Notizie Istoriche della Terra di Empoli scritte dal Canonico Luigi Lazzeri – di Carlo Pagliai

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Anno 1774.
Pel nuovo regolamento dato dal suddetto principe alle comunità della Toscana, con di lui mutuproprio de’ 23 maggio di quest’anno furono uniti alla nostra Comunità, i due Comuni limitrofi, che avanti formavano la lega empolese, quello cioè di Pontorme, e l’altro di Monterappoli. Secondo la della nuova riforma i rappresentanti la Comunità di Empoli sono in numero di selle, il primo dei quali dicesi Gonfaloniere e 22 sono i capo-popoli, che hanno voto nel Consiglio generale soltanto, rappresentando questi i 22 popoli, che da quest’epoca in poi compongono la predetta Comunità, l’ordine de’ quali secondo il citato regolamento è l’appresso:

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Popoli dell’antico Comune d’Empoli

1. S. Andrea d’Empoli.

2. S. Angiolo a Empoli Vecchio.

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3. S. Maria a Ripa.

4. S. Iacopo ad Avane.

5. S. Pietro a Riottoli

6. S. Martino a Vitiana.

7. S. Cristina a Pagnana.

8. S. Michele a Pianezzoli.

9. S. Giusto a Petroio o Pretoio.

10. S. Simone e Giuda a Corniola.

11. S. Leonardo n Cerbaiola.

Popoli del Comune della Lega di Pontorme

1. S. Michele in Pontorme.

2. S. Martino a Pontorme.

3. S. Maria a Cortenuova.

4. S. Donato in val di Botte.

5. S. Maria Oltrorme.

6. S. Pio a Ponzano (63) .

Popoli del Comune della Lega di Monterappoli

1. S. Giovanni a Monterappoli.

2. S. Lorenzo a Monterappoli.

3. S. Bartolommeo a Brusciana.

4. S. Stefano alla Bastia.

5. S. Iacopo a Stigliano (64).

Anno 1784.
Il Granduca Pietro Leopoldo avendo emanata una legge per cui si proibiva l’inumazione dei cadaveri nelle chiese, e si ordinava l’ erezione de’cimiteri a sterro fuori de’ luoghi murati; i rappresentanti la nostra Comunità in esecuzione de’ sovrani comandi decretarono l’erezione di un cimitero pubblico per la popolazione di questa Terra. Fu fabbricato dirimpetto al convento dei cappuccini, cioè distante da Empoli circa due terzi di miglio per la parte di mezzogiorno; alla di cui spesa, che fu di L. 11000, concorsero in compagnia di S. Andrea, e quella della SS. Annunziata già ora soppresse, questo spedale di S. Gìuseppe, ed il nostro Monte Pio. Fu benedetto solennemente coll’intervento del clero della Collegiata dal proposto Benedetto Falconcini il dì 31 maggio di quest’anno suddetto assieme coll’oratorio eretto in onore del martire S. Donnino; e nel muro esterno di detto cimitero presso il cancello fu posta I’appresso iscrizione composta da ser Ranieri Mazzantini cancelliere in questo tempo della nostra Comunità:

RENOVATA. JUSSU.

PETRI. LEOPOLDI.

P. R. H. ET. B.

A. D. A.

M. E. D.

XII. TABULARUM. LEGE.

HOMINEM. MORTUUM. IN. URBE. NE. SEPELITO.

NEVE. URITO.

EMPULENSIS. MUNICIPII. DECURIONES.

DIVI. JOSEPHI. NOSOCOMII.

PII. PIGNORUM. FORI.

AC.

SODALITATUM.

DIVI. ANDREÆ.

ET.

MAGNÆ. VIRGINIS. DEI. PARENTIS. RENUNCIATÆ.

AERE. CONLATO.

DOMUM. MORTALITATIS.

CINERIBUS. ATQUE. OSSIBUS. REVICTURIS.

HEIC. FACIUNDAM. DECREVERE.

EDICLAMQUE. DIVO. DOMNINO.

JAMDIU. IN. VICINO. PAGO. EXCULTO (65).

INTUS. SUFFECTAM.

AD. LARES. PIORUM. MANIUM.

SACRIS. ABOLENDAS.

DICARI. VOLUERE.

CURANTIBUS. TRIUMVIRIS.

I. U. D. NICOLAO. RICCIO.

SEBASTIANO. VANGHETTO.

AUGUSTINO. CECCHIO.

ANNO R. S. MDCCLXXXIV (66)

La riferita memoria dell’erezione di questo pubblico cimitero rilevasi dal campione beneficiale del nostro Capitolo a c. l93.

Anno 1791.
Per render grazie all’Altissimo del fausto avvenimento al trono di Toscana del Granduca Ferdinando III figlio di Pietro Leopoldo stato nostro sovrano ed ora giù Imperatore di Germania nel dì 12 e 13 giugno di quest’anno fu posta nella pubblica venerazione sull’altar maggiore della nostra Collegiata l’lmmagine del SS. Crocifisso detto delle grazie: e nel dì 14 in luogo della medesima, fu esposto su detto altare l’Eucaristico Sacramento, avanti al quale nella stessa sera fu cantato in musica l’ inno ambrosiano, come pure in musica furono cantate le tre messe e i vespri in questo triduo. Le compagnie laicali del nostro Piviere ed alcune ancora fuor di Piviere si portarono a venerare la sacra Immagine con offerte di donativi: l’apparato della chiesa fu assai maestoso, e similmente quello della piazza. Il concorso del popolo fu grandissimo: a cui in tali giorni fu dato l’ onesto divertimento di due corse di cavalli, d’una macchina di fuochi d’artifizio e di una vaga illuminazione della piazza, e delle strade del paese nelle sere dei giorni sopraindicati (67) .

