nell’anno 1621. Essendo questa chiesa mancante di adattato campanile, vi fu edificato nell’anno di nostra redenzione 1795.

(41) Il Giovio nel libro 18 delle sue istorie narrando l’assedio di Empoli dice che Andrea Giugni nuovo potestà del paese, era uomo affatto ignorante della guerra.

(42) Il detto autore scrive che dalla parte del Sarmiento che con i suoi Spagnoli stava accampato tra il fiume Arno e l’Orme, per la prima e principal cosa Calcella pugliese, maestro dell’artiglieria in pochi colpi ruppe le Mulina e le spezzò di modo che, opponendovi un argine, rivolse a man manca un canale d’acqua corrente il quale voltava le ruote e le macine, e poi empiva le fosse della Terra: e perciò le fosse essendogli tolta tutta l’acqua del fiume (Arno) si seccarono, e i soldati spagnoli si confidarono di potere entrar dentro da quella parte. É qui da notarsi che, forse perché in questo luogo l’Arno restava bipartito dal detto canale d’acqua, rimasi, al luogo medesimo il nome di Bisarnella, come si chiama anco in oggi.

(43) Il detto campanile è quello della collegiata unico in quei tempi: nella cui sommità vi fu fatto il ballatoio colla pergamena l’anno 1619.

(44) Già si disse che Diego Sarmiento si era accampato cogli Spagnoli di verso tramontana: il quale perciò da questa parte batteva la Terra. Dalla parte poi di ponente la batteva Alessandro Vitelli colle fanterie italiane come scrive il Giovio.

(45) Anco il Mecatti nella parte seconda della sua storia dice, che il campo nemico n’ebbe la peggio, e che fu sì fattamente ribattuto dai soldati d’Empoli, e dai Terrazzani che il Sarmiento si ritirò con animo di abbandonare l’impresa come impossibile a superarsi. Fra gli altri Empolesi che si distinsero in questa occasione si conta Socco Ferrante che come scrive il Manni nel tomo 15 dei sigilli, sigillo decimo, impedì l’entrata dei nemici dalle mura già rotte; per lo che gli fu fatta una statua che si conservò per del tempo nella nostra Collegiata.

(46) Il suddetto Tinto da Battifolle, Piero Orlandini ed Orbecco di Casentino capitani vecchi di fanteria, erano stati lasciati alla guardia d’Empoli dal Ferruccio prima di partire per Volterra. (Così il Giovio.)

(47) Scrive il Giovio che gli Spagnoli entrando nella Terra si trattennero alquanto nella fossa perché ne restarono impediti nel profondo dal tenacissimo fango; e cosi fangosi fino alla cintura s’aggrappavano; e aiutati per le mani di compagni passavano le mura. Il primo di tutti fu il Boccanegra il quale scendendo in casa dell’Orlandino giù per il tetto dove erano ricoverate quasi tutte lo più nobili donne e molte matrone fiorentine per esser più sicure, le spogliò di tutti gli ornamenti loro insino ai vezzi, le anella e le corone. Il contrordine poi del sacco dato dal Marchese Del Vasto, non pare che avesse effetto, perché in un giornale A del Capitolo della nostra chiesa a carte 40 si dice, che essendosi trattenuti gli Spagnoli in Empoli fino al dì 3 del prossimo settembre ebbero tutto il comodo di saccheggiare e portar via ogni mobile, panni lini e lani in gran quantità e danaro infinito, oltre i grani già detti di sopra con ritrovare ogni segreto. Fu saccheggiato ancora la sagrestia di detta chiesa, a cui poi per ordine del Sarmiento fu restituita molta sacra suppellettile ma molta si perdé, e si perderono pure due preziose Reliquie, una della S. Croce; l’altra d’una spina della corona del nostro Signor Gesù Cristo; le quali, incluse in due bellissimi reliquiarii, erano state donate dal nostro canonico Francesco di Giovanni Brancadori nell’anno 1495 come costa dal campione beneficiale del Capitolo a carte 43.

(48) Il detto spedale era destinato a dar ricetto ai pellegrini, e la compagnia di S. Andrea vi manteneva otto letti in buon ordine, ed eleggeva uno spedalingo il quale soprintendesse al medesimo. Era sotto la cura e governo della medesima compagnia un altro spedale di pellegrini detto di S. Maria delle Grotte, che esisteva nel borgo di Empoli verso ponente sottoposto allo spedale del Bigallo di Firenze; alla qual compagnia fu unito nel dì 5 ottobre 1566 per Bolla di Antonio Altoviti arcivescovo fiorentino. Questo poi restò soppresso per decreto dell’imperatore Francesco l granduca di Toscana e livellato co’ suoi beni il dì 20 marzo dell’anno 1751, a favore del detto spedale del Bigallo di Firenze, come si riscontra dal campione beneficiale e dai libri della precitata compagnia di S. Andrea.

(49) Il suddetto provento delle porte e della piazza continuò fino ai primi tempi del granduca Pietro Leopoldo cioè fino circa all’anno 1770. Nel 1809 il Governo Francese allora dominante voleva ripristinare le gabelle alle suddette porte; e perciò furono fabbricati presso le medesime certi casotti per comodo dei gabellieri; ma attesi alcuni giusti motivi l’ordine fu revocato. Fu per altro comandata una imposta a vantaggio di questa Comune da esigersi da chiunque esponeva generi vendibili nei giorni di mercato e di fiera e fu data in appalto per franchi 2083 che formano lire toscane 2480. La detta imposta cessò, mutato governo, nell’anno 1814.

(50) Credesi che detto Monte Pio sia stato successivamente in Empoli in più luoghi. In Via Chiara sulla porta di una casa vi è anche in oggi dipinta una pietà, solito stemma di tali Monti (a); In Via Ferdinanda ve ne è un’ altra di queste pietà, solito stemma di tali Monti; e nella stessa via un antico casamento vicino alla piazza si chiama anche in oggi «Monte vecchio». Ma tutti questi locali essendo troppo angusti per la azienda del medesimo Monte che, come sopra dicemmo, sempre più andava aumentandosi, fu trasferito dove è di presente cioè nelle vaste stanze terrene della Cancelleria, che era in antico un’osteria detta «della cervia» di proprietà della famiglia Ticciati d’Empoli, da cui la Comunità a spese del Monte la prese a livello.

(51) Nell’anno 1799 in cui i Francesi s’impadronirono per la prima volta della Toscana, Gualtier loro generale ordinò nel mese di giugno, che tutti i Monti di Pietà restituissero gratuitamente quei pegni che ritenevano dalle lire 10 in sotto. Il nostro Monte rese numero 14,757 pegni, che importarono la somma di 9006 scudi. Questa francese generosità fu sommamente dannosa alla povera gente, che sino d’allora intese bene le conseguenze funeste, che ne sarebbero provenute mentre per tale enorme scapito il detto Monte non potè per molti anni somministrare che poche lire anche su i pegni di molta valuta e per supplire al presto fu costretto a prendere del denaro a frutto.

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