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L’Amministrazione della mairie di Empoli dal 1808 al 1814, Parte 2-2 – Tesi di Laurea di Werther Ruggeri

Werther Ruggeri

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L’Amministrazione della Mairie di Empoli dal 1808 al 1814

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Tesi di laurea in Storia del Diritto, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Siena, anno accademico 1999-2000

Relatore: Prof. Mario Ascheri     Correlatore: Dott.ssa Paola Maffei

pubblicata in due parti sulla Miscellanea storica della Valdelsa:

Prima parte –  nn. 1-3 (312-314), [pp. 35-95], 2009

Seconda parte – nn. 1-3 (315-317), [pp. 67-122], 2010

Con la gentile concessione a pubblicare dell’autore

Empoli - Palazzo Pretorio 2013-03-19

Empoli – Palazzo Pretorio 2013-03-19 – Foto di Carlo Pagliai

                                                                                                                           


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LEGENDA DELLE ABBREVIAZIONI USATE NEL TESTO

  • ASF: Archivio di Stato di Firenze
  • ASCE: Archivio Storico del Comune di Empoli
  • S.E. : Bullettino Storico Empolese
  • : Numero della Filza
  • fasc: Numero del fascicolo se presente
  • : Numero dell’Atto se presente
  • : Franchi
  • : Centesimi
  • : Lire Toscane  

TANTI RINGRAZIAMENTI E UNA DEDICA

Voglio sottolineare quanto sia stata determinante per il mio studio la fortuna di aver incontrato solerti e disponibili funzionari degli archivi da me frequentati che hanno reso facilmente consultabile il materiale di studio: in particolar modo devo ringraziare dell’archivio storico di Empoli la Dott.sa Stefania Terreni, l’Arch. Emanuela Ferretti e la Dott.sa Silvia Ciappi, mentre dell’archivio di stato di Firenze la Dott.sa Vanna Arrighi. Un ringraziamento particolare al Prof. Sergio Gensini i cui consigli sono stati preziosi per rendere pubblicabile la mia vecchia tesi di laurea. Infine dedico questo mio studio a Paola ed Elena, amori della mia vita.

PARTE SECONDA ↓  – CONSULTA LA PARTE PRIMA →


 

L’ISTRUZIONE

L’istruzione pubblica nell’ordinamento francese era strutturata in maniera piramidale: al livello più basso erano situate le scuole primarie, quindi si trovavano gli istituti secondari come i licei e i collegi, per finire con l’università imperiale. Questo sistema scolastico differiva notevolmente dal suo predecessore granducale, tanto che la giunta decise, per le scuole superiori, di mantenere il vecchio sistema fino al 1810. Riguardo alle scuole primarie, la giunta con il decreto del 23/12/1808 estese alla Toscana la loro riforma stabilita dalla legge dell’11 fiorile anno X, ponendole sotto l’amministrazione comunale; essa era tenuta a nominare e stipendiare i maestri, i quali erano pure sottoposti alla sorveglianza dei sotto prefetti[1]. Un aumento delle formalità circa la nomina dei maestri si ebbe con il decreto imperiale del 15/11/1812, il quale imponeva a questi l’iscrizione presso un apposito registro tenuto dalle singole comunità, previa l’abilitazione tramite «brevetto» da parte dell’università competente[2].

A Empoli svolgeva la funzione di maestro un certo Fulignati[3], la cui nomina può essere fatta risalire al 1809, tanto che nel bilancio di quell’anno è prevista, tra le uscite, una somma di fr. 40 per l’alloggio del maestro[4], mentre è assente il suo stipendio, la cui autorizzazione da parte del prefetto non fu concessa per il 1809 a causa delle entrate troppo basse del comune[5]. Inoltre, dalla mancata compilazione della voce Liceo e collegio nei bilanci degli anni successivi (posta nel capitolo VI del titolo dedicato alle spese ordinarie), si desume l’assenza di queste scuole superiori a Empoli, mentre vengono regolarmente previsti i pagamenti per lo stipendio e la pigione del maestro pubblico[6].

Oltre alla scuola primaria si cercò di creare a Empoli un istituto pubblico di insegnamento superiore: infatti il comune propose al prefetto e al sotto prefetto[7] quanto il consiglio comunale aveva previsto circa la concessione gratuita dei locali dell’ex convento di S.Stefano degli Agostiniani (ora di proprietà del demanio), adibendoli a luogo per l’educazione maschile. Parimenti il consiglio suggeriva il trasferimento della caserma militare (all’epoca stanziata in S.Stefano) nei locali del soppresso convento di S.Croce, chiedendo una riduzione dell’affitto viste le cattive condizioni di quest’ultimo edificio[8].

Il sotto prefetto si dimostrò sensibile a queste richieste, tanto che cercò di patrocinarle presso i superiori, sottolineando il fatto che i locali di S.Stefano sarebbero stati utilizzati non solo per la  scuola, ma anche per la biblioteca e come luogo in cui tenere l’estrazione dei coscritti[9]. Nelle mie ricerche non ho trovato la replica del prefetto a tali proposte, ma presumo che questa sarà stata sicuramente negativa[10], sia perché i locali del convento di S.Stefano degli Agostiniani rimasero adibiti a caserma per tutto il periodo napoleonico, sia perché il prefetto in una sua lettera al sindaco del 22 giugno 1811, sottolineava l’impossibilità di concedere gratuitamente i beni del demanio, in quanto gli «stabili nazionali devono vendersi o affittarsi del tutto»[11]. Riguardo all’istruzione femminile, questa veniva svolta dal conservatorio della S.S.Annunziata, gestito dalle suore domenicane[12]: inizialmente questo convento era stato inserito nel novero di quelli da sopprimere[13], e solo grazie all’intervento personale della granduchessa Elisa fu riconosciuta la necessità del suo mantenimento in quanto esso era adibito all’«istruzione di dame senza voto perpetuo»[14]. Proprio in questa occasione inizia ad affiorare l’interesse del sindaco Busoni verso l’istruzione dei suoi concittadini: infatti se il conservatorio della S.S.Annunziata fu mantenuto, molto si deve alle numerose lettere inviate dal maire al prefetto tra il settembre e l’ottobre del 1810[15]. In queste il Busoni insiste nel sottolineare come il detto conservatorio debba essere escluso dal novero dei conventi soppressi, in quanto rientrante tra quelli da mantenere per la pubblica istruzione, come stabilito dall’articolo VII del decreto imperiale del 13/9/1810.

Oltre che dal maestro pubblico, l’istruzione primaria era svolta anche da alcuni religiosi (i canonici Del Vivo e Pandolfini), i quali, avendola esercitata sotto l’amministrazione precedente, vennero confermati nella loro funzione dal consiglio comunale nel corso della seduta del 18 marzo 1809[16].

Riguardo all’insegnamento universitario si deve menzionare la già citata eredità Del Papa, la quale forniva una serie di borse di studio presso le facoltà di medicina e di legge dell’università di Pisa ai giovani empolesi meritevoli[17].

Negli atti del comune sono conservati vari avvisi e lettere riguardanti gli inviti a concorrere per supplire alla vacanza dei suddetti posti[18]. Tra questi è particolarmente interessante una lettera inviata dal sindaco al procuratore dell’eredità Del Papa in data 13 novembre 1813, con la quale chiede di provvedere al problema dato dalla povertà delle famiglie dei giovani empolesi dotati dei requisiti per concorrere al «posto di Dottore in medicina»: infatti queste non erano in grado di mantenere i propri figli e ciò avrebbe potuto portare alla impossibilità di attribuire le suddette borse di studio, con «grave pregiudizio al popolo empolese»[19].

Infine si deve ricordare un altro tipo di istruzione, quella militare, gestita all’epoca da tre apposite scuole situate in Francia, quelle di S.Cyr, di S.Germain e il peritaneo della Fleché. L’iscrizione dei giovani in queste scuole era molto pubblicizzata[20] poiché da queste sarebbero usciti molti ufficiali delle armate imperiali, anche se nel sistema meritocratico tipicamente napoleonico, il metodo più comune per acquisire i gradi era la promozione sul campo.  In questa ottica si pone una singolare iniziativa presa dal consiglio municipale nella seduta del 6 aprile 1809[21], concernente un progetto per l’istituzione in Empoli di una «scuola militare per i tre Dipartimenti toscani». Per giustificare la scelta di Empoli come sede della suddetta scuola si sottolineava la sua posizione centrale e la facilità di comunicazione con i tre capoluoghi di dipartimento: di questo originale progetto non ho trovato più traccia negli atti successivi, cosa che probabilmente testimonia un suo definitivo accantonamento.

Mi è parso collocabile in questo capitolo anche il materiale da me ritrovato riguardante il nucleo originario della biblioteca comunale di Empoli[22].

L’inizio coincide con la soppressione dei conventi e l’incorporazione dei loro beni, mobili e immobili, da parte del demanio (sancita definitivamente dal succitato decreto imperiale del 13/9/1810). Questa operazione rese necessaria la redazione degli inventari dei suddetti beni mobili, distinguendo tra quelli dotati di un valore per la scienza e per l’arte, e quelli comuni, destinati per ordine del prefetto e del ministro dei culti alla vendita all’incanto e alla fornitura degli arredi necessari per le chiese e i conventi mantenuti[23].

Tra l’ottobre e il dicembre del 1810 gli aggiunti accompagnati da degli stimatori procedettero alla redazione degli inventari dei conventi soppressi nell’empolese e alla sigillatura delle loro librerie[24]. Fu probabilmente durante queste operazioni che ci si rese conto del consistente patrimonio librario presente[25] e della necessità di salvaguardarlo e di renderlo accessibile ai cittadini.

I primi interventi a riguardo vennero effettuati dal consiglio municipale con la nomina del bibliotecario[26] e con il trasferimento delle librerie in alcuni locali dell’ex convento di S.Stefano per poterli sorvegliare meglio[27]. Rimaneva però un grosso problema, dato dal fatto che questi libri erano ancora di proprietà del demanio il quale si dimostrava intenzionato ad alienarli per poterne ricavare un utile, come testimoniato dalle incessanti richieste da parte del ricevitore del demanio Cecchini di rimuovere i sigilli dalla suddetta biblioteca[28]. In una bella lettera inviata il 17 ottobre 1811 al prefetto, il Busoni lo invita a risolvere la questione autorizzando la creazione di una biblioteca per l’«istruzione e il comodo di questo pubblico», sottolineando il fatto che l’«istruzione e la cultura dei popoli sono premura di qualunque Governo»[29]. Il prefetto accolse favorevolmente questa proposta, tanto che stabilì con decreto del 15/6/1812 che le librerie dei conventi soppressi situati nel territorio di Empoli fossero date in «godimento provvisorio» alla comunità[30].

Parimenti si deve attribuire alla sensibilità del Busoni nel voler salvaguardare il patrimonio culturale locale, il mancato trasferimento in Francia di due opere conservate all’epoca in altrettante chiese di Empoli: infatti le due pale d’altare raffiguranti una S.Giovanni e S.Michele (dipinta dal Pontormo e tuttora conservata nella chiesa di S.Michele a Pontorme) e l’altra S.Pietro Apostolo che cammina sulle acque (dipinta dal Cigoli, andata distrutta durante la II° guerra mondiale ma all’epoca conservata nella chiesa di S.Pietro a Riottoli) sono menzionate in una lettera inviata dal prefetto al sotto prefetto il 17 ottobre 1812, in cui gli si ordina di metterle a disposizione di un certo signor Alessandri, affinché siano trasferite al «Musée Napoleon» a Parigi, come disposto dal ministro dell’interno[31]. Inoltre in margine alla lettera si legge un appunto del sotto prefetto riguardante l’invio degli ordini necessari al sindaco di Empoli il 19 ottobre 1812.

Gli ordini arrivarono dunque a destinazione, ma purtroppo di ciò che successe dopo non ne rimane traccia né negli atti del comune conservati a Empoli[32] né nei cataloghi delle due opere[33]. Si può comunque immaginare che il sindaco, volendo impedire che il già scarso patrimonio artistico locale venisse privato di due opere tanto importanti, abbia cercato di rimandare detto trasferimento, considerando anche che  nel 1813 l’interesse delle autorità dipartimentali e centrali si spostò su più urgenti problemi.

 

GLI ECCLESIASTICI 

Sotto il termine ecclesiastici si ricomprendono delle categorie di prelati, religiosi, frati eccetera, che normalmente hanno poco in comune in quanto a regola, mansioni ed altro: queste differenze nel periodo trattato dal mio studio furono ancora maggiori, in quanto tra gli ecclesiastici si potevano trovare sia i parroci, i quali erano chiamati a svolgere una funzione vitale nell’amministrazione dell’epoca, sia i religiosi dei conventi soppressi, costretti a vivere con una modesta pensione ai margini della società.

Napoleone, nonostante il modello laico adottato per il suo impero[34], si rendeva perfettamente conto del ruolo sociale indispensabile che il clero locale svolgeva, tanto che lo confermò in quasi tutte le mansioni passate ed anche in alcune nuove[35]. Le attività svolte dai parroci erano le più varie e ne tratto in quasi tutti i capitoli riguardanti l’attività del comune: per questo, e per la loro già citata influenza sulla popolazione[36], erano sottoposti a rigidi controlli da parte del governo centrale e locale[37]. Come sappiamo il territorio del comune di Empoli era diviso in venti popoli, ai quali corrispondevano altrettanti parroci e un proposto per la Collegiata di S.Andrea[38], la cui carica era stata ricoperta dal già citato Michele Maria Del Bianco dal 1792[39]. La sua figura (insieme a quella dell’abate Marchetti) risulta essere una di quelle di maggior spicco del periodo in Empoli: infatti l’intervento del Del Bianco era stato determinante per calmare il popolo durante il tumulto antifrancese del maggio del 1799, anche se la sua azione era dovuta non a simpatie rivoluzionarie ma al timore di rappresaglie nei confronti della popolazione[40]. Durante gli anni dell’annessione della Toscana all’Impero francese, il Del Bianco, pur ricoprendo svariati ruoli nell’amministrazione locale dell’epoca[41] e officiando con zelo gli eventi pubblici stabiliti dal nuovo governo[42], si trovò coinvolto in una diatriba con l’arcivescovo di Firenze Osmond, del quale non riconosceva la carica in quanto ricoperta senza mandato pontificio. Pur essendo le contestazioni del Del Bianco di pura natura teologica e di disciplina ecclesiastica[43], portarono all’arresto del suddetto[44] e alla sua deportazione a Bastia in Corsica. La comunità di Empoli fu molto colpita da questo provvedimento e vi furono delle richieste di clemenza inviate ufficialmente al direttore generale della polizia da parte sia del clero locale[45], sia del sindaco in persona, il quale, implorando per la sua scarcerazione, sottolinea come sia incomprensibile il fatto che il Del Bianco, religioso toscano, sia stato colpito da un decreto imperiale indirizzato contro i «preti romani»[46]. Questo attaccamento che legava il proposto al Busoni e al popolo di Empoli, ci viene ulteriormente confermato dalla serie di avvisi al popolo emanati dal sindaco nell’aprile del 1814[47], riguardanti l’imminente ritorno del proposto[48], nei quali si invita il popolo a festeggiarlo con «cristiana allegrezza». L’altro personaggio di spicco nel panorama religioso empolese fu l’abate e poi arcivescovo di Ancira Giovanni Marchetti[49]: per le sue idee sulla religione e per i suoi forti legami con l’alto clero romano, fu sottoposto a vari arresti durante il periodo napoleonico[50], che comportarono un suo allontanamento dalla scena pubblica tramite un esilio volontario presso il convento di Corniola, ferma restando la sua sottoposizione al controllo dell’autorità pubblica[51]. Come il Del Bianco, anche il Marchetti godeva di una grande stima tra la popolazione, tanto che in occasione del suo arresto nel 1809, il sindaco invita il brigadiere della gendarmeria incaricato del trasporto del prigioniero all’Isola d’Elba a farlo passare  per ragioni di ordine pubblico non da Empoli, ma da Castelfiorentino e dall’Osteria Bianca, poiché il suddetto è «stimato e onorato da questa popolazione»[52].  Le autorità francesi ebbero questo atteggiamento non solo verso i due illustri prelati ma anche verso i parroci comuni, come dimostrato dai provvedimenti presi contro i religiosi irrequieti[53], provvedimenti che furono adottati fino agli ultimi giorni del regime francese[54]. Oltre a queste misure di controllo, le autorità imperiali si ingerivano anche negli affari più strettamente ecclesiastici come la scelta dei soggetti destinati a ricoprire le cariche religiose: queste andavano dalla nomina dei vescovi (basti pensare al caso dell’arcivescovo Osmond) a quelle dei parroci[55] o dei predicatori, come testimoniato da una lettera del 6 dicembre 1811 indirizzata dal sindaco al prefetto circa la nomina dell’ex cappuccino Bacca come predicatore per la futura quadregesima[56].

Una menzione a parte la meritano i religiosi appartenenti ai conventi soppressi nella zona, i quali in qualità di ex-religiosi erano dotati di uno status particolare all’interno dell’ordinamento imperiale. Al momento dell’annessione della Toscana all’Impero francese a Empoli erano esistenti sei conventi (quattro maschili e due femminili[57]) i quali furono soppressi, tranne quello della S.S.Annunziata che fu mantenuto dal decreto imperiale  del 24/3/1809 in quanto necessario per l’istruzione femminile. Come agli altri ex religiosi del dipartimento, anche a quelli empolesi furono sottratti i beni mobili e immobili di proprietà dei loro conventi, i quali, come sappiamo, furono acquisiti dal demanio: a tal proposito è rimasta tra gli atti del comune una interessante documentazione riguardante i beni mobili di questi conventi, la cui gestione era affidata per lo più al percettore locale del demanio (degli immobili abbiamo già parlato nel capitolo dedicato al bilancio e beni del demanio, e la loro gestione ci interessa meno in quanto erano amministrati direttamente dalle autorità centrali). La procedura di acquisizione e vendita dei beni mobili iniziò con la redazione, da parte dei cancellieri comunitativi e di appositi stimatori,  degli inventari e delle stime dei suddetti beni, come ordinato dalla giunta con il decreto del 5/9/1808[58]. I beni vennero quindi sigillati e posti sotto la responsabilità degli stessi religiosi, fino alla definitiva soppressione dei conventi stabilita dal decreto imperiale del 13/9/1810. A seguito di questo decreto furono redatti nuovi inventari e stime dei beni mobili in vista della loro imminente vendita[59]. In realtà questa avrebbe interessato solo una parte dei beni di minore interesse dei conventi soppressi, poiché si cercò di sottrarre alla vendita i beni di interesse artistico e scientifico, mentre parte degli altri fu messa a disposizione delle chiese e dei conventi mantenuti del dipartimento. Una menzione a parte la meritano i beni preziosi formanti l«argenteria» dei conventi soppressi, i quali furono immediatamente inviati, a spese del demanio, alla zecca imperiale di Firenze, in attuazione del decreto del prefetto dell’1/10/1810[60].

Comunque, si procedette alla vendita tramite incanto e in contanti dei rimanenti beni mobili: essa si tenne per ogni convento empolese tra la fine del 1810 e l’inizio del 1811, dinanzi al Busoni e al percettore del demanio Toci[61]. A questi ex religiosi, e anche a quei sacerdoti le cui entrate erano state a carico dei conventi soppressi[62], gli si riconosceva per il proprio sostentamento una pensione annua a carico del demanio e il cui ammontare variava a seconda dell’età e del rango del soggetto. Per poter essere iscritti nel Gran libro dei pensionati e godere di detta pensione era inoltre necessario dimostrare di aver prestato servizio per almeno dieci anni in un convento toscano[63].

Negli atti del comune si trovano alcune lettere  inviate dagli ex religiosi al prefetto[64], con le quali si richiede una corretta corresponsione delle predette pensioni; il Busoni tentò di sostenere queste richieste con alcune lettere al prefetto[65], sottolineando il fatto che molti di questi soggetti erano in condizione di miserabilità.

Gli ex religiosi erano sottoposti anche a vincoli alla loro libertà: infatti il decreto imperiale del 13/9/1810 imponeva all’articolo XXIV l’obbligo per gli ex religiosi di ritirarsi nel rispettivo luogo di nascita o di residenza della famiglia[66], con la possibilità di eccezioni temporanee per casi di malattia gravi e accertati dal prefetto, come specificato in una lettera inviata dal ministro della polizia al prefetto del dipartimento del Mediterraneo il 16 ottobre 1810[67], e nello Stato degli ex religiosi autorizzati a rimanere temporaneamente nella comune di Empoli redatto il 2 luglio 1811[68]. In realtà delle eccezioni a questa norma venivano prese anche a carattere definitivo come testimoniato dall’autorizzazione concessa il 25 maggio 1811[69] dal prefetto del dipartimento dell’Arno alla ex religiosa Tensi di trasferire il suo domicilio da Empoli a Pescia, nella speranza di ovviare alla sua miserabilità[70]. Il numero degli ex religiosi domiciliati nel territorio del comune poteva dunque mutare, sia per la morte dei suddetti[71], sia come abbiamo visto per i cambiamenti di domicilio. Per questo motivo il prefetto ordinava periodicamente degli aggiornamenti dello Stato nominativo dei predetti ex religiosi domiciliati nella mairie[72]. Un esempio di questi stati ci viene dato da quello redatto nel marzo del 1812 dal sindaco, da cui risulta la presenza in Empoli di ventidue ex religiosi di vari conventi, dei quali viene indicata la «qualità» (sacerdote, laico, curato ecc.) e l’ammontare della pensione annua[73].

Sempre il decreto imperiale del 13/9/1810 imponeva agli ex religiosi dei conventi soppressi l’obbligo di giurare «obbedienza alle Costituzioni dell’Impero e fedeltà all’Imperatore», con il chiaro intento di sottoporli anche ad un vincolo formale nei confronti del governo francese. I Giuramenti dei religiosi dei conventi soppressi di Empoli del 1810 sono conservati nella filza dell’Archivio storico del comune così intitolata al numero d’ordine 162: essi riguardano quarantacinque religiosi, e furono effettuati nel periodo che va dall’11 ottobre 1810 al 29 dicembre 1810[74].