Anno 1799.
Dopo la celebre rivoluzione di Parigi seguìta l’anno 1789 che farà epoca nella storia universale, i Francesi desiderosi di dilatare il loro dominio, o piuttosto l’irreligione, il libertinaggio, il dispotismo nel 1796 voltarono le armi a’ danni d’ltalia, col pretesto di liberarla dai suoi tiranni (68), e combattendo vittoriosamente, e predicando a’ popoli la libertà, ed eguaglianza, detronizzarono a poco a poco i legittimi sovrani, che dominavano in essa, e vi stabilirono varie repubbliche schiave a catena della regicida repubblica di Parigi. Anco alla nostra Toscana toccò finalmente tal sorte infelice. Entrati i Francesi in Firenze il dì 25 marzo 1799 cacciaron via il Granduca Ferdinando III e vi eressero la democratica repubblica, piantandovi al solito l’albero detto della libertà. Non mancarono partitanti di questa nascente repubblica; e sebbene qui in Empoli pochi si trovassero aderenti alla medesima, pure anche qui si dovettero vedere estesi gli effetti della di lei influenza, mentre nel dì 2 aprile dell’anno citato di sopra, fu eretto nella piazza l’albero famoso che fu un cipresso tagliato con prepotenza dall’orto del convento dei cappuccini. Il cipresso fu creduto segno lugubre, e perciò poco dopo in suo luogo vi fu sostituito un ramo di alloro. Si andavano intanto facendo forti premure ai rappresentanti questa Comunità, perché si decretasse l’ erezione di un altro albero più decoroso determinandone un dato giorno per questa cerimonia repubblicana. Si dové cedere alle istanze, e si mosse perciò in ordine uno stile ben lungo dipinto a tre colori, con bandiere, fascie da erigersi nella piazza. Il Magistrato Comunitativo voleva, che stesse in piedi la colonna di pietra posta in detta piazza, di cui sul capitello si vedeva un leone sostenente con una zampa l’arme medicea detto volgarmente Marzocco, nella di cui base si leggeva inciso – A. D. MDCXV. oct. idus juli – (69). Ma ad onta di tal determinazione si pretese non solo atterrare la colonna, come seguì il dì 20 aprile, che anzi si voller di più togliere le armi gentilizie degli antichi potestà nella facciata del tribunale; il chiavistello dei Samminiatesi ivi collocato fino dall’anno 1397 e molte altre armi situate nelle facciate delle case de’paesani. E fatta erigere nel luogo del marzocco una nuova base, nelle di cui quattro facciate stava inciso – libertà – legge – eguaglianza – anno VII. repubblicano – (di Francia), e su di cui doveasi collocare l’albero precitato: stavano gli autori di tutto ciò in grande espettativa del giorno 13 maggio(secondo di Pentecoste) a tal funzione determinato. Si rendeva ogni giorno più insopportabile il giogo di questa immaginaria libertà, ed eguaglianza repubblicana, e se ne desiderava la liberazione. Già l’Imperatore Francesco era in guerra colla nazion francese, e si sapeva, che ne riportava vittorie. Avvenne pertanto, che la sera del dì 4 maggio si spargesse voce in Empoli, che l’armata imperiale aveva incominciato a entrare in Toscana, e che si avvicinava a Firenze: anzi di più, che in detta città vi erano entrati i Commissari Tedeschi per intimare ai Francesi l’ evacuazione; e cose simili si raccontavano con motivi all’apparenza non equivoci di probabilità. Tanto bastò per mettere in grande orgasmo il popolo empolese, e perché i ragazzi corressero alla piazza a prendere quel ramo d’alloro simbolo della libertà, e lo strascinassero per le vie del paese, o poi lo bruciassero, gridandosi frattanto da molti del popolo – viva l’Imperatore – In questo tempo proveniente da Firenze passava di qui un Ussaro francese con dispacci per Livorno. Questi veduto il fermento del popolo, voltando addietro in silenzio, tornò a Firenze a darne parte al Generale. A far credere maggiormente le buone nuove al popolo si aggiunse intanto, che nella sera suddetta si veddero grandi fuochi in tutte le colline, e ne’poggi più lontani, che scorger si possano dal nostro piano. Non vi volle altro perché fosse creduta indubitata la voce della prossimità de’ Tedeschi; e che perciò molti entrati nel medesimo entusiasmo corressero a prender quello stile che dovea inalzarsi nel dì 13 del mese e colle bandiere, e fascie tutto bruciarono in mezzo di piazza, e demolirono in un momento quella base di pietra, che lo doveva sostenere. Quindi inalberata una croce a piè di cui posero l’arme del Granduca Ferdinando III gridando – viva Gesù, viva Maria, viva l’Imperatore e Ferdinando – la portarono a processione per le strade in mezzo a quantità di torcetti. Nella susseguente mattina, che fu domenica, si fece in Empoli gran quantità di popolo e più nel giorno tutti con coccarde imperiali, esternando il giubbilo, e l’allegrezza per le nuove credute. Furon collocati di nuovo a’soliti posti l’armi del Granduca, e il noto chiavistello. Vi furono suoni di banda, applausi, evviva e nuova processione colla croce suddetta. Si erano preparati gran fuochi per la sera, e già incominciavan questi ad ardere, quando giunse la notizia che una truppa di Francesi a cavallo veniva alla volta d’Empoli. Il gaudio si converti presto in mestizia, e ognuno pensava a salvarsi, o i forestieri a fuggire (70) . Molti paesani fatti arditi si armarono volendo andare incontro alla truppa per resistergli. Si diede nelle campane ai martello, che in questa notte furon sonate più volte, e si adunarono sul campaccio circa mille persone tutte armate diversamente. l signori Michele Del Bianco nostro proposto, e Dottor Luigi Busoni si provarono a sedare il tumulto, ma non vi riuscirono del tutto. La truppa composta di sessanta individui a cavallo sentito l’ammutinamento si fermò a Pontormo. I precitati Signori si presentarono al comandante della truppa Pinarr pel buon successo della di lui venuta a Empoli. Pinarr promise tutto bene, volendo soltanto la tranquillità del popolo. l tumultuanti del campaccio invece di acquetarsi fecero nuovamente suonare a martello; il che uditosi dalla vicina truppa, il comandante spedì a Firenze per dei rinforzi; tanto più che un cotal Pontormese, sulla fiducia di giovare al nostro paese, gli rappresentò che gli armati d’ Empoli erano circa tremila. Nella mattina susseguente 6 di maggio di buonora i prelodati soggetti, con altre persone autorevoli del paese si presentarono nuovamente all’ufiziale predetto esponendogli che tutto il paese era in calma, e che perciò poteva entrarvi sicuro. L’ufizial comandante rispose, che non poteva senza che fosse prima giunto l’ufizial maggiore, che aspettava da Firenze. Le dette persone vi tornaron più tardi per parlare al detto ufiziale Espert comandante della piazza di Firenze. Questi dopo un solenne rimprovero fatto loro per non aver saputo sedare il popolo tumultuante giunse a Empoli con circa 120 uomini d’infanteria, ed altrettanti di cavalleria, seco avendo un cannone con miccia accesa. Il comandante Espert mandò subito un editto con cui intimava: 1.