Notizie Istoriche della Terra di Empoli scritte dal Canonico Luigi Lazzeri – di Carlo Pagliai

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Anno 1501.
In quest’anno il duca Valentino Borgia venne ai danni della Repubblica fiorentina con un esercito poderosissimo, ma avendo ricevuto lettere dal Re di Francia che subito sgombrasse dal dominio della medesima; fatta coi Fiorentini una certa capitolazione, andò a Signa, e di lì venne a Empoli, donde passò a Poggibonsi commettendo i suoi soldati rapine, e incendii peggio che se fossero passati per terre nemiche; come scrive il Mecatti parte prima della storia della città di Firenze anno suddetto.

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Anno 1511.
l Fratelli della venerabil compagnia di S. Croce eretta in Empoli nell’anno 1332 considerando che in questa lor Patria non esisteva verun convento di monache fino dal 1507 stabilirono di comun consenso di fondarvene uno, con assegnarli per locale quello spedale, e casamenti, che essa compagnia possedeva fuori delle mura verso ponente nel luogo, o via detta « le scorce » . E ridotto il detto spedale a uso di Monastero nel dì 26 Luglio dell’anno sudd. 1511 vennero dal convento di S. Maria di Sala di Pistoja due religiose Benedettine che furono suor Aufrosina, e suor Gostanza Grifoni, e così col vestimento di altre religiose fu dato principio al nuovo monastero dell’ordine di S. Benedetto, a cui nell’anno 1529 i Fratelli della precitata compagnia della Croce fecero ampia donagione di tutti i beni da essa posseduti; come costa di tutto ciò dal libro dei ricordi del detto monastero, dal campione di detta compagnia, e da quello ancora beneficiale del Capitolo a c. 134.

Anno 1522.
La venerabil compagnia di S. Andrea apostolo, eretta nella nostra Collegiata fino dal Giugno dell’anno 1310 possedeva presso le mura di Empoli verso levante un albergo detto della cervia che abbruciò in quest’anno 1522 fino al pari del suolo, ad eccezione di un immagine di Maria Santissima; che era posta in un tabernacolo situato sopra di un pozzo nel muro esterno di detto luogo. l Fratelli pertanto della suddetta compagnia mossi a devozione fecero fabbricare in questo stesso anno nel luogo dell’albergo una chiesa in onore della B. Vergine collocandovi la di lei sacra immagine. E perché esiste in essa tuttora il suddetto pozzo, la chiesa della Madonna del pozzo è chiamata. La cupola di essa chiesa è bene intesa e di magnifica struttura (40). Si rileva quanto sopra dal campione beneficiale del Capitolo a c. 139.

Anno 1529.
Francesco Ferrucci commissario generale dei Fiorentini in Empoli, uomo valorossimo ai 7 Novembre si affrontò in Val di Pesa colle truppe Imperiali Spagnuole, e Papaline, militanti per il Pontefice Clemente Vll. de’Medici, e le ruppe e fece prigioni circa 100 Spagnuoli e gli condusse a Empoli. Così il Mecatti nella parte seconda.

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Anno 1530.
Epoca memorabile per l’assedio, presa e sacco della nostra patria, la cui storia,, che qui si riporta fu scritta dall’Anonimo Empolese, riferito dal Lami nella prima parte dell’Hodoeporicon il quale per esservisi trovato presente in tempo di detto assedio, potè raccontare le cose più genuine di quello, che l’avevano scritte molti altri storici. Eccone in seguito le sue parole..

