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L’Amministrazione della mairie di Empoli dal 1808 al 1814, Parte 1-2 – Tesi di Laurea di Werther Ruggeri

Werther Ruggeri

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L’Amministrazione della Mairie di Empoli dal 1808 al 1814

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Tesi di laurea in Storia del Diritto, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Siena, anno accademico 1999-2000

Relatore: Prof. Mario Ascheri     Correlatore: Dott.ssa Paola Maffei

pubblicata in due parti sulla Miscellanea storica della Valdelsa:

Prima parte –  nn. 1-3 (312-314), [pp. 35-95], 2009

Seconda parte – nn. 1-3 (315-317), [pp. 67-122], 2010

Con la gentile concessione a pubblicare dell’autore

 

Empoli - Piazza Farinata degli Uberti (2)

Piazza Farinata degli Uberti – Foto di Carlo Pagliai

                                                                                                                           


 

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LEGENDA DELLE ABBREVIAZIONI USATE NEL TESTO

  • ASF: Archivio di Stato di Firenze
  • ASCE: Archivio Storico del Comune di Empoli
  • S.E. : Bullettino Storico Empolese
  • : Numero della Filza
  • fasc: Numero del fascicolo se presente
  • : Numero dell’Atto se presente
  • : Franchi
  • : Centesimi
  • : Lire Toscane  

TANTI RINGRAZIAMENTI E UNA DEDICA

Voglio sottolineare quanto sia stata determinante per il mio studio la fortuna di aver incontrato solerti e disponibili funzionari degli archivi da me frequentati che hanno reso facilmente consultabile il materiale di studio: in particolar modo devo ringraziare dell’archivio storico di Empoli la Dott.sa Stefania Terreni, l’Arch. Emanuela Ferretti e la Dott.sa Silvia Ciappi, mentre dell’archivio di stato di Firenze la Dott.sa Vanna Arrighi. Un ringraziamento particolare al Prof. Sergio Gensini i cui consigli sono stati preziosi per rendere pubblicabile la mia vecchia tesi di laurea. Infine dedico questo mio studio a Paola ed Elena, amori della mia vita.

 

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INTRODUZIONE E QUADRO STORICO

Questa pubblicazione trae origine dalla mia tesi di laurea. Il titolo, ovvero gli «Atti della mairie di Empoli dal 1808 al 1814», ritengo sintetizzi efficacemente quali siano l’oggetto e gli obbiettivi del mio studio: infatti ciò di cui si tratta nelle seguenti pagine è l’attività di un piccolo centro amministrativo locale, la mairie di Empoli, il quale in poco tempo fu coinvolto, come la maggior parte della stessa Europa, in una serie di riforme giuridiche, sociali e economiche, che ne influenzarono radicalmente il suo assetto presente e futuro.

Il mio lavoro, incentrandosi sullo studio del comune di Empoli, testimonia soprattutto i cambiamenti di questo periodo legati all’amministrazione della comunità, ai suoi organi e alle imposte; ciò nonostante traspare dagli atti della comunità anche una immagine della società empolese dell’epoca, particolarmente interessante per i cultori della storia locale.

La Toscana al momento dell’annessione all’Impero francese era già una realtà molto evoluta dal punto di vista giuridico e amministrativo, anche se le riforme introdotte da Pietro Leopoldo erano state in parte dimenticate durante i turbolenti anni a cavallo tra il XVIII e XIX secolo.

Le riforme attuate sotto la guida dell’illuminato sovrano, riguardarono molti aspetti della vita del paese: per quanto concerne la materia penale la Toscana ebbe la prima codificazione moderna in tale settore con la riforma della legislazione criminale toscana del 1786, un testo che riprendeva le tesi proporzionalistiche del Beccaria tra reato e pena, e in generale umanizzava e modernizzava il sistema penale eliminando, per esempio, la pena di morte e le prove privilegiate. Al contrario in ambito civile, nonostante i tentativi del Vernaccini e del Ciani, non si arrivò ad una codificazione anche se non mancarono riforme sostanziali: fu portata avanti la parziale abolizione dei fedecommessi, furono abolite le esenzioni dalle imposte a favore di enti religiosi e nobili, e soprattutto si iniziò un processo di laicizzazione dello stato tramite vari provvedimenti tra i quali l’abolizione del tribunale dell’inquisizione e la soppressione di molti ordini monastici e compagnie religiose. In questa operazione si intravedono due aspetti che saranno poi accentuati sotto l’Impero francese: l’eliminazione di quegli ordini che non fossero d’utilità sociale come l’istruzione o l’assistenza ospedaliera e l’incorporazione dei loro beni nel patrimonio statale, fatta in vista della loro alienazione necessaria per sostenere le spese delle riforme leopoldine (bonifiche, monte comune ecc.).

In ambito amministrativo locale, le riforme introdotte nel 1772 e nel 1774 riguardarono sia l’assetto territoriale che quello direttivo delle varie comunità, le quali erano amministrate da un magistrato comunitativo composto da un gonfaloniere, molto limitato nei suoi poteri e privo di responsabilità contabile e dai priori rappresentanti i popoli della comunità; a questi si aggiungeva un cancelliere nominato dal potere centrale e alle sue dipendenze, cui spettava l’amministrazione del denaro e la redazione dei così detti “saldi” (bilanci) della comunità. Riguardo alle spese comunali, queste rimasero a carico dei possidenti immobiliari tranne che nel contado dove ne furono soggetti anche i coloni e artigiani non possidenti.

In seguito alla morte di suo fratello, Giuseppe II, Pietro Leopoldo ascese al trono imperiale nel 1790 con il nome di Leopoldo II: alla guida della Toscana fu sostituito dal suo secondogenito, che divenne il Granduca Ferdinando III.

Gli anni in cui Ferdinando dovette governare furono  molto burrascosi: vi era appena stata la rivoluzione francese ed era iniziata quella lunga serie di coalizioni delle altre potenze europee, nate prima in funzione antirivoluzionaria e poi antinapoleonica. Questi eventi influenzarono sicuramente l’operato del granduca, il quale fu costretto ad adottare provvedimenti mai presi prima dal suo predecessore, o addirittura contrari alla sua linea politica. Per esempio, in conseguenza dell’uscita della Toscana nel 1793 dalla sua tradizionale neutralità  la quale comportava anche il libero accesso ai suoi porti, si rese necessario nel 1794 un motuproprio con il quale si invitavano i sudditi toscani ad arruolarsi per difendere il paese dalla minaccia di un’invasione francese, divenuta attuale dopo il vittorioso assedio di Tolone. Riguardo ai problemi interni, oltre ai fermenti rivoluzionari già sperimentati da Pietro Leopoldo, anche al tempo di Ferdinando vi furono rivolte popolari dovute a carestie locali e alla cronica incapacità della Toscana di soddisfare le sue necessità di grano.

A queste agitazioni il governo rispose con l’editto del 30 agosto 1795 attuante la parziale revisione del codice penale del 1786 che comportò, oltre ad un generale inasprimento delle pene, l’introduzione della pena di morte per i reati di lesa maestà e per quelli che «mirino a distruggere, rovesciare o alterare la nostra santa religione» .

Nel corso di questi anni la Toscana conobbe anche due invasioni francesi, nel 1796 e nel 1799, entrambe giustificate dalla violazione della neutralità del porto di Livorno da parte inglese. Soprattutto nell’ultima di queste occupazioni si assistette, sotto il commissario governativo Reinhard, ad un tentativo di estensione alla Toscana degli istituti francesi: per esempio si tentò, senza successo di costituire una guardia nazionale. In pratica ciò provocò solo l’adozione delle formalità della rivoluzione come l’albero della libertà, la coccarda tricolore ecc., ed anzi suscitò una forte ostilità del popolo fomentata in certi casi da religiosi ma in generale dovuta alla povertà. Questo clima portò alle varie sollevazioni popolari del “Viva Maria” e di cui nell’empolese abbiamo un significativo esempio: infatti il 4 maggio 1799 fu sufficiente che un certo Francesco Berlincioni, di professione canapaio, diffondesse l’improbabile notizia della sconfitta dei francesi all’Abetone ad opera di truppe austriache, per scatenare un’insurrezione che causò la distruzione delle insegne rivoluzionarie e il maltrattamento dei simpatizzanti giacobini. Solo l’intervento, per altro incruento, di un contingente francese venuto da Firenze riuscì a ristabilire la calma il giorno 6 di maggio.

Ritornati i francesi nell’ottobre del 1800, in conseguenza della vittoria di Napoleone a Marengo, doveva mutare radicalmente l’assetto della Toscana: infatti il trattato di Luneville del 9 febbraio del 1801 all’articolo V stabiliva il passaggio sotto la Francia del Ducato di Parma e Piacenza: in cambio Lodovico di Borbone Parma avrebbe ottenuto la Toscana, ora chiamata Regno d’Etruria e di fatto dotato di sovranità limitata visto il permanere delle truppe francesi nel paese. L’attività di Lodovico prima e, alla sua morte, di sua madre, la reggente Maria Luigia, furono influenzate dal dissesto finanziario in cui versava il paese: questo era dovuto soprattutto ai costi sostenuti per il mantenimento delle truppe straniere ed era aggravato dalle richieste dei Lorena di veder soddisfatto il loro ingente credito nei confronti delle casse statali e del monte comune, nel quale lo stesso Pietro Leopoldo aveva investito una parte rilevante del patrimonio personale (circa un milione e mezzo di scudi) nel tentativo di razionalizzare le finanze toscane e risanare il debito pubblico.

Per ovviare a ciò fu istituita nel 1804 una deputazione per le finanze, diretta dal Fossombroni, con l’arduo compito di risanare le casse statali. Nonostante i validi tentativi riguardanti la riduzione delle spese questo esperimento non ebbe successo, anche per il verificarsi di una serie di disastri naturali (febbre gialla a Livorno, terremoto a Siena e inondazione a S.Casciano) che aggravarono la situazione.

Questi interventi sulle finanze furono in linea con lo spirito dei loro predecessori: non lo furono, invece, quelli relativi agli affari religiosi. Il perché di tutto ciò si trova sia nella maggior religiosità dei sovrani borbonici rispetto ai Lorena, sia nel loro voler accondiscendere alle istanze del clero: infatti fu proprio grazie all’opera del De Gregorio, nunzio straordinario presso la corte toscana, che furono reintrodotti, con l’editto del 15 aprile 1802, molti dei privilegi per la chiesa.

Dopo la pace di Presburgo, in seguito ai successi francesi nella campagna di Ulm e nella successiva battaglia di Austerlitz, il destino della Toscana era ormai segnato. Sebbene prorogata per circa due anni, e nonostante i tentativi di Maria Luigia di compiacere l’Impero con l’adozione del blocco continentale e l’inasprimento della lotta al contrabbando, l’annessione alla Francia si ebbe nel 1808, con la creazione dei tre dipartimenti dell’Arno, dell’Ombrone e del Mediterraneo e la successiva nomina a Granduchessa di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone e già Principessa di Lucca e Piombino dal 1805.

L’introduzione dell’ordinamento francese, se da una parte fu osteggiata sia per ragioni campanilistiche sia per interesse, sicuramente dette alla classe borghese toscana quegli strumenti necessari per il suo sviluppo. Comunque,i primi interventi riguardarono l’eliminazione dei vecchi organi di governo (come il senato fiorentino) e la loro sostituzione prima con un consiglio imperiale e poi, dal maggio 1808, con un amministratore generale (Dauchy) con funzioni di collegamento con i ministri di Parigi e con un governatore generale (Menou) comandante delle truppe di stanza nel paese. Entrambi facevano parte di una giunta straordinaria di cinque membri dotata di vasti poteri esecutivi e legislativi: furono questi gli organismi che, inizialmente, decisero l’applicazione diretta o mediata delle norme francesi e amministrarono la Toscana fino al loro avvicendamento da parte dei prefetti alla fine del 1808.

A livello locale, ogni dipartimento fu diviso in vari circondari, ognuno dotato di un sotto prefetto e di un consiglio con funzioni soprattutto ordinatorie in materia di imposte, a loro volta divisi in municipalità: queste erano amministrate da un maire (vero responsabile dell’amministrazione comunale e dotato di ampi poteri riguardanti anche l’ordine pubblico), dagli aggiunti (in numero variabile a seconda delle necessità e dotati di poteri delegati dal sindaco) e dal consiglio municipale (organo rappresentativo della comunità e con scarsi poteri riguardanti imposte locali e lavori pubblici). Tutti questi organi erano fortemente sottoposti, sia per la loro costituzione, sia per la loro attività, al potere esecutivo centrale rappresentato dal prefetto e dall’imperatore.

Iniziando a parlare delle riforme, particolarmente rilevante fu quella dell’amministrazione della giustizia: il sistema precedente, ancora legato a tradizioni giuridiche rimaste sostanzialmente immutate per circa tre secoli, fu sostituito con decreto imperiale del 19 Febbraio 1808, da un nuovo ordinamento che in ambito civile prevedeva la costituzione, presso ogni dipartimento, di un tribunale di prima istanza, sottoposto ad una corte d’appello situata a Firenze e alle magistrature e al governo centrale di Parigi. Presso i centri più piccoli erano istituite giudicature di pace con competenza civile per i casi di modesto valore, mentre in ambito penale furono istituiti tribunali di polizia semplice di polizia correzionale e una corte di giustizia criminale residente nel capoluogo di ogni dipartimento.

Un altro dei primi interventi della giunta e del governo centrale riguardò la soppressione dei conventi e l’incorporazione dei loro beni. Il processo che portò a ciò fu comunque graduale: si iniziò con un’indagine sui patrimoni degli enti religiosi e dei conventi condotta da parte dei cancellieri delle comunità tra il febbraio e il marzo del 1808. Nello stesso periodo venivano date al Dauchy, con decreto imperiale del 24 marzo, le istruzioni per la soppressione degli ordini religiosi e confraternite non ritenute utili socialmente: per esempio fu sciolto il facoltoso Ordine di Santo Stefano, mentre furono mantenuti i padri scolopi vista la loro attività nell’istruzione.

Attuate le direttive nell’aprile di quell’anno, queste comportarono la privazione dei loro beni (tranne quelli personali) e la somministrazione di una pensione ai religiosi, affidando la redazione degli inventari riguardanti i beni e le rendite dei conventi e la loro temporanea amministrazione a dei commissari governativi coaudiuvati dai delegati del cancelliere della comunità presso cui era situato il monastero.

Con decreto imperiale del 9 aprile 1809 fu sancita la liquidazione di questo imponente numero di beni immobili per estinguere il debito pubblico della Toscana. Questo provvedimento segna la fase conclusiva di una serie di iniziative, principiate sotto Pietro Leopoldo, e che tra i suoi risultati darà la sostituzione degli enti religiosi con la borghesia nella grande proprietà fondiaria toscana, permettendo a quest’ultima di svilupparsi sfruttando al meglio queste risorse, cosa prima impossibile per l’incuria dei religiosi nell’utilizzo di detti beni e la loro mancanza di commerciabilità visti i vincoli che li gravavano. Per procedere a queste alienazioni fu creato un organo ad hoc: il consiglio di amministrazione, che operò fino al 1814. I beneficiari di dette vendite furono i creditori dello stato, esclusi quelli dotati di crediti inferiori a franchi 300, i quali sarebbero stati soddisfatti in contanti. Sempre riguardo ai religiosi, di particolare importanza fu il decreto imperiale di Schonbrunn del 1809 che estese ai tre dipartimenti il concordato tra Francia e Curia del 1801, per cui la Toscana entrava a far parte della chiesa gallicana al cui giuramento furono obbligati tutti i religiosi. L’applicazione delle regole del suddetto concordato e gli attriti con il papato culminati con l’esilio di Pio VII nel 1809, fecero nascere delle resistenze da parte del clero toscano: a queste si rispose con una attività persecutoria da parte sia dei governanti francesi, sia del vescovo di Firenze Osmond, nominato da Napoleone ma senza l’investitura del Papa.