° Che in termine di 24 ore si erigesse nuovamente l’albero della libertà 2.° Si depositassero tutte le armi da fuoco e da taglio; 3.° Si prendesse da tutti la coccarda francese. 4.° Si accusassero i capi della sollevazione. Questi furono gastigati colla carcere, finché non venne un general perdono, il che successe sulla fine di maggio. L’armi furono consegnate con riportarne ciascuno una ricevuta per la loro ricuperazione a suo tempo; ma non passarono molti giorni, che altre furono spezzate, altre rubate, altre prese da’medesimi Francesi. Espert dopo tre giorni partì colla truppa, avendo lasciati alcuni ussari di guarnigione e un tal Ponte in qualità di comandante della piazza d’Empoli e Samminiato. Fu fatta in seguito in tutta la nostra Comunità, una requisizione de’ migliori cavalli, con promessa di pagamento; ma questo non venne mai. Si ordinò, che tutti dall’età de’ 18 a 25 anni si ascrivessero alla truppa nazionale; ma non se ne trovarono, che circa otto, o dieci, che prendessero l’armi in difesa della Nazione (71). Il 12 giugno seguì nella sala della nostra comunità il famoso civil funerale fatto per ordine del Governo ai due Commissari francesi mandati dal direttorio di Parigi per trattare di pace coll’Imperatore di Germania, che furono con assassinio uccisi a Rastadt pretendendosi, benché falsamente, che ciò seguisse per ordine del suddetto Imperatore. La sala era parata di nero, e ornata con festoni di cipresso, che pendevano dagli archi della facciata del palazzo di detta comunità. Nella medesima sala vi era una specie di pulpito parato a lutto con vari motti, alcuni de’ quali esprimevano la desiderata vendetta contro gli assassini. Fra gli altri poi ve n’era uno, che diceva: – SE LA REPUBBLICA NON VINCE, IL GENERE UMANO É PERDUTO. –
Il vicario posto in Empoli dai Francesi vi recitò un’orazione funebre, nella quale esagerò la crudeltà e la barbarie dei complici di quest’assassinio. Dopo di ciò ne seguirono alcuni suoni di strumenti a lutto. Dipoì il comandante Ponte montato in bigoncia giurò con queste espressioni: – Giuro odio eterno, vendetta eterna alla casa d’Austria complice dell’assassinio de’ Commissarì di Rastadt. – Si voleva poi obbligare a questo giuramento il primo rappresentante la nostra Comunità, ma avendo egli ricusato, fu deposto dalla carica. Fu invitato il popolo, che era presente a prestare un tal giuramento, contro la di cui volontà giurò un certo Musico napoletano, che qui si trovava, al quale si unì alzando una mano, qualcuno dei partitanti, restando intanto il rimanente del popolo inorridito sull’espressione del medesimo giuramento. Dopo di ciò fu sciolta l’adunanza. La botta data ai Francesi dagli Austro-Russi alla Trebbia, sulla fine di giugno di questo stesso anno 1799 costrinse i medesimi Francesi ad evacuare l’Italia, e perciò anche la nostra Toscana. In conseguenza di che il nostro comandante Ponte nella mattina del dì 5 luglio partì d’Empoli col vicario, e con quella guarnigione, che vi era. Fu tale, e tanta l’allegrezza comune in quest’ occasione, che si vedeva esternata sui volti di chicchessia; pure ammaestrato il popolo dal successo nel 5 maggio si stette in silenzio. Ma nel dì 6 luglio al comparire in Empoli d’una guardia palatina del Granduca, che veniva di Firenze con dispacci per questo tribunale di giustizia, il popolo non poté più contenersi dall’entusiasmo esternato coi soliti – evviva -. Si corse perciò da molti all’albero della libertà, che era stato piantato in piazza fino dal dì 6 dello scorso maggio, e si svelse fino dalle barbe; si ruppe il cancello che avea all’intorno; si lacerò la bandiera tricolore, e si ripresero nell’istess’ ora le coccarde imperiali e toscane. Dopo non molto furono di nuovo collocate ai suoi posti l’ armi granducali. Pel benefizio ricevuto della suddetta evacuazione dalla Toscana fu determinato farsene un ringraziamento all’Altissimo con esporre per tre giorni l’immagine di Maria SS. venerata nella nostra Collegiata sotto il titolo dell’lmmacolata Concezione. La beata vergine sensibile alle miserie, che erano per succedere all’Italia, mediante l’invasione delle suddette truppe oltramontane, aveva esternato verso di noi il suo patrocinio cioè prodigi avvenuti nella Capitale del mondo cristiano, in varie città dello stato pontificio, e ancor di Toscana. Era dunque dovere, che ottenutasene finalmente in quest’anno la liberazione per mezzo di Lei se ne rendessero a Dio le giuste grazie (72). Nei giorni pertanto 19 20 e 21 di luglio fu esposta la detta sacra imagine della Concezione all’altar maggiore della nostra Collegiata con maestoso apparato, e in ciascun de’ medesimi giorni fu cantata una messa – Pro gratiarum actione -; l’ultima delle quali fu celebrata pontificalmente da monsignore Gio. Batta. Maria Scipione di Roux de Bonneval vescovo di Senez nella Provenza, che abitava in Avane presso Empoli; perché espulso dalla sua cattedrale in tempo della persecuzione del clero di Francia. In questo triduo le compagnie, e i popoli tutti della nostra Comunità, cantando laudi a Maria SS. vennero con donativi a visitare la suddetta di lei sacra Imagine, dietro un invito grazioso fatto loro dal Brigadiere Giovacchino Scarlatti, che risedeva in questa Terra in qualità di maggiore della legione mobile d’Empoli e Samminiato composto di 1200 soldati urbani. Dopo il vespro del terzo giorno di questa festa fu portata la medesima sacra Imagine a processione per Empoli, a cui intervenne col nostro clero il suddetto vescovo, le quattro religioni, e molte compagnie del Piviere, con di più quella della pieve di Limite. Il concorso del popolo fu immenso essendo apparsa pienissima la piazza, terminata che fu la processione, in atto che sul cimitero della chiesa si diede al medesimo la benedizione.