Infine si deve ricordare che con il decreto imperiale dell’11/6/1809 le diocesi dei tre dipartimenti toscani venivano inserite nella chiesa gallicana e quindi sarebbero state sottoposte alla disciplina prevista dal concordato tra S.Sede e Francia del 15 luglio 1801: una conseguenza di ciò sarebbe stata l’«espurgazione dalle librerie dei conventi soppressi dei libri contrari alle massime del clero gallicano»[75]. Questa operazione, che comprendeva la distruzione dei suddetti libri, fu compiuta a Empoli tra il novembre e il dicembre del 1811 da parte dell’aggiunto Michel e del ricevitore del demanio Cecchini, e comportò l’incenerimento (per i soli conventi di S.Maria a Ripa, S.Stefano, S.Giovanni in Pantaneto e S.Simone e Giuda a Corniola) di settantasette  libri[76]. La volontà da parte delle autorità francesi di controllare non solo l’attività degli ecclesiastici, ma anche la circolazione di libri sediziosi, ci viene ben testimoniata da una lettera inviata dal sotto prefetto al maire il 24 luglio 1811, nella quale lo si informa dell’avvenuto tentativo di far circolare nella zona un libretto di quaranta pagine intitolato Lettere del n.s. S.Padre Pio VII sulle elezioni capitolari: a tal proposito si ordina al sindaco di scoprirne gli autori e di inibirne la circolazione[77].

L’accanimento delle autorità francesi contro quei testi che confutavano la dottrina del clero gallicano può essere spiegato solo considerando che il “laico” Impero napoleonico aveva anch’esso una propria religione di stato (quella gallicana), e che quindi ogni attacco ad essa costituiva un pericolo per la stabilità dell’Impero e doveva essere sanzionato.

 

MERCATI, FESTE E DIVERTIMENTI  

In molti atti precedentemente riportati si sottolinea il ruolo importante del commercio nell’ambito dell’economia empolese: infatti Empoli per la sua posizione geografica e per la sua vicinanza all’arteria commerciale costituita dal fiume Arno era tradizionalmente un punto di transito e scambio delle merci[78]. Questa attitudine commerciale di Empoli rimase anche durante il periodo napoleonico, tanto che in una nota del sindaco di Firenze riguardante «i mercati più importanti per l’affluenza di grani», Empoli viene indicata come una delle sette piazze più importanti del Dipartimento[79]. Il mercato ad Empoli si teneva settimanalmente e, come indicato nel capitolo dedicato alle imposte, per poter commerciare in piazza era necessario pagare un’apposita tassa.

Oltre che dal punto di vista fiscale l’amministrazione comunale era impegnata anche in un’opera continua di controllo sui prezzi delle merci poste in vendita al mercato: infatti il prefetto, con una circolare del 13/2/1809, aveva ordinato ai sindaci di inviargli ogni quindici giorni uno stato dei «mercuriali», ovvero i prezzi dei beni venduti al mercato[80]. Ciò permetteva un controllo di questi da parte delle autorità, evitando così il verificarsi di abusi da parte dei commercianti.

Per il suddetto mercato vi erano due sedi: i generi alimentari e i prodotti agricoli venivano venduti nella Piazza della Collegiata[81], mentre il commercio del bestiame avveniva presso il così detto Campaccio, situato fuori dalle mura; proprio la questione della gestione del terreno del Campaccio fu oggetto di scontro tra l’amministrazione comunale e il suo proprietario Conti. Il Conti aveva infatti iniziato ad edificare «due fabbriche» sul detto terreno, pregiudicando così lo svolgimento del mercato del bestiame. Per ovviare a ciò il consiglio municipale chiese al prefetto di obbligare il Conti a vendere il terreno al comune ad un prezzo «stimato»: già era accaduto in casi analoghi per altre città tra cui Firenze[82]. Nelle mie ricerche non ho rinvenuto la risposta del prefetto, anche se risulta evidente che una qualche soluzione fu trovata poiché il mercato continuò a tenersi nel medesimo luogo.

Oltre al mercato settimanale a Empoli si teneva negli ultimi giorni di settembre una fiera annuale che durava tre giorni e nella quale, oltre alla vendita del bestiame, si commerciava «ogni genere di vestiti, chincaglierie, alimenti …»[83]. Questa fiera richiamava molta gente dal contado e dalle comunità vicine[84], cosa che impegnava fortemente l’amministrazione comunale nel mantenimento dell’ordine pubblico, come testimoniato dalla carcerazione di tutti i «sospetti borsaioli», ordinata dal sindaco per la durata della fiera del 1813[85].

Per l’importanza commerciale e sociale che queste fiere ricoprivano a livello locale, esse erano sottoposte anche a controlli da parte delle autorità centrali: questi andavano dalla raccolta dei dati circa le fiere esistenti[86], alla istituzione delle nuove. Essa avveniva addirittura per decreto imperiale[87].

La propaganda rivestiva un ruolo molto importante nel regime napoleonico: era tramite questa che si celebrava il culto della personalità di Napoleone e si enfatizzavano i successi dell’Impero francese, nel tentativo di distrarre la popolazione dai sacrifici che le erano continuamente richiesti dallo stato; in questa ottica si collocano le feste pubbliche, le quali, glorificando episodi importanti per l’Impero francese, erano celebrate tanto a Parigi quanto alla periferia dell’Impero, come ad Empoli.

Le feste pubbliche, ordinate per decreto imperiale o del prefetto, che si tenevano annualmente erano due: la prima ad essere celebrata a Empoli fu quella così detta di «S.Napoleone» tenutasi ogni 15 agosto a partire dal 1809[88]; questa, celebrando la nascita dell’Imperatore, coincideva con un’altra festa religiosa molto importante, quella dell’Assunzione. Tale coincidenza comportò una certa sacralizzazione della celebrazione laica, tanto che nel programma della festa del 15 agosto 1809 il Busoni sottolinea come Napoleone sia il «restauratore della fede cattolica in Francia» e il «campione glorioso della fede»[89], ignorando volutamente il fatto che lo stesso aveva appena mandato in esilio il Santo Padre. La seconda di queste feste ad essere celebrata fu quella dell’«anniversario dell’incoronazione e della battaglia di Austerlitz» la quale si teneva ogni anno la prima domenica del mese di dicembre[90]. Oltre alle feste ricorrenti, singoli festeggiamenti erano stabiliti per celebrare certi avvenimenti, come il matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa D’Austria, festeggiato il 29 aprile 1810[91], o la nascita del Re di Roma, avvenuta il 20 marzo 1811[92], ma celebrata il 9 giugno 1811[93].

Invece per commemorare avvenimenti meno eclatanti, ma pur sempre importanti (come le vittorie militari), si usava  celebrare, normalmente per ordine dell’arcivescovo di Firenze, delle funzioni religiose: queste consistevano in dei Te Deum, i quali venivano officiati dal proposto presso la collegiata di S.Andrea, al cospetto delle autorità locali[94].

Oltre a questi avvenimenti di carattere nazionale, erano festeggiati anche quelli riguardanti esclusivamente i dipartimenti toscani, come i passaggi attraverso il territorio di Empoli della granduchessa Elisa[95], o il parto della suddetta avvenuto nel 1810[96].

I programmi di queste feste ci suggeriscono il tipo di avvenimenti che si verificavano in queste occasioni: infatti, oltre alle elemosine e alle rosiere di cui abbiamo già parlato, si svolgevano celebrazioni religiose, spettacoli pirotecnici, corse di cavalli sciolti per le vie della città[97], l’illuminazione dei palazzi pubblici e di via Ferdinanda, spettacoli teatrali e l’esibizione di «macchine aereostatiche»[98]. Le spese per tali manifestazioni erano chiaramente notevoli[99], tanto che le somme stabilite a questo scopo dai budget del comune venivano abbondantemente superate, come testimoniato dalla relazione sul bilancio del 1809 effettuata dal percettore municipale, nella quale si afferma che le spese per le feste pubbliche del 1809 hanno superato il triplo di quanto previsto[100].

Il Busoni propose al prefetto di attingere agli utili del Monte Pio per sopperire a questo deficit[101], ma fu inutile poiché detti utili potevano essere usati solo per il soccorso dei poveri. Per ovviare a questo passivo fu necessario dunque far ricorso ai fondi del bilancio destinati alle spese impreviste, anche se si tentò parimenti di limitare le dette spese, come testimoniato da una lettera inviata dal sotto prefetto al sindaco in data 21 maggio 1811, nella quale viene respinto il programma stabilito dal consiglio municipale per la festa della nascita del Re di Roma[102], imponendo di non superare i fr. 150 di spesa per la suddetta festa[103].

Sicuramente le feste pubbliche erano un’occasione di svago per la popolazione, la quale aveva comunque delle opportunità di divertimento anche durante il resto dell’anno. Lo studio di queste risulta interessante poiché, anche se la maggior parte degli intrattenimenti destinati alla popolazione era gestita dai privati, il loro svolgimento era comunque tenuto sotto controllo da parte delle autorità specialmente per ragioni di ordine pubblico.

Un chiaro esempio di ciò ci viene fornito dalle autorizzazioni concesse dal sindaco in qualità di commissario di Polizia, riguardo la realizzazione di «feste da ballo in casa» da parte di singoli cittadini: in questi casi l’autorizzazione veniva concessa a patto che ci si assumesse la responsabilità degli «inconvenienti che potrebbero accadere» (nominando anche un mallevadore come garante), e che la festa finisse ad un’ora «congrua e conveniente»[104]. Controlli ancora più severi si applicavano ai gestori dei biliardi: infatti il gioco del biliardo ad Empoli non era proibito, ma i nuovi esercizi potevano essere aperti solo previa richiesta al sindaco[105] che l’avrebbe eventualmente approvata con un apposito decreto[106]. Nonostante questo loro iniziale riconoscimento da parte delle autorità, i biliardi rimanevano comunque luoghi dove  si giocava d’azzardo[107] e dove di frequente scoppiavano risse[108], tanto che erano sottoposti ad un continuo controllo da parte delle guardie campestri e della gendarmeria[109]. Per questo motivo l’attività dei biliardi fu sempre più osteggiata dal sindaco[110], il quale in una lettera inviata al sotto prefetto il 4 giugno 1814 si auspica che ne rimanga aperto uno soltanto, affermando che «il tempo in ogni caso farà conoscere se possa essere compatibile un maggior numero senza fomento al vizio, alla dissoluzione, come è accaduto fin quì»[111]. Intrattenimento di altro genere era invece il teatro, il quale a Empoli era dotato di una «truppa comica» e di alcuni «virtuosi di musica». Il teatro era gestito dall’Accademia dei gelosi impazienti[112], la quale oltre ad avere una propria programmazione, era tenuta ad allestire appositi spettacoli richiesti dalle autorità, come in occasione delle feste pubbliche o per beneficenza[113].

Il teatro era l’unico luogo dove durante il carnevale si potevano portare le maschere, cosa che veniva ribadita ogni anno dal sindaco in occasione di questa festività[114]. Come per i biliardi, anche presso il teatro si verificavano spesso disordini, come l’arresto di ubriachi molesti che interrompevano lo spettacolo[115] o lo smercio di monete false[116]; queste intolleranze da parte di alcuni spettatori, unite ad una scarsa professionalità dei teatranti[117], portarono negli ultimi anni della mairie ad una certa disaffezione del pubblico verso il teatro. Il sindaco cercò di ovviare a ciò sia esortando i suoi amministratori a fare «spettacoli decenti»[118], sia emanando un regolamento per lo svolgimento degli spettacoli. Questo prevedeva l’ora di inizio degli spettacoli, la presenza sul palco dei soli attori e l’obbligo per il pubblico di fare solo «applausi moderati» e di evitare i fischi: il rispetto di queste norme sarebbe stato garantito dalla gendarmeria[119] e i trasgressori sarebbero stati puniti con multe e carcere[120].

Infine si deve ricordare un gioco molto diffuso all’epoca in Empoli, quello del pallone (o meglio del «pallon grosso»), la cui popolarità ci viene ben testimoniata dalla serie di avvisi del sindaco al popolo empolese riguardanti la necessità di moderarsi in questo gioco[121], evitando per altro di praticarlo lungo le strade pubbliche[122]. A questo scopo era stato destinato un campo, posto fuori dalla porta Fiorentina, di proprietà di Cosimo e Tommaso Salvagnoli, i quali percepivano un canone annuo di fr. 80. Proprio il mancato pagamento di tale somma spinse nel 1810 i proprietari a negare questa concessione[123]; ciò portò alla richiesta al sindaco da parte di numerosi cittadini di accollarsi tale spesa, essendo il gioco del pallone un «onesto divertimento» e avendo le leggi vigenti imposto alle autorità di adibire a ciò un locale[124]. Una soluzione a questo problema non fu trovata immediatamente, tanto che il Busoni in una lettera inviata al sotto prefetto il 4 giugno 1814, richiede l’autorizzazione affinché il consiglio municipale deliberi l’assunzione di tale spesa da parte del comune[125].

 

LE ATTIVITA’ ECONOMICHE 

Al momento dell’annessione della Toscana all’Impero francese l’economia del Granducato era ancora fortemente incentrata sull’agricoltura, essendo le poche manifatture esistenti arretrate da un punto di vista tecnologico, e concentrate in zone ben precise (per esempio la principale attività, quella tessile, era svolta tra Prato e Firenze)[126].

Gli interventi operati dal governo francese per migliorare questa situazione (come l’istituzione della Scuola professionale a Prato di cui ho già parlato) non migliorarono di molto la situazione generale, anche se in una Nota sulle manifatture del Dipartimento dell’Arno redatta dalla prefettura il 2 luglio 1811, si legge che in questo sono presenti ben 576 «etablissements industriels»[127]. In tale quadro si colloca la comunità di Empoli, la cui economia si incentrava principalmente sul commercio (di cui abbiamo abbondantemente parlato) e sull’agricoltura.

L’amministrazione centrale si occupò delle manifatture in due diversi modi, sia raccogliendo (per fini statistici) i dati delle attività già esistenti, sia cercando di promuovere alcune attività ritenute strategiche.

Mentre per alcuni prodotti agricoli (come il grano) l’invio dei dati da parte del sindaco alle autorità centrali avveniva annualmente, per le manifatture questo avveniva su loro espressa richiesta. Uno Stato generale delle industrie e manifatture della comunità risulta essere stato inviato al sotto prefetto il 26/10/1813[128], ma purtroppo non sono riuscito a trovarlo tra le filze da me consultate dell’Archivio di Stato di Firenze. Comunque, utilizzando dati provenienti da varie fonti, si può ottenere un soddisfacente, per quanto parziale, quadro dell’attività manifatturiera esistente all’epoca in Empoli.

Una delle attività più importanti era sicuramente quella conciaria: infatti nel 1811 erano presenti in Empoli quattro concerie (di proprietà di Gaetano Busoni, dell’Ancillotti , di Nicola e Giuseppe Del Vivo)  dotate di una «buona reputazione»[129], i dati delle cui produzioni furono inviati al sotto prefetto il 12 febbraio 1812[130]. Queste quattro conce (cui se ne deve aggiungere una quinta appena sorta di proprietà di Luigi Del Vivo) lavoravano pelli bovine, vaccine e cavalline provenienti dalla zona, per un totale di 7.550 pezzi all’anno; nella lavorazione erano impegnati circa cinquanta addetti e le pelli così conciate erano destinate esclusivamente al mercato interno.

Il Busoni, inviando al sotto prefetto questi ultimi dati, sottolinea come sia incerta la loro attendibilità[131], evidenziando un problema comune a tutte le raccolte dei dati delle produzioni agricole e manifatturiere: infatti i proprietari erano propensi a dichiarare produzioni inferiori al reale, temendo l’uso di questi dati a fini fiscali.

Un’altra attività esistente nella zona era quella della lavorazione del tabacco: anche se non ci sono pervenuti dati precisi in maire proposito, la sua presenza è desumibile da una lettera inviata il 12 luglio 1812 dal al direttore generale dei sali e tabacchi, riguardante l’erroneità del rapporto del suddetto circa la scarsa qualità dei tabacchi lavorati nella zona[132]. Comunque, per evitare equivoci, il Busoni ricordò ai fabbricanti e ai rivenditori empolesi di tabacchi[133] di rispettare nella loro lavorazione il regolamento approvato dal prefetto e dai «chimici di Siena»[134].

Altri dati sulle manifatture nell’empolese ci provengono da alcuni stati riguardanti gli aggiunti e i consiglieri municipali, nei quali vengono riportate le professioni dei suddetti: da questi risulta per esempio che sia l’aggiunto Michel sia il Garinei erano titolari di due fabbriche di cappelli di lana, mentre il Consigliere Levantini possedeva una fabbrica di vetri e maioliche[135].

A proposito della lavorazione del vetro (attività tradizionalmente importante per la comunità di Empoli) la sua diffusione all’epoca era già discreta, come evidenziato dal numero dei vetrai che risulta da vari atti della comunità, come le patenti[136], le liste di coscrizione[137], le liste dei celibati o vedovi[138] eccetera. Delle altre possibili attività manifatturiere non sono in grado di dire altro, se non che ad Empoli non era presente alcuna miniera di ferro o fonderia, come riferito dal maire al sotto prefetto con una lettera inviata il 30 settembre 1811[139].

Ad Empoli gli sforzi dell’amministrazione francese per promuovere l’industria dettero come risultato la creazione di una «fabbrica per l’escavazione dei nitri», necessari per la fabbricazione della polvere da sparo. La decisione di costituire detta fabbrica (insieme ad un’altra presso Montelupo) venne presa dal Fenocchio, capo delle fabbriche di salnitri del dipartimento dell’Arno. Questi attuava gli ordini ricevuti dal prefetto, dal ministro della guerra e dal commissario generale delle polveri e dei salnitri riguardanti la costituzione in Toscana di detti stabilimenti per «difendere e aumentare la potenza e la gloria dell’Impero francese»[140].

Il Fenocchio provvide dunque a versare una cauzione per lo svolgimento dell’attività e procedette alla nomina del Conti come responsabile delle due fabbriche di Empoli e Montelupo, e del Bedurei come direttore dello stabilimento di Empoli[141]. L’attività estrattiva del salnitro era particolarmente invadente per la popolazione, poiché comportava l’obbligo dei cittadini di lasciar scavare gratuitamente le loro proprietà, fatte salve «le abitazioni, le cantine con vini e merci e le capanne dotate di pavimentazione»[142].

Questi inconvenienti, acuiti dal fatto che alcuni operai non erano proprio degli stinchi di santo[143], comportarono immediatamente una serie di reclami da parte dei cittadini,

ai quali il sindaco rispose ribadendo le regole predette circa l’estrazione del salnitro, sottolineando maggiormente i doveri dei «ministri e agenti della fabbrica»[144].

Sia l’impopolarità di questa attività, sia altri problemi di cui non sappiamo, ma che certamente vi furono visto l’improvviso licenziamento del direttore Conti avvenuto il 22 giugno 1810[145], portarono all’insuccesso di questa fabbrica, tanto che nel 1812 il Busoni afferma non esserci alcuna fabbrica di salnitri in attività nella sua comunità[146].

La categoria dei negozianti, o per meglio dire dei “bottegai”, era formata da un insieme di soggetti le cui attività erano molto diversificate: essa comprendeva sia venditori al minuto di ogni genere di merce (dal pizzicagnolo al rivenditore di cappelli di lana), sia i piccoli artigiani (come i calzolai o i falegnami)[147].

A questi soggetti, per quanto modesto potesse essere il loro commercio o lavoro, l’unico vincolo richiesto dall’ordinamento imperiale era il pagamento della patente[148]. L’unica tra tali professioni ad essere maggiormente controllata era quella dei fornai.

Infatti senza questi vincoli, nel caso di speculazioni o di cattiva gestione delle scorte di grano endemicamente scarse, il prezzo del pane sarebbe stato incontrollabile con il grave rischio di disordini tra la popolazione.

I controlli iniziarono nel giugno del 1812 in concomitanza tra l’altro con la più grave penuria di grano che si ebbe nella zona durante il periodo napoleonico: infatti il decreto del prefetto del 20/5/1812 (attuativo del decreto imperiale del 4/5/1812) stabiliva la libera circolazione dei grani e, per evitare eventuali monopoli, imponeva alle comunità di  stabilire il costo del pane e controllare giornalmente la sua produzione e distribuzione[149]. Il Busoni agì sollecitamente e, dopo un primo sondaggio riguardante il costo del «pane venale» praticato in Empoli[150], emanò una serie di editti tra il quattro e il dieci Giugno per regolamentare l’attività dei forni: questi avrebbero ricevuto i grani direttamente dalla mairie tramite appositi deputati che avrebbero controllato anche le «sfornate»[151]. Inoltre si imponeva a tutti i fornai (tranne che a tre) l’obbligo di produrre esclusivamente «pane venale» e non di «lusso», usando per lo stesso esclusivamente farina di grano. Per gli eventuali trasgressori le sanzioni avrebbero comportato il sequestro della merce, multe, fino ad arrivare, per i casi più gravi, al ritiro della patente[152]. Parimenti il sindaco emanò un Regolamento per la distribuzione del pane alle famiglie non in grado di sostenersi, nel quale si prevedeva la distribuzione gratuita del pane a questi soggetti, elargizione che sarebbe stata finanziata tramite una imposizione a carico dei possidenti della comunità[153].

Per procedere a ciò fu ordinato ai parroci di redigere immediatamente uno stato delle famiglie incapaci a procurarsi il «pane di giornata»; dagli stati dei singoli popoli della comunità affiora un panorama desolante: per esempio a S.Michele a Pontorme, su una popolazione di circa seicento anime il numero dei bisognosi di pane arriva a quattrocentotrenta unità[154], mentre a S.Donato in Val di Botte tutta la popolazione non è in grado di acquistare il pane «a bottega»[155].