Nell’empolese abbiamo il caso del proposto Del Bianco che rifiutandosi di riconoscere l’autorità del vescovo Osmond, fu da questi prima invitato a sottomettersi, e poi, vista la sua pertinacia, condannato al confino in Corsica dal 1811 al 1814. Altra fonte di malcontento e di disagio sociale fu l’introduzione della coscrizione obbligatoria, istituto sconosciuto sotto il Granducato: tutti i giovani idonei alla leva ogni anno dovevano presentarsi presso gli uffici del comune per iscriversi negli elenchi dei coscritti, tra questi uno su sette sarebbe stato estratto a sorte per servire sotto le armi, salvo la possibilità di farsi sostituire contro il pagamento di una certa somma. E’ evidente come ciò privasse le famiglie di una importante fonte di sostentamento e,  di conseguenza, la renitenza alla leva, per quanto combattuta, divenne molto diffusa.

Nonostante tutto furono più di diecimila i coscritti toscani che servirono sotto le armi francesi, inquadrati soprattutto nel 113° reggimento di linea, nel 28° reggimento cacciatori a cavallo e nel battaglione dei Veliti di Firenze aggregato alla guardia imperiale.

Questi coscritti refrattari andarono ad incrementare il fenomeno del banditismo e del ribellismo popolare, dovuto principalmente alla miseria delle classi più deboli (le più colpite dalle carestie del 1810 e 1812 e dal venire meno delle opere pie e di carità) e privo rispetto a quello del 1799, della direzione da parte della nobiltà: infatti quest’ultima si era in gran parte adeguata al nuovo ordinamento grazie anche alla progressiva inglobazione degli uomini dell’amministrazione  granducale nel sistema francese (dalla nomina di cittadini “illustri” alla carica di maire all’utilizzo come guardie campestri degli sbirri granducali), anche se le cariche più importanti, come quella di Prefetto rimarranno nelle mani di francesi.

Particolarmente interessanti furono anche gli interventi in materia commerciale ed economica: naturalmente vennero adottate le unità di misura francesi in luogo di quelle tradizionali toscane come anche l’uso del franco come moneta nazionale, anche se troviamo spesso citate nei documenti ufficiali dell’epoca monete risalenti al precedente ordinamento, come fiorini, ducati, soldi ecc.

Inoltre furono istituiti i tribunali di commercio e furono create a Livorno e Firenze delle camere di commercio, grazie soprattutto all’attività della giunta. Tra i suoi consiglieri il più attivo fu De Gerardo, il quale cercò di incoraggiare lo sviluppo dell’industria in Toscana con una serie di iniziative, tra cui la più ambiziosa fu la creazione a Prato di una Scuola professionale mirante a formare operai in grado di utilizzare i nuovi macchinari già diffusi in Francia. Questo importante progetto non fu realizzato sia per la mancanza di copertura finanziaria, sia per la reticenza dell’industria francese a dotare delle nuove macchine e tecniche di lavorazione un possibile concorrente (soprattutto nel settore tessile).

Questo atteggiamento contraddittorio dell’amministrazione imperiale si vede anche nei confronti dei mendicanti: questi, privati dell’assistenza fornitagli dai conventi e opere religiose, furono soggetti ad un durissimo regime, che comprendeva l’internamento in «depositi di mendicità» (una sorta di prigione) e il dovere, una volta rimessi in libertà, di scegliersi un domicilio obbligato. In contrasto con ciò si pone lo zelo con cui sia l’amministrazione centrale che quelle locali, cercarono di agevolare i disoccupati e gli indigenti, affidando loro, per esempio, lavori che oggi si direbbero socialmente utili  come la manutenzione dei fossi e strade pubbliche ecc., per fornirli di un reddito minimo.

Le innovazioni della disciplina fiscale furono tra quelle meno popolari. Le due tradizionali imposte per i possidenti e sul macinato furono sostituite da quattro nuove, riguardanti la persona, le porte e finestre (proprietà immobiliari), la contribuzione fondiaria e quella delle patenti, necessaria per chi esercitasse una professione, commercio o industria. La riscossione era affidata a degli esattori, nominati dalla Giunta o dal Prefetto, i cui compensi erano a carico dei contribuenti. A queste si aggiungevano imposte locali riguardanti la locazione dei posti di mercato, i dazi di peso e misure eccetera.

L’esperienza dell’annessione della Toscana all’Impero francese si concluse ben prima dell’abdicazione di Napoleone (avvenuta a Fontainebleau il 14 aprile 1814), con la ritirata da Firenze delle ultime truppe francesi nel febbraio del 1814 e con la provvisoria occupazione da parte dell’armata napoletana di Murat. Nonostante ciò molte innovazioni introdotte dal regime napoleonico furono mantenute anche successivamente.

Per concludere si può affermare, che se l’introduzione dell’ordinamento francese in Toscana fu inizialmente traumatica, viste le differenze sociali e culturali tra i due paesi , si deve tuttavia riconoscere l’impulso che ciò dette alla razionalizzazione dell’amministrazione pubblica e allo sviluppo, in Toscana, di una nuova classe dominante: la borghesia[1].

 

 I SOGGETTI E IL TERRITORIO  

Il territorio della comunità di Empoli durante l’annessione della Toscana all’Impero francese coincideva per lo più con quello stabilito dalla Legge per il nuovo compartimento dei Tribunali di Giustizia dello Stato Fiorentino del 30/9/1772: infatti, come confermato dal Regolamento per la Comunità di Empoli del 23/5/1774[2], si era assistito al raggruppamento in una unica comunità del territorio di Empoli e delle antiche leghe di Pontorme e Monterappoli. Precedentemente ognuna di dette comunità aveva un proprio magistrato che si riuniva con gli altri solo per discutere di affari comuni. La comunità di Empoli copriva una superficie di 8.024 ettari[3], e distava dal suo capoluogo Firenze «tredici miglia e un terzo»[4], ovvero, secondo le nuove unità di misura francesi «due miriametri e nove chilometri»[5]. Per amministrare questa nuova comunità fu costituito un magistrato comunitativo composto da un gonfaloniere e da cinque consoli, i quali, insieme ai deputati dei popoli della comunità, costituivano il consiglio generale[6].

Abbiamo detto che l’introduzione dell’amministrazione francese non modificò i confini della comune di Empoli. Essa era costituita da venti popoli, individuati per lo più con i nomi delle rispettive parrocchie[7], i quali erano: S.Andrea, S.Maria a Ripa (o Empoli vecchio), Avane, Riottoli, Pagnana e Vitiana, S.Pio a Ponzano, S.Giusto a Pretoio, Corniola, Cerbaiola, Pianezzoli, Bastia, S.Michele a Pontorme, S.Martino, Cortenuova, S.Donato in Val di Botte, S.Giovanni a Monterappoli, S.Lorenzo a Monterappoli, Stigliano, S.Maria in Oltrorme e Brusciana. Questa suddivisione è confermata da diversi atti[8], anche se ciò non impedisce una certa confusione sul loro numero: per esempio alcuni atti indicano un numero inferiore di popoli[9], mentre altri ne indicano un numero maggiore[10].

Si ebbe comunque un tentativo, da parte del sindaco di Empoli, di modificare i confini del comune. In una lettera al sottoprefetto datata 3 Gennaio 1813[11], il Busoni lamentava la reazione brusca del sindaco di S.Miniato alla sua proposta, suffragata dalle leggi catastali, di far passare parte del popolo di Brusciana e quello di Marcignana sotto la comune di Empoli. Effettivamente il Sindaco di S.Miniato nella sua lettera di risposta alla proposta del collega di Empoli Luigi Busoni[12] afferma: «Tu vuoi rubare alla Comunità di S.Miniato, tu presti orecchio a quel pazzo del Ciaschi», chiamando in causa anche il geometra delimitatore del dipartimento del Mediterraneo, il quale aveva sostenuto le “mire espansionistiche” del Busoni[13]. In realtà la proposta del Busoni era fondata, in quanto, come si può vedere dalla Pianta della Comunità di Empoli del 1808[14], sia la parte di Brusciana sotto S.Miniato, sia Marcignana erano poste dalla parte del fiume Elsa opposta a S.Miniato e quindi più vicini ad Empoli; i vantaggi che sarebbero derivati alle rispettive popolazioni dall’incorporazione dei due popoli nella mairie di Empoli (costo del fiorino più basso che a S.Miniato, non necessario superare l’Elsa per raggiungere il capoluogo, maggiore presenza della gendarmeria essendo Empoli più vicina ecc.), sono testimoniati da due lettere di supplica, una indirizzata dal popolo di Marcignana a S.M. la Granduchessa, e l’altra dal parroco di Brusciana al sindaco Busoni[15], nelle quali si richiede al più presto questo passaggio di amministrazione. Comunque, quanto questo progetto stesse a cuore al maire ci è testimoniato da una lettera al consigliere comunale Giovanni Bonelli datata 18 gennaio 1814[16], nella quale il Busoni illustra il suo piano per compensare la comune di S.Miniato della perdita territoriale: questa compensazione, non potendo avvenire direttamente tra i due comuni per la presenza dell’Elsa  come confine naturale, sarebbe potuta venire da parte del comune di Castelfiorentino, il quale a sua volta si sarebbe rifatto sul territorio empolese. Per rendere attuabile ciò il sindaco auspica una mediazione da parte dei due prefetti (S.Miniato infatti faceva parte del dipartimento del mediterraneo) e ordina al Bonelli di recarsi a Castelfiorentino per patrocinare questo progetto: in realtà, almeno durante il periodo napoleonico, il territorio comunale di Empoli non venne mutato.

Venne invece mutato lo stemma della comunità di Empoli: infatti, a causa del decreto imperiale del 17/5/1809 il quale stabiliva che nessuna «comune, corporazione o associazione civile» potesse avere il «diritto d’arme» senza la patente rilasciata da Sua Maestà Imperiale, il consiglio comunale decise di rinnovare il vecchio stemma raffigurante i simboli delle tre leghe componenti la comunità. I disegni del nuovo stemma furono consegnati al consiglio municipale il 4 dicembre 1809[17] e tra questi venne scelto quello proposto dal consigliere Ciampolini raffigurante un «braccio di ferro armato con scudo, una porta tra due fortezze, campo azzurro con fascia su cui scritto Salutare Concitiam»[18]. Il predetto stemma, molto elaborato, non va confuso con il timbro usato per vidimare gli atti del comune,  raffigurante, come quelli di quasi tutte le comuni, un’aquila imperiale e la dicitura «Mairie di Empoli»: esso infatti venne inviato, insieme alle firme del maire e degli aggiunti alla prefettura per essere legalizzato all’inizio del 1809[19]. 

Riguardo all’entità della popolazione della comunità di Empoli si hanno dati precisi per gli anni 1808, 1810, 1811 e 1812. Il dato del 1808 ci è pervenuto grazie alla già citata Pianta della Comunità di Empoli, compilata per decreto della giunta del 22/8/1808, la quale indica, oltre alla popolazione totale pari a 9.255 unità, anche il numero di abitanti di ogni singolo popolo. Nel 1810 la popolazione era già aumentata a 9.530 unità[20]: di quest’anno ho rinvenuto anche uno Stato di cambiamento della popolazione nel 1810 in cui sono indicati i morti, i nuovi nati e i matrimoni[21]. Un anno dopo il sindaco, in una lettera al prefetto datata 10 agosto 1812[22], protesta per la sproporzione tra la richiesta di tre coscritti per la guardia nazionale e l’esiguità del numero degli abitanti, pari a 9.688 su un totale per il dipartimento dell’Arno di 599.754 .

Il dato qui riportato si riferisce allo stato della popolazione al 1811; nell’anno successivo si assiste ad un incremento della popolazione di 103 individui pari all’1,06%[23], per un totale di 9.791 unità.

 

L’AMMINISTRAZIONE LOCALE

Da un punto di vista amministrativo Empoli si collocava all’interno del dipartimento dell’Arno, nel circondario fiorentino[24], in una zona di confine tra i tre dipartimenti toscani: infatti, nel manifesto del decreto emanato dall’amministratore generale Dauchy il 22/4/1808[25], riguardante la divisione della Toscana in tre dipartimenti, Empoli risulta collocata al decimo posto tra i quarantaquattro comuni componenti il circondario fiorentino.

L’amministrazione comunale, con l’annessione della Toscana all’Impero francese, non mutò immediatamente il suo ordinamento: infatti per il periodo coincidente grossomodo con il governo della giunta straordinaria, furono mantenuti gli organi e gli amministratori del sistema precedente.

I primi segnali di una completa integrazione dell’amministrazione locale Toscana con quella dell’Impero francese si hanno alla fine del 1808, con una serie di decreti di nomina dei sindaci da parte della giunta, tra i quali si ha anche quello del primo maire di Empoli, Tommaso Salvagnoli[26] (zio del futuro senatore del Regno d’Italia e patriota Vincenzo Salvagnoli), e dei suoi due aggiunti, Lippi e Tempesti: questa copia del decreto, inviata al prefetto per renderlo esecutivo, è purtroppo priva di data, anche se grazie al suo numero di ordine si può collocare tra il novembre e dicembre 1808. L’incarico come sindaco del Salvagnoli fu comunque breve, poiché già il 2 gennaio 1809 abbiamo il giuramento come sostituto del maire dell’aggiunto Giovanni Bonelli[27], il quale procedette subito alla nomina provvisoria dei ministri del Monte Pio[28] e ad altri atti urgenti[29]. I motivi che portarono alle immediate dimissioni del Salvagnoli possono essere solo immaginati, in quanto non vengono indicati nell’unico atto che le menziona[30]. Comunque il Salvagnoli non rimase lontano dalla scena politica locale, poiché lo ritroviamo nominato consigliere comunale il 1° maggio 1811[31] e Presidente dello stesso consiglio nella delibera consiliare del 13 maggio 1811[32].

Di quello che dovrà essere il sindaco di Empoli per tutto il periodo napoleonico purtroppo non ho rinvenuto il decreto di nomina: il primo atto in cui si trova il Dottor Luigi Busoni in qualità di maire, è la sua lettera di presentazione alla cittadinanza del 5 febbraio 1809[33], nella quale per altro sottolinea la sua inadeguatezza per questa carica. La figura del Busoni, nato a Empoli il 16 gennaio 1757 e morto qui il 29 gennaio 1837[34], ci offre un esempio della tendenza dell’amministrazione francese ad usare personalità già collaudate nella passata amministrazione, e dotate di un certo status sociale: il Busoni era infatti un agiato «possidente e trafficante»[35], collocato nella lista dei 600 più imposti del dipartimento[36], ed era stato un deputato del precedente consiglio municipale[37].

L’attenzione dell’amministrazione francese verso le personalità di spicco a livello locale, ci è testimoniata da uno stampato datato 26 luglio 1809[38], inviato dalla prefettura al sindaco, con il quale si richiede un «elenco delle famiglie più influenti e potenti di Empoli» (non necessariamente le più ricche): oltre ai vari dati personali, nome, stato civile, domicilio eccetera, dovevano essere indicate le eventuali cariche politiche passate e attuali, il reddito e la «moralità e opinioni politiche».