Anno 1800.
Fino dal mese di giugno di quest’anno fra l’Imperatore, e la Repubblica francese vi era armistizio, in cui restava compresa anche la Toscana. In conseguenza di ciò si aspettava da tutti una pace generale, e tranquilla. Ma fu tutto all’opposto; onde per le nuove rotture fra le due potenze, le armate Francesi occuparono nuovamente la Toscana entrando in Firenze il 15 ottobre. Nel dì 17 passarono di qui marciando per Pisa e per Livorno circa quattromila soldati d’ infanteria e da questo tempo in poi e per molti e molti giorni, fu un continuo passo di dette truppe, per le quali la nostra Comunità era necessitata tenere in pronto grosse provvisioni di tutto il bisognevole. Fu mandato di nuovo l’editto pelle deposizione dell’armi; ma non ne furono consegnate che in piccol numero, e cattive. Fu ordinata un’altra volta la requisizione dei cavalli; ma la fresca memoria di quanto era successo nella prima, fece sì, che non venissero condotti alla nostra piazza che pochi cavallacci; onde come inservibili a quanto era d’uopo, furono tutti resi a’ loro padroni. Frattanto intesosi dal general Pino, che era a Siena, che s’avvicinavano l’armate imperiali, credé bene allontanarsi di lì e trasferirsi a Empoli colla sua divisione cisalpina, che era di circa 3500 uomini tra infanteria e cavalleria. Qui giunse il dì 17 dicembre, e vi si trattenne fino al 24 del medesimo. Questa truppa a cui in modo particolare poté adattarsi il detto di Virgilio – Nulla fides, pietasque viris, qui castra sequuntur – (Aeneid. lib. 2) perché composta per la massima parte della schiuma del partito repubblicano di molti luoghi, appena giunta in Empoli incominciò a danneggiare, e in Paese, e in campagna. La nostra Comunità dové pensare a tutto il bisognevole pel mantenimento della medesima (73). L’ufizialità era alloggiata al solito nelle case de’ proprietari più comodi, dei quali’ molti oltre al letto, lume e fuoco, doveron pensare del proprio anche al vitto. Furon demandate per detta truppa nell’istante dell’arrivo 1500 paia di scarpe, delle quali non fu possibile trovarne che un numero assai limitato: e poco prima di partire furono chiesti 500 cappelli di cui in fretta ne furono trovati solo 70 circa. L’altro generale che era colla precitata truppa dimandò una gratificazione di dugento zecchini, de’ quali ne furono pagati circa un terzo pell’impossibilità di trovar danaro: e ciò volle per non aver fatto alcuno ostaggio in Paese, ne averci posta veruna contribuzione. Fu chiesta finalmente altra somma di danaro per le spese del burò militare, e per evitare una sollevazione della truppa, se non avesse trovato in pronto i foraggi e le razioni al punto della partenza, che fu assai di buon’ora, e senza averla manifestata se non pochi momenti prima (74) .
Si trattava nuovamente la pace tra le due potenze belligeranti, ed era per conchiudersi in breve a Luneville onde le truppe repubblicane si credevan prossime per tornare a’ loro paesi. Per questo alloggiando in Empoli nel dì 11 del susseguente gennaio circa cento soldati francesi i più di cavalleria, chiesero alla Comunità una contribuzione, che per grazia dové loro sborsarsi nella somma di scudi 500 e passarsi di più le razioni doppie a tutta la detta soldatesca.