«Questa Terra……..fu molto travagliata,e patì l’anno 1530 a dì 29 del mese di Maggio; perché avendo il popolo Fiorentino cacciato da Firenze Alessandro dei Medici fanciullo, e figliuolo di Lorenzo Duca di Urbino, e Ippolito di Giuliano; perché in tal tempo a Clemente VII Sommo Pontefice si trovava assediato in Castel S. Angiolo dall’esercito di Carlo V. guidato da Carlo Borbone, sendo ormai fuor di speranza di avere per moglie la Signora Eleonora promessagli da Carlo V. suo fratello, il quale la dette poi per moglie a Francesco d’Angolem Re di Francia, come è la natura dei Principi i quali per proprio utile mille volte il giorno rinunziano a mille giuramenti: volentieri venne il dello Borbone a’ danni d’ Italia, forse per acquistare qualche stato, ma in Roma  morì, e dopo alcun tempo sendo tornato Clemente in sua libertà, pagata prima grossa taglia, giudicò esser tempo di vendicarsi dell’ingiurie ricevute dalla città di Firenze.
Quietavano dunque tutti i Principi d’Italia: e Francesco Re di Francia coll’ajuto di Carlo V. , il quale volentieri per mitigare la giusta collera del papa facilmente ogni ajuto gli concesse, mandando il suo esercito a’ danni di Firenze, per rimettere i nipoti, il che gli successe: ma come andasse la guerra non è mio intento narrare, essendo stata narrata da altri assai bene. Ma questo ho io riandato, sendo stata la presa d’Empoli, e suo sacco annesso a questa guerra. Né piglierei questa fatica se ella fusse stata scritta fedelmente, come fa il Giovio, che tanto si accosta al vero, che poco gliene manca.
Marco Guazzo dice che Empoli fu preso per forza: ma a costui io perdono volentieri, perché essendo egli dell’ultime parti di Lombardia, se ne stette a quel che gli fu detto. Il simile dico di Fra Leandro; ma io che mi trovai in fatto e sempre fui all’intendere curioso, senz’odio o rancore ne parlo, e di più ardisco dire che avrei avuto più caro che Empoli fosse stato preso per forza, che essere stato da due dappoco, poltroni, e maligni sì goffamente a uso di mattoni venduto. E sebbene par cosa difficile e quasi un paradosso parlar contro a persone gravissime e già da ognuno accettate, dico che tutti se ne stettero all’altrui relazione, i quali o per creder troppo, o per non volere durar fatica di informarsi da persone veridiche, o per debolezza d’animo, o per malignità mandarono a luce il sacco d’Empoli in ogni cosa contro la verità della storia; eccetto però il Giovio, il quale si accostò tanto al vero, che se egli fusse cosi in tutte le altre sue cose, non sarebbe da ognuno tenuto per si solenne bugiardo. Ma il Guazzo che era Lombardo si informò forse da qualcuno che nell’assalto d’Empoli dovette della sua audacia esser gastigato, o forse da qualche brutto Spagnolo di cui il proprio è il vantarsi e per natura essere millantatore, e il buon Guazzo se lo credette. Il Guicciardino ancora dice che Empoli fu preso per forza: a costui si può difficilmente perdonare perché sendo Fiorentino sebbene in tal tempo era in negozi del Papa, poteva informarsi del vero, e non si lasciare uscir si gran bugia di bocca, per non gli dar nome di mentita, se già non si scusasse col dire, che le cose sue gli furono alterate. Ma sia qualsivoglia la causa ei non la conta per il vero, come fa in molte altre cose sue, e massime quando ei piglia occasione di parlar di sé stesso e chi lo vuole scusare si appicca, che le cose sue furono mandate fuori dopo la sua morte tutte quante egli ne scrisse, perché non si sarebbe voluto mettere a pericolo che gli fosse stato detto in sul viso da molli, che erano ancor vivi, e si trovarono in fatto così bene, come egli fusse un bugiardo. Il Giovio nelle sue storie pone, che Empoli fu preso sotto la fede ed accostasi tanto al vero ne’ particolari, che poco gliene manca; e quel poco restò per non avere avuta fedele e vera relazione; ma io che non ebbi mai pratica o cognizione di Guazzo, di Fra Leandro, del Guicciardino,o del Giovio, dico, che correndo l’anno del nostro Signore 1530 del mese di Maggio, sendo già il Campo di Clemente stato all’assedio intorno alla città di Firenze per molti mesi, fu mandato parte dell’esercito per espugnare la Terra d’Empoli reputato in quel tempo fortissimo, ed inespugnabile, e ripieno di tutti i beni che si possono domandare, rifugiativi come in luogo sicuro da molle Terre, che di lungi erano. Quivi si trovava di tutta sorte arnesi, e arredi più preziosi, e questa fu la cagione forse di tale impresa. Venne adunque il Campo intorno a Empoli ai dì 15 di Maggio in circa: e il giorno medesimo presero le trincee, le quali non so se elle furono abbandonate, o poco difese da chi cosi voleva; basta che si scusarono dicendo di volere ritirare le genti nel cerchio della Terra: la somma fu, che si lasciarono torre le trincee si vilmente, e senza morte di nessuno, che è una vergogna a ricordarsene. Andrea Giugni (41) che aveva tutto il carico (qual se ne fusse la causa) lasciava d’ogni cosa il governo a Piero Orlandini. Moveansi le trincee dal canto che guarda Arno verso tramontana, e congiunge la cortina che sta verso levante, con quello di tramontana distendendosi il giro per la riva del fiume abbracciava un mulino (42) , poi tornando a dietro al canto pur della medesima cortina, si congiungevano colla cortina di ponente: la notte seguente, e il dipoi fu salutata la terra certi pezzi d’artiglieria, posti nel fiume d’Arno di verso levante, e tratti pochi colpi alla muraglia, dove se ne vede ancora qualche segno, e non molti al campanile (43) e qualcuno in arcata, acciò percuotessero nel mezzo della terra, i quali per tutto poco danno fecero. In questo mentre dal Sarmiento Generale di questa impresa fu mandato un trombetta confortando il Commissario che volesse far più presto prove della clemenza che per vano titolo di gloria mettersi a rischio della vita, della roba, dell’onore  e ridursi all’ultimo esterminio al quale si vedeva si propinquo. Fu risposto dal Giugni, e l’Orlandini volersi difendere insino a morte, e risposto di più, vedete che mura son queste? Le quali parole dopo il sacco furono interpretate; imperocchè dove egli mostrò colle mani le mura quivi fu fatta la batteria, che era luogo più debole. Queste parole dal Sarmiento intese, feciono, che a poco a poco si condusse l’artiglieria di quattordici pezzi di cannoni non forzati nelle trincee già sul campo inimico guadagnate, e piantate di là dal rio d’acqua verso tramontana discosto alla muraglia braccia 100 e non più, siccome poi ho mille volte a grand’agio misurato; e tutti questi cannoni ben guardati dai gabbioni battevano le mura di tramontana, e tre ovvero quattro furono piantati di verso ponente pure sul fiume d’Arno discosto un ottavo di miglio. Ciascuno di questi cannoni gittavano palle di bronzo di libbre sessanta almeno, come fu poi mille volte pesato.
Era in questo tempo prigione nel campo degl’inimici Giovanni Vincio, il quale osservò, come amorevole della Patria, che spesso dalla nostra Terra usciva e spesso entrava un fanciullo, e n’avvisò il Capitano del Presidio, e gli dette i contrassegni del vestire e della statura; il quale sendo stato preso da Lorenzo Orlandini, da Lodovico Marsili, da Fabbrizio Monterappoli che ancor vive, da Girolamo Frescobaldi e da un certo Corbinelli o trovategli lettere cucite nelle scarpe, unitamente andarono a trovare il Giugni, offerendosi di ammazzare l’Orlandini al quale erano dirette le lettere.
Rispose il Giugni che il tempo non pativa di scoprir più nemici per non far più tumulto, al che si conobbe, che anche egli voleva così. Tornando adunque alla batteria, ella fu cominciata il dì 27 di Maggio un venerdì a mezza notte. Battevasi da tutte e due le cortine e durò per insino al mezzogiorno del sabato, che fummo a dì 28 di Maggio 1530. In queste due batterie, massime quella che guarda tramontana per essere sì propinqua, e per esserci 14 cannoni, fu rotto tanto muro, e tanti sassi dalla rottura caddero nel fosso, che facevano poi facile scala a chi dette l’assalto (44). Fatta dunque in tal modo e per fronte e per fianco la batteria fu dato l’assalto sul mezzo-giorno dalle fanterie nemiche, alle quali dagli uomini della terra valorosamente aiutati da quelli, che v’erano rifugiati, fu fatta onorata resistenza; né fu minore il valore della donne, le quali tutte a gara pane e vino agli affaticati portavano per rinfrescarli, e sassi, ed ogni sorta di arme per difenderli, animandogli a valorosamente operare, mostrando loro i piccoli figliuoli, e loro stesse per la salute de’quali, e per l’onore loro dovessero la Patria difendere; e sopra le forze loro gittavano gravi sassi, i quali d’alto venendo facevano non poco danno agl’inimici.