Tornando a trattare del sindaco di Empoli, risulta evidente da alcuni atti che il nuovo incarico, per quanto svolto con zelo, suscitasse nel Busoni molte insoddisfazioni, come traspare anche dalla sua lettera di presentazione alla cittadinanza: infatti in due lettere del 31 luglio e del 7 agosto 1812 inviate al sotto prefetto e al direttore della polizia[39], annuncia la sua volontà di dare le dimissioni dalla carica di sindaco, in quanto questa gli sottrae troppo tempo a scapito dei suoi affari domestici[40]; in alternativa spera di ottenere un minimo di retribuzione dal governo, speranza vana in quanto ad una richiesta analoga del primo aggiunto Tempesti, il prefetto aveva replicato che le cariche comunali sono gratuite e che la loro ricompensa è la «soddisfazione di essere utile al proprio Paese»[41].

Comunque è evidente l’apprezzamento dell’operato del Busoni da parte dei suoi diretti superiori, come testimoniato sia da una lettera del sotto prefetto[42] in cui lo si invita a mantenere la sua carica per cinque anni, sia dalla sua nomina a consigliere del circondario fiorentino[43] da cui chiede, con lettera al sotto prefetto del 24 aprile 1813, di essere esentato per i suoi troppi impegni sia domestici che come maire[44]. Nonostante tutte queste titubanze, il Busoni fu riconfermato come sindaco di Empoli dal decreto imperiale del 14/4/1813, come riportato da una lettera al sindaco di Capraia datata 27 giugno 1813 in cui si richiede la sua presenza per procedere al giuramento del Busoni dinanzi al consiglio municipale, cosa necessaria per la sua nuova installazione[45]: il medesimo giorno, nel riferire di ciò al prefetto, il Busoni non mancò comunque di ribadire lo scapito che ne avrebbero avuto i suoi «affari familiari»[46].

I suoi incarichi nell’amministrazione non si esaurirono con la mairie: infatti in occasione delle votazioni per le assemblee cantonali dell’agosto 1813, fu eletto con 462 voti membro del collegio elettorale del dipartimento e, dopo aver ricoperto la carica di sindaco e gonfaloniere anche sotto il restaurato Granducato[47], divenne podestà di Cerreto Guidi dal 1814 al 1820.

Di ausilio al maire nello svolgimento delle sue funzioni erano i così detti «aggiunti», i quali nei comuni con più di 5.000 abitanti erano incaricati con decreto imperiale e il cui numero era proporzionale alla popolazione[48]; a Empoli gli aggiunti erano due e inizialmente furono nominati il Lippi e il Tempesti.

Il primo dei due lo ritroviamo in un Stato degli aggiunti da sostituire nei comuni con più di 5.000 abitanti redatto dalla prefettura dell’Arno nel 1809[49]: infatti il Lippi aveva dovuto rinunciare alla sua carica per motivi di salute, come testimoniato da una lettera della prefettura al sindaco del 27 novembre 1809[50].

La nomina del suo sostituto[51] si ebbe solo nel 1810, quando Michel fu nominato secondo aggiunto dal decreto imperiale del 21/6/1810, entrando in servizio con il giuramento dinanzi al sindaco e al consiglio municipale, effettuato il 25 luglio 1810[52]. Le funzioni degli aggiunti non erano funzioni proprie, ma delegate dal sindaco, vero centro dell’amministrazione locale nel sistema francese: di ciò abbiamo un’ottima testimonianza in un editto del maire datato 28/2/1811, nel quale si provvede ad informare i cittadini del fatto che essi debbano rivolgersi, per ciò che concerne la polizia e lo stato civile, ai due aggiunti, diminuendo così il numero delle udienze cui il sindaco debba presenziare[53]; oltre a ciò gli aggiunti sostituivano il maire in sua assenza, e, in caso di necessità, contribuivano a costituire il quorum necessario al consiglio municipale per deliberare efficacemente[54]. Scendendo nei particolari,  il Tempesti fu incaricato della funzione di commissario di polizia  già il 5 febbraio 1809[55], pertanto gli atti che portano la sua controfirma sono soprattutto processi verbali riguardanti testimonianze su reati più o meno gravi commessi nel comune[56].

L’incarico di Ludovico Michel era invece più vario, in quanto, oltre a gestire lo stato civile[57], lo vediamo impegnato in altre attività, come quella svolta insieme all’architetto comunale Bordi, nella «deputazione» (commissione) per la demolizione del torrione Magnani[58].

Il consiglio municipale era un organo collegiale composto, per i comuni con più di 5.000 abitanti, da trenta consiglieri nominati dal prefetto su proposta delle assemblee cantonali, e che per deliberare necessitava della presenza di almeno due terzi dei membri. Questa normativa era riportata nel testo unico, approvato dalla giunta il 19/11/1808, il quale pubblicava le leggi emanate sotto la Repubblica e l’Impero relative all’amministrazione municipale[59].

Il primo consiglio comunale di Empoli fu costituito in maniera diversa da quanto previsto dalla norma: infatti, nonostante fosse già stato inviato alla prefettura il registro civico contenente gli elettori del comune[60], ci si trovò nell’impossibilità di procedere alle assemblee cantonali per la mancanza di alcuni dati necessari per le loro formalità come la lista dei cento cittadini più gravati da imposte del cantone; per questo la lista dei candidati alla carica di consigliere municipale fu redatta dal sindaco, e conteneva quarantacinque nominativi di cittadini che per la loro «probità e intelligenza» erano candidabili alla suddetta carica[61]. La giunta ne nominò trenta[62], rimettendo la loro lista al prefetto, affinché conferisse alle loro cariche la piena esecutività. In una lettera del sindaco al prefetto dell’11 febbraio 1809[63] si parla del giuramento prestato dai membri del consiglio comunale durante la sua prima seduta: di ciò non rimane traccia nelle filze riguardanti le delibere del consiglio municipale, le quali iniziano con la delibera del 14 marzo 1809.

Il consiglio attribuì rapidamente alcune cariche necessarie al suo funzionamento: infatti furono nominati come presidente e segretario rispettivamente il Ricci e il Romagnoli[64]; i loro incarichi  consistevano, per il presidente nell’aprire le sedute e moderare gli interventi dei consiglieri, mentre il segretario era chiamato a verbalizzare le delibere prese dal consiglio.

Nel modo di operare del consiglio, è sicuramente da ricordare l’ampio uso delle «deputazioni»: queste, normalmente costituite da due consiglieri con l’aggiunta occasionale di un tecnico, venivano istituite dal consiglio per seguire singoli affari dell’amministrazione comunale[65]. I deputati erano dotati di ampi poteri di indagine riguardo all’affare loro affidato, ed erano tenuti a relazionarne al consiglio, proponendo eventualmente soluzioni al problema[66].

Il rinnovamento parziale, del consiglio comunale si ebbe in occasione delle assemblee cantonali del 1813[67]: in queste infatti sarebbero stati indicati dai votanti i candidati a sostituire la metà dei consiglieri, la cui nomina sarebbe comunque spettata al prefetto. Oltre a ciò si procedeva a nominare cinque membri del collegio elettorale del dipartimento e sette di quello del circondario, oltre ai candidati alla funzione di giudice di pace e suoi sostituti. I votanti dovevano recarsi alle rispettive sezioni, dove, tramite cinque bollettini corrispondenti alle singole votazioni, potevano indicare un numero indefinito di soggetti eleggibili. Per esempio per essere eletti candidati alla carica di consigliere municipale bisognava essere nella lista dei cento maggiori contribuenti del comune: questa fu inviata dal sindaco al sotto prefetto con lettera del 26 marzo 1812[68], ed è attualmente conservata in uno stampato nella filza 557 dell’Archivio di stato di Firenze. La preparazione dell’assemblea cantonale aveva impegnato da molto tempo gli organi del comune. Basti pensare alla Lista dei votanti (redatta tra il 1 e il 21 aprile 1812 e verificata dal sotto prefetto il 2 agosto 1812), nella quale gli elettori sono posti in ordine alfabetico, e all’interno di ogni lettera sono divisi per sezione di cantone (per es. S.Maria a Cortenuova, S.Andrea ecc); inoltre, dei 2.674 aventi diritto, in quanto maschi di età superiore ai ventuno anni, residenti nel comune da più di un anno e non privi dei diritti civili e politici (come stabilito dal senatoconsulto del 24/5/1808[69]), veniva indicata anche la professione e la data di nascita[70]. I consiglieri da sostituire furono estratti a sorte durante la seduta del consiglio del 6 agosto 1813[71]: gli estratti furono undici e non quindici perché due consiglieri erano nel frattempo morti e altri due avevano assunto altre funzioni, tra questi anche l’aggiunto Michel.

E’ da ricordare che per la vacanza occorsa nel 1810 di quattro posti di consigliere municipale, dovuta in un caso a morte e negli altri a dimissioni, si procedette alla loro sostituzione tramite dei sostituti nominati per decreto imperiale dell’1/5/1811[72] tra dodici candidati indicati dal sindaco[73]. Per procedere alle votazioni furono costituite sette sezioni, ognuna dotata di un presidente, quello della prima, Orlandini, era anche presidente dell’assemblea cantonale e procedeva alla nomina degli altri presidenti; per ogni sezione erano nominati due «squittinatori» (scrutatori), ognuno dei quali sorteggiato dalle liste dei dieci più vecchi e dei dieci maggiori contribuenti della sezione: le votazioni furono aperte la mattina del 18 agosto 1813[74] e seguirono per «trentasei ore ininterrotte».

Lo scrutinio dei voti effettuato il 21 agosto 1813, ci dice che i votanti per la nomina dei candidati alla carica di consigliere  municipale furono 423 (pari al 15,8% degli aventi diritto), un numero molto basso di cui si ebbe percezione anche durante la votazione, tanto che il sindaco Busoni emanò un editto il 19/8/1813 invitando la popolazione a recarsi a votare prima della chiusura delle urne[75]; nonostante questi sforzi, non fu possibile eleggere tutti e trenta i candidati, ma solo ventisette, tra questi anche il Lami precedentemente sorteggiato tra gli esclusi dal consiglio: infatti solo questi raggiunsero i 213 voti necessari per l’elezione, e per completare la lista si rese necessaria una seconda votazione da effettuare il 23 agosto 1813[76].

Altre cariche importanti all’interno del comune di Empoli furono quella di segretario del sindaco, rivestita da Giovanni Pozzolini[77], e quella di «percettore» (esattore) municipale delle contribuzioni, assegnata a Giovan Battista Fabbrini, nominato a vita dalla giunta su proposta del prefetto il 14 novembre 1808, e confermato nelle sue funzioni dal decreto imperiale del 23/8/1812; di quest’ultimo[78] risulta evidente da alcuni atti, il suo attaccamento al lavoro[79]: in due notificazioni alla popolazione[80], lamentando il gran numero di contribuenti morosi, minaccia prima di dare le dimissioni dalla sua carica, e poi, vista l’inefficacia di tale minaccia, di agire giudizialmente contro questi. Sempre su questo tono è un altro avviso del 21/5/1814[81], nel quale si invitano i morosi a pagare il dovuto, sottolineando il fatto che se la loro mancanza era «comprensibile» sotto il «riprovato furfantissimo Governo francese», questa oggi non è più tollerabile, vista anche l’abolizione della contribuzione straordinaria di guerra e del diritto sui posti in piazza[82].

Oltre a questi funzionari di grado elevato, il comune aveva anche un certo numero di dipendenti costituito da uscieri, guardie campestri, l’archivista, il bibliotecario eccetera; il loro numero era stabilito dalla prefettura[83] e i dipendenti venivano designati tra un novero di candidati dal consiglio comunale[84], la cui decisione per divenire definitiva necessitava dell’approvazione da parte del prefetto[85]. Gli uffici comunali dove questi dipendenti e gli amministratori prestavano servizio non erano liberamente accessibili al pubblico, ma erano sottoposti ad un rigido orario di apertura stabilito dal maire il 3 gennaio 1809[86].

Infine bisogna ricordare il ruolo dei parroci nell’amministrazione comunale dell’epoca, i quali, oltre a svolgere il ruolo di veri e propri funzionari nel compimento di molte attività necessarie per il comune (basti pensare alla cura degli stati delle anime necessari per la coscrizione), erano sottoposti ad un attento controllo da parte delle autorità, vista la loro grande influenza sulla popolazione: ne sono buona testimonianza l’invio da parte del sindaco al prefetto delle liste dei parroci della comune il 30 maggio 1812[87], e l’«Affare di padre Baldani» accusato di aver attaccato il governo nei suoi sermoni[88].

Addirittura il Busoni definisce gli ecclesiastici come i «custodi della tranquillità e del buon ordine», e per questo invita il direttore della polizia ad aumentare la loro sorveglianza, visto l’aumento della tensione dovuto allo stato di guerra in cui si trova il paese[89].

 

LE ATTIVITA’

 

 BENEFICENZA E ASSISTENZA 

Come già accennato nell’introduzione[90], una conseguenza della soppressione dei conventi e delle confraternite religiose durante l’annessione della Toscana all’Impero francese[91], fu il venir meno di una importante fonte di sostentamento per le classi più indigenti: infatti tradizionalmente i conventi fungevano da luogo di refezione per ampi strati della popolazione, la quale integrava la propria alimentazione con i pasti offerti, più o meno regolarmente, da queste opere religiose. Il nuovo governo francese ebbe ben chiaro il potenziale malcontento che sarebbe potuto sorgere tra la popolazione da queste soppressioni, e decise di provvedervi seguendo due direttrici, apparentemente contraddittorie: quella repressiva, tramite l’istituzione dei «depositi di mendicità», e quella dell’assistenza pubblica, con la creazione dei «bureau di beneficenza».

L’ordinamento napoleonico guardava ai mendicanti non come ad una forza lavoro utile nei momenti di maggiore richiesta del mercato, ma come ad una “vergogna” da eliminare dal suolo francese[92], come confermato dal Titolo I, Libro III del codice penale napoleonico, il quale prevedeva la mendicità come un reato punibile dai tre ai sei mesi di carcere. In questa ottica il prefetto del dipartimento dell’Arno emanò un decreto in data 14/10/1812, per la «costituzione dei depositi di mendicità nel dipartimento dell’Arno», in attuazione del decreto imperiale del 5/7/1808 sulla «proibizione della mendicità». Questo decreto, formato da dieci articoli e il cui manifesto è conservato presso la filza 488 dell’Archivio di stato di Firenze, stabiliva l’obbligo per tutti i mendicanti di registrarsi presso le Sotto prefetture per essere iscritti nei depositi di mendicità, ove si sarebbe ovviato alla loro condizione, tramite una reclusione «educativa» la cui durata sarebbe stata «a discrezione del Governo». Qualora il mendicante o vagabondo non si fosse presentato, sarebbe divenuto passibile di arresto, e, a meno che i suoi familiari non fossero accorsi entro otto giorni impegnandosi ad «impedirgli di mendicare», sarebbe stato processato e condannato in conformità con quanto previsto dal codice penale; trascorsa la pena, la sua destinazione sarebbe stata il deposito di mendicità. Erano esentati dal carcere ma soggetti ad «almeno un anno di Deposito» le donne, i minori di sedici anni, gli ultrasessantenni e gli infermi. Il medesimo trattamento era riservato a chi fosse stato trovato privo di passaporto: infatti se questi non avesse dato prova del proprio domicilio entro venti giorni dall’arresto, sarebbe stato processato per «vagabondaggio»[93].