Nel frattempo il consiglio comunale nella seduta del 14 giugno 1812[156] aveva provveduto al stabilire il prezzo del suddetto pane venale, usando come base di calcolo il prezzo del grano indicato per ogni mairie dal prefetto nel suo decreto del 29/5/1812[157].

La piena integrazione della Toscana all’interno dell’Impero francese passò anche attraverso l’omologazione dei sistemi di peso e di misura: infatti durante il governo granducale, la Toscana aveva mantenuto un sistema di pesi e misure articolato in braccia, miglia, libbre eccetera, che, pur essendo comune per terminologia con quello di altre regioni, in realtà differiva da stato a stato.

L’utilizzo del più razionale sistema metrico decimale in uso nell’Impero francese fu stabilito dal decreto del prefetto del 26/12/1809, il quale imponeva ai «commercianti, fabbricanti, mercanti, rivenditori al minuto, operai eccetera» di fornirsi dal 1 gennaio 1810 dei nuovi pesi e misure francesi. Inoltre i suddetti  commercianti sarebbero stati tenuti ad esporre per i primi sei mesi dell’anno delle tabelle comparative tra il vecchio e il nuovo sistema[158]. Il termine per l’adozione del nuovo sistema si rivelò troppo breve, tanto che lo stesso fu rimandato “sine die”[159].

Nel corso degli anni successivi si cercò di ottenere questa omologazione in maniera meno perentoria come testimoniato dall’avviso datato 28 marzo 1811, con cui si invitano i bottegai ad acquistare i metri da poco consegnati alla mairie dall’ufficio pesi e misure[160], il quale provvide a fornire alla stessa il materiale necessario per effettuare i futuri controlli[161].

Il termine ultimo per la conversione delle unità di misura e peso da parte dei mercanti e negozianti fu fissato al 30 settembre 1813[162]: infatti a partire da quella data iniziarono ad essere effettuati i controlli degli strumenti di misurazione di questi soggetti, onde accertare l’effettiva adozione delle nuove unità di misura e reprimere eventuali alterazioni. I mercanti e i bottegai empolesi furono invitati a presentarsi presso la sede del comune entro il 15 ottobre 1813 per i controlli necessari, pena la sottoposizione a multe in caso di assenza[163].

Se il commercio era forse l’attività più remunerativa della zona, sicuramente l’agricoltura era la più praticata: infatti basta dare uno sguardo alle liste di coscrizione per vedere come la stragrande maggioranza dei cittadini fosse costituita da contadini, pigionali, braccianti, ortolani, coltivatori eccetera.

Tra gli interventi dell’amministrazione francese riguardanti questa materia, il controllo sui prodotti dell’agricoltura era sicuramente il più significativo: infatti ci si rendeva ben conto come il controllo delle scorte alimentari e l’accertamento della loro sufficienza per le necessità della popolazione, potessero prevenire eventuali disordini che in passato si erano già verificati.

Innanzitutto erano sottoposte ad un controllo annuale le portate delle così dette “grasce”, ovvero il grano (nelle sue varietà), la segale, l’orzo, il granoturco, il miglio, la saggina e l’avena. L’importanza di attenti controlli sulla raccolta di questi cereali era dovuta sia alla loro essenzialità nell’alimentazione dell’epoca, sia al fatto che la Toscana tradizionalmente era incapace a produrne a sufficienza. A proposito di ciò Empoli non faceva eccezione, tanto che in una lettera inviata dal Fabbrini al prefetto il 6 novembre 1808[164] si legge che la produzione di grano nel territorio di Empoli per l’anno 1808 (pari a 47.342 staia) è insufficiente alle necessità della popolazione (ammontante a  83.295 staia per 9.255 abitanti), anche sommando al raccolto le scorte rimaste dall’anno precedente; per ovviare al deficit il Fabbrini propone l’utilizzo delle altre «granelle minute».

La raccolta dei dati delle «portate» presso i singoli proprietari e contadini[165] (ciò avveniva soprattutto nei mesi autunnali) veniva sollecitata dal sindaco tramite una serie di avvisi[166], con i quali i medesimi erano minacciati di multe in caso di reticenza[167]: infatti anche in queste raccolte di dati si verificava una certa resistenza a fornirli da parte degli agricoltori, fenomeno che andò peggiorando nel corso degli anni, tanto che per il 1811 il maire non fu in grado di dare numeri  attendibili[168].

Comunque, una volta raccolti i dati, questi venivano inviati al prefetto tramite delle tabelle in cui di ogni genere di granaglia era indicato il prodotto raccolto e quanto era stato seminato[169]. A partire dal luglio del 1813 si rese necessaria per i comuni del dipartimento dell’Arno la redazione di un Rapporto mensile sui prodotti dell’agricoltura[170]: in esso dovevano essere indicate delle osservazioni riguardanti ben diciannove prodotti, comprendenti la grasce, le vigne, i frumenti, gli ulivi, la canapa, il lino eccetera[171]. Tra questi prodotti non figurava stranamente il tabacco, del quale in passato l’amministrazione francese si era interessata: infatti il maire, rispondendo ad una richiesta del prefetto, scrive che al 3 marzo 1812 non vi sono nella comunità soggetti iscritti nel registro dei coltivatori di tabacco[172], indicazione confermata dagli elenchi dei permessi per la coltivazione del tabacco tra il 1811 e il 1813[173].

Comunque i dati di alcuni di questi diciannove prodotti (come il lino, la canapa o il frumento) prima del 1813 erano raccolti come per le grasce tramite rapporti annuali; particolarmente interessante, in quanto molto dettagliato,  risulta essere quello riguardante la coltivazione della canapa e del lino in Empoli nel 1811.

Da esso risulta che a Empoli vi fosse una modesta produzione di lino (pari a sei ettari coltivati per un totale di 24.000 stoppe annue), mentre quella della canapa era praticamente assente, essendo limitata a qualche «giardino» di privati. Inoltre vi si legge come la produzione del lino fosse fatta dai proprietari per il proprio uso privato, in quanto per il suo fabbisogno la popolazione della comunità dipendeva ancora dall’importazione, specie da Bologna[174].

Anche il bestiame era sottoposto a dei controlli, i quali, nelle intenzioni del governo, sarebbero serviti ad aumentarne il numero[175]; esso ad Empoli risultava particolarmente basso, poiché non vi erano dei veri e propri allevamenti: infatti gli animali erano prevalentemente usati per il lavoro nei campi e nel commercio, due attività definite «le basi fondamentali della prospera sussistenza» della popolazione empolese[176]. Le autorità locali affidarono la raccolta dei dati alle guardie campestri, le quali procedettero all’elencazione per popoli del bestiame[177]. I relativi totali vennero inviati al prefetto tramite apposite tabelle in cui gli animali erano divisi per età e sesso[178].

L’obbiettivo di aumentare il numero del bestiame locale fu in parte ottenuto, come si può rilevare dalla comparazione dei dati del 1809 con quelli del 1811, dai quali risulta un incremento delle bestie «cavalline» (passate da 132 capi a 231) e di quelle vaccine (aumentate da 1505 a 1802). In realtà l’allevamento e la pastorizia rimasero attività marginali nel panorama empolese dell’epoca: infatti l’aumento di alcuni capi di bestiame (non delle pecore per esempio), non fu dovuto alla nascita di allevamenti finalizzati alla vendita delle carni, come testimoniato dal numero costante degli animali macellati in Empoli tra il 1809 e il 1812[179].

Oltre a raccogliere i suddetti dati l’amministrazione centrale promosse alcune iniziative riguardanti nuovi tipi di colture: infatti già da prima dell’annessione all’Impero francese, la Toscana aveva preso parte al blocco continentale contro le merci inglesi, nonostante che un loro contrabbando continuasse tramite il porto di Livorno. Uno degli effetti di questo embargo commerciale fu il venir meno di certe merci provenienti dalle colonie inglesi come l’indaco e la canna da zucchero, la quale, per il decreto imperiale del 5/3/1811, sarebbe stata considerata un prodotto inglese fino al 1813[180]. Per ovviare alla loro mancanza il governo pensò di promuovere all’interno dell’Impero francese delle coltivazione alternative, come quelle della barbabietola e del guado, per favorire le quali ne mise gratuitamente a disposizione i semi[181].  A Empoli queste iniziative furono sostenute e ampiamente pubblicizzate dal sindaco[182], il quale si fece inviare da Firenze anche delle copie tradotte delle Istruzioni per ricavare lo zucchero dalle barbabietole[183], ma evidentemente senza grandi risultati poiché nello Stato dei prodotti dell’agricoltura dell’agosto del 1813, all’articolo XIV intitolato Barbabietole si legge: «questa sementa non ha dato mai verun grado di coltivazione»[184].  Un tentativo che invece ebbe un qualche risultato fu quello previsto dalla circolare del prefetto del 4/9/1810, riguardante le istruzioni  sulle modalità per estrarre sciroppo e zucchero dal mosto dell’uva: infatti in una notificazione datata 3/10/1810 il Busoni avverte i fabbricanti di sciroppo d’uva di informare le autorità circa le quantità di mosto adoperate nella lavorazione[185].

I risultati di questi primi esperimenti furono riferiti dal maire al prefetto in una lettera del 31 dicembre 1810, nella quale si legge che solo un certo Giugni è riuscito a ottenere centocinquanta libbre di zucchero, anche se altri si sono dimostrati interessati a ciò[186].

Un altro tipo di intervento, questa volta di iniziativa esclusivamente locale, riguardava i tempi della vendemmia: era infatti abitudine dei contadini anticipare la vendemmia a settembre per evitare il rischio di perdere il raccolto in caso di cattivo tempo in ottobre, ma facendo così si otteneva un vino di pessima qualità a causa della scorretta maturazione delle uve[187]. Per evitare questo inconveniente il sindaco tentò di imporre agli agricoltori il divieto di iniziare la vendemmia prima del 30 settembre[188], divieto che fu costretto immediatamente a ritirare a causa delle energiche proteste dei contadini[189].

Per concludere bisogna ricordare gli interventi dell’amministrazione francese per soccorrere quegli agricoltori che erano stati colpiti da disastri naturali: infatti a Empoli se ne verificarono alcuni[190], tra cui una violenta grandinata avvenuta il 21 giugno 1811[191], la quale distrusse molti raccolti dei contadini della zona.

Il governo reagì in un duplice modo: sia concedendo esenzioni dalle imposte per le vittime della grandinata, sia stanziando delle somme a titolo di risarcimento, per ottenere le quali il sindaco dovette inviare al prefetto uno stato dei danneggiati residenti nel comune, corredato dalle loro firme[192].

Nonostante la presenza di controlli da parte delle autorità, era sempre presente la possibilità che le scorte di grano della comunità improvvisamente si rivelassero insufficienti per il fabbisogno della popolazione.

Una prima crisi si ebbe nel 1810, quando per opera di alcuni incettatori[193] nel giro di due settimane si verificò un aumento del prezzo del grano venduto al mercato di ben  fr. 11,34 per ogni sacca; ciò causò una forte agitazione nella popolazione[194], la quale venne calmata solo con la punizione dei monopolisti e con la costituzione di un «deposito di sussistenza», per ovviare a eventuali mancanze di grano[195].

La crisi più grave si verificò nel 1812. Già nel maggio di quell’anno ci si rese conto della insufficienza delle scorte nei magazzini della mairie di Empoli e di altre comunità limitrofe, nonostante che dai rapporti sulle portate delle grasce dell’anno precedente queste fossero sembrate sufficienti[196]. Per rimediare a ciò il sindaco, memore dei fatti del 1810, propose innanzitutto di agire contro eventuali atti speculativi da parte dei mercanti locali[197] e successivamente di ripristinare le scorte adottando misure protezionistiche per il grano del dipartimento, importandolo parimenti dai dipartimenti vicini[198].

Queste misure si rivelarono un fallimento specialmente a causa del divieto delle esportazioni attuato nei dipartimenti del Mediterraneo e dell’Ombrone: l’unica soluzione rimasta era l’importazione dal Regno d’Italia[199],  per organizzare la quale il Busoni impegnò tutte le sue forze.  Innanzitutto si doveva considerare il fatto che i mercanti di grani del nord non arrivavano ad Empoli, ma lasciavano la loro merce a Firenze, più vicina da raggiungere e dove il prezzo del grano era più alto (fr. 41 l’ettolitro contro i fr. 39 di Empoli); quindi sarebbe stato necessario andare ad acquistare direttamente il grano nel Regno d’Italia, per il quale tra l’altro sarebbero serviti dei contanti (pari a lt. 5.000) che furono anticipati da alcuni dei più grandi possidenti empolesi[200]. Il costo del grano così arrivato a Empoli (comprendente le commissioni, il trasporto e il guadagno dei mercanti) sarebbe stato maggiore rispetto al prezzo stabilito dal prefetto, tanto che la differenza l’avrebbero coperta i possidenti tramite una apposita contribuzione[201]: questa, stabilita dal consiglio municipale nella seduta del 18 luglio 1812[202], ammontava a lt. 2.589, e sarebbe stata calcolata sulla base della massa estimale, moltiplicando per lt. 2,6,8 ogni fiorino di decima[203].

Stipulato quindi il contratto dal deputato Lami e dal mercante Amadeo Del Vivo (il quale prevedeva la consegna di tutta la merce, ammontante a 384 sacche, entro il 25 giugno), il Busoni si preoccupò anche dell’approvvigionamento delle comuni limitrofe (da cui temeva potessero nascere dei tumulti facilmente estendibili all’Empolese), invitandole ad adottare misure analoghe a quelle da lui prese[204], e ordinando al Del Vivo di acquistare del grano anche per loro[205].  Un atto molto grave venne però a turbare la serenità del Busoni: infatti durante uno dei trasporti di grano, effettuato dai mercanti Susini e Mugnaini, il sindaco di Fiesole, con l’aiuto delle sue guardie campestri, impose ai suddetti di lasciargli parte del carico (quarantaquattro sacche) le quali tra l’altro furono pagate solo in parte[206]. Il Busoni, infuriato per quello che riteneva un atto di brigantaggio, si rivolse al sotto prefetto per ottenere il completo pagamento del grano sottratto[207] e tramite la sua mediazione si ottenne un incontro tra i due sindaci presso la sotto prefettura di Firenze[208]. Nel corso dell’incontro il maire di Fiesole riconobbe le sue responsabilità e acconsentì a pagare le rimanenti lt. 589, debito che comunque al gennaio 1813 non aveva ancora soddisfatto[209].

 

LA COSCRIZIONE MILITARE E IL MANTENIMENTO DELLE TRUPPE DI PASSAGGIO 

Negli anni dell’annessione della Toscana all’Impero francese, quest’ultimo fu impegnato in una serie continua di conflitti, i quali videro coinvolti anche i cittadini toscani. Questi furono inquadrati principalmente all’interno di due formazioni, il 113° reggimento di linea e il 28° reggimento cacciatori a cavallo[210], le quali parteciparono a varie campagne come quella di Spagna, quella di Russia per concludere con quella di Francia del 1814[211]. La coscrizione fu lo strumento usato per sopperire al continuo salasso di vite umane richiesto dalla guerra, e fu sicuramente la più malvista delle innovazioni apportate dall’ordinamento francese, tanto che si moltiplicarono, come vedremo, gli espedienti per evitarla.

La mairie svolgeva un ruolo fondamentale nel sistema di reclutamento francese, in quanto gli erano affidate la quasi totalità delle sue fasi iniziali, le quali comprendevano la redazione delle liste dei coscritti, la loro estrazione ed infine il loro invio presso il deposito di Firenze da dove sarebbero stati smistati tra i vari reparti.

Il primo passo consisteva nella compilazione della Lista dei coscritti domiciliati nella Mairie, la quale veniva ordinata dal Prefetto sia in occasione della normale coscrizione[212], sia per quelle straordinarie come quella anticipata del 1814[213]. Alla redazione della suddetta lista erano tenuti il sindaco e gli aggiunti negli ultimi mesi dell’anno precedente a quello interessato dalla chiamata.

Il procedimento usato consisteva nel confrontare gli elenchi delle nascite (i così detti «battesimali») dell’anno interessato dalla leva (per esempio il 1792 per la leva del 1812) con delle «tabellette» riportanti il numero effettivo dei giovani domiciliati nei vari popoli della comunità. Queste erano redatte, per ordine del sindaco, dai parroci dei vari popoli[214], i quali dovevano indicare, oltre agli eventuali morti, quali soggetti nati nelle loro parrocchie si fossero trasferiti altrove e parimenti chi invece si fosse trasferito lì essendo nato in un altro luogo[215]. Con questi dati il maire provvedeva ad aggiornare la lista, mettendosi in contatto con gli altri sindaci, onde evitare il rischio di doppie iscrizioni[216]. Da questi confronti emergevano anche eventuali brogli fatti dai parroci, i quali spesso si “dimenticavano” di inserire nelle tabellette alcuni giovani[217]: in queste occasioni spesso toccava alle autorità intervenire per verificare l’effettivo numero dei giovani di leva, come accadde per il popolo di S.Maria a Ripa nel febbraio del 1813, quando il Busoni volle accertare di persona l’età esatta di tutti i giovani qui domiciliati compresi tra i quattordici ed i ventidue anni[218]. Nella lista dei coscritti venivano indicati vari dati, i quali comprendevano il nome e l’eventuale soprannome, la data ed il luogo di nascita, la statura (espressa in metri e in millimetri), il luogo di residenza, lo stato dei genitori (se morti o in vita), la professione e le osservazioni, nelle quali venivano riportate le eventuali malattie o infermità sofferte dal giovane[219]. Oltre a ciò il sindaco provvedeva anche ad informare i giovani sottoponibili alla leva di venirsi ad iscrivere volontariamente nella lista dei coscritti, contribuendo così a completarla qualora vi fosse stata qualche lacuna e parimenti li informava della possibilità di fare reclami contro la compilazione della lista presso il comune[220]. Per invogliare i giovani a presentarsi, gli eventuali assenteisti venivano minacciati di «perdere il beneficio della sorte» e di «marciar per primi»[221]: infatti una volta completata la lista si sarebbe provveduto all’estrazione a sorte dei coscritti chiamati a servire sotto le armi, procedura che ad Empoli si teneva presso i locali del teatro[222] o dell’ex convento di S.Stefano degli Agostiniani[223].

Era la prefettura a fornire annualmente il contingente di coscritti che ogni comune doveva fornire, calcolato non in base al numero dei nati in quell’anno ma in proporzione al numero totale degli abitanti[224]. E’ da notare che da questo potevano essere sottratti quei soggetti che si fossero offerti volontari[225]. All’estrazione dovevano partecipare tutti i coscritti, i quali comunque si potevano far rappresentare dal padre o da un fratello e ad ognuno veniva assegnato un numero. Sia prima che dopo questa estrazione si verificavano numerosi tentativi di evitare il servizio militare[226], la cui durezza e pericolosità ci viene confermata dal suo utilizzo da parte delle autorità come sistema correzionale per i malviventi[227]. Alcuni di questi espedienti per evitare il servizio militare erano leciti, come il trasferimento del domicilio presso una comunità più popolosa nella speranza di avere più possibilità di evitare la leva[228] o il servizio sostitutivo presso la «Banda militare di Empoli»[229]. L’espediente più usato rimaneva comunque la sostituzione[230]. Quest’ultima era uno strumento usato da quei giovani già estratti[231], i quali, appartenendo a famiglie con una certa disponibilità economica, si facevano sostituire da altri della stessa classe in cambio di una certa somma di denaro.

Questi cambi erano molto frequenti, in quanto non mancavano i disperati che in cambio di denaro erano disposti ad affrontare i rischi e le privazioni del servizio militare: un esempio di come si articolava un contratto di sostituzione, riguarda un certo Vignozzi che per la leva del 1812 sostituì il Piccini in cambio di 400 scudi, di cui 160 anticipati[232].

I metodi più comuni per evitare il servizio militare rimanevano quelli illeciti: infatti erano diffusissimi i casi di autolesionismo[233], e di denuncia di stati di malattia o di infermità fasulli[234], grazie ai quali si poteva beneficiare della “riforma” dal servizio militare, in cambio del pagamento di una certa somma di denaro proporzionale al proprio reddito[235]. Per questo motivo le autorità erano particolarmente vigili e procedevano a vari accertamenti dello stato di salute dei riformati[236], i quali, se in numero eccessivo, avrebbero aumentato il malcontento tra gli altri coscritti, spingendoli a divenire «refrattari»[237].

Il darsi alla macchia era l’ultimo e più drammatico tentativo di sottrarsi al servizio militare: infatti contro i così detti «coscritti refrattari» erano prese da parte delle autorità severissime misure[238], le quali comprendevano la «milizia perpetua» in caso di cattura, il carcere per quattro anni e una multa di fr. 500 per i loro familiari. Qualora il refrattario si fosse consegnato alle autorità, non sarebbe stato punito e il giovane estratto al suo posto non sarebbe stato chiamato alle armi[239].

Queste misure repressive miravano spesso a colpire i familiari del coscritto refrattario (tramite per esempio l’arresto di un parente[240] o lo stanziamento di soldati nella loro casa[241]), sia per ferirlo nei suoi affetti, sia perché i parenti sovente lo aiutavano nella sua latitanza. Contro i coscritti refrattari della zona e i disertori di passaggio venivano organizzate anche delle operazioni di polizia da parte della gendarmeria locale e delle guardie campestri[242], le quali occasionalmente erano coronate dal successo, come risulta dall’arresto avvenuto l’8 febbraio 1810 di un gruppo di otto coscritti refrattari guidati da un certo Del Rio, originario del dipartimento del Taro[243].