Sebbene io ho detto che la Terra fu difesa dai Terrazzani, e da’rifuggitivi, non però defraudo l’ onore di pochi soldati, i quali avendo più a cuore l’onore, che l’utile non vollero mai abbandonare la muraglia, ancorché e dal Giugni, e dall’Orlandino per più animargli a valorosamente operare erano chiamati alla piazza a pigliar danaro; cosa tanto scellerata, che durerà fatica a trovarsi, chi la creda, eppure fu vera. Volle Iddio, che io sapessi il nome di costoro, e fussi io bastante a fargli ricordare, nel tempo avvenire, de’quali soldati, che non furono venti appena, ne moriron due, o tre al più e dei Terrazzani coi rifuggitivi sette ovvero otto; coperti la maggior parte da un pezzo di muro gettato a terra da un colpo di artiglieria. Tra queste fu chiarissima l’opera di un Moro, il quale con una clava lunga circa tre braccia fece opere meravigliose ed alfine gloriosamente morì. Ributtato adunque il Campo con non poca sua perdita, che erano intorno ad ore 24 (45) non stette molto a venire un trombetta al Giugni il quale per parte del Sarmiento chiese di poter sotterrare e cavare, la notte fuori dei fossi certi uomini valorosi, nell’assalto morti, per poter dar loro degna sepoltura, e di più che la notte non si tirassero l’un l’altro, il che fu astutamente domandato e dal Giugni e Orlandino malignamente conceduto, e osservato, perché la sepoltura s’aveva a concedere di giorno chiaro e se pure di notte concederla condizionatamente cioè, che neppure il campo facesse motivo alcuno fuorchè cavare i morti dai fossi, perché veggendo egli che i nemici mutavano l’artiglieria sendo alquanto lume di Luna ma grandissimo chiarore, com’è alla fine di Maggio, né lontano più che cento braccia se fusse stato uomo di guerra o fidato, avrebbe protestato che gli fusse stato mancato per fare il debito suo e perciò vide la mattina seguente il tutto mutato. Né questi mutamenti bastavano all’espugnazione della Terra. Aiuto la cosa, dovendo andar male la povera Terra, che il Tinto capitano del presidio fidato, e amatore di vera lode, il venerdì sera innanzi che si cominciasse la batteria, stando a un canto della muraglia, fu colto di mira, e morto, e non nell’assalto come vuole il Giovio, e fu da tutta la terra pianto, e da tutti per fermo creduto, che la sua morte fosse cagione della rovina nostra, perché aveva dato molti saggi d’uomo di fede indubitata e colla sua compagnia avria tenuto a freno quelli che poi alzarono la faccia (46).
Furono in questo mentre subornati quattro o sei vecchi decrepiti, e contro lor voglia inanimaligli col far loro scorta e sicurtà. e condottigli dinanzi al Commissario tremando dissero che non volevano ire a sacco, i quali da lui sarebbero stati gastigati, se non che fra loro s’intendevano. Pure uno disse all’Orlandino:
Capitan Piero ricordatevi di me; a cui l’Orlandino superbamente rispose: lo ho altra faccenda che pensare ai fatti vostri.
E qui erra il Giovio quando dice, i primi della Terra; perché Empoli non ha forma alcuna di governo, se non di mettere qualche dazio per varie occorrenze, e anche di questo bisogna cavarne licenza dalla Città, altrimenti è nullo, e stiamo ubbidienti a ogni mezzo uomo che la Città manda.
Cominciossi adunque questa medesima notte, tra loro però a dar orecchio a un poco d’accordo. Facilitò la cosa che l’Orlandino avea nel campo di fuori un suo fratello o zio, che egli si fusse detto il Pollo Orlandini; e per più facilitar la cosa, tutta la polvere dell’artiglieria fu fatta sotterrare in un avello da morti adoperando in ciò uno …. .. da Empoli, e un ser Bacciuo da Cascia Cancelliere della Comunità, quello tutto tristo e scellerato, e d’ogni vizio fido ricetto persino nelle fasce, questo forestiero nemico maligno quanto si possa un uomo immaginare, piccolo, grasso, e di pelo rosso. Costoro due dunque, o con minaccie forzati, o per dir meglio volentieri per ubbidire alla natura loro nascosero tutta la polvere. Fecesi adunque I’appuntamento di dar la Terra salva la roba e le persone, con questi patti di tenervi un poco di presidio a devozione del campo. Levate adunque le offese da ambe le parti la Domenica mattina, che fumino a dì 29 di Maggio entrarono nella Terra certi capitani della parte di fuori per fare i capitoli dell’accordo, o per più vero dire per mostrare di fargli, e in sull’orlo del fosso tutto l’esercito s’appresentò solo colle spade, e i Terrazzani in su le mura guardandosi l’un l’altro amichevolmente dove anco io, benché fanciullo di anni quattordici mi ci trovai, non stette molto, che l’Orlandino affacciandosi alle mura fece chiamare il Sig. Alessandro Vitelli che era nel campo vicino al rastrello delle Trincee non più lontano di quattro braccia e gli disse: Signore Alessandro non vi è egli stato promesso che la Terra sarà salva colla roba e colle persone? e che a noi basta che ella sia a devozione del Campo con un poco di presidio levatone quello che ci tiene lo Città? A cui il Vitelli superbamente rispose: Si è. Rispose adunque l’Orlandino dicendo: Questo mi basta. E portandosi con que’ pochi compagni che seco erano, se n’andò alla piazza, né molto stette che venne un Tamburo alla batteria il quale comandava, che sotto pena della forca, così i soldati come i Terrazzani ognuno si dovesse levare dalla muraglia e ridursi alla piazza per far la mostra e in battaglia andarsene alla porta, e aprirla, e mettere dentro il presidio del Campo amichevolmente, e per più agevolar la cosa tornò anch’egli a confortar la gente che ubbidisse. Trovavasi appresso di Orlandino, Fabbrizio Monterappoli molto suo familiare il quale vedendo una così non mai udita sfacciataggine gli disse: Signore se noi ci partiamo e lasciamo le mura sole, i nemici entreranno senza aspettare di esser chiamati, a cui l’Orlandino con superbia ma più empiamente rispose…… di……fate quello che vi è detto. Questo bando fu adunque subito ubbidito: tutti i soldati si ridussero alla piazza, gli altri se n’erano iti chi a casa, altri a veder l’ordinanza, altri a maledir la sua fortuna che già si vedeva dove la cosa aveva a riuscire. Questo bando da’ soldati nemici fu sentito, e viste le mura abbandonate, fu mandato da loro un soldato a riconoscere una non mai più udita ribalderia; il quale visto ogni cosa in abbandono incominciò a gridare: Dentro, sacco, sacco: e così in un subito fu presa la Terra senza esser difesa. La preda fu grandissima di biade, grani e d’ogni sorta grascie: e in tanta abbondanza che poteva senza fatica dar le spese un anno intiero a tutto il Campo (47) . Fu fatto ognuno prigione, ma chi non fu cavato presto dalla Terra, venne liberato perché il dì medesimo comparve Alfonso d’ Avalo Marchese del Vasto, il quale era mandato da Filiberto Principe di Orange Generale del Campo, a questo solo, che dovesse proibire il sacco: ma venendo egli tardi fece per quanto gli fu possibile liberare i prigioni. Non vi fu morto alcuno, chiarissimo, e vero argomento che non fu preso per forza, eccetto un solo Terrazzano il quale arrogantemente non sapendo cedere a sì gran furia goffo e temerario si messe solo a volere difendere la sua casa e dati certi colpi a un soldato fu da esso ammazzato; ma poco il misero soldato se ne vantò; perché levate strida grandi dalle figliuole del morto, fu preso dal ministro del campo ed avvoltagli una fune al collo legata ad un corrente messo a traverso alla finestra della casa del morto fu indi allora gettato, ed impiccato, come io la sera medesima della presa d’Empoli viddi, sendo stato liberato con mia madre ed una piccola sorella, e un minor fratello, perché la mia casa era incontro a quella dove fu il caso. Honne fatto di questo particolar menzione per mostrare, che il sacco fu ingiustissimo; perché se Empoli fosse stato preso per forza come vuole il Guazzo, fra Leandro, ma più il Guicciardino, era giusto anco il sacco, e lecito d’ammazzar ognuno; e io mi ricordo in particolare che in capo a due anni, mi fu rimandato per insino da Pistoia, né sapemmo da chi ti si venissero, certi arnesi di casa toltimi nel sacco; e a non solo a me, ma a molti altri della nostra terra da a diversi luoghi furono molte cose rimandate. Dell’Orlandino successe poi che mai più, né dall’una né dall’altra parte fu visto volentieri: onde visse poi e morì meschinamente (ma non come era il suo demerito) e da ognuno additato. Il Giugni ancora vergognandosi poi di una tanta sua poltroneria e dappocaggine mai più ebbe fronte di comparire tra gli uomini, ma itosene nelle colline di Pisa a una sua villa, senza mai a ordine di tornare alla Città, quivi insino alla morte dimorò, in questo degno di compassione, che non fu però tanto sfacciato che egli non si vergognasse. Francesco Ferruccio stando in Volterra da lui recuperata quando sentì la verità del caso da Fabbrizio Monterappoli, che al tutto si era in Empoli trovato, pelandosi la barba e fremendo disse: Se io sapeva che a egli fusse traditore, non gli lasciava mai la guardia d’Empoli. »
Erasi partito pochi mesi innanzi d’Empoli il Ferruccio con tutto il suo sforzo per ricuperare Volterra, com’egli fece, la quale si era ribellata, lasciando in a guardia l’Orlandino d’Empoli. Così termina l’Anonimo Empolese la sua storia alla quale si può aggiungere col Guicciardini, che la perdita d’Empoli afflisse i Fiorentini più, che altra cosa, che fosse succeduta in quella guerra; perché avendo disegnato di fare in questo luogo massa di nuova gente speravano coll’opportunità del sito, che era grandissima, mettere in difficoltà l’esercito alloggiato da questa parte d’Arno, ed aprire la comodità delle vettovaglie alla città che già molto ne pativa. Non resta poi dubbio secondo il Mecatti che il Giugni e l’Orlandini non fossero i traditori d’Empoli, perché essendo stati citati non comparvero e perciò come traditori furono dipinti e dichiarati ribelli. Alle memorie della precedente guerra, e del sacco dato al nostro Paese si unirono ad affliggere i poveri Empolesi le calamità della peste che fece grande strage in questo stesso anno 1530. Nel giornale A già citato nell’ultima nota si racconta che dal dì 18 di Maggio fino al dì 15 del susseguente ottobre morirono 17 preti della nostra chiesa Collegiata di 26 che allora erano inservienti alla medesima, per lo che si cessò in tal tempo di ufiziarla. Non mancò per altro fra quei pochi sacerdoti che restarono viventi di amministrarsi i SS. Sacramenti agli appestati. Giudico qui di avvertire che se si volesse proporzionare il numero dei morti generalmente col numero dei suddetti preti defonti, bisognerebbe credere, che fossero restate vittime di questa epidemica infezione due terzi della popolazione di Empoli; il che a mio credere sarebbe troppo.
Aggiungo in fine col precitato giornale, che attesa la gran mortalità della gente di campagna, non potendosi lavorare i terreni, ne nacque in conseguenza una lunga carestia che sola mancava a dare il colmo a tante e si gravi disgrazie.