I depositi di mendicità erano in realtà delle vere e proprie carceri nelle quali le condizioni di vita dei reclusi erano pessime: questi erano gestiti dall’amministrazione dipartimentale, mentre la loro copertura finanziaria era a carico delle comunità del dipartimento le quali pagavano tramite rate mensili una somma fissata dal prefetto; Empoli, presso cui non era presente nessun deposito, contribuì con fr. 1.000 nel 1813[94], mentre per le prime sette mensilità del 1814 era stata fissata dal prefetto una contribuzione di fr. 550[95].

Nonostante la durezza delle condizioni di vita, la reclusione nei depositi di mendicità era in alcuni casi preferibile al dover vivere una vita di stenti, come dimostrato dalla lettera del Busoni al sindaco di Firenze del 22 giugno 1813[96], nella quale gli comunica la richiesta di un certo Agostini di essere ammesso nel deposito di detto capoluogo in quanto «vecchio, attaccato da malattie croniche, senza assegnamenti e incapace di lavoro». Comunque, delle citate misure repressive, rimane traccia in alcuni atti riguardanti il comune di Empoli, come la notificazione effettuata dal Sindaco ai mendicanti il 30 ottobre 1813 affinché richiedessero l’ammissione al deposito di mendicità, per evitare i «pregiudizi» già citati[97], o come l’arresto effettuato il 19 dicembre 1810 di un «sospetto vagabondo»[98]. In realtà il rigore di queste misure era in parte diminuito dall’opera dei sindaci e degli altri funzionari, i quali, dove possibile, cercavano di evitare le estreme conclusioni di questi provvedimenti, come è testimoniato da una lettera del sindaco di Firenze a quello di Empoli datata 22 febbraio 1813, nella quale si comunica l’avvenuto arresto per vagabondaggio della figlia di una guardia campestre di Empoli; nell’occasione si invita il Busoni a mediare con il padre affinché la figlia sia riaccolta in casa, e che questi al suo ritorno non la «strapazzi troppo»[99].

L’uso di misure così severe contro i mendicanti e i vagabondi era giustificato, oltre che dai motivi di ordine ideologico predetti, anche dalla consapevolezza che di fatto la microcriminalità trovava tra questi soggetti una fonte importante di reclutamento; per impedire questa conseguenza, il governo francese adottò anche altre misure, come quella prevista dal decreto del prefetto del 12/2/1811 in cui si invitano le amministrazioni locali e i grandi possidenti a fornire lavoro ai miserabili, sottraendoli così al crimine. Il comune di Empoli si attenne a queste istruzioni: infatti in un avviso del 5/3/1811[100] si invitano i «miserabili disoccupati» a presentarsi per poter ottenere un lavoro tra quelli previsti da un progetto della mairie che riguardava per lo più la manutenzione di fossi e strade. Sempre per allontanare questi miserabili dalle mire della criminalità e per assicurargli un futuro, si ebbe il ricorso all’arruolamento forzato nell’esercito come “volontari” di «giovani vagabondi e oziosi a carico della famiglia e della società», i quali venivano convinti tramite la minaccia dell’applicazione delle misure di rigore suddette[101].

Questa funzione educativa e correzionale attribuita al servizio militare ci è suggerita anche da una lettera inviata dal parroco di Pagnana e dalla madre di un certo Pellegrino Corti, detenuto per omicidio e per altri reati, al sindaco in data 15 gennaio 1811, nella quale si richiede l’arruolamento in Marina del Corti affinché si possa correggere: speranza vana poiché il Corti diserterà per ben due volte[102].

Riguardo alla parte assistenziale, l’ordinamento francese prevedeva un organo ad hoc, il «bureau di beneficenza», per svolgere la funzione di aiuto ai bisognosi. Per comprendere quanto fosse diffusa la povertà nella società dell’epoca basti pensare che in una nota sui poveri da dover ammettere alla distribuzione gratuita del pane in occasione della festa del 15 agosto 1809, questi ammontano a 2.464 unità, su un totale della popolazione empolese di poco superiore alle 9.000[103].

Gli uffici di beneficenza furono stabiliti dal decreto imperiale del 6/9/1809[104], il quale prevedeva la loro presenza in ogni «circondario comunitativo»; i loro consigli erano costituiti da un numero variabile di membri[105] nominati con decreto imperiale, e presieduti dal sindaco; un quinto dei membri sarebbe dovuto mutare ogni anno[106].

Tra i membri del bureau di beneficenza veniva eletto il camarlingo o segretario[107] il quale doveva tenerne la contabilità, per esempio registrando i sussidi da esso forniti ai bisognosi. Egli era sottoposto al controllo del budget da parte di una apposita commissione speciale formata da consiglieri municipali e da membri del bureau di beneficenza. A Empoli fu costituita il 31 agosto 1811[108] e trovò corretta la tenuta dell’amministrazione del bureau dall’aprile 1810 all’aprile 1812[109]. Gli organi periferici del bureau di beneficenza erano gli «uffici ausiliari di carità» costituiti presso i singoli popoli del comune e composti dai parroci e dai loro nominati[110]: le loro funzioni erano le più varie, ed andavano dalle richieste di sussidio per i propri parrocchiani[111], all’individuazione delle famiglie non in grado di sostenersi e quindi ammissibili alla distribuzione gratuita del pane[112].

Come ho detto il compito dei bureau di beneficenza era di dare «soccorso ai poveri» a spese delle singole comunità: infatti all’articolo II, il decreto imperiale del 2/2/1809 diversificava l’assistenza agli indigenti dalle cure ospedaliere, la cui amministrazione spettava al governo.

Per un corretto accertamento dello stato di bisogno, onde evitare abusi che avrebbero alimentato la mendicità, il prefetto inviò una circolare a tutti i sindaci in data 23/6/1809[113], nella quale si indicavano tre tipologie di bisognosi da soccorrere: quelli in stato di povertà (senza lavoro o con famiglie numerose, cui si sarebbero dovuti fornire generi alimentari, vestiario e combustibili); quelli in stato di infermità (la cui incapacità di lavoro sarebbe stata accertata da un medico) e quelli in stato di abbandono (esposti, vecchi e incurabili); per queste due ultime categorie si sarebbe dovuto garantire anche una adeguata assistenza medica.

Oltre alla somministrazione di sussidi in denaro, spettanti a chi fosse stato riconosciuto come bisognoso, l’attività del bureau di beneficenza comprendeva svariate iniziative: in occasione delle maggiori feste sia religiose[114] che di stato[115] venivano organizzate la refezione di un certo numero di poveri[116] e l’attribuzione di una o più «rosiere». Interessante, per comprendere la reazione della popolazione a queste iniziative, è ciò che risulta da alcuni rapporti dei parroci riguardanti l’indicazione dei poveri da sfamare in occasione della festa del 29 aprile 1810: in essi[117] si afferma che il numero reale dei poveri dei loro popoli è maggiore di quello qui indicato, perché molti si sono rifiutati di partecipare al pranzo offerto dal comune per una loro comprensibile «erubescenza a comparire in pubblico» e a manifestare così la loro indigenza. Riguardo la «rosiera», questa altro non era che una dote il cui ammontare era di fr. 600, la quale veniva data ad una fanciulla bisognosa scelta dal consiglio municipale (salva l’approvazione del Prefetto) tra un certo numero di candidate intenzionate a sposarsi in occasione della festa pubblica[118]; i requisiti richiesti, oltre lo stato di bisogno, erano per la sposa un «certificato di buona condotta» rilasciato dal maire, mentre per lo sposo si richiedeva lo status di «militare in ritiro»[119].

La copertura finanziaria della «rosiera» per le comunità più piccole era assicurata dalla prefettura, mentre per quelle più grandi, tra cui Empoli[120], il costo della dote era totalmente a carico del comune, come dimostrato dalla sua iscrizione a bilancio e dalla risposta negativa alla richiesta del sindaco al prefetto di farsi carico, tramite il demanio, di almeno una delle due «rosiere» stabilite per la festa del matrimonio dell’Imperatore del 1810[121].

Riguardo alle altre attività caritatevoli si procedeva, come già accennato, alla somministrazione del «pane di giornata» alle famiglie incapaci a procurarselo, la cui spesa era a carico dei possidenti. In occasione della partenza degli scaglioni dei coscritti il sindaco organizzava una colletta, specie tra le famiglie di coloro che non erano stati estratti, per dare un po’ di soldi a questi sfortunati[122].

Particolarmente interessante è lo studio di come venisse finanziata l’attività del bureau: il budget redatto dal Ricci tra l’aprile del 1810 e lo stesso mese del 1812[123] ci elenca le fonti di entrata che per il biennio ammontano ad un totale di lt. 3.897, pari a fr. 3.273.

Innanzi tutto il bureau, in quanto ufficio amministrativo a livello locale, era dotato di un reparto di spesa all’interno del bilancio comunale pari a fr. 1078 per il 1809 (compresa anche la rosiera), e a fr. 500 per il 1810 e il 1812[124]; per sopperire a occasionali aumenti di spese del bureau, il consiglio municipale poteva provvedere ad un finanziamento straordinario, come quello fissato nella seduta del 18/5/1811, pari a fr. 1.500[125].

Un’altra importante fonte di finanziamento era data dal «Monte Pio»: l’attività di questo istituto consisteva nel prendere in pegno dei beni dando in cambio del denaro in prestito, alla scadenza del cui termine si poteva riottenere il bene impegnato restituendo la somma inclusi gli interessi, comunque bassi. Altrimenti il bene sarebbe stato venduto tramite incanto e il ricavato incamerato dal Monte Pio[126]. A Empoli operavano due stabilimenti del Monte Pio, il «Monte Pio Rosso» e il «Monte Pio Nero», i quali, pur impegnando separatamente e redigendo ognuno il proprio bilancio, avevano un’unica amministrazione e il personale in comune[127].

E’ evidente come già di per sé il Monte Pio svolgesse una funzione sociale importante (il popolo poteva ottenere immediatamente del denaro liquido in caso di bisogno), il cui successo è testimoniato dal costante aumento dei pegni annui, come risulta dalla richiesta di aumento dello stipendio di fr. 35 fatta dai due massai del Monte Pio al sotto prefetto il 1 settembre 1812, giustificata dall’aumento straordinario dei pegni nell’ultimo anno[128].

Per questa sua funzione, e anche per evitare che potesse divenire un luogo di ricettazione di beni rubati[129], il Monte Pio era sottoposto ad un rigido controllo da parte dell’autorità governativa: i suoi bilanci, dopo essere stati approvati dal consiglio municipale, erano inviati al prefetto[130] e lo stesso avveniva per le nomine dei suoi impiegati, in particolare il massaio, il mallevadore, lo stimatore e il provveditore. Parte degli utili derivanti da questa attività tradizionalmente erano destinati alla beneficenza e questa loro destinazione fu mantenuta anche dal regime francese. Ce ne dà testimonianza una lettera del prefetto al sindaco di Empoli dell’11 agosto 1809, nella quale, rispondendo negativamente alla richiesta del maire di destinare fr. 700 derivanti dagli utili del Monte Pio per i festeggiamenti del 15 agosto, ribadisce che ciò può essere autorizzato solo per fornire aiuto ai poveri[131]. Sono frequenti le richieste del bureau al prefetto di attingere agli utili del Monte Pio[132]. Particolarmente interessante fu quella di fr. 800 richiesti il 7 dicembre 1811[133], nella quale si sottolineava con dati alla mano come il bureau di beneficenza fosse titolare di un credito pari a fr. 9.989 derivanti dalla mancata percezione completa dell’ottava parte degli utili del Monte Pio dal 1791 al 1810: infatti per l’articolo IX del decreto imperiale del 6/9/1809, il bureau diveniva titolare di tutti i beni e crediti dei precedenti stabilimenti di carità.

Altre imposizioni destinate alla beneficenza erano quelle sulla vendita in piazza dei bozzoli di seta[134], l’aumento di un decimo del costo dei biglietti per il teatro[135] e la tassa di un «paolo» per ogni matrimonio e di quattro «grazie» per ogni battesimo[136].

Un’altra fonte di entrate era data dalla generosità della popolazione, la quale veniva sollecitata con collette trimestrali, con la collocazione di cassette per le elemosine nelle chiese e negli uffici pubblici, ed anche con spettacoli di beneficenza, come quello organizzato dal comune il 2 febbraio 1811 al teatro dei Gelosi Impazienti, il quale, nonostante la chiusura anticipata dei biliardi, ebbe scarso successo, anche perché la compagnia teatrale aveva preteso un quarto dell’incasso[137]; comunque, specie in occasione delle festività, vi furono delle offerte anche consistenti da parte di alcuni cittadini facoltosi, come quella effettuata per il Corpus Domini del 1812 da parte dei due possidenti Del Vivo e Taddei, per una somma di lt. 120[138].

Per concludere, non si può non ricordare, per l’importanza avuta per la comunità di Empoli, la così detta eredità Del Papa: infatti alla sua morte Giuseppe Del Papa, facoltoso medico empolese morto nel 1735, il quale tra l’altro era stato l'”archiatra” dei Granduchi, lasciò i suoi cospicui beni in favore del popolo empolese tramite la costituzione della detta eredità; con parte di questa, per esempio, si procedette nel corso del XVIII secolo alla costruzione dell’ospedale S.Giuseppe[139] . La suddetta eredità era stata lasciata in gestione ad alcune famiglie nobili fiorentine, come gli Antinori, essendo tuttavia sottoposta ad un certo controllo da parte dell’amministrazione locale, come dimostrato dalla nomina da parte del consiglio municipale di due deputati per il controllo dell’ospedale S.Giuseppe, effettuata nella seduta del 17 marzo 1809[140]. Negli atti del comune rimane traccia dell’eredità negli avvisi, rivolti ai giovani empolesi meritevoli, di concorrere a ricoprire le periodiche vacanze dei posti, sovvenzionati tramite legati della stessa, presso la facoltà di medicina dell’Università di Pisa[141], e nell’annuale stanziamento di 25 scudi a favore di 38 «povere fanciulle», alla cui estrazione, effettuata dai preti della Collegiata, il Busoni chiede di essere ammesso per controllarne l’imparzialità[142].

 

LA SANITA’ 

La sanità, all’epoca dell’annessione della Toscana all’Impero francese, era un settore spettante principalmente all’amministrazione centrale: nonostante ciò, uno studio delle attività in campo sanitario svoltesi a Empoli può essere comunque interessante, specie per valutare lo zelo posto dall’amministrazione locale in un settore così delicato.