Oltre a queste misure repressive, si ricorreva, soprattutto da parte delle autorità locali, anche a misure di clemenza nei confronti dei soggetti più indigenti o bisognosi. Queste interessavano anche alcuni coscritti refrattari: alle famiglie dei più poveri infatti venivano risparmiati i sacrifici derivanti dall’alloggio dei soldati[244] e il pagamento delle multe, di cui si sarebbe fatta carico la comunità[245]. Anche nei confronti di quei cittadini che, essendo disertori, si erano successivamente costituiti, il Busoni dimostrò il massimo della disponibilità, come riferito in una lettera inviata al comandante del battaglione dei veliti di Firenze il 14 settembre 1813, nella quale lo invita ad essere indulgente nei riguardi dei tre coscritti empolesi accusati di diserzione: essi, afferma, si sono allontanati dal reparto solo per rivedere le proprie famiglie, intenzione testimoniata dal fatto che sono già rientrati nei ranghi[246].

Nonostante tutte queste misure, la renitenza alla leva rimaneva diffusa[247], anche se spesso i coscritti refrattari (quando non si votavano al banditismo o non trovavano l’appoggio della popolazione[248]) dopo un certo periodo di latitanza tendevano a consegnarsi alle autorità vinti dai disagi della vita all’aperto[249].

Infine tra i coscritti estratti veniva riservato un trattamento privilegiato a quanti avevano già un fratello sotto le armi[250] o risultavano avere completamente a carico il proprio nucleo familiare[251]: questi venivano indirizzati non ai reparti operativi (i cui depositi erano in Francia[252]) ma alla compagnia del dipartimento, un reparto stanziato a Firenze destinato  alla difesa territoriale, nel quale i rischi del servizio militare erano molto minori.

Per dare un poco di sollievo ai coscritti in partenza, il sindaco ogni anno organizzava una colletta a loro favore, raccogliendo i soldi soprattutto tra le famiglie degli altri coscritti non sorteggiati[253], tenendo presente che molto difficilmente, una volta arrivati al reggimento, sarebbe stato possibile inviargli del denaro, sia per le difficoltà di comunicazione, sia per il ladrocinio dei funzionari delle poste, soprattutto del Regno d’Italia[254].

Una volta completate le operazioni di estrazione e redatta la lista definitiva dei coscritti chiamati alle armi, questi venivano accompagnati a Firenze dal maire, per essere passati in rivista dalle autorità dipartimentali davanti Palazzo Vecchio[255], ed essere quindi assegnati ai reparti. Quindi per i coscritti (divisi in drappelli guidati da alcuni di loro) iniziava il viaggio di trasferimento verso il deposito di destinazione; durante le prime tappe potevano contare sulle raccomandazioni del Busoni affinché venissero ben accolti dalle autorità locali[256].

Il Decreto imperiale del 14/3/1812 aveva istituito un nuovo corpo militare, la guardia nazionale, con funzioni di difesa del suolo francese; ciò aveva comportato la necessità di richiamare i coscritti non estratti delle classi dal 1808 al 1812, affinché fossero sottoposti a questo nuovo arruolamento[257], il quale avrebbe seguito le stesse formalità della normale coscrizione[258].

Il contingente di coscritti che la comunità di Empoli dovette fornire fu di tre per anno, vale a dire il servizio immediato di quindici giovani appartenenti alle cinque classi richiamate. Questo numero venne aspramente contestato dal sindaco, il quale sosteneva che dovendo il dipartimento dell’Arno equipaggiare novantacinque reclute per l’86° coorte della guardia nazionale, facendo le opportune proporzioni, Empoli sarebbe stata tenuta a fornirne non tre ma un giovane l’anno[259].

In questa sede è opportuno ricordare che durante l’occupazione della Toscana da parte delle truppe napoletane nei primi mesi del 1814, fu istituita in tutti i comuni del dipartimento una guardia nazionale (molto diversa dalla precedente francese) per ordine del governo provvisorio, svolgente funzioni soprattutto di ordine pubblico[260].

La sua organizzazione in Empoli fu curata dai due deputati Salvagnoli e Romagnoli e al suo comando fu posto il colonnello Scarlatti, comandante della piazza di Empoli, il cui stipendio sarebbe stato a carico della comunità[261].

La guardia nazionale a Empoli era articolata su due compagnie, ognuna formata da centouno uomini, comandate dai capitani Ricci e Baruccini e i suoi servizi, per cui furono spesi tra i mesi di febbraio e aprile  fr. 1370,  comprendevano un «picchetto di cinque uomini e un Maggiore presso il palazzo della Comune per garantire il buon ordine», la scorta ai carcerati in trasferimento e il controllo dei militari di passaggio[262].

Oltre a queste due coscrizioni terrestri, il comune di Empoli era sottoposto (insieme ad altri comuni limitrofi bagnati dall’Arno) anche ad una coscrizione marittima, nella quale il servizio militare era particolarmente disagevole, come testimoniato dal fatto che l’arruolamento in marina veniva usato dal sindaco come misura di «alta polizia» contro alcuni dei malviventi più pericolosi della zona, tra cui anche Ranieri Corti (detto Nerone) uno dei malviventi più attivi nella zona[263].

Quest’ultima coscrizione parve a molti amministratori locali una esagerazione, e i sindaci della zona protestarono all’unisono davanti al prefetto e al sotto prefetto, sottolineando i disagi che la popolazione soffriva già per la normale coscrizione[264].

I coscritti non erano l’unico tipo di soldati che andavano a formare i ranghi delle armate napoleoniche: infatti vi erano dei reparti prestigiosi, l’entrata nei quali era selezionata, in quanto prestar servizio in questi sarebbe  stato un onore (almeno in teoria)[265]. Di due rimane traccia negli atti della mairie di Empoli, ovvero del battaglione dei veliti di Firenze e delle guardie d’onore, reparti entrambi aggregati alla famosa guardia imperiale.

Il battaglione dei veliti di Firenze fu costituito dal decreto imperiale del 28/3/1809 per fungere da guardia del corpo della granduchessa Elisa. I suoi ranghi erano formati da reclute, provenienti dai dipartimenti toscani, di almeno diciotto anni di età, dotate di particolari requisiti fisici e morali e appartenenti a famiglie agiate, mentre gli ufficiali e i sottufficiali provenivano dal reggimento dei “chasseur à pied” della vecchia guardia[266].

I requisiti per l’ammissione al battaglione dei veliti furono resi noti ai giovani empolesi con la notificazione del sindaco del 20 settembre 1810[267]: oltre alla statura di almeno 1 metro e 78 centimetri e ai certificati di buona condotta e di nascita, spiccava l’obbligo per le famiglie dei veliti di versare per due anni la somma di fr. 200 alla «cassa del Battaglione», cosa che rese piuttosto impopolare questo reparto, tanto che per le classi del 1810, 1811 e 1812 non si registra nessun soggetto abile nella comunità di Empoli[268]. Per poter aumentare il numero delle reclute disponibili, si cercò di attenuare gli adempimenti richiesti, in special modo si concesse l’esenzione dal pagamento dei fr. 200 per le famiglie dei veliti troppo povere per adempiervi[269]. Tale soluzione almeno a Empoli portò i suoi frutti: infatti della classe del 1814 risultavano essere tre i coscritti abili[270]. Le perdite subite da questo reparto durante la campagna di Russia[271] richiesero un sempre maggior numero di reclute per colmare i ranghi e come conseguenza si ebbe un abbassamento della qualità della truppa, come testimoniato dalla lettera del Busoni al prefetto del 7 luglio 1813 in cui chiede di inviare tra i veliti quei giovani «donnaioli e di disturbo alla famiglia e alla società» al posto di quelli che sono «di sostegno alle loro povere famiglie»[272].

La penuria delle casse dello stato unita alla necessità di nuovi soldati, furono i motivi che spinsero Napoleone a costituire con il decreto imperiale del 5/4/1813 quattro reggimenti di cavalleria (tutti stanziati in Francia ma composti principalmente da olandesi, italiani e belgi) nominati “gardes d’honneur”, la cui caratteristica era che le reclute dovevano fornire di tasca propria tutto l’equipaggiamento, in cambio dello status di “guardia imperiale” e della possibilità di far rapidamente carriera[273]. Questo requisito fu immediatamente sottolineato dal Busoni al momento dell’annuncio alla cittadinanza della loro costituzione avvenuto il 10 maggio 1813[274], nel quale però fu ricordata anche la possibilità di equipaggiare con offerte dei concittadini i volontari non abbienti: infatti a Empoli non risultava domiciliata nessuna delle «500 famiglie più imposte del Dipartimento» le quali avrebbero dovuto formare, nel progetto del governo, il serbatoio di reclutamento per questi cavalleggeri[275]. In realtà a Empoli nessuno si offrì volontario per questi reggimenti, tanto che il sindaco fu costretto a designarne due (il Tempesti e il Falagiani) per completare il contingente fissato per Empoli[276]. Le due guardie d’onore (inviate prima al deposito presso l’ex convento di S.Spirito a Firenze per essere equipaggiate, e successivamente al 3° reggimento delle gardes d’honneur di stanza a Tours[277]) furono finanziate tramite un’offerta volontaria dei cittadini di Empoli pari a fr. 2419[278], e lo stesso Busoni offrì una cauzione per l’acquisto di una cavalla dal fattore del Ridolfi, per poter montare il Tempesti[279].

Per la sua vicinanza ad importanti vie di comunicazione, e per il fatto di essere posta a metà strada tra le città più importanti della Toscana dell’epoca (Firenze, Pisa e Siena), Empoli era un punto di passaggio per i vari contingenti militari in trasferimento; ciò ci è ben testimoniato da uno Stato dei depositi di distribuzione del pane e di pernottamento posti sulla carta dei luoghi di tappa dell’Impero, nel Dipartimento dell’Arno redatto il 22 gennaio 1813, nel quale Empoli è indicata tra le «gites de logement seulement»[280]. Gli scaglioni di truppe che passavano per Empoli erano di varia grandezza e si andava dal singolo soldato in licenza allo squadrone di cavalleria al completo[281]. A queste truppe, il cui passaggio veniva registrato in appositi registri tenuti dal maire[282], secondo le leggi del 7/4/1791 e del 23/5/1792 gli abitanti erano tenuti a fornire dei generi di prima necessità e il pernottamento presso le proprie abitazioni.

Questo stato di cose portava a inevitabili attriti tra la popolazione e i militari, i quali per conto loro non cercavano minimamente di limitare i disagi dei loro ospiti, come testimoniato dal fatto che ad ogni loro passaggio si verificavano furti e aggressioni a danno della popolazione[283]. Tale comportamento causava diffidenza da parte dei cittadini nei loro confronti, specie verso certi reparti particolarmente famigerati, come il 1° reggimento straniero[284].

A simili disagi si aggiungeva il peso economico che gravava sulla comunità sotto forma di spese di pernottamento, trasporto e approvvigionamento, le quali causavano una forte discriminazione tra le comunità luogo di tappa delle truppe in trasferimento e quelle non interessate da questi spostamenti. Il problema venne affrontato dal commissario regio Pratesi (ex consigliere di prefettura) nel 1814: infatti in una sua lettera inviata al prone colmo il 12 giugno 1814, affermando la necessità di dividere proporzionalmente tra tutte le comuni del dipartimento le spese per le truppe di passaggio, usa l’esempio delle spese sostenute dalla mairie di Empoli tra il febbraio e l’aprile del 1814 per sostenere l’ingiustizia del sistema fino ad allora adottato[285].

A Empoli il passaggio di reparti di truppe in trasferimento si era avuto anche prima dell’annessione all’Impero francese, ma solo a partire dal 1808 esso diventò un grave problema sia per il numero elevato di soldati di passaggio, sia per la legislazione napoleonica, la quale imponeva l’obbligo ai cittadini di ospitare presso le proprie abitazioni queste truppe, a meno che presso di essi non vi fosse «nessun comodo»[286].

L’amministrazione comunale tentò immediatamente di ovviare a questo stato di cose: a tale scopo vennero nominati tre deputati del magistrato comunitativo (il Lami, il Chiarugi e il Busoni), i quali  proposero una soluzione alternativa, consistente nell’alloggiamento dei suddetti militari presso una caserma[287], adeguatamente rifornita di «paglia, legno, vino ed altro»; il mantenimento sarebbe stato garantito tramite una imposta ripartita in proporzione tra tutti gli abitanti[288]. Questo progetto venne approvato inizialmente dal generale Fiorella[289] il quale richiese al Fabbrini di verificare, tramite appositi deputati del magistrato comunitativo, l’ammontare delle future spese[290]. Purtroppo il progetto venne osteggiato dal commissario di guerra del dipartimento Mazade il quale contribuì al suo fallimento[291]. Il problema quindi rimase irrisolto anche nel corso del 1809[292] e i cittadini furono costretti a continuare ad ospitare i soldati presso le loro abitazioni[293]. Tuttavia il progetto di alloggiare i soldati in caserma non venne mai abbandonato[294] e lo stesso Busoni iniziò a verificare la possibilità di avere la disponibilità dei locali dell’ex convento di S.Stefano per questo scopo[295]: infatti un progetto più dettagliato del precedente venne riproposto al prefetto nel corso del 1810[296].

In particolare il regolamento stilato dal sindaco e dagli appositi deputati prevedeva l’alloggio dei «soldati e subalterni» presso una non ben precisata caserma, mentre gli ufficiali sarebbero stati alloggiati presso i cittadini, le cui abitazioni sarebbero state registrate in tre elenchi: il primo comprendente le case dei cittadini in grado di ospitare i soldati, il secondo comprendente le case prive di «comodo» ma non di famiglie miserabili, ed il terzo comprendente tutte le abitazioni destinabili all’alloggio delle truppe e usabili in caso si fosse verificato il passaggio di grossi corpi[297]. Per la fornitura di paglia e legna ai soldati alloggiati nella caserma (pari a quattro chilogrammi di paglia e uno o due di legna a testa), il regolamento prevedeva una gara d’appalto al minore offerente da tenersi il primo gennaio di ogni anno. Riguardo alle spese, ogni tre mesi se ne sarebbe effettuato un conto da parte del fornitore della caserma e da quei cittadini che avessero fornito l’alloggio, usando come riferimento il tariffario allegato[298]; quindi tutti i possidenti (anche non residenti ma con proprietà nella zona) avrebbero sopperito a ciò proporzionalmente a quanto da essi pagato l’anno precedente per le contribuzioni dirette[299].

I contribuenti inadempienti sarebbero stati soggetti all’obbligo di ospitare militari fino a concorrere con quanto dovuto[300].

Il suddetto progetto venne approvato dal prefetto il 7 settembre 1810[301] e immediatamente si provvide a individuare i locali più consoni a servire come caserma. Da tempo era noto che l’ex convento di S.Stefano degli Agostiniani sarebbe stata la migliore ubicazione, l’unico problema riguardava il fatto che la sua proprietà era passata al demanio. Comunque, una volta svanita la possibilità di ottenerne la concessione gratuita[302], venne stipulato con il demanio un contratto di affitto di detto edificio per nove anni[303]: il demanio avrebbe concesso la disponibilità dei locali e dei loro effetti (come le porte) alla comune affinché li adibisse ad uso di caserma[304] e parimenti avrebbe provveduto alle spese di straordinaria manutenzione[305], mentre la mairie si sarebbe occupata dell’allestimento dei locali (tramite per esempio dei letti) affinché fossero idonei a svolgere la loro funzione di caserma. Il canone pagato dal comune al demanio, fissato a fr. 620 annui, e le altre spese riguardanti la conduzione dei locali furono riportate nei successivi bilanci della comunità[306].

L’approvazione del regolamento stilato dal comune non risolse definitivamente i problemi: infatti l’imposizione approvata dal prefetto per le spese per il passaggio delle truppe si rivelò insufficiente allo scopo, tanto che il consiglio municipale nella seduta del 10 luglio 1812 approvò una doppia imposizione (da calcolare per gli anni 1810, 1811 e 1812) con cui si sarebbero estinti i debiti contratti[307] e che fu inviata al prefetto per ottenerne l’autorizzazione. Il prefetto rispose a questa richiesta contestando l’ammontare dell’imposizione calcolata dal percettore Fabbrini; sostenne che sarebbe stata sufficiente una imposizione di fr. 2.781 (pari agli effettivi debiti della mairie), evitando quei fr. 1.100 posti come riserva che per il prefetto avrebbero costituito un inutile aggravio per la popolazione[308].

Oltre a ciò gli stessi locali di S.Stefano si rivelarono insufficienti, tanto che occasionalmente fu concesso gratuitamente l’utilizzo dell’ex convento di S.Croce per far pernottare grossi contingenti giunti in paese all’improvviso[309], come quello di 240 uomini del 29° reggimento di linea arrivati a Empoli il 13 maggio 1811[310]. Sempre per migliorare la capienza e la comodità dei locali fu presentato dall’architetto comunale Bordi e dall’architetto del demanio, un progetto per il parziale rifacimento dei locali di S.Stefano, il quale tra l’altro prevedeva la realizzazione di una scuderia e di alcuni lavatoi, per un totale di spesa di fr. 798 i quali sarebbero stati divisi tra il comune e il demanio[311].

Nonostante questi tentativi di migliorare la situazione, nel corso del 1813 emerse la volontà da parte delle autorità dipartimentali di reintrodurre il vecchio sistema dell’alloggio dei militari presso le case degli abitanti. Il sindaco tentò di scoraggiare questo provvedimento, affermando lo scarso numero delle case disponibili nella comunità (solo venti)[312] e evidenziando il pericolo di diserzione tra i soldati ospitati in quanto soggetti al disfattismo dei cittadini, ma inutilmente, poiché lo stesso Busoni il 18 dicembre 1813 incaricò l’aggiunto Michel di redigere con imparzialità una nota delle famiglie che potevano ospitare i militari «oltre il loro comodo»[313], in cui oltre ad indicare l’eventuale numero di letti disponibili, si doveva distinguerli tra quelli per «uffiziali, bassi uffiziali e soldati»[314].

La reintroduzione del sistema dell’alloggiamento dei militari presso le case dei privati provocò un inevitabile malcontento nella popolazione, e alcuni proprietari di abitazioni scrissero direttamente al prefetto chiedendo delle esenzioni da questo servizio[315]. Ebbero come risposta che solo i poveri potevano esserne esentati, mentre gli altri come alternativa potevano convertire l’alloggio a loro richiesto in denaro[316].

I reparti militari di passaggio per Empoli necessitavano oltre ad un luogo dove pernottare, anche delle razioni alimentari e beni di altro genere ed inoltre spesso erano richiesti anche dei trasporti.

Già dal 1808 la camera delle comunità aveva inviato a tutte le comuni una serie di stampati riguardanti le regole da seguire per la fornitura di trasporti e viveri alle truppe di passaggio[317], i quali, pur essendo a carico del commissariato della guerra di Firenze, erano gestiti dalle singole comunità luogo di tappa[318].

Tutti i militari in trasferimento erano dotati di un così detto «foglio di rotta»: questo documento redatto dal comando militare, indicava il luogo e la data di partenza e di arrivo a destinazione dell’individuo, il quale a sua volta veniva identificato per nome, grado, reggimento e corpo di appartenenza; inoltre erano indicate le località ove avrebbe sostato e il numero di razioni spettanti[319].

Grazie ai dati riportati nel foglio di rotta si provvedevano a redigere presso ogni luogo di tappa dei «buoni» (indicanti la data, il luogo, il numero di uomini da approvvigionare e il numero e tipo di rifornimenti), con cui si sarebbero  ottenute le razioni spettanti al fornitore della mairie[320]. Con questi buoni il sindaco avrebbe ottenuto il rimborso delle spese sostenute per i rifornimenti dal commissario della guerra di firenze[321], altrimenti queste sarebbero rimaste a carico del comune.

I costi dei vari tipi di viveri e foraggi erano fissati dalle autorità dipartimentali (prima dalla camera delle comunità, poi dal prefetto), le quali provvedevano ad inviare apposite tabelle dei prezzi[322] e ad aggiornare quanto dovuto ai soldati[323]: infatti spesso si verificavano abusi da parte degli ufficiali dei reparti in transito, i quali ottenevano più di quanto spettante senza pagarlo[324], oppure non dividevano con i propri subalterni quanto acquistato con la cassa del reparto[325].

Gli abusi si verificavano anche da parte dei fornitori: infatti  Luigi Ventisette[326], incaricato di fornire sia i viveri che i trasporti ai militari di passaggio per Empoli, venne richiamato dal Busoni poiché truffava i barrocciai chiamati a trasportare i militari non in grado di camminare, pagandoli meno di quanto stabilito[327].

Il trasporto dei militari, come ho accennato, era gestito dal comune: esso riguardava sia il trasferimento dei militari detenuti sia di quelli non in grado di proseguire a piedi, i quali, per essere forniti di vettura, necessitavano di una visita medica attestante lo stato di infermità[328]. Il sindaco era tenuto a comunicare ogni tre mesi al fornitore generale  le note delle forniture dei trasporti di militari, e a inviarne i mandati di pagamento al commissario di guerra per ottenerne il rimborso, come previsto dagli articoli 55 e 56 del regolamento sui convogli militari del 9/12/1802[329].

 

 POLIZIA E ORDINE PUBBLICO 

A livello locale, il mantenimento dell’ordine pubblico era garantito dal sindaco, il quale tra le sue varie funzioni svolgeva anche quella di commissario di polizia nei comuni che non ne avevano uno appositamente nominato dal governo[330]. A Empoli questa funzione venne presto delegata dal Busoni all’aggiunto Tempesti (specie per quegli atti di minore importanza come la redazione dei verbali delle testimonianze) anche se non completamente: infatti il sindaco continuò a compiere tutte le attività di polizia spettanti  (comprese quelle di alta polizia, di polizia giudiziaria, l’invio dei rapporti al Sotto prefetto eccetera) fino al 1814, utilizzando, quando necessario, le forze dell’ordine presenti, ovvero la guardia campestre e la gendarmeria.