Anno 1531.
Mediante la guerra e l’assedio del nostro paese qui sopra descritto essendo stato rovinato il convento delle Benedettine posto fuori delle mura, le monache furono condotte in Empoli e collocate in luogo di clausura nella casa di proprietà di Taddea Capacci situata in Piazza appresso la Collegiata. Alle quali religiose la nostra compagnia di S. Andrea sotto il dì 12 marzo dell’anno suddetto concesse quello spedale, e casa contigue che essa possedeva qui in Empoli in via detta dei Guiducci; il tutto fu ridotto ai monastero e vi fu eretta una chiesa col titolo di S. Croce come costa di tutto ciò dal campione beneficiale (48).

Anno 1557.
ln quest’anno fu decapitato Gherardo Adimari e Taddeo da Castiglione, perché avevan tenuto trattato con Pandolfo Puccini e con altri due soldati francesi di dare Empoli ai Francesi, nemici e ribelli del Duca Cosimo l., come racconta il Mecatti nella sua storia parte seconda all’anno suddetto.

Anno 1562.
Il provento delle porte, e delle piazza d’Empoli che prima si conferiva e si lucrava dalla Comunità cessò in quest’anno a favor della medesima per autorità del Duca suddetto; come per lettera dell’Ufizio dei capitani di parte del dì 6 luglio dell’anno stesso; e in tal tempo fu dato in appalto all’incanto per lire 1210 e ciò si rileva dal civile del potestà Giacomini esistente in Cancelleria (49).