Uno dei primi provvedimenti adottati dal governo francese, e che avrebbe potuto creare una forte tensione sociale, fu l’abolizione delle «condotte» per i «medici e cerusici»: ciò implicava la necessità di pagarli di tasca propria da parte dei cittadini[143]. Le gravi implicazioni che ciò avrebbe comportato per i ceti più bassi della popolazione furono comprese dall’amministrazione comunale, la quale, nell’avviso alla cittadinanza del 16 giugno 1809, auspica per i più indigenti un intervento governativo e proprio per tutelare i poveri e prevenire focolai di malcontento, il consiglio comunale, oltre a stanziare singoli rimborsi ai medici che avessero assistito i bisognosi[144], iniziò dal 1809 a prevedere regolarmente nel bilancio comunale lo stipendio per due medici e un chirurgo affinché si occupassero di curare gli indigenti[145], necessità di cui si rese conto anche il prefetto , il quale autorizzò questa spesa con lettera al sindaco del 10 novembre 1809[146]. Nella stessa ottica si pone quanto stabilito dal consiglio municipale con la delibera del 4 maggio 1809[147], in cui si prevede un assegnamento annuo di fr. 2.293 all’ospedale S.Giuseppe per l’aumento dei ricoveri che si verificherà in seguito all’abolizione delle condotte dei medici; l’esattore municipale Fabbrini, giustifica questa spesa considerando che, se anche con il precedente sistema l’ospedale andava ogni anno in deficit, ciò accadrà a maggior ragione con il previsto aumento dei ricoveri per gli indigenti, senza il quale d’altronde «tre quarti della popolazione dovranno abbandonarsi alla natura e alla trascuratezza»[148].

Quei cittadini che potevano permettersi di pagare le spese mediche ricorrevano alle cure del personale medico diplomato domiciliato nel territorio di Empoli: tra cui erano due medici (tra cui il Ciampolini), cinque apotecari cioè farmacisti (tra cui i fratelli Castellani, titolari dell’omonima spezieria tuttora esistente), cinque chirurghi e tre levatrici[149]. Per poter esercitare la professione medica il decreto imperiale del 27/6/1811 aveva previsto la necessità di superare un esame di stato davanti ad un «Giurì di medicina» (uno dei suoi componenti era il medico e professore universitario empolese Vincenzo Chiarugi[150]), che per il dipartimento dell’Arno si teneva annualmente presso l’ospedale di S.Maria Nuova[151]: gli aspiranti dovevano presentare al momento dell’iscrizione una adeguata documentazione degli studi effettuati e della pratica svolta presso gli ospedali o medici, e una volta superate le prove teoriche e pratiche, venivano abilitati all’esercizio della professione[152].

Il sopra menzionato dottor Ciampolini, svolgendo anche la funzione di «Ufficiale di Sanità» del comune, era incaricato dello svolgimento delle autopsie richieste dal commissario di polizia[153] e dell’assistenza medica nei confronti dei carcerati detenuti nel deposito di sicurezza cittadino[154]: le spese mediche non erano comunque a carico del comune, essendo di competenza o del dipartimento, se i detenuti erano civili, o del Ministero della guerra nel caso di detenuti militari[155].

Il dottor Ciampolini fu anche incaricato dell’inoculazione del vaccino contro il vaiolo per i comuni di Empoli e Montelupo. La vaccinazione contro questo morbo, il quale costituiva una importante causa di mortalità infantile, era stata scoperta da poco dal medico inglese Edward Jenner, e la prima inoculazione del vaccino su larga scala era avvenuta a Parigi nel 1800[156]. Il governo francese perciò era interessato a questa scoperta e incoraggiava la diffusione della vaccinazione: per esempio nel 1803 un decreto del Ministro dell’interno istituiva nei dipartimenti e nei circondari dei «comitati di incoraggiamento» per diffondere l’uso del vaccino, composti non solo da medici e chirurghi, ma anche da altre personalità ritenute influenti sulla popolazione, come i religiosi[157].

Al momento dell’annessione all’Impero francese, la Toscana aveva già conosciuto alcuni tentativi di far radicare la vaccinazione contro il vaiolo, tramite gli sforzi tra gli altri della stessa Elisa Baciocchi, la quale stabilì la vaccinazione obbligatoria dei nuovi nati del Principato di Lucca e Piombino con decreto del dicembre 1806[158]; nella stessa Empoli vi era stata l’inoculazione del vaccino a centocinquanta fanciulli nel 1805 da parte dei medici Laccè e Ciampolini, come ricordato in una lettera di quest’ultimo al maire datata 23 ottobre 1810[159]. In generale, a parte alcuni casi avvenuti per lo più a scopo di ricerca scientifica, come la vaccinazione effettuata nel 1804 di duecentocinquanta bambini a Tizzana nel Pistoiese[160], il vaccino contro il vaiolo rimaneva un rimedio accessibile solo a poche famiglie abbienti, mentre era guardato con sospetto dal resto della popolazione. Con la piena integrazione della Toscana nell’amministrazione dell’Impero si ebbe anche l’inizio di una massiccia campagna di vaccinazioni, per cui furono vaccinati più di trentamila fanciulli nel solo dipartimento dell’Arno tra il 1809 e il 1812[161]; di questa iniziativa furono informati i sindaci con una lettera della prefettura del 4 luglio 1809[162], la quale oltre ad invitarli a prendere provvedimenti concreti contro il vaiolo come l’individuazione degli affetti dal morbo residenti nella loro comunità e la loro segregazione in quarantena, sottolineava la necessità di vincere lo scetticismo e le «anciennes habitudes» della popolazione.

Per realizzare questo progetto, era essenziale la collaborazione del clero locale, sia per la raccolta dei dati necessari per la vaccinazione[163], sia per l’opera di convincimento che esso poteva svolgere tra la popolazione, sia infine per l’esecuzione materiale dell’inoculazione: infatti questa avveniva nei mesi estivi presso le parrocchie dei vari popoli del comune, seguendo un calendario redatto dal maire e comunicato almeno quindici giorni prima ai parroci; inoltre ogni mese doveva essere inviata una nota dei vaccinati al comitato di vaccinazione del circondario di cui il Ciampolini era membro. L’adesione dei parroci a questa iniziativa fu molto ampia anche perché stimolata dall’invio di opuscoli della prefettura come quello del 30 giugno 1810 che definisce la vaccinazione come lo strumento per «estinguere per sempre il fuoco del vaiolo»[164]. Vi è una numerosa corrispondenza di parroci con il maire conservata nel fascicolo V della filza 143; tra le varie lettere riguardanti il numero dei soggetti colpiti dal morbo nelle varie parrocchie, è particolarmente interessante quella inviata dal parroco di S.Donato in Val di Botte in data 26 giugno 1811, nella quale per diffondere la vaccinazione si suggerisce l’adozione del «sistema usato a Firenze»: vaccinazioni gratuite all’ospedale degli Innocenti (a Empoli si sarebbe potuta usare una sala del comune), e a pagamento se fatte a domicilio. I vaccini, provenienti dal «deposito imperiale» costituito a Firenze presso l’ospedale Bonifazio nel 1810[165], venivano inoculati a bambini di almeno un anno di età da parte dello stesso dottor Ciampolini, cui era riconosciuto un rimborso spese di fr. 100[166] annui; altri incentivi erano previsti a livello dipartimentale, come la premiazione, con due medaglie d’oro rilasciate dall’accademia dei Georgofili, dei due medici che avessero effettuato più vaccinazioni, prevista dall’ articolo IV del decreto del prefetto del 31/7/1812 sulla vaccinazione per il 1812[167].

I dati da me ritrovati riguardanti le vaccinazioni effettuate a Empoli coprono gli anni 1811 e 1812: nel 1811 furono vaccinati ben 908 fanciulli[168], mentre nel 1812 il loro numero scende a 42. Il grande numero di vaccinati nel 1811 è spiegato dalla già citata lettera del dottor Ciampolini al maire del 23 ottobre 1810, nella quale si afferma che lo scarso numero di vaccinati nel 1810 è dovuto alla scelta del Ciampolini di rimandare all’anno successivo la vaccinazione di molti fanciulli, vista la loro debolezza dovuta alla diffusione di casi di diarrea, rosolia eccetera[169]. Interessante per comprendere la mortalità del vaiolo è il documento riportante il dato dei vaccinati del 1812[170], nel quale viene indicato anche il numero dei soggetti contagiati (38), di quelli rimasti infermi o sfigurati (3) e dei bambini morti per il vaiolo (12 su un totale di 316 nuovi nati).

Il comune svolgeva anche la funzione di indirizzare agli ospedali fiorentini, come l’ospedale Bonifazio o quello degli Innocenti, i cittadini più indigenti bisognosi di cure, mediando anche i rapporti tra i loro parenti e la «direzione amministrativa degli ospedali riuniti di Firenze», responsabile della gestione di dette case di cura. Dagli atti del comune risulta come il pagamento della retta non fosse uguale per tutti i ricoverati: infatti la comunità provvedeva, a seconda dello stato di povertà del malato, a pagare tale somma totalmente[171] o solo in parte[172].

E’ da notare come la maggior parte di questi ricoveri riguardasse donne rimaste incinte, le quali venivano indirizzate a «sgravarsi» presso l’ospedale Orbatello a Firenze, mentre i neonati sarebbero stati condotti all’ospedale degli Innocenti. Presso questa struttura venivano inviati anche gli orfani[173] e i «gettatelli» (trovatelli) del comune, per i quali era stato organizzato dai sindaci della zona un sistema di trasporto tramite balie preposte a ciò[174]; a Empoli le spese di trasporto erano a carico dell’eredità Del Papa[175].

Tra i vari casi trattati dalla mairie è particolarmente interessante quello della giovane Margherita Tinagli, per l’impegno postovi dal Busoni il quale, dopo aver indirizzato la ragazza, ormai all’ottavo mese di gravidanza, presso l’ospedale Orbatello[176], si impegna ad ottenere il pagamento della sua retta, sia richiedendo una elemosina a suo favore da parte dei suoi compaesani[177], sia richiedendo il pagamento della somma al suo «complice», un certo Fedeli, il quale, in caso di inadempienza, viene minacciato con lo spauracchio del carcere a «Porto Ferraio o in Corsica»[178].

Infine si devono ricordare alcuni interventi di natura sanitaria effettuati dal sindaco per tutelare la salute pubblica.

Un problema che si ebbe per tutti gli anni da me studiati, fu quello dei cani idrofobi: periodicamente venivano segnalati dalle guardie campestri o da singoli cittadini casi di rabbia canina[179], ai quali si reagiva con l’abbattimento immediato dell’animale e con l’individuazione dei cani eventualmente morsi da questo affinché fosse arginato il contagio[180]. Per limitare la rabbia canina fu anche emanato un decreto del maire il

18/1/1811[181], il quale prevedeva l’obbligo per i possessori di cani di tenerli legati se portati a passeggio, e di tenerli a catena in casa.

Sempre a proposito della «salute animale» si ebbe uno scambio epistolare tra il sotto prefetto e il sindaco nel corso del 1812: il sotto prefetto in data 18 febbraio 1812 richiese al Busoni l’invio di uno «stato dei veterinari diplomati di Empoli», per poterne controllare l’attività e evitare così che dei «cialtroni» esercitassero tale professione, con conseguente rischio per la salute animale e umana[182]. La risposta del sindaco dovette essere molto deludente per il sotto prefetto, poiché vi si legge che a Empoli questa professione era esercitata da «manescalchi non diplomati», ed inoltre nessuno si era fatto avanti per iscriversi alla «scuola Imperiale di veterinaria di Alfort»[183]. Comunque solo con il decreto imperiale del 15/1/1813 fu imposto dalla legge l’obbligo di diplomarsi per chi volesse esercitare la professione di veterinario[184].

Per migliorare la salubrità della città furono presi alcuni provvedimenti: per esempio, fu istituito con decreto del Busoni il divieto di porre «materie putride» in luoghi pubblici e di lasciarle in strada, stabilendo anche l’obbligo di ripulire gli scoli e le fogne della città e della campagna da parte dei proprietari frontisti[185].

Particolarmente interessante fu anche la deliberazione riguardante la demolizione del «torrione Magnani»[186] richiesta dalla necessità di migliorare la ventilazione della città, già di per se scarsa vista la sua «bassa posizione», impedita dal detto edificio situato  sulla principale via di Empoli (Via Ferdinanda).

Tra le attività economiche dell’epoca nella zona di Empoli, quella ritenuta più pericolosa per la salute pubblica era quella della lavorazione della pelle[187], le cui manifatture rientravano tra quelle elencate nel decreto imperiale del 15/10/1810 riguardante le «fabbriche e laboratori emananti un odore insalubre o scomodo»[188]. Nella concia dei pellami accadeva che le carcasse degli animali venissero lasciate all’aria aperta per molti giorni con il rischio di infezioni per i liquami riversati lungo le strade[189].

Per impedire ciò, fu emanato un Regolamento di polizia da parte del sindaco in data 24/10/1810[190], il quale puniva i trasgressori con la ripulitura della strada a loro spese e con l’apertura di un processo a loro carico dinanzi al giudice di pace[191]. Per ovviare agli stessi rischi fu emanato un editto da parte del maire il 6/12/1811[192], nel quale, per impedire l’uso di fare essiccare le carcasse degli animali morti per malattia al fine di ottenerne «carnicci di pessima qualità», si imponeva l’obbligo di seppellire detti animali in luoghi appositamente predisposti.

 

IMPOSTE

Le imposte sono sicuramente il settore dell’ordinamento napoleonico che più di ogni altro deve essere rimasto indigesto ai nuovi sudditi toscani dell’Impero francese: infatti, come già accennato (nell’introduzione), si assistette al moltiplicarsi delle tasse, sia a livello nazionale che a livello locale, soluzione necessaria per mantenere l’imponente apparato dello stato francese.

Per il mio studio sono sicuramente più interessanti le imposizioni stabilite dal comune, ma risulta impossibile non trattare anche delle altre per la stretta connessione che vi era tra le due serie di tassazioni: basti pensare ai centesimi addizionali sulle patenti.

 

IMPOSTE CENTRALI

Le quattro imposte dirette, come quelle comunali, venivano riscosse dal già citato signor Fabbrini, il quale per svolgere la funzione di esattore delle contribuzioni, era stato obbligato a versare una doppia cauzione a garanzia delle somme riscosse per le imposte dirette[193] e per le rendite comunitative[194]. La retribuzione dell’esattore non era a carico del ministero delle finanze o del dipartimento, ma ricadeva sui contribuenti tramite una percentuale sugli introiti incassati dal suddetto, la quale ammontava per le contribuzioni dirette a circa il 3%, come dimostrato dal diritto dell’esattore di Empoli pari a fr. 1.851 per il 1810 su un totale corrispondente a fr. 59.021[195]. Per le imposte locali tale diritto ammontava in genere al 2,5%, come riportato dal Dazzaiolo dell’imposizione per il restauro delle strade vicinali[196] e dal Tariffario dell’imposizione di fr. 4.000 del 1811[197].

Proprio la retribuzione del Fabbrini divenne oggetto di scontro all’interno dell’amministrazione comunale. Il consiglio comunale infatti, durante la seduta del 9 novembre 1812[198], aveva provveduto ad aumentare la sua provvigione sulle imposte dirette al 3,5%, considerando che per l’aumento della mole di lavoro l’esattore era stato costretto ad utilizzare i servigi di un usciere; il suddetto aumento non fu ritenuto sufficiente dal Fabbrini, il quale pretendeva una provvigione del 4%, essendo molto complessa la gestione della esattoria di Empoli, come testimoniato dalle sue continue comunicazioni con la Corte dei Conti di Parigi[199].  La decisione definitiva su questo problema dette ragione al Fabbrini, il quale era per altro sostenuto dal maire nelle sue rivendicazioni[200]: infatti nella sua Situazione di impiego inviata al prefetto il 25 marzo 1814[201], si legge che la sua percentuale sulla riscossione delle imposte dirette è pari al 4%.

Tornando a parlare delle tasse, queste erano suddivise in dodicesimi pagabili ogni giorno della settimana (tranne la domenica) al Fabbrini, il quale era obbligato a risiedere a Empoli e ad essere reperibile in ogni momento, come previsto dalla legge del 7 termidoro anno IX[202]; al momento del pagamento veniva rilasciato dall’esattore o da un suo usciere, uno stampato contenente la somma versata e il titolo per cui il versamento era avvenuto[203].