A Empoli, come nelle altre comunità del dipartimento, venne istituita nel 1808 una brigata di gendarmeria, al cui comando sarebbe stato posto un ufficiale o sottufficiale. Il suo compito consisteva nel «mantenimento del buon ordine» per cui «tutti i delitti che si commettono devono pervenire a notizia della Gendarmeria»[331]. Il mantenimento di questa forza di polizia (comprendente vitto, foraggio per i cavalli eccetera) era per due terzi a carico del tesoro mentre un terzo ricadeva sul comune[332], come tra l’altro il mantenimento annuo del commissario di polizia le cui funzioni a Empoli erano svolte dal Busoni[333]. Per l’alloggio della suddetta «brigata a cavallo», si era pensato di destinarvi parte dei locali dell’ex convento di S.Stefano degli Agostiniani, il quale però non risultò immediatamente disponibile per la necessità di farvi dei lavori di ristrutturazione[334] (ammontanti a fr. 883[335]). Pertanto temporaneamente i gendarmi furono ospitati in una casa in Empoli di proprietà della famiglia Orlandini[336]. Una volta terminati i lavori, venne stipulato un contratto di affitto con il demanio per i suddetti locali, il quale venne debitamente approvato dal prefetto il 31 maggio 1811, essendo il suo canone a carico del dipartimento[337]. Nel reclutamento degli uomini che sarebbero andati a costituire i ranghi della gendarmeria, il governo francese utilizzò individui già collaudati sotto il governo precedente[338], soluzione che non garantì, almeno a Empoli, un buon servizio da parte loro: infatti all’inizio del 1809 il Busoni richiese in maniera insistente al prefetto e al luogotenente della gendarmeria della Toscana, Bulla, di sostituire l’attuale brigadiere della gendarmeria di Empoli[339]. Alla sua imperizia imputava una serie di inconvenienti, come l’essere stato costretto a collocare presso le case dei coscritti refrattari dei soldati, quando ciò si poteva evitare con una loro ricerca più attenta da parte della gendarmeria[340]. Evidentemente queste proteste erano fondate, poiché il luogotenente Bulla scrisse al sindaco il 20 giugno 1809 promettendogli di sostituire l’attuale brigadiere con uno «più intelligente»[341].

La professione di guardia campestre era considerata all’epoca un'”arte” alla stesso modo di quella di calzolaio, rigattiere eccetera: per questo motivo per poterla esercitare era necessario fornirsi di patente, e con questa i propri servigi potevano essere resi indifferentemente a privati o al governo[342].

Il decreto della giunta del 7/1/1809 imponeva a tutte le comunità di dotarsi di un reparto di guardie campestri da affiancare alla gendarmeria per provvedere alle necessità di polizia a livello locale[343]. La spesa per il loro stipendio era completamente a carico della mairie tanto che era inserita nella voce del bilancio «spese del Bureau», anche se il fatto che svolgessero una funzione assimilabile a quella della gendarmeria spinse il consiglio municipale a richiederne l’esclusione dalle «spese del Bureau»[344].

Il consiglio municipale procedette alla nomina delle due guardie campestri (Vincenzo Sapori e Francesco Bernardi) nella seduta del 17 marzo 1809[345], mentre il loro giuramento «di fedeltà all’Imperatore e di obbedienza alle leggi» si tenne il 12 aprile 1810 dinanzi al giudice di pace[346].

L’attività delle guardie campestri non era comunque esemplare: infatti, nonostante il loro utilizzo sia nel controllo del territorio, sia nella redazione di rapporti commissionati dal consiglio municipale[347], la loro attendibilità era molto discutibile come ben dimostrato dal mancato perseguimento per mancanza di prove[348] dei due fratelli Vogani e del Fuligniati. Essi erano responsabili, a detta di due guardie campestri, di offese e minacce nei loro confronti[349], ma non furono perseguiti in quanto la loro testimonianza era apparsa priva di veridicità[350]. Questo problema evidentemente riguardava non solo il comune di Empoli, se è vero che nel settembre del 1812 il sotto prefetto richiese il parere del Busoni su un progetto per ristrutturare l’organizzazione delle guardie campestri, al fine di migliorarne l’efficacia con controlli più rigidi. La riorganizzazione comprendeva l’istituzione di un corpo delle guardie campestri per ogni sotto prefettura con a capo una “guardia generale” la quale rispondesse direttamente al sotto prefetto, mentre in ogni cantone (come Empoli) si sarebbe costituita una brigata con a capo un brigadiere che avrebbe risposto dell’operato dei suoi sottoposti alla guardia generale[351].

La risposta data dal sindaco testimonia una certa disillusione nei confronti di questo tentativo di limitare gli abusi e il cattivo comportamento delle guardie campestri: infatti, pur affermando la bontà in teoria di questo progetto, il Busoni sottolinea come in pratica il brigadiere, collocato nel capoluogo del cantone (per esempio Empoli), difficilmente avrebbe potuto controllare le guardie dislocate negli altri comuni facenti parte dello stesso (come Montelupo nel caso del cantone di Empoli[352]).

Infine si deve ricordare che nel febbraio del 1814 venne costituita a Empoli una guardia pubblica, al cui comando era posto il sindaco, avente il difficile compito di evitare soprusi e violenze frequenti in quei turbolenti giorni[353].

A Empoli, come presso tutte le comunità, vi era un «deposito di sicurezza» (ovvero un carcere), il quale era gestito dal comune, anche se la copertura finanziaria era solo parzialmente a suo carico: infatti alla mairie spettava il mantenimento dei locali  e il pagamento del trattamento del custode del carcere, mentre le spese per le visite sanitarie o per il trasferimento dei detenuti erano a carico del dipartimento[354] e gli si applicavano le stesse norme che regolavano il trasporto dei militari[355].

Riguardo al mantenimento dei detenuti, inizialmente ogni comunità provvedeva ai carcerati domiciliati nel suo territorio[356], mentre successivamente anche questa spesa venne coperta dalla prefettura[357], la quale riceveva uno stato mensile delle forniture ottenute dai carcerati[358]. Parimenti, ma per ragioni completamente diverse, veniva inviato ogni mese al prefetto uno Stato e situazione dei prigioni della casa di Empoli, in cui di ogni carcerato veniva indicato il reato commesso, l’autorità che lo aveva incarcerato, i giorni di condanna ancora da trascorrere e quelli già trascorsi[359]. I detenuti erano sottoposti ai medesimi controlli anche una volta liberati: infatti il sindaco era tenuto periodicamente a inviare al prefetto uno Stato dei forzati liberati domiciliati nella mairie (obbligati come abbiamo già visto a scegliersi un domicilio fisso) e di ognuno di questi veniva indicata la data di arrivo nel comune, i dati della lettera del prefetto con cui si autorizzava la scelta del luogo di domicilio e la loro condotta[360].

I locali presso cui era situato il deposito di sicurezza a Empoli erano situati nel Palazzo Pretorio, un edificio di proprietà del comune. Il carceriere venne nominato dal consiglio comunale nella persona di Antonio Bertini durante la seduta del 4 dicembre 1809, in cui fu previsto anche il suo stipendio annuo pari a fr. 350[361]: infatti fino ad allora il Bertini aveva ricoperto tale funzione in qualità di messo ed in quanto tale non gli era stato riconosciuto nessun onorario specifico[362]. Il suddetto Bertini venne rimosso da tale incarico nel 1811 in quanto ritenuto responsabile dell’evasione di Ranieri Corti e di Giuseppe Pancani avvenuta nel novembre del 1811[363] e per questo motivo venne pure arrestato[364]. Nonostante le affermazioni di innocenza del Bertini non fossero del tutto infondate[365], questi venne sostituito da Giovanni Cardini eletto carceriere nella seduta del consiglio del 24 novembre 1811[366], e confermato nel ruolo dal prefetto[367]. Per poter concorrere a tale incarico il Cardini, come gli altri tre candidati (Santini, Morgeri e Lazzeri), dovette consegnare al sindaco un certificato di buona condotta redatto dal sindaco del comune presso cui era domiciliato (Livorno) e un certificato dimostrante l’assenza di condanne a suo carico redatto dalla cancelleria del tribunale di primo grado di Livorno[368], documenti che, a seguito della sua morte, dovette esibire anche il suo sostituto Luigi Cardini, eletto dal consiglio municipale il 7 gennaio 1813[369].

Riguardo alle attività di polizia e di mantenimento dell’ordine pubblico si deve tener presente che Empoli, pur essendo un comune di dimensioni medio/piccole posto molto lontano da Parigi, faceva comunque parte di un Impero quasi costantemente in guerra contro le altre potenze europee e quindi impegnato anche nella attività di spionaggio e controspionaggio. A proposito anche Empoli venne ritenuta un possibile centro dell'”intelligence” inglese se è vero che per ordine del decreto imperiale del 16/4/1809, si chiese al sindaco quanti cittadini empolesi fossero al servizio di potenze straniere e da quanto tempo[370]. Altre comunicazioni riguardavano specificatamente la lotta allo spionaggio, come la notizia data al sindaco dal sotto prefetto nel maggio del 1813, riguardante lo sbarco sul territorio francese dell’agente inglese John Ray (detto «Petit»), di cui vengono dati i connotati affinché venga arrestato[371]. Questi provvedimenti (forse eccessivi per il comune di Empoli) facevano parte del tentativo più generale del governo imperiale di contrastare gli agitatori locali e gli antifrancesi che tanto si temevano dopo l’esperienza della precedente occupazione: infatti in una lettera inviata dal prefetto al maire in data 10 marzo 1809 si richiede al Busoni di fornire al prefetto una lista dei nomi di quei cittadini con opinioni politiche contrarie al governo, e se presenti di farli sorvegliare[372]. Altri documenti che ci mostrano come Empoli facesse parte del grande Impero napoleonico sono gli stampati del ministro della polizia generale riguardanti le richieste di arresto di vari soggetti, di ogni nazionalità e macchiatisi di ogni tipo di reato, i quali venivano inviati periodicamente a tutte le comunità dell’Impero[373]. Comunque le attività riguardanti l’ordine pubblico svolte in Empoli erano quelle tipiche di un paese di provincia: infatti il Busoni, appena entrato in carica, emanò una serie di decreti con cui rese subito chiare le sue intenzioni di mantenere il buon ordine nella mairie. Tra questi provvedimenti, oltre a quelli già ricordati riguardanti la circolazione stradale e il gioco del pallone[374], si deve ricordare il decreto del sindaco del 16/2/1809 con cui stabilì la chiusura delle osterie e dei locali pubblici (come i biliardi) alle ore dieci di sera e il divieto del gioco d’azzardo, delle risse e delle corse in strada dei cavalli[375]. Il sindaco era pure fortemente impegnato nel perseguire i reati compiuti nel territorio del comune. Essi riguardavano soprattutto casi di furto, magari di piccola entità e riguardanti alimenti o vestiario[376], il cui aumento, anche a Empoli[377], stava sicuramente a dimostrare un progressivo impoverimento della popolazione. Non mancano comunque avvenimenti più drammatici come rapine[378] e omicidi[379], i quali vennero commessi soprattutto da un ristretto numero di malviventi divisi in due bande note come quella dei «facinorosi di Pagnana» (dal fatto che i suoi appartenenti fossero quasi tutti originari di quel popolo anche se si nascondevano nella zona di Cerbaiola) e quella dei «facinorosi del Barco» (che prendeva il nome dalla zona boscosa dove si rifugiavano)[380]. Queste due bande (capeggiate dal già citato Ranieri Corti detto “Nerone” e da Pasquale Mancini detto “Brucino”) infestavano non solo il territorio di Empoli ma anche quello dei comuni limitrofi[381] e contro di loro si impegnarono le forze dell’ordine locali in numerose battute[382] per lo più infruttuose, vista la facilità con cui riuscivano a nascondersi nella zona.

Per cercare di rendere loro difficile la latitanza si colpivano le famiglie dei malfattori tramite l’alloggio dei militari e si cercava di ridurre i luoghi di rifugio, come testimoniato da un editto del sindaco datato 25/10/1810[383] con cui si impone ai contadini di eliminare i capanni nei mesi in cui non sono necessari perché vengono usati come rifugio dai malviventi e parimenti si invita a non ospitare presso la propria casa chi non si conosce, la cui presenza comunque deve essere denunciata alla gendarmeria[384]. Nei confronti dei sospetti venivano adottate anche misure di polizia preventive, come l’obbligo di presentarsi settimanalmente presso il commissario di polizia e rendere conto di quanto fatto negli ultimi giorni, misura che fu presa nei confronti di otto soggetti sospettati di furti e omicidi[385].

Di tutte queste attività di polizia veniva inviato dal sindaco alla prefettura un resoconto settimanale, in cui venivano elencati i provvedimenti adottati in ordine cronologico, soprattutto arresti di forestieri trovati privi di passaporto[386].

Sul finire del 1813, in conseguenza del collasso subito dall’Impero francese a seguito dell’offensiva alleata culminata con la battaglia di Lipsia avvenuta il 19 ottobre 1813, si iniziarono a diffondere una serie di notizie allarmistiche circa una prossima invasione della Toscana da parte delle truppe alleate[387] le quali andarono ad incrementare l’agitazione della popolazione già alta per l’aumento delle tasse appena verificatosi. Per timore di una rivolta il governo, dopo aver ottenuto una conferma di fedeltà da parte degli amministratori locali[388], invitò i sindaci ad aumentare la vigilanza sui facinorosi e a predicare la calma al popolo, provvedimenti che il Busoni eseguì prontamente[389], per esempio costituendo a Empoli la già citata guardia pubblica  e cercando di rassicurare i sindaci vicini[390].

In definitiva, grazie anche a questi interventi, la situazione a Empoli rimase piuttosto tranquilla[391], tanto che non ho rinvenuto nessun avvenimento violento nel periodo di passaggio della Toscana dall’Impero francese alla fase governo provvisorio e poi al restaurato governo lorenese: ciò è confermato dal fatto che gli elenchi dei cittadini empolesi sottoposti a misure di polizia richiesti dal sotto prefetto nel maggio del 1814 non includono soggetti colpevoli di reati commessi di recente e collegabili a rivolte o sommosse. Questi documenti comprendono solo i nomi dei soliti malviventi comuni (per esempio i fratelli Corti, lo Scali e il Carmignani facenti parte dei così detti «facinorosi di Pagnana»)[392].

 

CONCLUSIONI

Volendo tirare le somme del lavoro da me svolto, posso affermare che sono emersi vari aspetti interessanti sul come venisse amministrata la comunità di Empoli sotto l’ordinamento napoleonico. Innanzitutto salta agli occhi il vasto ambito di competenze dell’amministrazione comunale, le quali andavano dalla gestione dell’ordine pubblico alla viabilità, l’edilizia, il  commercio eccetera. Si deve ricordare come in tutti questi ambiti il comune era almeno formalmente sottoposto alle decisioni degli organi superiori, cosa testimoniata dalla fitta corrispondenza con la prefettura e la sotto prefettura, autorità che vengono interpellate anche per le decisioni di minor rilevanza. In realtà dagli stessi atti emerge il fatto che gli amministratori locali, il sindaco in particolar modo, riuscivano in maniera più o meno ufficiale a influenzare l’amministrazione della comunità con le proprie iniziative: per esempio la creazione del nucleo dell’odierna biblioteca comunale di Empoli si deve allo zelo che il Busoni mise nel difendere i libri dei conventi soppressi dalle mire del ricevitore del demanio che ne chiedeva l’alienazione.

Il sindaco e gli altri organi dell’amministrazione locale si impegnarono direttamente e in prima persona anche nell’assistenza nei confronti della popolazione più povera, adottando nel fare ciò gli indirizzi di natura paternalistica dettati dall’ordinamento napoleonico: infatti mentre veniva fornita dell’assistenza materiale ai più bisognosi sotto forma di elemosine e distribuzioni gratuite di pane, parimenti gli stessi si sottoponevano ad attenti controlli da parte della polizia, temendo a ragione che tra essi potesse sorgere un nuovo moto antifrancese. A dire il vero il Busoni anche in questo ambito cercò di tutelare i propri concittadini dai rigori della legislazione imperiale minimizzando le infrazioni meno gravi e chiedendo clemenza per i rei. L’amministrazione comunale si prese cura anche della salute dei cittadini sia aderendo a iniziative governative come la vaccinazione contro il vaiolo, sia adottando misure a livello locale come la demolizione di edifici fatiscenti e la regolamentazione di attività inquinanti (per esempio la lavorazione dei pellami). Riguardo ai rapporti tra gli stessi organi comunali si può osservare una quasi totale convergenza di pareri nelle decisioni sottoposte all’amministrazione comunale. Ciò si può spiegare con il fatto che i membri di questi organi erano tutti della medesima estrazione sociale e che quindi i loro rispettivi interessi e mentalità erano più omogenei di quanto lo siano nelle controparti attuali.  In definitiva dagli atti consultati emerge il fatto che il sindaco e il consiglio municipale cercarono di promuovere gli aspetti dell’ordinamento francese più favorevoli alla cittadinanza, mitigandone quelli più impopolari. Ciò non significa che l’amministrazione empolese non abbia sottoposto i propri concittadini alle privazioni derivanti dalle nuove norme, come quelle riguardanti il duro regime fiscale e quelle causate dalla coscrizione militare. Nella memoria storica locale sono rimasti più vivi questi ultimi aspetti negativi dell’annessione all’Impero francese, tanto che questo periodo storico è stato posto in uno stato di oblio che non rende merito alle importanti innovazioni allora introdotte e che tutt’oggi producono i loro effetti.

 

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NOTE E RIFERIMENTI:

[1] G.PANSINI, L’amministrazione nella toscana napoleonica, in La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica, a cura di I. TOGNARINI, Napoli, E.S.I., 1985, p. 568

[2] Come riportato in uno stampato datato 30/1171812 inviato dal «Gran Maitre de l’Universitè Imperial» al prefetto, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 452.

[3] La sua idoneità a svolgere la funzione di maestro viene riconfermata dall’università di Pisa il 25/1/1813, come riportato nella notificazione alla cittadinanza datata 20/2/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 169. Inoltre il Fulignati risulta collocato al numero d’ordine 11 dello Stato nominativo degli insegnanti primari che sono stati autorizzati all’insegnamento pubblico nel Dipartimento dell’Arno, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 452.

[4] Si veda il bilancio 2009, ASCE, Mairie di Empoli, f. 136.

[5] Come spiegato in una lettera del prefetto al maire datata 10/11/1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 108.

[6] Pari rispettivamente a fr. 331 e fr. 200, come dal bilancio del 1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 143.

[7] Vedi due lettere datate 11/12/1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 484.

[8] Deliberato nella seduta del consiglio municipale del 29/11/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[9] Come testimoniato dalla lettera inviata dal sotto prefetto al prefetto in data 24/10/1812, nella quale per rendere più accettabile la richiesta del Busoni, si propone la concessione gratuita non dell’ex convento di S.Stefano, ma di quello di S.Croce, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 484.

[10] Solo nel 1810 fu istituita con decreto di sua altezza imperiale Ferdinando III una scuola pubblica nei locali di S.Stefano, dotata di tre maestri e un rettore, cfr. L.Lazzeri, Storia di Empoli, Bologna, Attesa, 1979, pp. 89 – 90.

[11] ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. V.

[12] Costituito presso il convento della S.S.Annunziata per ordine del granduca Pietro Leopoldo nel 1785 e tuttora esistente, come riferito in una lettera del sindaco al prefetto datata 28/10/1810, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 463.

[13] Il convento era inserito nell’Indice alfabetico delle corporazioni religiose soppresse dal Governo francese, in cui vengono indicate anche le date di nascita e di soppressione del suddetto (1621 – 1808), ASF, Fondo N/139.

[14] Cfr. lettera del maire al prefetto del 16/12/1811, nella quale si parla della sua opposizione alla richiesta del ricevitore capo del demanio di far stimare i beni del suddetto convento, per procedere poi alla vendita, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2426.

[15] Per esempio quelle datate 29/9/1810 e 10/10/1810, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 463.

[16] E’ da notare come il loro stipendio, pari a fr. 382 annui, fosse ripartito tra l’eredità Del Papa, l’opera di S.Andrea e la mairie, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127, n. 4.

[17] Queste consistevano in dei posti presso il «pensionato dell’Accademia Pisana», previsti da dei legati della suddetta eredità rogata in Firenze il 30/1/1734 dal notaio Civinini, come riportato in un estratto della seduta del consiglio dell’accademia pisana del 15/4/1814 riguardante l’attribuzione di un posto ad un certo Dazzi, ivi, f. 137, fascicolo VII.

[18] Si veda l’avviso del sindaco del 5/8/1813, ivi, f. 124, n. 177.

[19] Ivi, f. 134, n. 3231.

[20] Lettera del 16/5/1811 inviata dal sotto prefetto al sindaco, contenente l’invito ai cittadini ad iscriversi nelle tre scuole militari e gli stampati dei loro regolamenti, ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fascicolo I.

[21] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[22] La cui nascita fino ad oggi veniva fatta risalire alla donazione a favore della comunità della libreria del prelato Giovanni Marchetti, effettuata nel 1820, cfr. Lazzeri, Storia cit., p.90.

[23] Lettera inviata dal direttore del registro dei demani al sindaco in data 1/1/1811, ivi, f. 142, fascicolo I.

[24] Per esempio l’inventario dei beni dell’ex convento dei minori osservanti di S.Maria a Ripa, redatto il 15/10/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 142, fascicolo I.

[25] In occasione dell’«espurgazione dei libri contrari alle massime del clero Gallicano», nel novembre del 1811 fu redatto dall’aggiunto Michel un elenco di ventiquattro libri «scelti per commissione dell’arte» appartenenti alla libreria dell’ex convento di S.Maria a Ripa, tra cui cito una copia del Purgatorio di Dante Alighieri stampata dal Della Magna, ibidem.

[26] Avvenuta per la custodia delle librerie degli ex conventi di S.Stefano, di S.Simone e Giuda. Di S.Giovanni in Pantaneto e di S.Maria a Ripa e effettuata durante la seduta del consiglio del 18/5/1811, ivi, f. 127.