Anno 1570.
Il Granduca Cosimo l, avendo tolti dallo stato per benefizio dei sudditi i banchi feneratizi degli Ebrei e volendo provvedere che particolarmente in quei luoghi, dove gli stessi Ebrei erano soliti prestare non si mancasse di comodità e sovvenimento per chi avesse bisogno di accattar danari su i pegni, decretò che anche qui in Empoli si creasse e si aprisse per tale oggetto un Monte di Pietà che fosse amministrato come doveasi, secondo le regole cristiane. Furono perciò formali i capitoli che vennero approvati dal Sovrano nel dicembre dall’anno suddetto ed ordinata l’esecuzione. Rilevasi poi dai detti capitoli, che il Principe somministrò un quantitativo alla nostra Comunità per l’erezione di questo Monte Pio, il quale nel suo principio dové esser cosa di poco momento, giacché gl’impiegati per la di lui amministrazione non erano altro che quattro, compreso un garzone. Ma andando di sempre crescendo l’azienda del medesimo fu necessaria dividerla in due ufizii, che uno dicesi Monte Rosso, l’altro Monte Nero; pei quali in oggi sono impiegati continuamente 15 individui compresi i quattro garzoni (50), il di cui fondo è arrivato fino ad ora alla somma di quasi 70 mila scudi, e ne presta su’ i pegni un anno per l’altro la quantità di circa 60 mila. Il medesimo Monte Pio dipende da questo Magistrato comunitativo (51).

Anno 1593.
Essendo in quest’anno fieramente travagliata, non solo la nostra terra d’Empoli, ma la Toscana tutta, e la maggiore parte dell’Italia da una gravissima carestia cagionata dalla scarsezza delle raccolte; e temendosi di più nuove miserie medianti le grandi pioggia e inondazioni, che erano seguite, fu determinato esporsi solennemente, e portarsi in processione il Simulacro del nostro SS. Crocifisso delle grazie, per implorare dal Signore lddio la liberazione da tanti mali; ciò successe nel dì 6 marzo dell’anno suddetto, cadendo in tal giorno la seconda domenica di Quaresima. Fu per tal motivo parata superbamente la nostra Collegiata, e con egual pompa fu ornato anche il sacrato ossia il cimitero, che è davanti alla facciata di essa, perché erasi stabilito che ivi si esponesse il sacro vessillo prevedendo un concorso straordinario di popolo da non entrare nella chiesa per la venerazione, che l’istesso riscuoteva fino dai più remoti paesi. Infatti, come scrive lo storico contemporaneo, fu giudicato che circa 25000 persone si trovassero in Empoli in tale occasione venute da Siena, da Pisa, da Livorno, da Arezzo, da Cortona. dal Borgo a S. Sepolcro e S. Lorenzo, e da molti altri luoghi ancora, oltre quelle giunte qui dalla Dominante e dai paesi a noi circonvicini, fra le quali tutte si contarono moltissimi gentiluomini, e Cavalieri sì di Malta, che di S. Stefano. Sulla porta di chiesa fu cantata in musica solenne messa, che con tutto la solennità celebrò Monsignore Lodovico Martelli vescovo di Chiusi, poco innanzi a tale effetto venuto a Empoli. Terminata la messa fu portato processionalmente per tutta la Terra il Crocifisso, a cui oltre alle fraterie e compagnie d’Empoli e del Piviere intervennero i frati del paradiso conventuali di S. Francesco, le due compagnie di Montopoli e quella di Saminiatello. Le torce di cera bianca usate in tal congiuntura furono in numero di 1164. S.A.R. Il Granduca Ferdinando l. che era nella sua villa dell’Ambrogiana voleva trovarsi presente a questa sacra funzione. Ma nol fece per non essere d’impedimento, com’egli disse, con le sue carrozze e cavalli, alla moltitudine della gente, che continuamente si portava in Empoli. Venne per altro a visitare il SS. Crocifisso dopo vespro, accompagnato dal Principe D. Antonio de’ Medici e da Monsignore Carlo Antonio del Pozzo arcivescovo di Pisa, e dal seguito della di lui corte. L’istessa Altezza sua avea mandati nella mattina dieci dei suoi staffieri, acciò con torce accese assistessero alla solenne processione. Qualche tempo dopo giunse ancora la serenissima Granduchessa Madama Cristina colla Principessa donna Maria e con tutta la sua corte. Entrata che fu in chiesa, o dopo avere orato avanti la sacra Immagine, volle che Le si fosse cantato il vespro, e la conpieta. Finalmente essendo l’ora tarda fu compartita all’affollato popolo colla detta sacra lmmagine la benedizione; dopo di che fu riposta nel suo solito tabernacolo, dal quale erano già passati 37 anni che non era stata rimossa.
Tanto si rileva da un libretto di memorie del medesimo Crocifisso, raccolte dal celebre Alessandro Marchetti stampate nell’anno 1709, e da altre antiche memorie ancora.

Anno 1608.
Fino dal dì 29 giugno dell’anno 1603 per partito tutto favorevole dei Consoli, e del Consiglio generale di questo Comune d’Empoli a richiesta di più divote persone fu accordato che si erigesse un convento a’ PP. Cappuccini presso la nostra Terra; e previo il favorevol rescritto del Granduca Ferdinando l. del dì 6 settembre 1604 e la debita facoltà della sacra congregazione dei cardinali, del padre generale dei medesimi PP. Cappuccini, e dell’arcivescovo di Firenze Monsignore Alessandro Marzi-Medici, domandate ed ottenute dal gonfaloniere e consoli suddetti: Giovanni di Benedetto Giomi d’Empoli fece fabbricare a proprie spese il precitato convento nel luogo detto padule, o pantaneto presso I’antica chiesa parrocchiale di S. Ruffino, distante da Empoli circa due terzi di miglio, per la parte di mezzogiorno.
A quest’opera pia concorse la nobil famiglia Alessandri di Firenze colla concessione gratuita del suolo, e Tommaso di Giovanni del Greco da Empoli, che fece fare il muro, che circonda la clausura da ogni parte. Finalmente la mattina del dì 4 ottobre 1608 coll’ intervento del Clero secolare e regolare, e delle confraternite del paese, Cosimo Bartoli proposto della nostra Collegiata benedì solennemente la chiesa eretta in onore di S. Giovan Battista, ed il convento predetto, e cosi da tal giorno rimase aperto alla religione dei Cappuccini. Rilevasi il fin qui detto dai libri della nostra Comunità, esistenti nella Cancelleria, e dal campione beneficiale del Capitolo a c. 177.