In caso di mancato pagamento l’esattore alla scadenza del termine provvedeva a ingiungere al moroso di pagare il dovuto entro breve tempo, altrimenti si sarebbe proceduto secondo il «rigore delle leggi»[204]. Esso comportava il sequestro dei beni e la loro vendita fino alla concorrenza del ricavato con quanto dovuto più le spese fiscali[205].

La riscossione delle imposte non era comunque un compito semplice, sia per le lungaggini del sistema di riscossione[206], sia perché ci si doveva confrontare con l’ostilità, e in molti casi con la povertà della popolazione. Queste difficoltà furono ancora maggiori negli ultimi mesi della mairie, quando ai soliti problemi si aggiunse l’incertezza sul futuro assetto del paese. Esse si deducono dal rapporto degli uscieri Bertini e Pulignani dell’esattoria di Empoli datato 5 marzo 1814, nel quale si parla di un vero e proprio tumulto nato dal rifiuto del Rigatti di accettare l’intimazione al pagamento ed estesosi a tutta la popolazione del «Borgo»[207]. Un tentativo di facilitare l’attività dei percettori fu fatto dal prefetto con il decreto del 19/11/1813, con il quale le procedure di riscossione, comprendenti l’intimazione, l’ingiunzione, il precetto, il sequestro e infine la vendita, si sarebbero dovute svolgere nell’ambito di soli diciassette giorni[208].

I reclami contro queste tasse comprendevano sia richieste di esenzione che di riduzione dell’ammontare delle imposte dirette e comunali[209]: riguardo alle imposte dirette le suppliche dovevano essere compilate in carta bollata da 25 centesimi e inviate al prefetto, mentre per le imposte comunali dovevano essere indirizzate al sindaco.

Delle esenzioni potevano essere rilasciate in casi eccezionali, come avvenne in occasione della grandinata del 21 giugno 1811 a Monterappoli: infatti, per alleviare i disagi dei contadini e proprietari colpiti duramente dal fenomeno, con una perdita del raccolto stimata sui fr. 38.576, il controllore delle contribuzioni dirette Prieur, li invita a inviare singole richieste di esenzione dalle imposte[210].

Tra le imposte dirette la più cospicua era sicuramente la «fondiaria»: la quota spettante ai dipartimenti toscani era fissata dal governo di Parigi ed era ripartita dal prefetto e dal sotto prefetto tra i vari circondari e comunità[211]. All’interno di ogni comunità avveniva la ripartizione tra i vari contribuenti, effettuata ad opera di una commissione di ripartitori, i cui membri si occupavano di uno o più popoli del comune. Questa ripartizione, come quella per l’imposta personale e quella delle porte e finestre, doveva essere approvata dal prefetto per divenire esecutiva, e quindi veniva pubblicata tramite affissione presso la sede del comune[212].

La commissione dei ripartitori (che si occupava anche della tassa personale e delle porte e finestre) era composta per i comuni con più di 5.000 abitanti da sette membri più il maire e gli aggiunti[213]: cinque erano nominati dal consiglio municipale tra i contribuenti della comunità e due tra gli stessi consiglieri[214], previa approvazione da parte del prefetto.

Il criterio con il quale veniva assegnata la quota spettante ad ogni comunità era la «Massa estimale o decima», calcolata in fiorini per ogni proprietario domiciliato nel comune, come riportato nelle matrici della fondiaria redatte da appositi periti nel 1809, dalle quali risulta che a Empoli nel 1810 questa corrispondeva a 1.128 fiorini[215]. Moltiplicando questo dato per il valore in franchi del fiorino riportato nel Ruolo delle Contribuzioni (inviato al sindaco dal controllore delle contribuzioni dirette all’inizio di ogni nuovo anno e pari per il 1810 a fr. 39,53), si ottiene il contingente della fondiaria dovuto dalla comunità di Empoli pari a fr. 44.613[216].

Questa somma comprendeva varie voci: infatti oltre la principale, che nel 1811 ammonta a fr. 33.354 su un totale della fondiaria di fr. 41.752[217], vi erano calcolate anche le «spese fisse del Dipartimento» (fr. 5.620), le «spese di catasto» (fr. 1.111), le «spese di culto, per canali e strade» (fr. 1.000) e l’«addizionale del 2% sulla “principale” per i fondi di nessun valore» (fr. 667). Questi erano delle proprietà ritenute prive di reddito ai fini fiscali per i loro possessori, e poste a carico dei proprietari della comunità con l’addizionale sopra citata. Le liste di questi fondi venivano aggiornate periodicamente e inviate al prefetto[218], e attualmente sono conservate nel fascicolo XVI della filza 137 dell’Archivio storico del comune di Empoli.

L’altra imposizione che colpiva la proprietà, era quella delle porte e finestre e anche per questa tassa l’ammontare veniva fissato per ogni comunità dal sotto prefetto[219]. Questa imposta, come suggerito dallo stesso nome, variava a seconda del numero di porte e finestre di ogni singola proprietà: dai ruoli delle contribuzioni del 1810[220]  risulta che per ogni porta o finestra si dovessero pagare c. 47 , c. 72 per ogni portone (tipico degli esercizi commerciali) mentre per le case con una sola porta o finestra la somma era rispettivamente di c. 30 o 16.

Al cancelliere e ai ripartitori era affidato il censimento delle porte e delle finestre della comunità, il quale doveva essere aggiornato ogni anno e inviato alla Prefettura. In quello redatto il 25 ottobre 1808, che comprende 1.129 contribuenti per un totale di 8.652 porte e finestre e 60 portoni[221], i proprietari erano divisi tra i vari popoli del comune, e di ognuno veniva indicato il domicilio e il numero di porte e finestre dell’edificio di appartenenza. E’ da notare come i beni immobili gestiti dal demanio, principalmente frutto delle soppressioni dei conventi, fossero sottoposti alle suddette tassazioni quando affittati, in quanto vi se ne traeva un utile[222]. Nel 1810 alcuni di questi beni passarono sotto la «lista civile» a seguito del decreto del prefetto dell’11/4/1810 attuante l’articolo XVI del senatoconsulto del 30/1/1810, venendo così sottratti alle imposte predette, come specificato in una lettera del controllore delle contribuzioni dirette al maire del 24 luglio 1810[223].

Dall’elenco dei beni passati sotto la «lista civile»[224] risulta una diminuzione della massa estimale della comunità di 17 fiorini pari ad una perdita di contribuzione, tra «fondiaria» e «porte e finestre», di fr. 722 annui.

Di tutt’altro genere era l’imposta «personale»: il suo ammontare era sempre fissato dal sotto prefetto (per esempio per il 1813 ammontava a fr. 3.825[225]), e risultava dalla moltiplicazione del valore di tre giornate di lavoro (fissato a tre franchi) per un coefficiente pari alla sesta parte della popolazione della comune[226]. Al pagamento di questa tassa erano tenuti tutti i capi famiglia e i congiunti dotati di un «traffico privato o entrata particolare», che per tale motivo non erano totalmente a carico del capo famiglia; parimenti vi erano sottoposti i religiosi mentre ne erano esentati gli indigenti «non in grado di sopportare un aggravio annuo maggiore a quattro franchi»[227].

I commissari ripartitori erano tenuti a suddividere tra i possibili contribuenti il totale dell’imposta personale sancito per la comunità, indicando una quota spettante a ogni contribuente la quale doveva essere approvata dal prefetto; per il 1813 ammontava a fr. 4,75[228]. I ripartitori erano poi tenuti ad aggiornare annualmente la lista dei capi famiglia nella quale venivano indicati la professione del soggetto, il numero dei membri della famiglia e lo stato di indigenza se presente, cancellando i soggetti deceduti o trasferitisi ad altro comune[229].

Infine l’imposta sulle patenti, posta a carico di chi esercitava un commercio, industria o professione: questi soggetti erano tenuti a richiedere al maire detta patente, pena la perdita dell’esercizio della professione e il pagamento di una ammenda[230]. La somma da pagare era data da un diritto fisso differenziato a seconda del tipo di professione esercitata (per esempio per un barrocciaio era di fr. 3, mentre per un mercante di bestiame o di grano era di fr. 15) e da un diritto proporzionale all’ammontare delle pigioni pagate per l’abitazione e i laboratori. A questi veniva aggiunta una tassa sui «centesimi per i fondi di nessun valore» pari, in tutti gli esemplari di patenti conservati, al 5% del totale delle prime due voci dell’imposizione. Per esempio nella patente di mercante di grano di Agostino Del Vivo del 1811 ad un diritto fisso di fr. 15 e ad uno proporzionale di fr. 20, corrisponde una addizionale per i fondi di nessun valore di fr. 1,75[231]. Il ricevitore delle contribuzioni dirette era tenuto a redigere uno stato delle patenti, nel quale dovevano essere indicati, oltre alla data di iscrizione nel ruolo e l’arte esercitata, anche la somma della pigione della bottega e della casa ed eventuali osservazioni: per esempio lo stato di miserabilità di un certo Biagi, di professione «rivenditore di cappelli di lana», che lo esonera dal pagamento del diritto proporzionale[232].

Il ruolo delle patenti doveva essere aggiornato ogni trimestre, formando il così detto ruolo supplementare” il quale, come il precedente, doveva essere approvato dal prefetto per divenire esecutivo[233]: in questo si dovevano indicare i soggetti deceduti, quelli che avevano cambiato domicilio o professione e coloro che avevano abbandonato definitivamente ogni arte[234]. Naturalmente venivano indicate anche le nuove patenti che, dai ruoli supplementari delle patenti dal 27 aprile 1809 al 31 gennaio 1814, risultano essere state 128[235].

Oltre alle imposte dirette, altre tasse erano state istituite dall’amministrazione centrale: per esempio c’era l’imposta di successione a favore del demanio da cui erano esclusi soltanto coloro che esibivano un certificato di miserabilità[236], oppure il diritto di «octrois» (dazio) sulle merci in entrata nella città, stabilito da un decreto della giunta del 4/11/1808 per le comuni con più di quattromila abitanti, che a Empoli si tentò inutilmente di istituire, come riportato dalla lettera del ricevitore dei diritti riuniti al cancelliere dell’1 ottobre 1808[237]. In effetti questa proposta fu osteggiata dall’amministrazione locale, che la vedeva come un pericolo per il commercio locale, tanto che riuscì ad ottenerne la sospensione, come riportato nell’estratto della seduta del gonfaloniere e priori del 22 ottobre 1808[238], riportante l’incontro avvenuto tra una sua deputazione e la direzione dei diritti riuniti. A dire il vero, un diritto di entrata venne in realtà sancito dal consiglio municipale nella seduta del 4 dicembre 1809[239], ma questo era limitato all’introduzione di vino in città[240].

E’ sicuramente da ricordare anche l’imposizione straordinaria per la guerra sancita con il decreto imperiale del 21/11/1813, e comportante un aumento dei centesimi delle contribuzioni dirette[241]. Riguardo a quest’ultima tassazione, particolarmente onerosa in quanto ammontante a fr. 23.258 per la sola mairie di Empoli[242], è interessante vedere come il Busoni tentasse di renderla più accettabile ad una popolazione già esasperata dalla guerra e dalla povertà, sottolineando la “benemerenza” dell’Imperatore, il quale, sottoponendo i toscani a questa nuova tassa, li aveva parimenti esentati dalla coscrizione anticipata del 1815[243].

Infine, pur non essendo una imposta in senso stretto, merita una menzione a parte la lotteria imperiale, istituita in Toscana in sostituzione dei “lotti” (il gioco del lotto) con decreto della giunta del 6/10/1808: infatti essa forniva un continuo flusso di entrate per le casse dello stato, per esempio basti pensare che a Empoli furono raccolti fr. 195 per le giocate dell’estrazione del 22 gennaio 1814 sulla ruota di Roma[244]. A Empoli fu istituita una ricevitoria (la n.1547, sita in Via del Giglio) diretta da un ricevitore, nominato dalla giunta il 7 dicembre 1808 nella persona di Luigi Ventisette[245]. Le estrazioni dei cinque numeri vincenti venivano effettuate a Firenze alla presenza del «Prefetto, del Procuratore generale della Corte imperiale, del Maire di Firenze e dell’Ispettore generale della lotteria» ogni mese nei giorni 7, 17 e 27[246], mentre la chiusura delle giocate avveniva alle ore nove di sera dei giorni 5, 15 e 25 di ogni mese. Alla chiusura delle giocate il ricevitore della lotteria doveva formare un plico delle matrici, sigillandolo con la propria firma e con quella del sindaco e del direttore della posta, per poi spedire il tutto a Firenze con il primo corriere[247]: proprio i ritardi nella chiusura delle giocate causarono l’allontanamento del Ventisette dalla carica di ricevitore[248], per la cui sostituzione si fecero avanti in diversi, come testimoniato dalle varie richieste inoltrate dagli aspiranti ricevitori al prefetto[249].

 

LE IMPOSTE LOCALI

Passando a trattare delle imposte locali, queste formavano la parte principale delle entrate nei bilanci del comune. Quelle collocate regolarmente tra le entrate ordinarie del comune erano i «centesimi addizionali sull’imposizione fondiaria e personale», la «decima sulle patenti», il «diritto di macellazione» e la «locazione dei posti al mercato».

Le prime due imposizioni altro non erano che delle imposte addizionali calcolate sulle omonime imposte dirette e venivano stabilite dal comune per supplire alle sue necessità[250]. Le entrate ammontarono per il 1810 a fr. 1.804 per i «centesimi addizionali sulla fondiaria e personale» e a fr. 450 per la «decima sulle patenti»[251].

Il diritto di macellazione (o di «abotage») sul bestiame consisteva in un imposta cui erano sottoposti quei soggetti che esercitavano la funzione di pubblici beccai, i quali erano tenuti all’abbattimento dei capi portati dai singoli macellai. Merita sottolineare la differenza tra le due funzioni, per altro non incompatibili[252], onde evitare confusioni tra questa imposizione, dovuta per la gestione di una funzione pubblica, e la tassa dovuta a titolo di patente dai macellai privati. Il regolamento di questa attività, in attuazione di una circolare del prefetto del 13/2/1809, fu proposto dal consiglio municipale nella seduta del 27 marzo 1809[253] in attesa dell’approvazione del prefetto: in esso, oltre ad indicare i vari diritti previsti per l’abbattimento dei singoli capi (manzi, agnelli, vitelli di un anno eccetera), si sottolineavano la necessità del rispetto dei circondari in cui si poteva svolgere tale professione, e la durezza delle sanzioni in caso di alterazioni della merce. Il totale del diritto di «abotage» rimase fissato dal 1809 al 1814 a fr. 8.000 annui. Al suo pagamento erano tenuti i sei appaltatori di tale servizio in maniera proporzionale al numero di abbattimenti effettuati[254].

Infine di una «imposizione sui posti in piazza» viene fatta menzione per la prima volta in una seduta del consiglio municipale del 27 marzo 1809[255], nella quale si costituisce un apposita deputazione per redigere un progetto di tassazione.