Anno 1801.
Regnavano in quest’anno nel vicinato d’Empoli moltissime malattie dette tifi nervosi divenute contagiose; e pericolose non poco. Anche in paese eran molti attaccati da tal malore e se ne temevano funeste conseguenze. Si vuole che il passo di alcune truppe infette da tal morbo fosse di detta influenza la cagione. Perciò fu proposto che si esponesse per tre giorni alla pubblica venerazione l’antica e devota imagine di S. Niccola da Tolentino, che si venera nella chiesa de’ PP. Agostiniani di questa Terra, per ottenerne da Dio la liberazione mercé l’intercessione dì detto santo. Ciò seguì ne’ giorni 12 13 e 14 giugno. Il clero della nostra Collegiata, e le fraterie di questo Piviere si portarono in corpo o visitare la detta sacra lmagine, e nell’ultimo giorno di detto triduo fu fatta per Empoli una processione colla Reliquia del medesimo santo, a cui intervennero le compagnie del luogo, e gran quantità di popolo. Grazie a Dio, ed all’intercessione del santo, il male andò in breve a cessare (75).

Anno 1804.
Nel decorso del mese di ottobre di quest’anno si sentirono sopra a quindici scosse di terremoto più e meno gagliarde, ma senza altro danno pel nostro Paese, che d’un generale spavento degli abitanti. Ad accrescere poi i timori fino da molti giorni ci era pervenuta sicura notizia, che in Livorno regnavano certe malattie dette fabbri gialle, per cui molti di quella Città passarono all’altra vita, causate dall’aver data pratica nel porto a una nave contro le regole di sanità. E sebbene in certa distanza da Livorno fosse stato tirato il cordone dalla milizia, acciocché il male non si propagasse entro Terra, e se ne producesse un contagio universale; pure per motivo di molti livornesi che avevano diloggiato dalla Città prima del cordone, e di più per motivo di trasporti già seguiti di varie mercanzie specialmente per Arno, e per altre cause ancora si poteva temere di conseguenze funeste. Per implorare adunque la liberazione dai detti mali fu determinato ricorrersi a Gesù Crocifisso venerato nella di lui immagine detta delle grazie, che si conserva nella nostra Collegiata. Due altri motivi si aggiunsero di ricorrere al Crocifisso Signore; e furono di chiedere la felicità del viaggio del Sommo Pontefice Pio VII che andava a Parigi a coronare l’lmperatore Napoleone e la prosperità dell’infante nostro Re Carlo Lodovico, unico rampollo del trono d’Etruria dopo la morte del Re Lodovico di lui genitore. Il dì 4 novembre di quest’anno suddetto si esegui la decretata funzione essendo giorno di domenica. La sacra Immagine fu posta all’altar maggiore con decente apparato della chiesa. Dopo il vespro fu portata a processione per Empoli e principalmente alle quattro porte del paese, ove fu data colla predetta immagine la santa benedizione. A tal processione intervennero col nostro Clero le quattro religioni, le compagnie della Terra ed alcune del piviere, con di più quella di Pianezzoli, e dietro il baldacchino il nostro Magistrato comunitativo. Soffiò in tutto questo giorno forte vento di tramontana e il tempo assai piovoso appena diede luogo a farsi la processione; pur non ostante la gente che vi concorse dopo il mezzogiorno fu innumerabile essendo stati precedentemente invitati dai due superiori ecclesiastico e secolare i popoli del piviere e del vicariato. Più che 500 furono i lumi portati in detta processione e assai copiose le offerte fatte tanto in cera che in danari. Dagli ultimi giorni di ottobre in poi non si sentirono più terremoti; e s’ ebbe altresì la consolante nuova che col terminare di novembre cessò in Livorno la precitata malattia.

Anno 1808.
Fino dal mese di decembre dell’anno 1807 la Toscana era divenuta per la terza volta soggetta al grande impero francese. Questo governo non contento d’aver mutate costumanze, sistemi, e leggi (76) volle di più por mano in mille affari ecclesiastici, de’ quali non si stà qui a ridire. Solo aggiungo, che per ciò, che riguarda la nostra patria, che in virtù del decreto dell’lmperator Napoleone firmato 24 marzo 1808 essendo restate soppresse in Toscana tutte le corporazioni religiose sì dell’uno, che dell’altro sesso, restò in conseguenza soppresso il nostro convento degli Agostiniani dopo il corso di anni 513 dalla sua fondazione, e quello dei Carmelitani di Corniola presso Empoli ove era esistito per anni 239. Le monache Benedettine del paese ottennero una sospensione, vivendo intanto con l’emolumento delle pensioni loro assegnate, giacché il Governo si era impossessato di tutti i beni stabili e mobili della Toscana. Siccome poi a norma del decreto dell’amministratore generale della medesima Toscana Dauchy firmato in Firenze 29 aprile di quest’anno 1808, e pubblicato per l’esecuzione del precitato decreto imperiale il dì 29 maggio, venivano provvisoriamente eccettuate dalla soppressione le corporazioni religiose di mendicanti, e quelle fra l’altre che avean per oggetto la pubblica istruzione; così fu esente dalla stessa soppressione il convento de’ minori osservanti di S. Maria a Ripa, quello de’ nostri cappuccini, e il monastero delle domenicane posto in Empoli, attesa l’educazione e l’istruzione delle fanciulle che vi si tiene fino dal tempo in cui fu dichiarato conservatorio.

Anno 1810.
Il decreto dell’Imperator Napoleone de’ 13 settembre ordinava, che restassero in Toscana definitivamente, e interamente soppressi tutti gli ordini monastici, e congregazioni religiose d’uomini e di donne ad eccezione soltanto di certi istituti, che han per oggetto l’assistenza agl’infermi, o la pubblica istruzione. Perciò alla metà del mese d’ottobre di quest’anno, tempo assegnato all’evacuazione e chiudimento de’ conventi restati in essere per mezzo di leggi, decreti, o deliberazioni anteriori doverono abbandonare il loro monastero le nostre monache benedettine, dopo esistite per lo spazio di anni 299 (77). Ai Minori osservanti di S. Maria a Ripa (78) e ai Cappuccini convenne pure lasciare il loro convento (79): essendo il primo di questi sussistito per anni 327, il secondo per anni 202 dalla respettiva fondazione. Il monastero delle Domenicane fu con reiterate suppliche riservato per la ragione detta all’epoca del 1808. Il precitato decreto assegnava ai religiosi, e religiose tutto il mese di ottobre a deporre il loro abito monastico, minacciandosi ai contravventori grave pena per parte ‘del cristianissimo imperatore dei Francesi nostro sovrano.