Anno 1613.
Si ha da un antica memoria ms. che nel mese di giugno di quest’anno Alessandro Giomi figlio di Giovanni Giomi, fondatore del precitato convento dei Cappuccini, prese in Firenze la croce, e l’abito della sacra religione di S. Stefano papa e martire, avendo messo in commenda la somma di scudi 9000. Fu questi il primo cavaliere, che onorasse questa Terra sua patria con tal dignità, che però godè per poco tempo: mentre nel 17 maggio 1618 morì affogato nel Golfo di Lione, essendo andata a fondo la galera, in cui era con altri, per fare il corso della carovana, richiesto dalle regole dell’istituto religioso.

Anno 1615.
Nel 17 maggio essendo passato all’altra vita in Pisa il Principe D. Francesco dei Medici, figlio del granduca Ferdinando 1., e di Madama Cristina di Lorena, nella fresca età di anni 19: nel trasferirsi il di lui cadavere a Firenze fu posto nella chiesa di S. Maria a Ripa. Ma considerato che in simili casi di principi morti in Pisa erano stati posati tutti nella nostra Collegiata, fu ordinato che il suddetto corpo si collocasse nella chiesa Collegiata fino all’ora della partenza per Firenze. Fu posta sull’armi tutta la truppa della Banda Empolese dietro l’ordine del Governatore della medesima e del di lei capitano. Il Clero ed i PP. Agostiniani del paese unitamente al Potestà, Gonfaloniere, Consoli, Ufiziali, ed altri personaggi ragguardevoli vestiti a lutto, ognuno con la torcia accesa in mano andarono ad incontrare il Principe defonto fino all’oratorio di S. Rocco fuori della porta Pisana (52). Quivi unitisi per ordine, con tutto il corteggio venuto da Pisa, composto di religiosi della cura del suddetto defonto, di nobili, di cavalleggieri, delle Bande Pisane, e di molti piagnoni vestiti a bruno, con torcia bianca in mano, precedendo la croce della nostra Collegiata, accompagnarono alla medesima il cadavere del Principe posto in una cassa coperta con coltre paonazza, portata da due mule nere a mano di stafferi, sulle quali sedevano due nobili paggi. Sopra la della cassa al capo vi era una ghirlanda d’argento, al petto la spada, ed ai piedi il Crocifisso. Giunta la processione alla chiesa parata a lutto, fu posto il corpo del defonto sopra un magnifico catafalco, ornato di molti lumi, di stemmi della serenissima casa Medicea, e di iscrizioni analoghe. S’incominciarono dal nostro Clero i divini uffizi, e si continuarono vicendevolmente da un numero di sacerdoti del medesimo per tutto il tempo, che vi si trattenne il cadavere, che fu dalle 12 della mattina fino a un’ora dopo la seguente mezzanotte,e in tutte queste ore fuvvi gran concorso di popolo. Finalmente con la stessa funebre pompa, e corteggio, fu accompagnato fino fuori della porta fiorentina. Tanto rilevasi da un’antica memoria ms.

Anno 1631.
Nel dì 3 maggio di quest’anno per implorare dal Signore lddio la cessazione della peste che faceva grande strage, fu esposto solennemente il nostro SS. Crocifisso delle grazie e portato in processione, che fu fatta a piedi scalzi a un’ora di notte per tutto il nostro paese, a cui oltre il clero e le compagnie, v’ intervenne tanto popolo che furono contati in tal sacra funzione quasi settemila lumi fra torce e candele.
È nel 18 dicembre dell’istess’ anno fu scoperta di nuovo la medesima sacra immagine con gran solennità in rendimento di grazie per esser cessata la suddetta peste nella nostra Terra.
Cosi dalle notizie della sacra immagine raccolte dal Marchetti altra volta citate.

Anno 1638.
Il monastero sotto il titolo della SS. Annunziata, fu fondato in questo paese, in esecuzione del testamento di Cosimo di Domenico Sandonnini d’Empoli, regalo il dì 23 ottobre 1629. Nel 1631 il dì 8 di settembre, tempo di peste, il proposto Raffaello Ciaperoni benedì e gettò la di lui prima pietra fondamentale. Nel 18 ottobre 1633 monsignore Pietro Nicculini, arcivescovo di Firenze benedì la chiesa del medesimo, eretta sotto il titolo dell’Annunziata. Finalmente nel dì 21 novembre dell’anno 1638 furono introdotte in questo convento per presedere alla nuova fondazione due religiose corali del nostro monastero delle Benedettine, che furono Suor Cecilia di Lorenzo Berti, e Suor Maria Anna di Santi Del Bianco ambedue Empolesi (53). Nel medesimo giorno vi entrarono 12 fanciulle desiose di vestire l’abito religioso, alle quali fu dato a professare la terza regola di S. Domenico (54). Campione beneficiale ti c. 137.

Anno 1649.
Scrive Alessandro Marchetti nel sito libretto di notizie intorno all’immagine miracolosissima del nostro Santissimo Crocifisso delle grazie, che in quest’anno non solo per tutta la Toscana, ma eziandio per tutta l’Italia regnavano moltissime malattie, e mortalità, e particolarmente in questa nostra Terra, nella quale morirono moltissimi, ammalandosene sempre più, di modo che non ci rimasero quasi più preti, che potessero amministrare i SS. Sacramenti, ci morirono quasi tutti i medici e chirurghi,e quel che accrebbe un sì gran male, e forse in gran parte lo cagionò, fu una atrocissima carestia a segno tale, che il grano arrivò a valere lino a cinque scudi il sacco, ed il panico trenta lire e più il sacco: la saggina fino a sedici e diciassette lire; essendo i popoli stati aggravati molto più, dalla passata guerra. Per implorare pertanto da sua divina Maestà l’universale sanità e la fine di tante disgrazie, il dì 16 agosto dell’anno predetto fu esposto il nostro SS. Crocifisso all’altar maggiore della Collegiata con magnifico apparato: nella sera poi di tal giorno, dopo le ore 24 fu portata a processione per tutta quanta la nostra Terra con numero ben grande di torce bianche. E tutti gli infermi che si fecero portare alla finestra per venerarlo ritornarono a letto da loro stessi con molta consolazione.