[27] Deciso nella seduta del 24/5/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[28] Lettera del sindaco indirizzata in data 16/12/1811 al prefetto, in cui lamenta questa insistenza, ivi, f. 133, n. 2427.

[29] Ibidem, n. 2307.

[30] Lettera indirizzata dal sindaco alla commissione delle arti e delle scienze di Firenze in data 25/7/1812, circa la necessità di redigere un catalogo dei libri dei conventi soppressi di Empoli,  ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2755.

[31] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 484, fascicolo XVI.

[32] Anche perché nel Copia lettere del comune composto dalle filze 132, 133 e 134 non è documentato il periodo in cui questa notizia arrivò ad Empoli (ovvero tra il 14/10/1812 e il 31/12/1812),  ASCE, Mairie di Empoli.

[33] Ovvero R.C.PROTOPISANI, Il Pontormo: restauro e ricollocazione dei “Santi” della Chiesa di San Michele a Pontorme, Empoli, Comune di Empoli, 1986 e A.MATTEOLI, Ludovico Cardi – Cigoli pittore e architetto, Catalogo delle opere, Pisa, Giardini Editori, 1980, p. 213.

[34] Basti pensare al passaggio dei registri dello stato civile dal 1781 al 1812 (riguardanti nascite, morti e matrimoni) dai parroci all’amministrazione dipartimentale, i cui processi verbali riguardanti i popoli empolesi sono conservati nella filza 163, ASCE, Mairie di Empoli.

[35] Ad esempio l’individuazione dei giovani da sottoporre alla coscrizione.

[36] A proposito si veda un avviso ai cittadini del 4/1/1814 riguardante un imminente «nuovo ordine», in cui il sindaco invita la popolazione a seguire l’esempio dei parroci onde evitare disordini come quello del 1799, ivi, f. 125, n. 1.

[37] Una testimonianza è data da una lettera inviata dal tenente della gendarmeria, Bulla, al sindaco in data 27/6/1809, con cui invita il Busoni a controllare quei sacerdoti della zona «che continuano a parlar male del Governo e delle autorità», minacciandoli con l’esilio all’Elba, la cui adozione sarebbe particolarmente facile essendo costoro «già sulla strada», ivi, f. 165, fascicolo I.

[38] In una Nota dei comunelli del Circondario della comunità di Empoli (probabilmente del 1812), il territorio empolese è diviso in diciotto priorie, cui si aggiunge una pieve (di S.Giovanni a Monterappoli) e una propositura (di S.Andrea), ASCE, Mairie di Empoli,, f. 165, fascicolo Grani e altro.

[39] Cfr. G.LASTRAIOLI, Vandea in Valdarno: il «Viva Maria»a Empoli  nel diario inedito di un testimone e nei documenti dell’archivio comunale, «BSE», XXIV – XXVI (1980-1982), 7-12, p. 295.

[40] Infatti «…fecero vedere (al popolo) i gravi danni che resterebbero nati con l’esterminio della Patria e delle Famiglie…», come riportato alla pagina 5 del manoscritto del Righi intitolato Storia Patria, conservato nella Biblioteca Moreniana, fondo Palagi, n. 54.

[41] Per esempio era membro del bureau di beneficenza, come risulta dal verbale dell’installazione dei membri del bureau il 16/4/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 136, fascicolo II.

[42] Fece cantare un Te Deum in tutte le chiese di Empoli in occasione dell’entrata a Vienna di Napoleone, coem riportato in una sua lettera inviata al Busoni il 31/5/1809, ivi, f. 140, fascicolo III.

[43] Cfr. G.LASTRAIOLI, Il Proposto che disubbidì a Napoleone, «B.S.E», XL (1996), 13, p. 266. In questo saggio sono state trascritte anche alcune lettere riguardanti lo scontro epistolare tra il Del Bianco e l’arcivescovo Osmond.

[44] Avvenuto «Nella sera di Pasqua, che fu il 14 Aprile 1811…», LAZZERI, Storia cit., p. 82.

[45] Lettera del sindaco dell’8/2/1813, inviata per conto del clero locale e della cittadinanza, in cui auspica il «recupero» del Del Bianco, ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3080.

[46]Lettera inviata dal sindaco il 15/5/1813, nella quale si auspica tra l’altro la mediazione della granduchessa, ibidem, . 3208.

[47] Precisamente quelli dell’1/4/1814, del 3/4/1814 e del 24/4/1814, ASCE, Mairie di Empoli, f. 125, nn. 7, 9, 16.

[48] Avvenuto il 30/4/1814, come riportato in LAZZARI, Storia cit., p.82.

[49] Divenuto famoso per il Saggio critico sopra la storia ecclesiastica del signor Abate Claudio Fleury stampato a Roma nel 1780, con il quale contestava le tesi gianseniste del Fleury difendendo l’autorità della Santa Sede, LAZZERI, Storia cit., pp. 251-252; per una biografia completa arricchita dalla trascrizione di alcune lettere dello stesso Marchetti e fornita dell’elenco delle opere edite ed inedite si veda L.DELLA FANTERIA, Biografia di Monsignor Giovanni Marchetti Arcivescovo di Ancira, in Continuazione delle memorie di religione, di morale e di letteratura, Modena, Reale tipografia eredi Soliani, 1836, tomo V, pp. 257 – 303.

[50] Tra gli atti della mairie ho trovato testimonianza di almeno due mandati di arresto: di uno ordinato dalla granduchessa viene data notizia dal sindaco al prefetto con una lettera datata 1273/1809, ASCE, Mairie di Empoli, f. 132; dell’altro ho rinvenuto la richiesta di arresto inviata dal tenente della gendarmeria Bulla ai sindaci di Empoli e Vinci in data 9/5/1810, ivi, f. 129, fascicoletto  Arresto Marchetti

[51] Lettera indirizzata dal Busoni al direttore generale della polizia in data 9/7/1812, nella quale gli comunica il cambiamento di residenza del Marchetti (dovuto alle precarie condizioni di salute) presso una villa di campagna a Cerbaiola di proprietà del Ricci, ivi, f. 133, n. 2727.

[52] Lettera del sindaco al brigadiere della gendarmeria del 12/3/1809, ivi, f. 132.

[53] Ad esempio, nella lettera del sindaco al direttore della polizia del 6/12/1813 si tratta delle minacce fatte al Busoni dall’ex religioso Ricci per il suo cattivo comportamento: questo si discolpa affermando di aver sempre predicato «tranquillità e la sottomissione al Sovrano», ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3263

[54] Si veda una lettera inviata dal sindaco al direttore generale della polizia in data 10/1/1814, nella quale si parla del passaggio per Empoli di un gruppo di cinque ecclesiastici (provenienti da Spoleto e Viterbo) destinati alla deportazione all’isola d’Elba o in Corsica, ibidem, n. 3310.

[55] Un idea la si può avere da una lettera inviata dal sindaco di Montelupo al prefetto, in cui comunica i disordini avvenuti nel popolo di Samminiatello a causa della nomina del nuovo parroco avvenuta con decreto imperiale. Questa lettera si trova in una filza rilegata intitolata Copia lettere del 1810 e riguardante la mairie di Montelupo, ivi, f. 132.

[56] Ivi, f. 133, n. 2408.

[57] Quelli di S.Croce (Benedettine), della S.S.Annunziata (Domenicane), di S.Giovanni in Pantaneto (Francescani Cappuccini), di S.Maria a Ripa (Francescani Osservanti), di S.Simone e Giuda a Corniola (Carmelitani) e di S.Stefano (Agostiniani), come riportato nell’Indice alfabetico delle corporazioni religiose soppresse dal Governo francese, ASF, fondo N/139.

[58] Lettera indirizzata dal prefetto al sindaco in data 15/9/1808, riguardante la redazione dei suddetti inventari dei conventi di S.Giovanni in Pantaneto, di S.Croce e di S.Maria a Ripa, ASCE, Mairie di Empoli, f. 142, fasc. I.

[59] Per esempio dall’Inventario dei beni del convento di S.Maria a Ripa redatto dai due aggiunti del comune e da uno stimatore il 15/10/1810, risultano esservi presenti beni mobili (che vanno dalla biancheria all’altar maggiore in marmo) per un valore di fr. 2.655, ibidem.

[60] Lettera spedita il 20/10/1810 dal sindaco al ricevitore del demanio di Firenze, riguardante il pagamento delle spese di trasporto delle due casse contenenti l’argenteria dei conventi di S.Croce e di S.Giovanni, ASF, Prefettura di Firenze, f. 514.

[61] Si vedano i processi verbali riguardanti la vendita dei beni del convento di S.Croce avvenuta tra il 27/11/1810 e l’1/2/1811 e nei quali è indicato per ogni bene il numero d’archivio, la sua descrizione, il nome dell’acquirente e il prezzo di stima e di acquisto, ASCE, Mairie di Empoli, f. 142, fasc. I.

[62] Un esempio è dato dal proposto Del Bianco, titolare di pensione, come risulta da una lettera inviata dal sindaco al prefetto il 29711/1811, circa la riscossione di un suo mandato di pagamento da parte del nipote in quanto il suddetto si trova in Corsica, ivi, f. 133, n. 2386.

[63] Lettera inviata dal prefetto al sindaco in data 28/8/1811, riguardante degli errori nella redazione del Gran libro dei pensionati da parte del consiglio di liquidazione, ivi, f. 139, fasc. II.

[64] Lettera inviata dagli ex religiosi del convento di S.Maria a Ripa al prefetto in data 8/11/1811, con cui lamentano la macata riscossione di metà delle pensioni, ibidem.

[65] Lettere del 19/11/1812 e del 21/3/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, nn. 2369, 2588.

[66] Si vedano le dichiarazioni di domicilio rilasciate dagli ex religiosi dei conventi di S.Giovanni in Pantaneto e di S.Maria a Ripa nel corso del mese di ottobre 1810, ivi, f. 139, fasc. II.

[67] Lettera inviata dal prefetto del dipartimento del Mediterraneo al Busoni il 6/11/1810, ibidem.

[68] In questo sono presenti sei ex religiosi di cui cinque appartenenti al convento di S.Maria a Ripa, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 515.

[69] ASCE, Mairie di Empoli, f. 139, fasc. II.

[70] Nella richiesta della Tensi datata 10/5/1811 (controfirmata dal Busoni) si legge che essa ritiene più conveniente risiedere presso le sue vecchie compagne del convento di S.Michele a Pescia piuttosto che presso la sua povera e numerosa famiglia di Empoli, ibidem.

[71] Lettera inviata dal sindaco al prefetto il 5/3/1812 in cui si riferisce che sono morti due «pensionati ecclesiastici» nel mese di Febbraio, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2566.

[72] E’ richiesto con una lettera al sindaco del 27/4/1813, ivi, f. 139, fasc. II.

[73] Ibidem.

[74] E’ interessante leggere la formula usata in questi giuramenti «Empoli, 12/10/1810. N. 14. Padre Barnaba Nesi al secolo Sabatino Nesi nativo di Tobbiana, Mairie di Montale, Circondario di Pistoia, religioso professo del convento di S.Maria a Ripa, giura obbedienza alle Costituzioni dell’Impero e fedeltà all’Imperatore secondo il prescritto dell’atto delle Costituzioni dell’impero del 28 Floreale Anno XII°» segue la firma propria o del sindaco nel caso di soggetto analfabeta.

[75] Verbale redatto il 27/1171811 riguardante l’«espurgazione» della libreria del convento di S.Giovanni in Pantaneto, ASCE, Mairie di Empoli, f. 142, fasc. I.

[76] In particolare ne furono rinvenuti trentadue in S.Stefano, venti a S.Maria, sedici in S.Giovanni e nove in S.Simone e Giuda. Del convento di S.Croce non ho rinvenuto nessun dato, ivi, f. 142, fasc. I.

[77] Ivi, f. 129, fasc. Polizia-Sotto Prefetto.

[78] La stessa etimologia del nome Empoli sembra far riferimento al termine latino emporium, ovvero mercato, tesi sostenuta da vari storici locali come LAZZERI, Storia cit, pp. 9-10.

[79] Le altre erano Firenze, Prato, Borgo S.Lorenzo, Montevarchi, Arezzo e Cortona, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 390.

[80]Lettera inviata dalla prefettura al sindaco l’8/6/1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 106.

[81] A proposito si deve ricordare che Empoli era anche sede di uno dei quattro mercati più importanti della Valdelsa per il commercio del lino e della canapa (gli altri erano S.Miniato, Castel Fiorentino e Poggibonsi), come riportato nel rapporto inviato dal sindaco al prefetto il 7/8/1811, riguardante la coltivazione del lino e della canapa in Empoli, ivi, f. 457.

[82] Verbale della seduta del consiglio municipale dell’1/12/1812,  ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[83] Lettera inviata dal sindaco al sotto prefetto il 25/8/1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 391.

[84] La fiera di Empoli viene definita «tres important» in uno Stato delle fiere che si tengono nel Circondario di Firenze, ivi, f. 516.

[85] Lettera inviata dal sindaco al procuratore imperiale di Firenze il 26/9/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3271.

[86] Lettera inviata dal sotto prefetto al maire datata 19/8/1811, nella quale si richiedono i dati delle fiere esistenti nel comune per un loro censimento ordinato dal ministro dell’interno, ivi, f. 140, fasc. II.

[87] Come ricordato in una lettera inviata dal prefetto al Busoni in data 6/9/1810, circa la richiesta degli abitanti di Monterappoli di istituire una «fiera tradizionale», ibidem.

[88] Stabilita con il decreto imperiale del 19/2/1806 come risulta dallo stampato inviato dal prefetto al maire in data 31/7/1809 riguardante la richiesta di inviare il programma della suddetta festa, ASCE, Mairie di Empoli, f. 140, fasc. II.

[89] Come scritto nell’avviso del programma della festa datato 8/8/1809, ivi, f. 124, n. 29.

[90] Come riportato nell’avviso del programma di questa festa datato 30/11/1809, ibidem, n. 35.

[91] Avviso del sindaco al popolo del 26/4/1810, ibidem.

[92] Notifica del sindaco ai cittadini datata 24/3/1811, ibidem, n. 124

[93] Notifica del sindaco ai cittadini datata 13/5/1811, ibidem, n. 126

[94] Avviso del sindaco ai consiglieri municipali, al giudice di pace, ai provveditori del monte pio e ai ricevitori dei ali e tabacchi, diritti riuniti e del demanio dell’11/10/1812, affinché partecipino al Te Deum stabilito per celebrare la vittoriosa battaglia della Moskova, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2912.

[95] Per i quali si chiedeva l’ornamento delle strade e del popolo, come ordinato dal sindaco nell’avviso del 24/4/1809, ivi, f. 124, n. 22.

[96] I festeggiamenti furono approvati dal consiglio municipale nella seduta del 12/7/1810, ivi, f. 127.

[97] Il cui regolamento è notificato al popolo il 15/8/1809, ivi, f. 124.

[98] Come riportato nel programma della festa per la nascita di Napoleone redatto il 7/8/1813, ivi, f. 140, fasc. III.

[99] Un esempio è dato dalle note di spesa tra cui merita una menzione quella di un certo Luigi Ginori, di professione pittore, datata 1/5/1810, con cui chiede il pagamento di lt. 18 per aver dipinto in occasione della festa del matrimonio di Napoleone venti fregi e sei finestre per la «macchina in piazza», due quadri e una medaglia raffiguranti Napoleone e l’imperatrice e una stanza del comune «a granito grigio con fregi», ASCE, Mairie di Empoli, f. 140, fasc. III.

[100] Verbale della seduta del consiglio municipale del 9/6/1810, ivi, f. 127.

[101] Lettera inviata dal sindaco al prefetto il 24/8/1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 394.

[102] Programma comportante una spesa di fr. 200, come stabilito nella seduta del consiglio municipale del 13/5/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[103] Ivi, f. 140, fasc. III.

[104] Si veda l’autorizzazione rilasciata il 5/2/1809 al Sudetti che nomina come mallevadore un certo Scardigli, ASCE, Mairie di Empoli, f. 160.

[105] Ad esempio la richiesta inviata dal Magnelli al sindaco in data 17/9/1810, ivi, f. 129, fasc. Polizia-Prefetto

[106] Lettera del maire al prefetto del 12/11/1810 in cui si legge che ad Empoli erano attivi sei biliardi, ibidem.

[107] Rapporto dell’agente di polizia Bertini del 7/12/1810 riguardante le perdite a biliardo del Castellani, ivi, f. 131, fasc. Rapporti e referti.

[108] Rapporto del Bertini circa una rissa avvenuta al biliardo del Checcacci, ibidem.

[109] Rapporto del Bertini al sindaco del 7/11/1810 riguardante l’attività dei biliardi del Checcacci e del Billeri: in questo si legge che i suddetti biliardi restano aperti fin dopo la mezzanotte, vi si parla dissoluto e «distolgono i figli di famiglia e i garzoni», ASCE, Mairie di Empoli, f. 129, fasc. Rapporti e referti.

[110] Nello Stato dei giuochi pubblici delle comuni del Circondario Fiorentino del 1814 dei sei bilardi esistenti a Empoli ne risultano aperti solo quattro, quelli di proprietà del Giugni, del Nencini, del Billeri e del Ventisette, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 510.

[111] Ibidem.

[112] La quale lo gestiva già dal 1710, cfr. LAZZERI, Storia cit., p.59.

[113] Avviso al popolo del 2/2/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 111.

[114] Come testimoniato da una serie di autorizzazioni che vanno dal 5/2/1809 al 31/1/1814, ivi, f. 124.

[115] Rapporto della guardia campestre Sapori del 4/11/1809, ivi, f. 131, fasc. Rapporti e referti.

[116] Lettera inviata dal sindaco di S.Miniato al Busoni in data 23/6/1810, circa lo smercio di monete da 10 paoli false, da parte di «un signore accompagnato da tre dame», ivi, f. 129, fasc. Polizia-Prefetto.

[117] Si veda ad esempio il processo verbale redatto dal Tempesti su denuncia del Corsi, suggeritore del teatro, effettuata l’1/2/1811 contro l’attore Ventisette, il quale durante una scena della farsa «La casa disabitata» lo aveva oltraggiato dicendogli «suggeriscimi coglione», ASCE, Mairie di Empoli, f. 161.

[118] Lettera inviata dal sindaco al console dell’accademia dei gelosi impazienti datata 17/9/1813, ivi, f. 134, n. 3254.

[119] Lettera del sindaco al brigadiere della gendarmeria il 2/1/1814, ibidem, n. 3298.

[120] Notificazione del regolamento del 26/12/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124.

[121] Avviso del 27/7/1809, ivi, f. 124, n. 28.

[122] Nel decreto del sindaco dell’8/7/1809 si sottolinea come per eventuali infrazioni commesse da minori, la responsabilità sarebbe ricaduta sui genitori, ibidem, n. 27.

[123] Memoria redatta dai fratelli Salvagnoli, ivi, f. 165, fasc. III.

[124] Supplica inviata al sindaco e firmata da molti cittadini, tra cui i fratelli Salvagnoli, ibidem.

[125] In questa lettera il gioco del «pallon grosso» è definito un «utile divertimento per l’esercizio ginnastico della gioventù», ASF, Prefettura dell’Arno, f. 510.

[126] G.ASSERETO, La politica economica francese in Toscana, in La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica a cura di I.TOGNARINI, Napoli, ESI, 1985, pp. 293 – 305.

[127] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 510.

[128] ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3309.

[129] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 31/12/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2452.

[130] Si veda lo Stato delle conce poste nella comunità di Empoli, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 496.

[131] Specialmente quelli delle conce di proprietà Del Vivo, come riferito nella lettera del sindaco al sotto prefetto del 21/2/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2563.

[132] Ibidem, n. 2735.

[133] Nel 1810 risultavano essere presenti a Empoli sette rivenditori di sali e tabacchi nominati dal direttore generale della regia dei Sali e tabacchi con una lettera del 4/9/1810, ASCE, Archivio del Tribunale e Giudicatura di Pace dell’Impero Francese, f. 1046, nn. 100, 101, 102, 105, 106, 107 e 108.

[134] Editto del sindaco del 19/7/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 159.

[135] Si veda lo Stato del maire, degli aggiunti e dei consiglieri municipali di Empoli del 1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 406 e la nota dei cittadini candidati alla carica di consigliere inviata dal sindaco al prefetto il 22/1/1809, ivi, f. 487.

[136] Ad esempio quella per il 1811 del vetraio Mammaioni, ASCE, Mairie di Empoli, f. 137, fasc. VII.

[137] Nella Lista per l’iscrizione dei coscritti presentatisi volontariamente per la coscrizione anticipate del 1814, al numero d’ordine 71 si trova Benigno Tuti di professione vetraio, ivi, f. 157.

[138] Ad esempio quella riguardante i giovani tra i venti e quaranta anni, in cui al numero d’ordine 19 si trova Ermenegildo Scartabelli di professione vetraio, ivi, f. 158.

[139] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 484.

[140] Notificazione al popolo dell’istituzione della fabbrica avvenuta il 15/4/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 62.

[141] Notificazione al pubblico del 14/4/1810, ibidem.

[142] Si legga il regolamento dell’attività di escavazione dei nitri, notificato alla popolazione il 15/4/1810, ibidem, n. 62.

[143] Ad esempio si legge che un certo Bernardo Bove, operaio della fabbrica di salnitro di Empoli, venne processato dal tribunale di Pisa il 16/8/1810, perché accusato di non aver trascorso due anni in esilio a Livorno in quanto condannato per estorsione e incitamento alla prostituzione, ASCE, Mairie di Empoli, f. 130, fasc. Verbali dei processi riguardanti cittadini domiciliati in Empoli.

[144] Tra questi il divieto di scavare in profondità presso i muri o gli stipiti delle case, il divieto di lavorare fuori dai confini della comunità presso cui si era domiciliati ecc, notificazione del sindaco al popolo del 23/6/1810, ASCE, Mairie di Empoli,f. 124, n. 73.