Anno 1814.
Essendo vacante la sede arcivescovile di Firenze fino dal dì 31 dicembre 1809 I’imperatore Napoleone nominò a coprir la medesima monsignore Antonio Eustachio Osmond vescovo di Nancy nella Lorena, a cui il sommo pontefice Pio VII per giuste cause non solo non volle mai accordare I’istituzione canonica, che anzi coerentemente al cap. – Avaritiae caecitas – del concilio II di Lione, per mezzo di una sua decretale de’ 2 decembre 1810 diretta al vicario capitolare della metropolitana, dichiarò il detto vescovo incapace di ogni e qualunque giurisdizione. Venuto non ostante lo stesso vescovo a risedere, amministrava come intruso la chiesa fiorentina tanto nello spirituale, che nell’economico, contraddicendo intanto i più alla di lui pretesa giurisdizione, e negando obbedire a’ suoi comandi. Il degnissimo proposto della nostra Collegiata signor Michele Maria Del Bianco fu uno tra gli altri contradittori: e a nulla giovate essendo le forti e convincenti ragioni che ebbe di cosi diportarsi esposte in due erudite e dotte lettere scritte una al prelodato monsignore Osmond, l’altra al direttore di polizia di Firenze, fu per decreto del Governo condannato alla deportazione in Bastia di Corsica. Nella sera di Pasqua, che fu il 14 aprile 1811 il medesimo signor proposto venne arrestato; e nel giorno dopo fu condotto a Livorno, per indi imbarcare per quell’Isola. Ivi fu ora libero sotto la sorveglianza del Governo, ora in carcere per più mesi assieme con altri sacerdoti, che vi erano stati deportati (80).
Cessata finalmente la persecuzione colla detronizzazione dell’imperator Napoleone, e mutato governo in Toscana, il prefato signor proposto poté tornare dal triennale esilio alla sua patria, e alla sua chiesa. Ciò avvenne la sera del dì 30 aprile di quest’anno 1814. Il popolo esultante gli andò incontro in gran folla, e fra le acclamazioni, e gli evviva lo accompagnò fino alla chiesa. Il clero, e i parochi del piviere lo riceverono in abito corale alla porta; e giunto all’altar maggiore, dopo aver fatta una breve analoga allocuzione, fu cantato I’inno ambrosiano, o poi dal medesimo fu compartita al popolo la benedizione coll’augustissimo Sacramento, che era stato esposto su detto altare, con apparato della chiesa e illuminazione decorosissima. Nella detta sera per tal fausto avvenimento furon fatti fuochi di gioia per tutto il paese. Nel dì susseguente primo maggio, coerentemente alle disposizioni del nostro Magistrato comunitativo, fu fatta con decorosa pompa una festa di ringraziamento all’ Altissimo pel possesso preso in Firenze a nome del granduca Ferdinando III stato già nostro sovrano prima della rivoluzione delle cose (81). l rappresentanti la Comunità unitamente a tutti gl’impiegati del paese assisterono alla solenne messa, che fu cantata dal signor proposto; dopo la quale tanto gli uni che gli altri si recarono in corpo ad ossequiare il medesimo, esternandogli le più sincere congratulazioni pel ritorno alla patria e al governo della sua chiesa. Il Capitolo fece l’istesso terminate le funzioni di questa mattina. Nel giorno dopo il vespro fu esposto all’altar maggiore il ss. Sacramento, e dopo l’inno ambrosiano fu data la benedizione all’affollato popolo che era concorso a rendere al misericordioso Signore le debite grazie per la tanto sospirata mutazione delle vicende. Nella sera si godè d’una brillante illuminazione fatta in tutto il paese.
Nel 22 novembre di questo stess’anno, essendo per passare di qui l’amatissimo nostro sovrano il granduca Ferdinando, la prima volta dopo il suo ritorno in Toscana, dai rappresentanti la nostra Comunità fu decretato doversi ricevere con quei segni di umil vassallaggio, e nel tempo stesso di pompa esteriore, che fossero i più convenienti all’Altezza sua imperiale. Fu perciò ornato l’ingresso alla porta fiorentina con festoni di lauri, e di mortelle, e sulla stessa porta si osservava sostenuto da due genii il ritratto del Principe con vari trofei simboleggiante la sovranità. Eran pur collocati in questo luogo alcuni cartelli analoghi scritti in stil lapidario dalle dotte penne dei signori dottori Luigi Pandolfini maestro pubblico di belle lettere in questa terra. e Giuseppe Romagnoli ambi canonici della nostra Collegiata. Fuori di detta porta il Principe sovrano fu ossequiato dal nostro clero unito al suo capo, dal vicario regio e dal magistrato comunitativo; e fu introdotto in Empoli al suono di tutte le campane del paese, preceduto dalla nostra Banda istrumentale, e da dodici giovani a cavallo vestiti in uniforme militare. Tutta la via ferdinanda per dove passava il prelodato sovrano era parata co’ soliti tappeti alle finestre, e avanti il palazzo della Comunità, che era ancor esso ornato co’ festoni, vi eran disposte sei fanciulle tutte vestite di bianco, una delle quali era destinata a presentare al granduca un mazzetto di fiori, con un libretto in stampa di varie poetiche composizioni fatte da’ più eruditi soggetti del nostro paese, che furono secondo l’ordine ivi tenuto, i signori auditore Pietro Lami, canonico Luigi Pandolfini di sopra nominato, dottor Cosimo Salvagnoli Marchetti, dottor Lorenzo Maria Pierotti, avvocato Niccolò Lami, Giovanni Pandolfini, dottor Luigi Busoni già Maire al presente Gonfaloniere della Comunità eletto dal Governo, dottor Giovanni Ciampolini di cui avvi un epigramma greco. Il popolo, che in questa congiuntura accorse in gran folla, accompagnò il sovrano in mezzo alle acclamazioni e all’evviva (82) .