L’entrata in vigore di questa imposta, in seguito all’approvazione del prefetto, si ebbe

con l’editto del sindaco del 27/8/1809, il quale la rendeva nota ai concittadini[256]. In esso si affermava che a causa dell’aumento delle spese comunali si era resa necessaria la «locazione dei luoghi pubblici di mercato» da parte del comune. Ciò comportava il pagamento di una imposta calcolata in vario modo a seconda della merce venduta: i dettaglianti e gli artigiani pagavano un’imposta proporzionale al numero delle braccia occupate in Piazza della Collegiata, mentre i rivenditori di olio, pesce, formaggio, granaglie eccetera, pagavano in proporzione a quanto venduto (il peso era calcolato in libbre, barili, sacchi eccetera). Una tassa era prevista anche per chi partecipava al mercato degli animali che si teneva al «Campaccio»[257]: era previsto, per esempio, il pagamento di una imposizione di due soldi per ogni maiale da carne condotto in piazza, per risarcire i danni causati.

La riscossione di questa tassa fu eseguita inizialmente dal ricevitore comunale e dai suoi uscieri per altro invitati dal Busoni a non truffare i mercanti e venditori[258]. Successivamente, per facilitarne la gestione, fu prevista la messa in appalto di questo servizio dal 1810 in poi[259]; il ricavato di questa imposizione non risulta molto vario, nonostante la presenza del pubblico incanto, probabilmente perché l’appalto fu vinto dai medesimi soggetti ogni anno: infatti la somma iscritta a bilancio è sempre di fr. 2.084[260], partendo da una base d’asta di fr. 1.764[261].

Erano esentati da tale imposta i proprietari o pigionali delle case poste sulla piazza per le vendite effettuate sotto i portici e parimenti lo erano i venditori di bozzoli di seta, i quali però erano sottoposti, essendo i detti bozzoli beni di lusso, ad una imposizione “solidale” a favore del bureau di beneficenza[262].

Inizialmente furono esentati da tale imposta, previa autorizzazione del sindaco, anche i rivenditori di granaglie presso i loro magazzini, ma a causa delle proteste degli appaltatori, che dalla vendita di grani effettuata esclusivamente presso i magazzini si vedevano sottrarre molte entrate, il consiglio municipale con delibera del 5 aprile 1810[263] estese detta tassazione anche a questi soggetti, cui impose anche il controllo da parte di un pubblico pesatore il quale era tenuto anche a intervenire in caso di contestazioni sul diritto sui posti in piazza, con l’ausilio di «pesi e misure bollati». Sempre per facilitare l’esazione del diritto, furono previsti gli orari di inizio e di chiusura delle vendite nei giorni di mercato annunciati dal suono delle campane[264], e furono previste delle pene per chi avesse eluso queste disposizioni (normalmente la perdita della merce, e la sua vendita a favore della mairie e dell’eventuale delatore[265]). L’attenzione che pone l’amministrazione locale nell’enfatizzare la durezza delle pene in caso di truffa nei confronti del diritto sui posti in piazza, probabilmente è dovuto ad un alto numero di tentativi di evadere detta imposizione[266]. Comunque anche da parte degli stessi esattori vi furono tentativi di frodare i venditori, come testimoniato dal rapporto del 18 maggio 1810 redatto dalla guardia campestre Bertini su un diverbio tra un appaltatore e un certo Daddi (contadino), nato dalla richiesta ingiustificata da parte dell’esattore di riscuotere il diritto dei posti in piazza anche nei giorni non di mercato[267].

E’ da sottolineare come l’imposizione sui posti in piazza comprendesse anche il «diritto dei pesi e misure»: questa tipica imposta locale dell’epoca, pur essendo disciplinata da un regolamento approvato dal consiglio municipale il 21 maggio 1811[268], non godette di una autonoma iscrizione a bilancio fino a quello del 1814, nel quale è prevista, tra le entrate ordinarie, una somma di fr. 225 ricavati dalla «verifica dei pesi e misure».

Oltre a queste imposte, il comune ne stabiliva altre per ovviare a delle necessità particolari.  Di alcune di esse, come quella per gli «accolli delle strade vicinali» o quella per l’«alloggio delle truppe di passaggio», parleremo nei capitoli dedicati a questi argomenti.

Due imposizioni furono stabilite per sopperire a dei debiti che la comunità aveva contratto durante l’amministrazione precedente, ed entrambe queste imposizioni usarono come riferimento la «decima».

La prima di queste fu prevista in seguito ad una ricognizione dei debiti della comunità, effettuata dal consiglio municipale nella seduta del 13 maggio 1811[269]: infatti, per ovviare a questo deficit ammontante a fr. 9.117 , il consiglio intervenne sia destinando a tale scopo il «reliquato» del bilancio del 1811 (pari a fr. 5.343), sia stabilendo una imposta straordinaria di fr. 4.000[270]. Avuto il parere favorevole del prefetto[271], fu stabilita una imposizione per ogni contribuente pari a fr. 3,75 per ogni fiorino previsto dalla «decima», da pagarsi in due rate, per un importo totale di fr. 4.137 compreso il diritto dell’esattore[272].

La seconda di queste imposte fu prevista per ovviare al debito contratto dalla precedente amministrazione con il «tesoro pubblico». Il suo ammontare doveva essere già chiaro alla fine del 1808, se il cancelliere Fabbrini in una sua lettera al prefetto dell’8 ottobre di quell’anno[273] chiede se sia possibile compensare ciò con alcuni crediti che il comune vanta verso il demanio.

Avendo il prefetto risposto negativamente, si procedette alla previsione di una imposta nell’ambito di vari anni, per procedere all’azzeramento di tali debiti; i dati di questa imposizione sono dettagliati solo per il 1811, mentre non ho trovato che l’ammontare dell’imposizione per il 1812 e per il 1814, entrambe pari a fr. 1.167[274].

Parimenti non ho rinvenuto il totale dell’ammontare del debito con il tesoro, anche se dalla lettera del sindaco del 17 dicembre 1813 sopra citata si possono ricavare molti dati: innanzitutto che l’imposizione fu autorizzata dal prefetto il 2 novembre 1810, e che quindi constò di quattro annualità, poiché la tassa del 1814 viene definita «ultima rata». Da queste informazioni si può stimare un totale pari a circa fr. 4.500.

Dal Dazzaiolo dell’imposizione del 1811 per il debito con il tesoro[275], si comprende come anche questa imposta fosse calcolata per ogni contribuente tramite la tariffa di fr. 1,07 per ogni fiorino di decima, per un totale dell’imposizione per il 1811 di fr. 1.196.

Per concludere si può affermare che il comune, qualora avesse avuto delle spese improvvise non coperte dal bilancio, era in grado di imporre ai cittadini (normalmente ai possidenti) tassazioni anche corpose per ovviare a queste, fatta salva l’onnipresente approvazione da parte del prefetto. Un esempio di questa moltitudine di imposizioni fatte ad hoc, ci è dato da quella stabilita dal consiglio municipale il 7 gennaio 1813[276] per l’equipaggiamento di «quattro cavalieri volontari» offerti dal comune di Empoli all’Imperatore il 25 gennaio 1813[277]. Questa tassa ammontava a fr. 4.000  ed era divisa[278] tra i «venti maggiori possidenti della comunità»[279].

 

IL BILANCIO (E BENI DEL DEMANIO)

 

GESTIONE E CONTABILITA’

La redazione del bilancio era per le comunità dell’epoca, come per quelle di oggi un compito essenziale per poter gestire la loro amministrazione. La normativa imperiale pose una grande attenzione su questo oggetto sostituendo i vecchi saldi cui erano abituate le comunità toscane, con i più complessi e dettagliati budget[280]; la loro complessità ci è confermata da una lettera del sindaco al prefetto del 20 febbraio 1809[281], nella quale lo si avverte dell’impossibilità di redigere il bilancio, poiché non è ancora pervenuta la sua «tabella esplicativa».

Il bilancio veniva redatto dall’esattore municipale ed era approvato dal consiglio municipale normalmente nel mese di maggio. Nella stessa occasione il consiglio approvava anche il rendiconto della cassa dell’esattore[282] le cui scritture contabili erano parimenti sottoposte a rigidi controlli. Queste risultavano essere composte da vari libri  comprendenti uno «stato mensile della situazione», un «giornale e libro di cassa», un «libro» e una «situazione dettagliata» delle entrate, delle spese e dei conti, e uno «stato generale della situazione di bilancio e dei conti»[283]. Il loro controllo, stabilito dal decreto del prefetto del 27/2/1811,  era affidato al sotto prefetto. Questi vi provvedeva sia personalmente, sia tramite il sindaco, il quale era tenuto a effettuarlo, redigendone processo verbale, il tre di ogni mese, tramite la compilazione di appositi stampati[284]. Durante il controllo, come risulta dal processo verbale redatto dal sotto prefetto nei confronti dell’esattore Fabbrini in data 8 ottobre 1812[285], venivano accertati la consistenza della cassa (pari a lt. 1.566 all’8 ottobre 1812), che questa corrispondesse al totale delle entrate meno le spese (pari rispettivamente a lt. 102.663 e lt. 101.097 per il biennio 1811/1812), la chiusura giornaliera del libro di cassa e il buon ordine degli altri libri contabili.

Inizialmente il bilancio veniva redatto a mano, tenendo separate le spese dalle entrate, quest’ultime a loro volta divise tra quelle ordinarie, come il diritto di macellazione o le ammende di polizia, e quelle straordinarie, per esempio il rimborso di alcune spese di cancelleria effettuato dal sindaco di Cerreto Guidi[286].

Tra le spese, le quali comprendevano tutte le uscite del comune (dagli stipendi delle guardie campestri alle somme stanziate per il bureau di beneficenza), risulta particolarmente interessante la voce riguardante le «spese per l’amministrazione della Mairie», comprendente sia i costi di cancelleria, sia gli stipendi per l’usciere e il segretario. E’ singolare il sistema di calcolo di detta spesa[287] il cui totale derivava dalla moltiplicazione del numero degli abitanti per 50 c.: infatti tale somma ammontava a fr. 4.627,50 per il 1809, e a fr. 4.884 per il 1813[288]. Le singole voci, sia di entrata che di uscita, erano dotate di un «numero d’articolo» e di esse era indicato l’ammontare previsto nel budget, e quanto invece autorizzato dal prefetto, più eventuali osservazioni. Una voce a parte, normalmente corrispondente alla differenza tra il totale delle entrate e delle spese ordinarie, era destinata alle spese impreviste per le quali potevano essere stabilite delle nuove somme nel corso dell’anno previa approvazione del consiglio municipale e successiva autorizzazione del prefetto[289].

Riguardo alle entrate, le loro eventuali diminuzioni rispetto a quanto previsto si avevano tramite i «defalchi», i quali, come per le spese impreviste non coperte dal bilancio, dovevano essere approvati dal prefetto: un esempio di ciò ci è dato dalla seduta del consiglio municipale del 13 maggio 1811[290], nella quale vengono approvati vari «defalchi» al bilancio del 1812 tra cui la diminuzione dell’entrata prevista per il diritto sui posti in piazza, in quanto l’appalto è iniziato non da gennaio ma da aprile.

Una svolta sostanziale nella tenuta del bilancio comunale si ebbe nel 1810: con il decreto imperiale del 3/1/1810 si imponeva a quelle comunità con budget superiore ai fr. 10.000, tra cui figurava Empoli che già nel 1809 vantava un bilancio pari a fr. 11.442, la redazione di bilanci stampati più dettagliati dei precedenti, i quali da allora in poi sarebbero stati sottoposti all’approvazione sovrana, per ottenere la quale dovevano venire accompagnati da un conto esplicativo delle varie voci da consegnare alla Corte dei conti[291].  E’ da sottolineare come la suddetta approvazione sovrana venisse effettuata tramite decreto imperiale, come riportato dall’estratto del decreto imperiale del 31/10/1810 di approvazione del bilancio del 1810[292].

Questi nuovi bilanci, redatti per gli anni dal 1810 al 1814, erano formati da cinque titoli, divisi al loro interno in capitoli: il primo titolo riguardava gli ospedali, e comprendeva due capitoli riguardanti rispettivamente i debiti arretrati e le spese annuali del comune verso i suddetti. Il titolo secondo riguardava i debiti e crediti del comune, mentre il terzo trattava delle entrate, divise in due capitoli dedicati a quelle straordinarie e a quelle ordinarie. Gli ultimi due titoli, riguardavano le spese, ordinarie e straordinarie, ed erano composti dai medesimi otto capitoli, concernenti: «prelievi diversi, affitti, spese di amministrazione eccetera»; «guardia nazionale»; «polizia, circolazione, salute e strade»;  «lavori pubblici»; «soccorso pubblico»; «istruzione»; «culto» e «feste pubbliche». Di queste voci veniva indicato l’ammontare stanziato per l’anno precedente, l’ammontare previsto per il bilancio in corso ed infine quanto decretato dall’Imperatore. I totali delle entrate e delle spese erano indicati nell’ultima pagina, accompagnati dall’indicazione dell’eventuale avanzo o reliquato,  il quale veniva rimesso a bilancio per l’anno successivo tra le entrate straordinarie se nel frattempo non veniva utilizzato per delle spese impreviste[293].

Nonostante l’imponente apparato di controlli posti sulla gestione delle finanze delle singole comunità anche l’amministrazione centrale non era esente da errori, come testimoniato dalla lettera del maire al prefetto del 3 marzo 1813[294], nella quale si denuncia, nell’approvazione del bilancio del 1813, l’errato conteggio delle entrate straordinarie (ammontanti in effetti a fr. 3.819 pari al reliquato del 1812), dovuto all’inclusione tra le stesse delle spese straordinarie del 1812 (pari a fr. 3.157), già pagate dall’esattore.

 

ACQUISTO DEI BENI DEL DEMANIO

In questa sede mi pare opportuno trattare anche di un fenomeno molto importante in quel periodo in Toscana, ovvero la vendita dei beni del demanio frutto delle soppressioni dei conventi. Questa operazione venne stabilita per appianare il debito pubblico[295]: infatti anche il comune di Empoli risultava creditore nei confronti dello stato di una somma ammontante al 30 dicembre 1809 a fr. 24.211[296]. I frutti di detto capitale, pari al 3% annuo, furono collocati fino al bilancio del 1809 tra le entrate ordinarie, anche se la loro effettiva riscossione non avvenne che nel 1810, come risulta dallo stampato datato 28 marzo 1810[297] del versamento effettuato a favore del comune di Empoli da parte del pagatore del debito pubblico, riguardante la rata dei frutti del secondo semestre del 1808.

Dal 1809 i crediti con lo stato furono convertiti in azioni del tesoro, tramite le quali si sarebbe potuto accedere all’acquisto dei «beni nazionali». In conseguenza di ciò dal bilancio del 1810  questi frutti vennero defalcati[298] in quanto essi sarebbero stati esigibili solo al momento dell’acquisto dei suddetti beni.

Il comune di Empoli partecipò a queste acquisizioni, come testimoniato dai contratti stipulati dal Busoni il 28 marzo 1811[299]: con i tredici contratti qui presenti furono acquistati beni per un totale di fr. 15.166, pagati principalmente tramite azioni da fr. 100 e 1.000, e in parte in contanti per le somme inferiori ai fr. 100. Gli incanti, tenutisi il 13 febbraio 1811, non videro per questi beni ulteriori offerte da parte di concorrenti.