[145] Notificazione al popolo del 22/6/1810, ibidem, n. 71

[146] Lettera del sindaco al ricevitore dei salnitri di Firenze in data 30/3/1812, ivi, f. 133, n. 2613.

[147] Un panorama delle varie professioni ci viene dato dalle patenti , ASCE, Mairie di Empoli, f. 137, fasc. VII, dal Ruolo supplementare delle patenti che copre il periodo tra il 27/4/1809 e il Gennaio 1814, ivi, f. 144, e dalle liste dei coscritti per gli anni 1809, 1810, 1812, 1813 e 1814 in cui è indicata la professione del soggetto, ivi, f. 152, 153, 155, 156 e 157.

[148] Ad esempio si veda lo stampato della patente del rigattiere Checcacci che per il 1811 comportava una imposizione di fr. 4,20, ASCE, Mairie di Empoli, f. 137, fasc. VII.

[149] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 22/5/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 165, fasc. Grani e altro.

[150] Il costo era di 13,5 quattrini la libra, come risulta dallo «scandaglio» effettuato il 3/6/1812, ibidem.

[151] Lettera del sindaco al deputato Bonelli, in cui lo invita a sorvegliare che i fornai non usino più grano del necessario, ivi, f. 133, n. 2682.

[152] Norme riportate negli editti del sindaco emessi il 4, il 9 e il 10 Giugno 1812, ivi, f. 124, nn. 154, 155, 158.

[153] Regolamento emanato l’8/6/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 157.

[154] Stato redatto dal deputato Lippi il 9/6/1812, ivi, f. 165, fasc. Grani e altro.

[155] Nel rapporto redatto il 9/6/1812, dal rigoli, parroco di S.Donato, si legge che la sua popolazione era costituita da contadini e pigionali il cui vitto era abitualmente costituito da «granoturco, fagioli e un poco di pane» e quando questo è mancato «l’erba ha supplito», ibidem.

[156] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[157] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 3/6/1812, ivi, f. 165, fasc. Grani e altro.

[158] Manifesto del decreto del prefetto del 26/12/1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 501.

[159] Avviso al popolo del 30/8/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 85.

[160] Ibidem, n. 125.

[161] Il materiale consegnato comprendeva un metro di ferro, un recipiente in rame da un litro e uno da un decalitro, una serie di pesi e due bilance, lettera del sindaco al sotto prefetto del 10/10/1811, ivi, f. 133, n. 2299.

[162] Editto del sindaco del 24/8/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 181.

[163] Avviso del sindaco del 13/10/1813, ibidem, n. 183.

[164] Lettera di risposta ad una serie di domande riguardanti la produzione del grano nelle comunità del dipartimento, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 390.

[165] Le denunce riguardanti gli anni 1811 e 1812 si trovano in ASCE, Mairie di Empoli, f. 139, fasc. III.

[166] Ad esempio quelli datati 12/8/1809 e 14/8/1811, ivi, f. 124, nn. 79 e 138.

[167] Avvisi del 25/10/1809 e 25/8/1811, ibidem, nn. 103 e 140.

[168] Nella lettera inviata al sotto prefetto l’8/10/1811 il Busoni ammette che solo ottantadue proprietari hanno denunciato le portate delle grasce, rispetto ai centonovantadue dell’anno precedente, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2292. Il sotto prefetto rispose con lettera del 13/10/1811 richiedendo comunque i dati ottenuti e proponendo di stabilire per l’anno futuro delle sanzioni per i possidenti mendaci e reticenti, il cui ricavato sarebbe andato al bureau di beneficenza, ivi, f. 139, fasc. III.

[169] Raccolta deio grani di Empoli per il 1810, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 396.

[170] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 14/7/1813, ivi, f. 457.

[171] Ad esempio si veda il rapporto dell’agosto 1813 in cui si specifica che certi prodotti, come patate e castagne, sono assenti nella zona, ibidem.

[172] ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2563

[173] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 383

[174] Rapporto inviato dal sindaco al sotto prefetto il 7/8/1811 in cui vengono anche descritti i processi di macerazione e gramolatura di lino e canapa, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 457.

[175] Editto del 24/5/1809 con cui si invitano i proprietari a denunciare il numero delle loro bestie «vaccine e pecorine», ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 24.

[176] Si veda lo Stato delle bestie vaccine, cavalline e pecorine esistenti nella comune di Empoli a tutto Aprile 1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 457.

[177] Ad esempio il rapporto datato 1/6/1810 e redatto dalla guardia campestre Bernardi circa il numero di vitelli (36), agnelli (90) e asini (9) del popolo di Avane, ASCE, Mairie di Empoli, f. 131, fasc. Rapporti e referti.

[178] I cavalli erano divisi tra interi da razza e non, giumente da razza e non, castroni e puledri, Stato del bestiame della comune di Empoli inviato dal sindaco al prefetto il 5/7/1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 474.

[179] Si legga la voce «Empoli» dello Stato del numero degli animali macellati negli anni 1809, 1810, 1811 e 1812 per l’uso degli abitanti delle comunità del Circondario di Firenze da cui, per esempio, risultano macellati cinquanta vitelli nel 1809 aumentati a cinquantadue nel 1812. In questo Stato gli animali sono suddivisi tra quelli macellati per il «capoluogo» e quelli per la «campagna»: questi ultimi risultano essere molti di meno rispetto ai primi, per esempio su novecentosessanta agnelli macellati nel 1812, seicento lo furono per il capoluogo e solo trecentosessanta per la campagna, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 474..

[180] Lettera del sindaco al sotto prefetto il 25/6/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 143, fasc. VI.

[181] Si legga la «notificazione interessantissima» del 17/7/1811,ivi, f. 124, n. 137.

[182] Il Busoni nella lettera al sotto prefetto del 29/7/1811 chiede alcuni semi di guado e propone di inviare un giovane presso la scuola di Bordo S.Sepolcro per apprendere la lavorazione dell’indaco, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 457.

[183] Testimoniato dalla richiesta di pagamento del traduttore, Giovan Battista Thaon, inviata al sindaco il 23/7/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 143, fasc. VI.

[184] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 457.

[185] ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 98.

[186] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 456.

[187] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 29/9/1810, ivi, f. 457.

[188] Notificazione del 29/9/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 92.

[189] Notificazione del 25/9/1810 in cui comunica l’anticipazione dell’inizio della vendemmia al 26/9/1810, ibidem, n. 94.

[190] Ad esempio l’inondazione del torrente Orme avvenuta il 2/6/1810, come riportato nella lettera inviata dal controllore delle contribuzioni dirette al sindaco in cui richiede l’ammontare dei danni, ivi, f. 137, fasc. XV.

[191] Lettera del parroco di S.Maria in Oltrorme al sindaco del 26/6/1811, ibidem.

[192] Si veda la richiesta inviata da un certo Pucci, contadino di Monterappoli, al prefetto in cui afferma di aver perso a causa della grandinata le raccolte di «olio, grano e vino» e chiede l’esenzione dal pagamento dell’imposta personale, ASCE, Mairie di Empoli, f. 137, fasc. XIV.

[193] Tra cui il fattore Gaetani, denunciato il 10/8/1810 dalla guardia campestre Bertini per aver acquistato molte grasce al mercato per ottenerne il monopolio e causandone l’aumento del costo, ivi, f. 131, fasc. Rapporti e referti.

[194] Rapporto del giudice di pace al prefetto del 28/10/1810, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 392.

[195] Proposta dal sindaco al prefetto in una lettera del 26/10/1810, con cui lo informa dell’aumento del prezzo del grano (salito a fr. 35,28 la sacca) dovuto all’opera degli incettatori, per combattere i quali si auspica anche l’adozioen di misure limitative della libertà di commercio, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 392.

[196] Prospetto dell’ammontare del grano che occorre per gli abitanti di Empoli per il Giugno 1812, in cui si legge che le scorte presenti sono sufficienti per il sostentamento di solo un quarto della popolazione, Rapporto del giudice di pace al prefetto del 28/10/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 165, fasc. Grani e altro.

[197] Cosa che dette buoni risultati, visto che in una lettera inviata al prefetto il 21/5/1812 afferma che non vi è stato alcun aumento di prezzo del grano, ivi, f. 133, n. 2670.

[198] Lettera del sindaco al prefetto del 18/5/1812, ibidem, n. 2665.

[199] Autorizzata dal sotto prefetto con lettera al Busoni del 3/6/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 165, fasc. Grani e altro.

[200] Questa pratica era già stata utilizzata in altre occasioni, come risulta dalla cronaca della giornata del 6/6/1799 durante la quale il vicario Bonfanti convocò l’assemblea dei capi famiglia di Empoli per ottenere due prestiti di 800 e 1.200 scudi con cui acquistare del grano a Livorno, cfr. RIGHI, Storia cit.

[201] Lettere del sindaco al prefetto e al sottoprefetto del 3/6/1812 e del 7/6/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, nn. 2679 e 2681.

[202] Ivi, f. 127.

[203] Reparto dell’imposizione di 2.175 fr ripartiti tra tutti i possidenti di Empoli per ripianare il deficit per la compra del grano per alimentare gli abitanti di Empoli tra il Giugno e il Luglio del 1812, redatto il 17/7/1812, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 474.

[204] Lettere inviate dal Busoni al sindaco di Montespertoli il 5/6/1812 e al sindaco di Vinci il 9/6/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, nn. 2678 e 2695.

[205] Lettera del sindaco a Amadeo Del Vivo dell’8/6/1812, riguardante l’acquisto di grano per i comuni di Montelupo e Capraia, ibidem, n. 2692.

[206] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 9/6/1812, ibidem, n. 2699.

[207] Lettera inviata al sotto prefetto il 10/7/1812, ibidem, n. 2730.

[208] Lettera del Pecori, sindaco di Fiesole, al Busoni il 25/7/1812,  ASCE, Mairie di Empoli, f. 165, fasc. Grani e altro.

[209] Lettera del Busoni al sotto prefetto del 571/1813, ivi, f. 134, n. 3032.

[210] Cfr. G.FENZI, Brigantaggio e protesta popolare nel dipartimento dell’Arno 1808-1814, in La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica, a cura di I. TOGNARINI, Napoli, E.S.I., 1985, p. 228.

[211] Ad esempio il 113° in Spagna partecipò alla battaglia di Ciudad Rodrigo il 10/7/1810, in Russia era inquadrato nel XI° corpo d’armata al comando del maresciallo Augereau e durante la campagna di Francia combatte alla battaglia di Champaubert il 10/2/1814. Per maggiori dettagli si leggano PAOLO COTURRI, GIANNI DONI, STEFANO PRATESI, DANIELE VERGARI, Partire partirò, partir bisogna. Firenze e la Toscana nelle campagne napoleoniche 1793 – 1815, Firenze, Sarnus, 2009, IAN FLETCHER, Salamanca 1812, London, Osprey publishing, 1999, PAUL HAYTHORNTHWAITE, Napoleon’s line infantry, London, Osprey publishing, 1993.

[212] Notificazione alla popolazione del 20/9/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 91.

[213] La redazione delle tabelle era sollecitata ai parroci con la circolare del sindaco del 3/2/1813 per «pressanti ordini della prefettura», ivi, f. 134, n. 3067.

[214] Circolare datata 16/12/1811 inviata dal sindaco ai parroci di Empoli per fargli redigere le tabelle della classe del 1792, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2430.

[215] Lettera del parroco dio S.Donato in Val di Botte al sindaco in data 30/12/1811 in cui afferma che tra i domiciliati del 1792 sono due i soggetti nati nella sua parrocchia ma trasferitisi altrove ed altrettanti i domiciliati non nati qui, ivi, f. 134, fasc. III.

[216] Lettera del sindaco di Montelupo al Busoni dell’11/1/1812 in cui fa presente che due giovani nati a Montelupo sono residenti a Empoli e che quindi occorre iscriverli nell’apposita lista, ASCE, Mairie di Empoli, f. 154, fasc. II.

[217] Lettera inviata dal sindaco ai parroci il 15/2/1813 in cui,  denunciando lo  «straordinario scarso numero dei coscritti», li sollecita ad una maggiore solerzia nel compilare le tabellette, altrimenti saranno «responsabili davanti a Dio e al Governo», ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3100.

[218] Lettera del 14/2/1813 al parroco di S.Maria a Ripa, il quale aveva omesso due giovani dalla lista, ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3096.

[219] Ad esempio si veda la Lista dei coscritti per il 1810, ivi, f. 153.

[220] Avvisi del 17/3/1809 e dell’8/3/1811, ivi, f. 124, nn. 19 e 119.

[221] Avviso del 20/2/1810, ibidem, n. 54.

[222] Avviso del 22/3/1809, ibidem, n. 18.

[223] Avviso dell’11/1/1812 in cui si invitano i coscritti a presentarsi all’estrazione che si sarebbe tenuta il diciotto gennaio alle ore sette di mattina, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124,  n. 150.

[224] Dallo stampato inviato dal sotto prefetto al sindaco il 29/1/1812 riguardante la coscrizione del 1812, risulta che Empoli, per il decreto del prefetto del 21/1/1812, era tenuta a fornire un contingente di ventinove uomini su un totale per il circondario di seicentoventiquattro, ivi, f. 134, n. 3300.

[225] Dagli atti del comune ne risulta solo uno, un certo Becagli, il quale entrò come volontario nel 13° reggimento ussari come riportato in una lettera inviata dal sindaco al sotto prefetto il 21/10/1813, ivi, f. 134, n. 3300.

[226] Molti andavano a segno se su un totale di ottantotto coscritti della classe del 1811, tolti i «privilegiati e i riformati», ne rimasero quarantasette tra i quali sarebbe stato estratto il contingente di ventinove previsto per Empoli, come da lettera del sindaco ai parroci del 10/10/1811, ivi, f. 133, n. 2295.

[227] Lettera del prefetto al sindaco del 14/11/1810, in cui, complimentandosi per l’arresto di alcuni componenti della banda dei così detti «facinorosi di Pagnana», gli manifesta la volontà di inviarli al battaglione coloniale di stanza in Corsica, ASCE, Mairie di Empoli, f. 130, fasc. facinorosi di Pagnana.

[228] Lettera del Busoni al sindaco di Firenze del 15/12/1811 in cui lo informa della volontà del Bonelli di trasferire il suo domicilio in vista della prossima leva militare, cosa permessagli dagli art. 102 e 103 del Codice Napoleon, ivi, f. 133.

[229] Lettera del 18/8/1809 inviata da tre componenti della banda al sindaco in cui chiedono l’esenzione dalla prossima coscrizione, ivi, f. 135, fasc. XIV.

[230] Ad esempio furono ben sette le richieste di sostituzione per la coscrizione riguardante la guardia nazionale del 1812, come riportato nella lettera inviata dal sindaco al sotto prefetto il 23/4/1812, ivi, f. 133, n. 2640.

[231] Le sostituzioni dovevano essere proposte al sotto prefetto entro cinque giorni dalla chiusura delle operazioni del consiglio di coscrizione del cantone, lettera del sindaco al sotto prefetto del 12/2/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2542.

[232] Come riportato nella «memoria» al testamento del Vignozzi redatta dal notaio Pozzolini il 17/3/1814, riguardante il mancato pagamento dei rimanenti soldi a favore del Pagliai, amministratore e erede universale del Vignozzi, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 515.

[233] Processi verbali redatti il 17 e il 1871271808 riguardanti l’accertamento della «causalità o volontarietà» dell’amputazione del «dito indice dritto» subita durante la vendemmia da un certo Bertini di Pagnana, coscritto della classe 1808,  ASCE, Mairie di Empoli, f. 151.

[234] Ad esempio il caso di Liborio Corti, coscritto del 1808, riformato inizialmente per «imbecillità», cosa poi rivelatasi falsa poiché essendo stato arrestato per altri motivi riuscì a sfuggire alla cattura, come indicato nello Stato dei riformati ingiustamente a Empoli e Montelupo per il 1808, ibidem.

[235] Si vedano i certificati riguardanti le contribuzioni pagate dai quattordici «coscritti riformati» o dalle loro famiglie, inviati dal sindaco al sotto prefetto il 17/471813, ASCE, Mairie di Empoli,  , f. 134, n. 3177. Si veda anche la richiesta dei dati delle contribuzioni pagate da un certo Tognetti (riformato per atrofia muscolare), inviata al sindaco dal sotto prefetto il 5/6/1812, ivi, f. 154, fasc. I.

[236] Stampato della prefettura del 20/4/1811, nel quale si ricorda ai sindaci di inviare al consiglio di reclutamento quei coscritti che denunciano malattie o infermità al fine di accertarle. Chi non si presentasse sarebbe stato dichiarato «refrattario», ivi, f. 140, fasc. III.

[237] Lettera del sindaco al prefetto del 20/1271809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 387.

[238] Le autorità centrali erano informate ogni trimestre sul numero dei coscritti refrattari di ogni mairie, lettera del sindaco al sotto prefetto dell’1/1/1813,  ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3027.

[239] Sentenza del tribunale di Firenze citata nell’avviso al popolo del 17/12/1809, ivi, f. 124, n. 46.

[240] Lettera del sindaco al prefetto dell’1/1271812 in cui lo informa di voler far arrestare il padre di Pasquale Mancini, disertore del battaglione dei veliti di Firenze, per far si che si ravveda, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 539.

[241] Lettera del sindaco al prefetto del 15/2/1809, riguardante lo stanziamento di due soldati presso la famiglia del coscritto refrattario Pulidori, ASCE, Mairie di Empoli, f. 132, n. 50.

[242] Itinerario percorso dalla brigata della gendarmeria il 28/7/1809 nel tentativo di ricercare i refrattari presso le loro case alle ore undici pomeridiane, ivi, f. 151.

[243] Inserto arresto di Franco del Rio, ASCE, Mairie di Empoli, f. 131, fasc. arresti

[244] Lettera del sindaco al prefetto del 29/3/1809, ivi, f. 132.

[245] Avviso del sindaco ai coscritti del 22/12/1809, ivi, f. 132.

[246] Ivi, f. 134, n. 3252.

[247] Avviso del sindaco del 9/3/1809 indirizzato ai refrattari da cui risulta che pochi empolesi si sono presentati epr l’iscrizione nella lista, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 6.

[248] Rapporto della guardia campestre Bernardi del 17/8/1812 in cui denuncia l’omertà dei contadini di Pontorme e S.Martino i quali proteggevano i coscritti refrattari, ASCE, Mairie di Empoli, f. 131, fasc. rapporti e referti.

[249] Lettera del sindaco al prefetto dell’11/8/1812 in cui comunica che un certo Mazzanti (coscritto della classe 1808 e disertore del 113° reggimento di linea) si è costituito e chiede di rimanere qualche giorno a casa per prendere degli abiti e «rimettere la salute minata dalla sua latitanza», ivi, f. 133, n. 2789.

[250] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 19/12/1811 in cui chiede la lista dei coscritti della classe 1812 i quali abbiano un fratello sotto le armi, ASCE, Mairie di Empoli, f. 154, fasc. I. Dalla Lista a Empoli risultano esserci 9 coscritti della classe 1812 con fratelli già sotto le armi, ibidem, fasc. V.

[251] Lettera del sindaco al prefetto del 2671/1812 in cui si chiede di assegnare il coscritto Sabatini alla compagnia del dipartimento in quanto sua moglie e i suoi figli sono privi di ogni altro reddito, ivi, f. 133, n. 2533.

[252] Nella Lista dei coscritti del 1813, posti in ordine di estrazione è indicato il reparto e il luogo di destinazione di ogni coscritto. Nel caso del 113° reggimento di linea il deposito è ad Orleans, mentre per il 26° reggimento leggero è Autonne, ivi, f. 156.

[253] Avviso del sindaco del 1812 destinato agli «uomini sensibili e virtuosi», affinché raccolgano del denaro per i coscritti di Empoli i quali devono affrontare «viaggi e pericoli», ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 152.

[254] Lettera del sindaco al prefetto del 7/8/1813 in cui si parla delle lamentele dei familiari dei coscritti di stanza nel Regno d’Italia, i quali non ricevono i soldi inviategli per posta tramite cambiali (per un totale di fr. 8.000). Il Busoni ritiene che ciò sia dovuto a furti da parte degli ufficiali della posta del regno d’Italia , poiché ai coscritti stanziati in Francia i soldi arrivano regolarmente, ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3314.

[255] Lettera del sindaco del 6/10/1811 inviata ai parroci, con cui si invitano ad incoraggiare i coscritti affinchè si presentino a Firenze il 12/10/1811, ivi, f. 133, n. 2285.

[256] Lettera del Busoni al maire di Pontedera il 18/10/1811 in cui lo invita ad accogliere bene il drappello di coscritti empolesi comandato dal Simoncini e dallo Scardigli, ibidem, n. 2300.

[257] Lettera del sindaco ai parroci del 9/4/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2631.

[258] Il 12/4/1812 il sindaco invia al sotto prefetto le liste dei coscritti ritenuti abili per la guardia nazionale, di quelli posti come riserve e di quelli esclusi per varie cause, ibidem, n. 2633.

[259][259] Lettera del sindaco al prefetto del 10/8/1812, ibidem, n. 2788.

[260] Notificazione al popolo del 6/2/1814 riguardante la costituzione della guardia nazionale da parte del generale napoletano Poggi, ASCE, Mairie di Empoli, f. 125, n. 3.

[261] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 30/4/1814 in cui sono citati degli estratti della seduta del consiglio municipale del 26/2/1814, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 80.

[262] Stato delle guardie nazionali del Circondario di Firenze, ivi, f. 80.

[263] Lettera del sindaco al prefetto e al direttore della polizia del 9/11/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2347.

[264] Lettere spedite il 10710/1811 al prefetto e il 6/12/1811 al sotto prefetto, ibidem, nn. 2294 e 2410.