Anno 1815.
Per nuovo, benché può dirsi momentaneo sconvolgimento di cose in Italia, avendo dovuto lasciar Roma il Sommo Pontefice Pio VII assieme col sacro collegio dei Cardinali, si portò a Firenze per indi passare a Genova. Giunse pertanto a Empoli, proseguendo il suo viaggio, a ore tre dopo la mezzanotte del dì 29 marzo senza che si sapesse se non da pochi, non molto tempo avanti. Pur non ostante, datasi voce, vi si trovò buona quantità di persone, e fu accompagnato fino alla fine del borgo verso Pisa in mezzo a molti torcetti alla veneziana. Avendo ciò risaputo nella mattina il popolo empolese, fu assai dispiacente di non avere avuta la bella sorte di esternare i suoi religiosi ossequi, e doverosi omaggi al capo visibile della chiesa (83). Susseguentemente passaron di qui molti cardinali; due de’ quali essendo visi trattenuti per pernottarvi, furono complimentati dal superiore del nostro clero unitamente a vari capitolari. L’istesso pure fu praticato con altro cardinale, che nella sua breve dimora fatta in Empoli, si portò alla nostra Collegiata per ascoltare la santa messa.

Anno 1816.
Sebbene fino dal dì 14 dicembre 1814 le nostre monache benedettine incominciassero a rientrare nel loro monastero della S. Croce colle debite facoltà dell’Ordinario fiorentino, e sotto la direzione del degnissimo nostro signor proposto Michele Del Bianco; pure a quest’anno 1816 si dee assegnare il ripristinamento del medesimo monastero, perché in quest’anno fu fra gli altri approvato dai tre arcivescovi della Toscana deputati dal sommo Pontefice Pio VII al ristabilimento degli ordini regolari, e all’organizzazione dei conventi dell’uno, o dell’altro sesso in tutto il granducato, e di più autorizzati ampiamente dal medesimo pontefice a confermare i detti ordini, e conventi per mezzo d’indulto della sacra penitenzieria de’ 14 giugno 1816. Il numero delle religiose componenti il precitato convento delle Benedettine fu fissato esser di dodici (84): e perciò fu loro assegnata in tanti beni stabili un’ annua entrata di scudi 1440. Il signor Pietro Figlinesi d’Empoli (85), che avea dimostrato grande zelo e impegno per la riapertura del nostro convento de’ Cappuccini, per cui anche somministrò buona somma di danaro; uno zelo e un impegno molto maggiore ha impiegato perla nuova erezione del suddetto convento benedettino; mentre perché l’opera restasse compita secondo i comuni desideri oltre le ripetute istanze fatte acciò il medesimo fosse nel numero de’conventi da ripristinarsi, sborsò gran quantità di danaro pel riattamento, e abbellimento non tanto della chiesa, che dell’istesso convento, di cui perciò fu dal granduca Ferdinando III nominato Operaio.
In quest’anno pure dal medesimo sovrano fu posto nel numero de’ Conservatorii da ripristinarsi in Toscana a carico della corona, il nostro conservatorio della SS. Annunziata, che come si disse, era stato riservato dalla soppressione per grazia del governo Francese. Per lo che il Principe gli assegnò dal regio erario un’ annua entrata di scudi 1800 essendo stato decretato, che il numero componente lo stesse fosse di diciotto individui.

Anno 1817.
Dominava in quest’anno quasi per tutta l’Italia, e nella Toscana pure una malattia detta tifo per cui molti passavano all’altra vita. Anche in Empoli non pochi furono infetti da tal malore, che apportò a parecchi la morte. Si aggiunse in questo stess’anno una generale siccità di più mesi, per cui pativano assai le campagne, facendovi temere di scarsa o niuna raccolta. Per ottenere la liberazione da tali disgrazie, previo un triduo coll’ esposizione dell’augustissimo Sacramento, nel dì 24 aprile fu esposto nella sua cappella il SS. Crocifisso delle grazie, e nella sera di tal giorno, dopo recitata le preci analoghe a tal circostanza fu ricoperto essendovi intervenuto il reverendissimo Capitolo, il magnifico Magistrato, che fece un’ offerta di più libbre di cera, ed il popolo in gran numero.
Seguitava la malattia precitata a infierire generalmente; come pure generalmente seguitava il sereno dell’aria, non avendo per anche voluto il signore Iddio esaudire le comuni preghiere, che si facevano in ogni luogo. Fu perciò determinato qui in Empoli, che si ricorresse a lui con nuove suppliche, presentandole per i meriti di Maria SS. Immacolata. Onde nel dì 8 maggio giorno di giovedì fu esposta solennemente all’altar maggiore della nostra Collegiata l’Imagine rappresentante la Concezione della Vergine detta comunemente la madonna di S. Lorenzo, che si conserva nella Collegiata predetta, e nella sera del suddetto giorno fu dal nostro clero portata a processione per la Terra coll’intervento de’PP. Cappuccini, e Minori osservanti di S. Maria a Ripa, delle nostre compagnie laicali, e d’alcune del piviere, e del Magistrato comunitativo ancora. Furono contati in tale occasione numero 560 lumi fra torcetti, ceri e candele; e più ve ne sarebbero stati,se se ne fossero potuti trovare in maggior numero. La detta sacra Imagine fu tenuta esposta al precitato altare fino al dì 11 dello stesso mese giorno di domenica, in cui dopo il vespro fu cantato solenne Te Deum perché già il benefizio della pioggia si era incominciato ad ottenere, molto giovevole ancora pel buon esito del suddetto male contagioso (86). Continuando il tifo a infierire anco tra noi, per provvedere al bisogno della povera gente non tanto d’Empoli, che della Comunità, che veniva attaccata da tal malore, fu necessario moltiplicare i letti in questo nostro spedale di S. Giuseppe. E perché il male, come si è detto di sopra avea del contagioso, fu creduto espediente, che gl’infetti dal medesimo si tenessero separati dagli altri ammalati. Per lo che fu ridotto a corsia per collocarvi i letti per servizio degli uomini il gran terrazzo del detto spedale, che è dalla parte di levante, e per servizio delle donne, lo stanzone coll’altre stanze contigue al medesimo. terrazzo; ai quali luoghi era proibito l’accesso a chicchessia, eccettuati i curati, i medici, e gli assistenti. Sebbene poi il tifo s’incominciasse a scoprire in Empoli nel mese di marzo di questo stess’anno 1817 pure tali provvedimenti ordinati anche dal Governo coll’erezione di un locale addetto a ricevere chi era attaccato dal medesimo male, non si presero che nel mese di maggio. Dal dì 16 pertanto di questo mese fino al dì 20 del susseguente dicembre, in cui restò chiuso il detto locale, furono ricevuti nel medesimo non tanto d’Empoli che della di lui Comunità, ammalati di tifo uomini 103 de’quali ne morirono 11, donne 138 delle quali 14 passarono all’altra vita. La mortalità di coloro che soffrirono il detto male nelle proprie case fu con una quasi simil proporzione.