Anno 1683.
Essendo arrivata in Empoli l’infausta nuova d’avere aperta la campagna l’armata ottomana nell’Ungheria, la quale indi a non molto a guisa di rovinoso torrente andò a sboccare contro la città di Vienna, perciò gli Empolesi determinarono di invocare, nell’immagine del SS. Crocifisso delle grazie esposta solennemente, l’ aiuto di Colui che nelle scritture le mille e mille volte vien chiamato dominus exercituum perché restasse infranto l’orgoglio del nemico comune. Quanto sia stata sempre in venerazione la predetta sacra immagine, e quante grazie abbiano ottenuto in ogni tempo i fedeli, che con fervore hanno implorato il suo divino aiuto, viene ampiamente testificato dalla molteplicità de’voti, che d’ogni intorno adornavano così di dentro come di fuori la sua cappella dalla quale furono poi rimossi tutti quelli di cartone, e di legno, quando s’abbellì la medesima cappella, col farvi l’altare tutto di marmo, e coll’adornarla di fuori con le pietre che tuttavia vi si vedono, avendo fatto dei voti d’argento, che in essa cappella stavano appesi, un busto del Salvatore di non mediocre spesa. Breve ragionamento del Canonico Biagio Del Vivo edizione 1776 e libretto del Marchetti più volte citato.

Anno 1691.
Il teatro d’Empoli fu eretto e fabbricato in quest’anno 1691 del proprio patrimonio dal signore Dottore IppoIito, e Pietro Neri, famiglia onorata del paese, per il di cui provvedimento fu ancora istituita una conversazione la quale prese il nome di Accademia degli impazienti. Ma raffreddata questa forse nell’impegno intrapreso, ad oggetto di non privare la popolazione empolese, nel tempo del carnevale di un discreto divertimento teatrale, e di richiamare al medesimo i troppo dediti a sollazzi meno decenti, fu eretta nell’ anno 1710 una nuova società col titolo d’Accademia dei gelosi impazienti, ai quali dalla suddetta casa Neri fu ceduto il teatro con quei patti e condizioni, che si dicono nel contratto di cessione. Ed essendo ancor questa per più anni restata del tutto estinta fu nel 1751 ripristinata di nuovo da venti Accademici scelti dalle famiglie più rispettabili di questa Terra, pel cui regolamento ne furono in tale anno compilate le proprie costituzioni. Questo regio teatro è stato in diversi tempi dalla medesima Accademia accresciuto, rimodernato, e ridotto d’un gusto più elegante. Ivi in memoria dei prelodati Neri si legge l’appresso iscrizione:

IN ÆTERNUM VIVAT

ILLUSTRIUM VIRORUM DOCTORIS HIPPOLYTHI ET PETRI NERII

MEMORIA

QUI COMMUNI HUIC THEATRALI EXERCIACTIONI

AD MORES IN ANIMOS COMPONENDOS

MAJOREMQUE VIRTUTIS GLORIAM

IN PATRIA COMPARANDAM

LOCUM SUUM EMPORII CIVIBUS ULTRO PRÆBUERUNT

DOCTOR LAURENTIUS ET FRANCISCUS

EJUSDEM HIPPOLYTHI FILII

OBSEQUIO ERGA EOS ET AMORE DEVINCTI

MERITO POSUERE (55)

Il detto fin qui rilevasi dalle memorie di casa Neri e da quelle dell’Accademia del precitato teatro (56).

Anno 1735.
A dì 13 marzo morì in Firenze il Dottor Giuseppe di Marco Del Papa nostro paesano già pubblico lettore di filosofia, poi di medicina, nell’università di Pisa, e archiatro dei Granduchi di Toscana, chiaro per l’opere, che di lui sono alla luce. Esso nel corso del viver suo coll’esercizio della sua professione messe insieme un patrimonio considerabile consistente in gioie, argenti, e contanti, del quale con testamento de’ 30 gennaio 1734 ne dispose da padre, e mecenato della sua patria erogando a vantaggio della medesima tutti i frutti della sua pingue eredità, che fu di scudi 90 mila nella maniera che appresso.

I. Al maestro di scuola scudi 72 annui, di più all’onorario di scudi 73 che fin d’allora ritirava dalla Comunità, e dalle quattro compagnie di questa terra (57).

II. A due giovani d’ Empoli scudi 60 annui per ciascheduno perché possano per cinque anni attendere agli studi, di legge o di medicina nell’università di Pisa, con l’obbligo di prendere dentro questo tempo la laurea dottorale; volendo il testatore, che terminato il corso di detti giovani si deva passare all’elezione d’altri due, sempre empolesi, e così proseguire di mano in mano fino in infinito. Nel caso poi, che in qualche tempo mancassero giovani d’Empoli propriamente dispone che possano eleggersi del Borgo d’Empoli, e di Pontorme non d’altrove. L’elezione di detti giovani si appartiene per volontà all’ auditore pro tempore dello studio pisano.

III. A due poveri giovanetti di famiglie onorato della Terra d’Empoli, un annuo assegnamento perché possa-

no andare a vivere in educazione in uno dei tre Seminari arcivescovili, o di Firenze, o di Pisa, o di Siena, per

lo spazio di anni sei per ciascheduno, da eleggersi per partito segreto dal Capitolo di detta Terra, dichiarando il testatore che terminato tal tempo, il medesimo Capitolo passi all’elezione di altri due e cosi in perpetuo.

IV. Alle dignità, Canonici e Cappellani, della nostra lnsigne Collegiata d’Empoli, l’aumento di un mezzo paolo per ogni messa che celebreranno in detta Collegiata, senz’obbligo alcuno d’applicazione del sacrifizio, ma come puro supplemento d’elemosina; e ciò in perpetuo come sopra.

V. Finalmente ordina il testatore, che del resto dei frutti della sua eredità, detratti i precitati pesi e legati, si costituiscano in perpetuo tante doti di scudi 25 per ciascheduna, da distribuirsi a povere ed oneste fanciulle non solo della Terra d’Empoli, e sua Comunità quanto ancora delle due Comunità della medesima Terra. che sono quella di Pontorme, l’altra di Monterappoli. Che se il numero delle fanciulle d’Empoli e sue Comunità fosse inferiore al numero delle doti, vole che questo siano distribuite ad altre fanciulle delle Comunità contenute nei due Vicariati di S. Miniato, e di Certaldo (58). La scelta delle suddette fanciulle, perciò che riguarda gli opportuni requisiti, l’imborsazione dell’idonee, e l’estrazione delle medesime da farsi nella solennità della Pentecoste ordinò il testatore che si appartenesse al Capitolo della nostra Collegiata.