[265] Un esempio della considerazione che questi reparti avevano  ci è dato dall’avviso del sindaco del 28/12/1810 circa l’imminente passaggio per Empoli di un gruppo di «Veliti e Guardie d’onore della Granduchessa», per il cui “rango” invita agli abitanti a fornirgli «vitto, alloggio e fuoco», ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 106.

[266] Cfr. PAUL HAYTHORNTHWAITE, Napoleon’s Guard Infantry, Vol. II°, London, Osprey Publishing, 1985, pp. 9-10.

[267] ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 93.

[268] Lettera del sindaco al prefetto del 31/7/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2765.

[269] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 12/6/1812, in cui chiede le note delle famiglie povere dei veliti empolesi per valutare la possibilità di esenzione dalla contribuzione di fr. 200, ivi, f. 135, fasc. V.

[270] Lettera del sindaco al prefetto il 6/4/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3164.

[271] Da cui erano tornati trecentoquarantadue veliti su un totale di seicento circa, cfr. HAYTHORNTHWAITE, Napoleon’s cit, p. 14.

[272] ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3268.

[273] Cfr. HEMIR BUKHARI, Napoleon’s Guard Cavalry, London, Osprey Publishing, 1993, pp. 18-19.

[274] ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 174.

[275] Lettera del sindaco al prefetto del 24/4/1813, ivi, f. 134, n. 3185.

[276] Letteradel sindaco alsotto prefettodel 14/5/1813 da cui risuta che il Falagiani tentò di sottrarsi alla leva sostenendo che il suo domicilio non era situata a Empoli, cosa ritenuta insufficiente per sottrarsi a questo arruolamento, ibidem, n. 3197.

[277] Lettera inviata dal sindaco ai «signori Tempesti e Falagiani» il 22/6/1813, ibidem, n. 3250.

[278] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 17/5/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3212.

[279] Lattera del sindaco al prefetto del 13/8/1813, ibidem, n. 3226.

[280] I luoghi di tappa totali sono nove: in tre (Firenze, Arezzo e Barberino del Mugello) era prevista anche la distribuzione del pane, negli altri sei (Empoli, Cortona, Bucine, S.Giovanni Valdarno, S.Marcello Pistoiese e Pistoia) si assicurava solo il pernottamento, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 496.

[281] Avviso del sindaco dell’11/11/1813, circa il passaggio di 180 uomini del 13° reggimento ussari, ASCE, Mairie di Empoli,

[282] I registri rimasti vanno dal 3/5/1881 al 678/1811 e dal 16/10/1812 al 19/8/1813, ivi, f. 135, fasc. XV.

[283] Ad esempio si veda la lettera del sindaco al sotto prefetto del 20/10/1811 in cui si parla dell’aggressione subita «a colpi di sciabola per piano» da un certo Pusani ad opera di tre granatieri del 112° reggimento di linea e si chiede di farne rapporto al colonnello, ivi, f. 133, n. 2311.

[284] Nella lettera del sindaco al sotto prefetto del 2/1/1813 si parla del rifiuto della popolazione ad ospitare in casa i soldati del 5° battaglione del 1° reggimento straniero, cosa che sucitò le ire degli ufficiali, ASCE, Mairie di Empoli,, f. 134. Quiesto atteggiamento nrisulta comprensibile se si considerano i numerosi  verbali riguardanti i furti commessi dai membri del 1° reggimento straniero nei confronti della popolazione empolese, ivi, f. 135, fasc. I.

[285] Il totale delle spese per le truppe di passaggio tra l’1/2/1814 e il 30/4/1814 nel comune di Empoli fu pari a lt. 14.100,19, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 391.

[286] Si veda lo stampato dell’amministratore della Toscana Dauchy del 24/2/1808 indirizzato al cancelliere di Empoli in cui sottolinea che la normativa debba essere applicata dal 19/2/1808 e che le spese di pernottamento debbano essere a carico dei cittadini e non della comunità o del dipartimento,  ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. XII.

[287] Lettera inviata dai deputati al generale Fiorella il 25/4/1808, in cui si sottolinea la «mediocità» delle abitazioni dei cittadini, ibidem.

[288] Lettera inviata dal cancelliere Fabbrini al gonfaloniere e ai residenti di Empoli il 3/10/1808, ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. I.

[289] Lettera inviata dal generale Fiorella al cancelliere il 6/5/1808, con cui approva questo progetto purché si trovi un «locale conveniente agli alloggi e a condizioni spettantigli per l’ordinanza»,  ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. XII.

[290] Nomina dei quattro deputati (tra cui il Busoni) preposti alla verifica delle spese, ivi, f. 135, fasc. I.

[291] Lettera inviata da Mazade al «Maire di Empoli» il 2/5/1808, ivi, f. 135, fasc. XII.

[292] Notificazione del sindaco datata 1/2/1809, ivi, f. 124, n. 10.

[293] Avviso del sindaco del 17/3/1810, in cui si comunica la lista delle abitazioni disponibili per l’alloggio dei soldati in transito, ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, n. 59.

[294]Delibere del consiglio municipale del 17/3/1809 e del 25/11/1809 con cui vennero confermati i deputati preposti all’alloggiamento delle truppe e fu prevista la destinazione dell’ex convento di S.Stefano come caserma ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[295] Lettera del sindaco al ricevitore del demanio datata 28/2/1809, ivi, f. 132, n. 52.

[296] La copertura finanziaria era stata prevista dal consiglio municipal al momento dell’approvazione del budget del 1810, seduta del 17/1/1810, ivi, f. . 127.

[297] In realtà gli ufficiali erano spesso alloggiati presso le varie locande della zona , tra cui quella della Colonna, del Leon Rosso, dei Tre Mori, della Fortuna, dell’Aquila, della Corona, della Luna ecc., come risulta dal Registro delle truppe di passaggio in Empoli, ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. XVI.

[298] Prevedeva le spese di mantenimento giornaliero di soldati e caporali (c. 28), sergenti (c. 42) e ufficiali (c. 84).

[299] Le classi di reparto in cui erano divisi i contribuenti erano quattro e prevedevano il pagamento di una somma che andava dai fr. 3,40 della quarta classe ai fr. 26 della prima, come risulta dall’Elenco dei contribuenti dei popoli divisi in quattro classi e per ammontare,  ivi, f. 135, fasc. II.

[300] Progetto per le truppe di passaggio nella Comune e loro alloggio e accasermamento, ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. I.

[301] Lettera del prefetto al sindaco, ivi, f. 135, fasc. V.

[302] Lettera del prefetto al sindaco del 20/6/1809, ASCE, Mairie di Empoli, f. 138, fasc. III.

[303] Nota datata 16/12/1810, ibidem.

[304] Lettera del ricevitore del demanio al sindaco del 21/10/1811, ivi, f. 133, n. 2314.

[305] Ad esempio il rifacimento di una volta di una stanza del convento, come riferito in una lettera del sindaco al ricevitore del demanio del 5/1/1812 in cui sottolinea come ciò non sia dovuto a trascuratezza da parte dell’amministrazione condominiale, ibidem, n. 2463.

[306] Nel bilancio del 1814, approvato nella seduta del consiglio municipale del 17/3/1813, si ha una spesa di fr. 620 per l’affitto dell’ex convento,  una di fr. 100 per il mantenimento dei letti della truppa e una di fr. 1.000 per la costruzione di altri dieci letti, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[307] Essa prevedeva una imposta calcolata come addizionale sulla fondiaria (ammontante a fr. 1.841 per il 1812) e un’altra tassa personale sui cittadini più abbienti (pari a fr. 2.079) su cui il percettore avrebbe avuto una provvigione del 2,5%, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[308] Lettera del prefetto al sotto prefetto del 4/9/1812, ivi, f. 135, fasc. V.

[309] Lettera del verificatore del demanio al sindaco del 20/7/1811 in cui dichiara l’impossibilità di concedere i locali dell’ex convento di S.Croce in maniera continuata e gratuita, ivi, f. 135, fasc. I.

[310] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 14/5/1811, ibidem.

[311] Relazione dei due architetti al sindaco del 25/12/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 135.

[312] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 5/4/1813 in cui dichiara che essendo le abitazioni di Empoli fornite dei soli letti per gli abitanti (per altro spesso privi di lenzuoli in quanto impegnati) non hanno quel comodo necessario per poter ospitare dei soldati, ivi, f. 133, n. 3159.

[313] Lettera del sindaco all’aggiunto Michel il 18/12/1813, ibidem, n. 3280.

[314] L’Elenco delle case dei cittadini disponibili per l’alloggio delle truppe comprende 482 abitazioni, suddivise tra le zone di «Borgo, Empoli, sur Arno e fuori le mura», ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. I.

[315] Ad esempio la richiesta del 21/6/1813 di un certo De Cerchi proprietario di una casa in Via Giudea al numero 192, ibidem.

[316] Lettera del prefetto al De Cerchi del 4/9/1813, ivi, f. 135, fasc. IX:

[317] Stampati datati 2/3/1808 e 10/3/1808, ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. XII.

[318] La divisione di funzioni tra comune e commissariato creò degli equivoci come riportato in una lettera del fornitore della mairie di Empoli, Luigi Ventisette, al prefetto del 2/11/1811, in cui afferma di avere un credito di fr. 608 per la fornitura di foraggi e trasporto dei militari che né il sindaco né il commissario di guerra di Firenze vogliono pagare, ivi, f. 135, fasc. IX:

[319] Si veda lo stampato di un foglio di rotta, ivi, f. 135, fasc. XVI.

[320]Nota inviata dal sindaco al fornitore della mairie di Empoli in cui si comunica che i suddetti buoni (di cui è riportato un modello) devono venire redatti dal sidnaco per i soldati isolati mentre per i gruppi di soldati dai loro ufficiali. Gli ufficiali isolati li avrebbero redatti loro stessi, ivi, f. 135, fasc. XII.

[321] Lettera del Busoni al commissario della guerra il 28/2/1812 in cui si chiede il rimborso di 564 razioni di pane fornite ad un battaglione «in marcia per Empoli», ivi, f. 133, n. 2556.

 

[322] Ad esempio quella inviata dalla camera delle comunità nel febbraio del 1808, ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. XII.

[323] In data 19/5/1813 il sotto prefetto comunica al sindaco l’eliminazione della razione di vino da dare alle truppe di passaggio, ibidem.

[324] Lettera del prefetto al sindaco del 26/1/1809 in cui ribadisce che ai soldati spettano solo «il pane e 15 centesimi al giorno», ivi, f. 135, fasc. X.

[325] Lettera del sindaco al prefetto del 29/10/1811 in cui si parla delle proteste dei coscritti di passaggio contro i ritardi nel pagamento dellle loro paghe e degli abusi dei sergenti che non dividono con loro quanto acquistato, come candele, legna, vitto ecc, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2330.

[326] In una nota si legge che aveva dal 18/1/1804 il «subaccollo delle forniture militari di ogni nazione transitati da Empoli», ivi, f. 135, fasc. XV.

[327] Lettera del sindaco al commissario della guerra il 22/10/1811, ivi, f. 133, n. 2323.

[328] Stampato redatto dal medico Ciampolini e firmato dal Busoni l’1/5/1809 in cui si accerta la presenza di vesciche nei piedi di un certo Cavansalle cui il Ventisette fornisce una vettura per arrivare a destinazione, ivi, f. 135, fasc. XV.

[329] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 25/8/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. IX.

[330] G.FENZI, Brigantaggio e protesta popolare nel Dipartimento dell’Arno, in La Toscana nell’età rivoluzionaria cit., p. 229.

[331] Stampato della prefettura del 6/7/1808 inviato a tutti i «Sotto prefetti, Vicari, Podestà e Cancellieri» del dipartimento, ASCE, Mairie di Empoli, f. 165, fasc. I.

[332] Lettera del prefetto al sindaco del 13/6/1810 in cui gli comunica che la mairie di Empoli deve ancora fr. 115 per le spese di stabilimento della gendarmeria a Empoli dal 1808, ibidem.

[333] Decreto imperiale del 22/3/1813 riguardante l’iscrizione a bilancio del trattamento annuo spettante al commissario di polizia che, per i comuni tra 5.000 e 25.000 abitanti, ammontava a fr. 350 annui, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 399.

[334] Lettera del prefetto al cancelliere Fabbrini il 7/12/1808 in cui chiede l’ammontare della spesa per tali lavori, ASCE, Mairie di Empoli, f. 165, fasc. I.

[335] Nota sulle «maisons» usate dalla gendarmeria nel circondario di Firenze, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 501.

[336] Lettera inviata dal Municchi, agente della famiglia Orlandini, al sindaco del 25/7/1812 in cui chiede il pagamento dei canoni arretrati da un anno, ASCE, Mairie di Empoli, f. 165, fasc. I.

[337] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 9/4/1812 in cui chiede l’invio del mandato di pagamento dell’ultimo canone semestrale dovuto al demanio per l’affitto dei locali dell’ex convento di S.Stefano, ivi, f. 133, n. 2635.

[338] Lettera del direttore «provvisorio» della polizia al Busoni del 18/4/1809 in cui comunica che i «birri disoccupati» domiciliati nel comune debbano presentarsi a Firenze per essere organizzati dal generale Radet, ASCE, Mairie di Empoli, f. 129.

[339] Lettera del sindaco al Bulla del 15/2/1809 in cui denuncia l’inazione del brigadiere della gendarmeria durante le ricerche dei responsabili del duplice omicidio di Pietro e Michele Bagnoli, ivi, f. 132, n. 38.

[340] Lettera del sindaco al prefetto del 22 /2/1809, ibidem, n. 46.

[341] Ivi, f. 165, fasc. I.

[342] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 13/9/1812, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 516.

[343] Lettera del prefetto al sindaco del 12/1/1809, ASCE, Mairie di Empoli, f. 165, fasc. II.

[344] Verbale della seduta del consiglio del 18/5/1811, ivi, f. 127.

[345] Ivi, f. 127, n. 2.

[346] ASCE, Archivio del Tribunale e Giudicatura di Pace dell’Impero francese, f. 1046, nn. 5 e 6.

[347] Rapporto della guardia campestre Bernardi dell’8/8/1812 riguardante i bambini colpiti dal vaiolo nei popoli di Stigliano e Fontanella, ASCE, Mairie di Empoli, f. 131, fasc. Rapporti e referti.

[348] Lettera del procuratore generale del tribunale di primo grado di Firenze al sindaco del 29/8/1822, ASCE, Mairie di Empoli, f. 129.

[349] Processo verbale redatto dalle due guardie il 24/8/1811, ibidem.

[350] Lettera del prefetto al sindaco il 3/9/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 129, fasc. Polizia-Prefetto.

[351] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 7/9/1812, ivi, f. 165, fasc. II.

[352] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 13/9/1812, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 516.

[353] Avviso del sindaco del 5/2/1814, ASCE, Mairie di Empoli, f. 125, n. 2.

[354] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 9/3/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 131, fasc. Visite ai carcerati.

[355] Lettera del procuratore generale della corte d’appello criminale di Firenze al sindaco del 31/3/1810 in cui afferma la necessità di un certificato medico che attesti l’infermità del detenuto affinché possa godere della vettura pagata dal dipartimento, ivi, f. 129.

[356] Ne sono testimoni una serie di lettere inviate dal Busoni a vari sindaci in data 10/2/1809, con cui invita i medesimi a rimborsare le spese per il mantenimento in carcere dei loro cittadini detenuti in Empoli, ivi, f. 132, n. 28.

[357] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 21/10/1811 in cui lamenta i ritardi nei pagamenti, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2315.

[358] Lettera del prefetto al sindaco del 3/7/1813, ivi, f. 131, fasc Detenuti civili.

[359] Si veda lo Stato redatto l’1/9/1808 riguardante il mese di agosto del medesimo anno in cui risultano presenti nel carcere di Empoli nove detenuti, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 370.

[360] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 23/4/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 130, fasc. Lettere diverse sui forzati liberati.

[361] Ivi, f. 127.

[362] Lettera del prefetto al sindaco del 29/4/1809 in cui si suggerisce al Bertini di chiedere un eventuale compenso al comune o al consiglio di liquidazione, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 106.

[363] Si vedano i processi verbali delle testimonianze del Corti e del Pancani redatti il 25/11/1811, in cui si legge che i due erano fuggiti scavando un foro nella parete malandata della cella usando un coltello lasciatogli da dei coscritti refrattari e un martello dimenticato da alcuni muratori, ASCE, Mairie di Empoli, f. 161.

[364] Lettera del direttore generale della polizia in Toscana al sindaco del 16/11/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 131, fasc Carceriere.

[365] Gli evasi, una volta arrestati, non riferirono di alcuna collaborazione ricevuta dal carceriere e la loro fuga dovette essere attribuita perlopiù alle cattive condizioni dell’immobile, tanto che il consiglio municipale aveva già provveduto ad autorizzare la spesa necessaria alla sua ristrutturazione, verbale della seduta del consiglio municipale del 21/5/1811, ivi, f. 127.

[366] Ibidem.

[367] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 10/12/1811, ivi, f. 131, fasc. Carceriere.

[368] Domanda del Cardini ad essere ammesso a ricoprire il posto di carceriere, ASCE, Mairie di Empoli, f. 131, fasc. Carceriere.

[369] Ivi, f. 127.

[370] Lettera del prefetto al sindaco del 13/5/1809, ivi, f. 129, fasc. Polizia-Prefetto.

[371] Ivi, f. 129, fasc. Polizia-Sotto Prefetto.

[372] ASCE, Mairie di Empoli, f. 129, fasc. Polizia-Prefetto.

[373] Ivi, f. 129.

[374] Avvisi del 10/2/1809 e dell’8/7/1809, ivi, f. 124, nn. 9 e 27.

[375] Ivi, f. 124, n. 11.

[376] Ad esempio il furto di «galline e luci» ai danni di un certo Mancini riportato in un rapporto della guardia campestre Bertini del 7/1/1809, ASCE, Mairie di Empoli, f. 131, fasc. Rapporti e referti.

[377] Lettera del prefetto al sindaco dell’1/8/1811 in cui lamenta un deciso aumento dei furti negli ultimi due mesi, ivi, f. 129, fasc. Polizia-Prefetto.

[378] Ad esempio la rapina di «venti grazie e due fiaschi vuoti» subita da un certo Tinti ad opera di quattro individui armati di coltello, verbale della testimonianza della vittima del 30/7/1813, ivi, f. 160.

[379] Ad esempio l’omicidio di un certo Puccioni di Cerreto Guidi ucciso da Giuseppe Corti (detto «Bro Bro») avvenuto nel 1810, come riportato nel rapporto del sindaco inviato al procurato re del tribunale di primo grado di Pisa del 20/11/1810 e riguardante la confessione dell’omicida, ivi, f. 10, fasc. facinorosi di Pagnana.

[380] Per ulteriori dettagli si vedano i relativi fascicoli, ASCE, Mairie di Empoli, ff. 130 e 131.

[381] Lettera del prefetto al sindaco del 16/8/1811, in cui parla di una «masnada di Empolesi» che nel territorio di Cerreto Guidi «percuote gli uomini, arresta le donne e incendia le balle del grano» e contro i cui componenti (due della famiglia Corti e un certo Falorni) auspica un controllo da parte del Sindaco, ivi, f. 129, fasc. Polizia-Prefetto.

[382] Uno dei rari successi si ebbe con l’arresto di un coscritto disertore durante una battuta notturna della gendarmeria alla ricerca dei «noti malviventi», come riportato in una lettera del sindaco al direttore generale della polizia del 1078/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3319.

[383] ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 102.

[384] Questo provvedimento non venne osservato dato che gli albergatori non tenevano nemmeno il registro degli ospiti, notificazione del sindaco del 16/2/1809, ibidem, n. 12.

[385] Si veda lo Stato di tutti quegli individui che per le passate disposizioni sono sotto la vigilanza dell’alta Polizia nelle comuni del Circondario di Firenze, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 515.

[386] Ivi, f. 515, fasc. Rapporti dei falli accaduti nella comune nel 1812.

[387] Lettera del sindaco al direttore generale della polizia del 13/12/1813 in cui parla della calma della popolazione alla notizia dello sbarco del «Nemico» a Viareggio, ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3273.

[388] Delibera del consiglio comunale del 25/10/1813 in cui i consiglieri giurano fedeltà all’Imperatore e di difendere la patria «contro i suoi nemici e contro gli infami suoi traditori» su richiesta di S.M. l’Imperatrice Reggente, ivi, f. 128,

[389] Lettera inviata dal sindaco ai fattori il 5/2/1814 con cui, sottolineando come «le popolazioni da tutte le parti insorgono», gli chiede di invitare i contadini alla calma e alla quiete, ivi, f. 134, n. 3327.

[390]Lettera inviata dal Busoni al sindaco di Fucecchio del 31/10/1813 in cui afferma che la situazione politica attuale non è così drammatica come qualcuno vorrebbe far credere (a riprova allega una lettera del sotto prefetto e un giornale) e suggerisce di usare contro questi agitatori «fermezza e prudenza», ivi, f. 134, n. 3316.

[391] Avviso del sindaco del 20/2/1814 in cui ringrazia il popolo empolese per essersi astenuto da tumulti altrove verificatisi e la invita a mantenere anche in futuro questo atteggiamento pacifico, ASCE, Mairie di Empoli, f. 125, n. 4.

[392] Lettera del sindaco al sotto prefetto, ivi, f. 129, fasc. Polizia-Ruolo dei cattivi soggetti dell’uno e altro sesso.


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  1. Buongiorno, solo una piccola precisazione: nel capitolo dedicato all’istruzione attribuivo al Busoni il merito di aver impedito il trasferimento delle opere del Pontormo e del Cigoli richieste dal Musée Napoleon. In realtà gran parte del merito deve essere attribuito all’ostruzionismo di Giovanni Degli Alessandri, direttore degli Uffizi. Per chi volesse approfondire l’argomento delle spoliazioni di opere d’arte in Toscana durante l’età napoleonica segnalo un bel saggio di Chiara Pasquinelli ” Il viaggio di Vivant Denon a Pisa e Firenze nel 1811″.

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