Anno 1818.
Nel dicembre di quest’anno restò terminato, ed aperto qui in Empoli il nuovo Teatro dell’Accademia de’ Gelosi impazienti eretto da’ fondamenti nel luogo dell’antico teatro descritto in questo a c. 59. Il disegno di questa fabbrica grandiosa, elegante, e perfetta in tutte le sue parti è dell’ architetto Luigi Digny” di Firenze. Le pitture della soffitta, del vestibolo, della volta del parterre, de’parapetti de’ casini e del sipario del palco scenico sono di Antonio Luzzi Fiorentino. Gli scenari furono coloriti da Luigi Facchinelli di Verona; Nella sala dell’Accademia e nell’altra contigua vi dipinse Giuseppe Mazzantini d’Empoli. La spesa di tutto questo lavoro, che ammontò alla somma di circa diecimila scudi, fu fatta del proprio dai componenti l’Accademia suddetta.

Anno 1819.
Ritornato in Firenze dal viaggio di Napoli, e di Roma l’imperator Francesco I (detto II avanti l’abolizione dell’impero germanico) nel portarsi a Pisa alla celebre luminara che fu fatta a di lui ossequio nel dì 13 luglio di quest’anno, passò d’Empoli nel giorno antecedente a ore 7 della mattina assieme col fratello Ferdinando III nostro sovrano. Il popolo l’ossequiò radunato per tutta la via ferdinanda, e nel borgo. E perché era precorsa la voce che sarebbe passato dopo la mezzanotte del dì suddetto, fu perciò ordinata ed eseguita una illuminazione alle finestre della predetta via e borgo: e in tal tempo il concorso del popolo fu assai più numeroso.
Nel decorso del giorno passò l’Imperatore con altri personaggi della famiglia imperiale (87).

Anno 1820.
Il dì 20 novembre di quest’anno furono aperte le nuove pubbliche scuole nel già convento di S. Agostino di questa Terra d’Empoli, il di cui stabilimento fu approvato con benigno rescritto di S. A. I. e R. Ferdinando III nostro sovrano sotto dì 13 febbraio di detto anno, participato al nostro magistrato comunitativo con lettera del Provveditore della camera delle comunità de’ 25 del medesimo. Le dette scuole son composte 1. di un lettore di logica e geometria, che esercita anche le funzioni di rettore delle scuole: 2. d’un lettore d’umanità e rettorica: 3. d’un maestro di grammatica: 4. d’un maestro, che insegna leggere, e scrivere, e aritmetica (88).
Nella mattina adunque del suddetto dì 20 il nostro reverendissimo Capitolo della Collegiata portatosi alla chiesa annessa all’Istituto assiste in abito corale alla solenne messa dello Spirito Santo celebrata dal degnissimo signor proposto Michele Maria Del Bianco, dopo di cui fu cantato l’inno ambrosiano in rendimento di grazie per sì consolante avvenimento. Assisterono pure a tutta la sacra funzione il vicario regio, il magistrato civico, i professori dell’Istituto, ed altri distinti soggetti. Terminata la funzione passarono tutti alle pubbliche scuole in mezzo ai musicali concerti della nostra Banda. La gran sala, una volta refettorio de’ frati agostiniani, ove esiste la biblioteca destinata al pubblico uso fino dall’anno scorso da monsignore arcivescovo d’Ancira Giovanni Marchetti nostro benemerito concittadino, vedeasi festeggiante per bene intesi ornati, e decorati dell’augusta imagine del sovrano posta sul trono. Quivi il Professore di belle lettere, rammentando que’ dotti, che onorarono con tante opere questa loro patria, animò con un discorso analogo i giovani empolesi a seguirne sì belli esempi.

Anno 1821.
Nel gennaio di quest’anno 1821 fu atterrata una delle quattro antiche porte d’Empoli, posta in capo della via del giglio verso levante. Siccome le dette quattro porte aveano sopra di sé alte torri dette anche torrioni, così al libro delle decime questa porta era descritta torrione posto nel terreno del toro. V’è chi pensa, che invece di terreno scritto così per isbaglio, dovesse dirsi torrione del toro, o porta del torrione del toro.

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