Il Dott. Giuseppe Del Papa è sepolto in Firenze nella chiesa di S. Felice in piazza, e sulla di lui tomba si legge l’appresso iscrizione fatta dall’eruditissimo monsignor Giovanni Bottari:

JOSEPHO. DEL PAPA. EMPORIENSI

HUMANIORIBUS. LITERIS. GRAVISSIMISQUE.

DISCIPLINIS. ERUDITISSIMO.

IN. PISANO. LYCEO. PROFESSORI. CELEBERRIMO.

REGIÆ. DOMUS. ARCHIATRO.

IN. MEDICINA. FACIENDA. MATHEMAT.

RATIONIB. EXPLANANDA.

PRUDENTISS. DOCTISSIMOQUE. VIRO. ANTIQUA.

PROBITATE. CONSPICUO.

OB. EDITA. INGENII. MONUMENTA.

HEREDITATEMQUE.

IN. PATRIA. UTILITATEM.

SAPIENTI. TESTAMENTO. CONLOCATAM.

OMNIUM. CONSENSU. IMMORTALI.

OBHT. III. IDUS. MARTIAS.

AN. MDCCXXXVI.

CURATORES. PERPETUÆ. HEREDITATIS.

P.C. (59)

Questa iscrizione è riportata dal Rica nel t. X p. 2 a c. 211 delle sue storie fiorentine; intorno alla quale fa d’uopo avvertire che l’epoca del 1734 è da contarsi ab incarnazione essendo morto il Dottor Del Papa nell’anno 1735 secondo lo stile corrente, come si è notato in principio. Di questo uomo celebre, e tanto benemerito della patria ne ha scritta la vita con molto elogio monsignore Angelo Fabbroni priore della chiesa dei cavalieri di Pisa, come può vedersi nella decade IV delle vitae italorum doctrina excellentium (60).

Anno 1767.
Abbisognava la nostra Terra di uno spedale per gli infermi. La miseria di tanta povera gente mancante del necessario nelle loro malattie richiedeva un tale stabilimento. A ciò riflettendo le persone più culte del paese, e considerando la moltiplicità delle doti lasciate dal Dottor Giuseppe Del Papa, le quali si aumentavano ogni anno, anziché apportare generalmente un vantaggio, avrebbe piuttosto accresciuto il numero de’bisognosi, i quali, come suol succedere, sarebbero stati guidati allo stato coniugale o dall’avidità di riscuotere, o dal timore di non perdere la dote de’ 25 scudi, stimaron bene trattare cogli esecutori dell’eredità del suddetto Del Papa, acciò diminuito il numero delle doti, si erigesse a spese, e si mantenesse pure a spese dell’eredità medesima uno spedale pei poveri ammalati non tanto d’Empoli, che di tutta la di lui Comunità. E trovati di tal sentimento anche gli esecutori, furono umiliate a S. M. l’Imperatore Francesco l. Granduca di Toscana, il quale con benigno rescritto de’ 18 aprile 1743 accordò che si erigesse detto spedale, e che dalla precitata eredità si accordasse pel mantenimento del medesimo un’annua entrata di scudi 600 (Gt). Lo spedale fu fabbricato con grandiosa architettura sopra una parte delle mura della fortezza d’Empoli di verso mezzogiorno, e la sua facciata che volta a tramontana resta dentro la Terra. Nel dì 19 maggio 1746 furono benedetti i di lui fondamenti dal nostro decano Ercole Figlinesi, e nell’anno 1765 restò terminata la fabbrica, che importò 14 mila scudi non compresa la mobilia. In tal tempo fu posto nell’ingresso del detto Spedale il busto di marmo bianco del prelodato Dottor Del Papa opera di Pompilio Ticciati scultore fiorentino, e sotto vi si legge in marmo l’appresso iscrizione composta dal celebre dottor Giovanni Lami:

MEMORIA. ÆTERNAÆ.

NOSOCOMIUM. B. JOSEPHI. NOMINE. INSIGNE. IUSSU.

IMP. CÆS. FRANCISCI. P. F. AUG. MAGNI. ETRURIÆ.

DUCIS. CONDITUM. EST. EX. PORTIONE. PATRIMONJ.

CUJUS. HEREDES. EX. ASSE. JOSEPHUS. DE. PAPA.

EMPULENSIS. REGIÆ. MEDICEE. DOMUS. ARCHIATER.

POPULARES. SUOS. TESTAMENTO. RELIQUIT.

ANN. R. S. M. D.CC. LXV. M. P. E.  (62)

Nel dì 18 marzo del 1767 vigilia del Patriarca S. Giuseppe, che fu eletto per protettore dello spedale, fu questo benedetto solennemente dal proposto Giovan Carlo Falagiani coll’intervento del clero della nostra Collegiata, e nel dì 19 dello si principiò a ricever gli ammalati. Questo spedale è stimabile non tanto per la sua felice situazione di mezzogiorno, ed assai elevata dal suolo, quanto per le sue comodità, e pulitezza. Due vasti stanzoni, ventilati ed ariosi son destinati per gl’infermi; uno per gli uomini, in cui sono sedici letti, e l’altro per le donne, in cui ve ne sono dodici e in ambedue vi è un altare ove si celebra la santa messa in tutto le feste. Il governo intimo ed amministrativo del medesimo spedale dipende dagli esecutori del patrimonio del dottor Del Papa. Vi presiede un provveditore, e tre operai di famiglie più civili del paese che continuano tutti per tre anni, con mutarsene per altro alternativamente uno per anno.

Anno 1772.

S. A. R. il Granduca Pietro Leopoldo avendo inalzata la potesteria d’Empoli al grado di vicariato, il dì 1° di novembre di quest’anno venne a risedere in questo tribunale di giustizia il primo vicario regio, la di cui giurisdizione fu estesa non tanto alle tre comunità della lega di della Terra,quanto ancora a tutta la potesteria di Vinci, e Cerreto Guidi. Ma nell’anno 1777 nella riforma dei vicariati, e nuova circoscrizione delle loro giurisdizioni essendo stata soggetta la della potesteria al vicariato di Fucecchio, al vicariato d’Empoli fu data giurisdizione sulla potesteria di Montelupo.

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