I beni così acquistati erano tutti beni urbani (case e botteghe) precedentemente di proprietà dei conventi della zona in particolare di quello di S.Stefano ed erano situati per lo più entro i confini del comune[300]. Una volta entrata in possesso di questi beni, la mairie cercò di gestirli in maniera più fruttuosa di come era stato fatto in passato, dovendo tuttavia tener conto di quanto sancito dalle condizioni del contratto di acquisto: per esempio erano mantenuti gli eventuali affitti per l’anno in corso, e i loro canoni rimanevano a favore dell’amministrazione del debito pubblico. Questo sforzo ci viene testimoniato da una lettera del sindaco, datata 12 ottobre 1812[301], indirizzata all’aggiunto Michel e all’architetto Bordi, nella quale si invitano i due a riordinare l’amministrazione delle case «acquisite dal debito pubblico», ritoccandone gli affitti, verificandone gli arretrati e valutando la necessità di lavori di rifacimento.

Da parte del comune si tentò anche di liquidare le rimanenti «azioni del tesoro»: infatti esse costituivano un fardello per le casse della comunità in quanto una loro futura conversione sembrava improbabile, visto l’esaurimento di beni appetibili nella zona.

Per questo motivo venne immediatamente approvata la proposta del sotto prefetto[302] di compensare il debito di fr. 949 che il comune aveva con l’Ospedale Bonifazio, tramite l’annullamento di una azione del tesoro da fr. 1.000, la quale venne inviata al sotto prefetto per le necessarie procedure il 18 maggio 1811[303].

Volendo comunque trovare una soluzione definitiva a questo problema il consiglio municipale approvò nella seduta del 4 marzo 1811[304] l’offerta di acquisto delle rimanenti azioni da parte del Levantini, anch’egli consigliere municipale, rimanendo in attesa della necessaria approvazione del prefetto. Purtroppo non ho rinvenuto ulteriori dati a riguardo, anche se si può presumere che detta approvazione non sia stata concessa, o almeno non per tutto l’ammontare richiesto, poiché si continua a far menzione dei frutti di dette azioni nella seduta del consiglio con cui viene approvato il bilancio del 1813 .

 

CIRCOLAZIONE

Ho già più volte sottolineato come Empoli fosse collocata in un luogo particolarmente importante dal punto di vista commerciale: infatti il suo territorio era attraversato da tre importanti strade imperiali, provenienti da Firenze, Pisa e Siena, ed era inoltre bagnato dall’Arno il quale all’epoca costituiva una importante linea di comunicazione interna alla Toscana.

Oggi abbiamo perso la nozione dell’importanza che il trasporto fluviale rivestiva nei secoli passati: infatti le imbarcazioni trasportavano merci di ogni genere lungo tutto il percorso dell’Arno, cosa che ci è testimoniata indirettamente dai processi verbali redatti dal maire e dall’aggiunto Tempesti circa il naufragio, avvenuto a Pagnana il 28 dicembre 1811, di un barchino proveniente da Pisa, nel corso del quale tra l’altro morirono tre persone[305]. Dalle liste della merce rinvenuta nei giorni successivi risulta una grande varietà di beni: si va infatti dal vasellame più povero a bottiglie di vino pregiato, per finire con il ritrovamento di una «statua di marmo» di proprietà della Granduchessa, a cui il sindaco da immediatamente notizia[306].

Oltre che lungo il suo corso, l’Arno era continuamente percorso da sponda a sponda da una serie di «battelli di passo»,  vista la quasi totale mancanza di ponti che collegavano le due rive. A Empoli era presente un unico “passo”, quello della «Motta» a Pagnana di proprietà della famiglia Alessandrini dal XV secolo, la quale gestiva anche altri “passi” nella zona come quello della «Nave» a Petroio, situato però nel comune di Vinci.

Questi dati sono riportati in una memoria redatta dall’Alessandrini il 22 maggio 1809[307] e indirizzata al sindaco, nella quale chiede che gli sia mantenuto detto diritto di “passo”. Questa speranza si rivelò vana in quanto già il 16 maggio 1809 il controllore dei diritti riuniti scriveva al Busoni informandolo dell’incorporazione dei «navicelli, barche e attrezzi» tra i beni del demanio, e invitandolo a farne una stima per procedere all’indennizzo dei loro precedenti proprietari[308].

L’amministrazione statale provvide quindi alla aggiudicazione in appalto di detti “passi”[309], stabilendo dei tariffari circa le diverse spese di passo, le quali differivano per esempio a seconda del livello delle acque[310].

Il trasporto terrestre rimaneva comunque il più praticato; chi non era in grado di possedere un mezzo di trasporto, doveva far ricorso ai maestri di posta, i quali, collocati un po’ in tutte le mairies, gestivano il trasporto pubblico dell’epoca: infatti erano dei veri e propri dipendenti pubblici, tanto che dovevano applicare delle tariffe uniformi, rispettare gli orari di partenza e i percorsi prestabiliti, e erano sottoposti a un ispettore generale delle poste a livello dipartimentale, De Courbonne, a sua volta sottostante ad un direttore generale, residente a Parigi. Oltre al trasporto di merci e passeggeri, i maestri di posta garantivano anche un servizio di corrispondenza, con partenze di corrieri a giorni stabiliti o di continuo. A Empoli, come risulta da una Nota sull’organizzazione della corrispondenza nel Circondario di Firenze[311], la corrispondenza veniva inviata a Firenze ogni giorno e «sans frais pour le commune».

Oltre ai «postieri» si era assistito alla nascita di un’altra categoria di vetturali, i «calessanti», che erano dei privati i quali mettevano a disposizione delle carrozze o singoli cavalli per intraprendere brevi tragitti, poiché erano sprovvisti di poste di cambio. Inizialmente nati per soddisfare le esigenze del trasporto militare (la loro nascita nella zona viene fatta risalire al 1794), con il passare del tempo si dedicarono anche al trasporto dei civili, entrando in conflitto con i «postieri». Basti pensare che nel 1813 nella sola Empoli erano presenti quindici calessanti, per un totale di diciotto calessi, otto carrozze e trentasei cavalli. Se si considera che in media ogni cavallo percorreva la tratta venti volte al mese, si comprende quanto gravoso dovesse essere questo stato di cose per i maestri di posta[312].

Questa situazione di concorrenza degenerò in un vero conflitto nel 1813, quando il maestro di posta della Lastra, Scarlatti, il quale si era già segnalato per delle requisizioni arbitrarie di cavalli a dei privati[313], iniziò a pretendere dai calessanti di Empoli e Pontedera il pagamento di una tassa di c. 25 per ogni percorso della strada che da Empoli porta a Firenze, ricorrendo anche all’uso della forza. Questi si rivolsero al Busoni per vedere patrocinata la loro causa[314], la quale fu portata avanti sia in ambito giudiziario sia cercando una mediazione tra le parti.

In ambito giudiziario i calessanti di Empoli e Pontedera fecero causa comune[315] e, tramite il patrocinio di vari avvocati, tra cui il Landi «capo dell’ordine degli avvocati della Corte imperiale di Firenze», sostennero davanti al procuratore imperiale l’irregolarità della tassa richiesta in quanto imponibile solo verso «le vetture pubbliche che partono da una posta,  precedute da avvisi e autorizzate dal Governo» (come prescritto dalla legge del 19 frimaio anno XVII), e quindi non su di loro che «partono a volontà» del passeggero[316]. Avendo il procuratore imperiale negato la possibilità di occuparsi del caso fino a che un calessante non avesse chiesto la restituzione della tassa pagata[317], il Busoni tentò una mediazione, la quale si dovette scontrare con l’iniziale rifiuto a trattare dei postieri e dell’ispettore generale[318].

Solo l’invio della suddetta memoria al prefetto, e da questi al direttore generale delle poste[319] riuscì a sbloccare la situazione: infatti con una lettera inviata al prefetto il 2 novembre 1813[320], il direttore generale delle poste Levallet negava la legittimità della tassa richiesta ai calessanti dai postieri.

Come conseguenza di questa decisione si riuscì a trovare un accordo tra le parti, il quale produsse l’adozione di quel progetto di una «tassa modica e proporzionale al presunto danno ai postieri» già proposto dal Busoni ma rifiutato dalla controparte[321]. L’accordo era composto da otto articoli che prevedevano il pagamento di una somma di c. 8,5 a cavallo da parte dei calessanti di Empoli e Pontedera, i quali si sarebbero dovuti denunciare presso la propria mairie  per evitare eventuali frodi[322].

Furono adottati dal comune dei provvedimenti anche riguardo alla circolazione all’interno del territorio di Empoli, tra cui spicca il decreto del sindaco del 10/2/1809, attuativo dei decreti della giunta del 10/9/1808 e del 19/11/1808[323], con il quale, volendo tutelare i diritti di sicurezza e di circolazione come diritti di ogni individuo, si vietano, con la minaccia di sanzioni penali, gli intralci di veicoli e dei «panni appesi» sulle strade pubbliche, e l’uso di gettare i rifiuti in strada.

 

MANUTENZIONE STRADALE

Il comune era anche impegnato dal gravoso compito di gestire in maniera più o meno diretta il tracciato stradale e fluviale presente nella sua circoscrizione. Per facilitare lo svolgimento di tale compito fu nominato nella seduta del consiglio municipale del 10 luglio 1812[324] l’architetto municipale, nella persona del consigliere comunale Bordi.

Infatti, particolarmente ricorrenti erano le imposizioni richieste dalla necessità di riattare fossi, rii e strade. Queste imposte normalmente erano a carico dei proprietari frontisti dei suddetti rii o strade come testimoniato per esempio dall’editto del maire del 30/9/1810, sulla necessità di fare lavori sul rio di S.Donato a spese dei frontisti[325], e dalla nota di spesa datata 17 giugno 1811[326] per il rifacimento del lastrico di Via Chiara a carico dei proprietari frontisti.

Invece, per «strade vicinali ritenute utili e necessarie»[327] era prevista l’attribuzione di detti lavori in «accollo per nove anni»  a spese dei possidenti della comunità,  come previsto dal decreto del prefetto dell’1/7/1812[328]. Questo dettava una disciplina particolareggiata sia delle modalità di calcolo dell’ammontare  dell’accollo tramite la stima di un perito nominato dal consiglio municipale, sia dei sistemi di controllo sull’effettivo svolgimento dei lavori da parte degli accollatari: era necessario un «certificato di buono stato» della strada, emesso da un apposito ingegnere, per poter ottenere il pagamento del canone annuo. Negli anni precedenti si era assistito ad una serie di abusi da parte degli accollatari, come riportato in una lettera del Fabbroni, direttore dell’amministrazione dei ponti e delle strade, al sindaco dell’1 ottobre 1810[329], nella quale si denuncia il «cattivissimo stato delle strade nella zona», dovuto all’«intollerabile» attribuzione dei lavori di manutenzione in «subaccollo» da parte degli accollatari.

Il sistema degli accolli era stato infatti ereditato dall’amministrazione francese, la quale, dopo un periodo di noncuranza in cui ogni comune aveva gestito il problema a modo suo, lo aveva stabilito come l’unico sistema per gestire la manutenzione delle strade vicinali a carico delle comunità. In uno stampato inviato dal sotto prefetto ai sindaci del circondario datato 26/6/1811[330], si comunica la volontà del prefetto di mantenere il sistema degli accolli, i quali garantiscono una maggiore stabilità nei lavori rispetto all’uso dei lavori «a nota» (i cui esecutori sono definiti «mercenari»), e permettono di ripartire la spesa nel corso di diversi anni. Inoltre in questo si sottolinea che l’attribuzione degli accolli sarebbe avvenuta non tramite «decisione privata del magistrato», come nel sistema granducale, ma tramite «pubblici incanti».   L’individuazione delle strade «utili e necessarie» era stato l’oggetto di una delle prime sedute del consiglio municipale. Un primo elenco fu emesso nella seduta del 18 marzo 1809[331], riducendo il numero delle strade a carico della comunità e confermando i precedenti contratti di accollo per quelle mantenute nell’elenco.

Il suddetto elenco delle strade vicinali subì dei mutamenti nel corso degli anni[332], fino alla sua definitiva sostituzione con il Nuovo campione delle strade comunitative della comunità di Empoli[333], ordinato con una circolare del prefetto del 26/6/1811 e approvato dallo stesso l’8 aprile 1812. Questo elenco era composto dalle seguenti sedici strade: di Corniola, di Carraja, di Bastia e Motta, Piovola, delle Mura, di Ponzano, Volterrana (o di sottopoggio), Lucchese, dietro gli orti, Salaiola, di Cerbaiola, di Cortenuova, dei Cappuccini, Maremmana, del Terrafino e delle conce. Riguardo alla copertura finanziaria dei lavori, una imposizione per le strade vicinali venne introdotta regolarmente a Empoli dal 1811: essa avrebbe portato un introito pari a fr. 8.017 annui, posto a carico di quei contribuenti che pagavano più di fr. 50 per la voce principale dell’imposta fondiaria, come previsto dall’articolo VII del decreto del prefetto del 12/2/1811[334] riguardante la disciplina dei lavori di rifacimento delle strade vicinali. Per questi contribuenti il sindaco stabilì, con decreto del 27/3/1811[335], il pagamento di una somma di fr. 8,40 per ogni fiorino di decima, con la possibilità di liquidare ciò in tre rate, dal 4 aprile al 15 maggio. Per esempio risulta che il proposto Del Bianco, dotato di una decima di 5 fiorini, 1 soldo e 5 quattrini, abbia pagato una somma pari a fr. 43,59[336].

Il valore di questi lavori ci è dato dal Registro delle strade accollate nel 1812[337]: i costi complessivi relativi ai «pronti restauri» per le sedici strade accollate ammontavano a lt. 14.697, mentre quelli per l’«annuo mantenimento» a lt. 2.281. E’ da notare come detti contratti furono mantenuti anche dopo la caduta dell’Impero francese, alcuni fino al 1823, anche perché il sistema degli accolli era compatibile con l’amministrazione granducale reintrodotta nel 1814 e  che lo aveva già previsto con il motupropio del 22/2/1798.

L’attribuzione degli accolli avveniva al minore offerente, partendo da una base d’asta pari alla stima dei lavori effettuata dall’apposito perito[338]. In caso di parità di offerta si sarebbero preferiti gli eventuali proprietari frontisti delle strade accollate, e i maggiori possidenti, che si riteneva avrebbero dato maggiori garanzie sul buon esito dei lavori[339].

Il sistema degli accolli fu utilizzato anche per sopperire alle necessità di mantenimento delle strade imperiali che attraversavano il territorio del comune: infatti la gestione di queste strade era affidata alle singole comunità nei tratti di rispettiva competenza mentre il pagamento delle spese era a carico dell’amministrazione dipartimentale, la quale a questo scopo impose per il 1812 una contribuzione straordinaria pari a fr. 79.600[340].

Nell’empolese passavano due delle suddette strade (precedentemente dette «regie»), quella «Imperiale tra Firenze e Pisa» e quella detta «Traversa Romana» che andava verso Siena: quest’ultima fu eliminata dal novero delle strade imperiali con il decreto del prefetto del 16/12/1811, e fu inclusa , nel tratto che va dall’Osteria Bianca a Granaiolo, tra le strade vicinali «utili e necessarie» con il nome di «Volterrana». La sua importanza ci viene testimoniata da una lettera dell’ispettore capo del dipartimento dell’Arno inviata al sindaco di Empoli in data 4 dicembre 1813[341], nella quale si denuncia la necessità di lavori per ovviare al suo cattivo stato, che è causa di danni ai «vetturali del sale e al commercio interno» .

Le somme stanziate per il mantenimento di dette strade furono inizialmente calcolate usando come metro quanto aveva stabilito la passata amministrazione. Nella nota dell’ingegnere capo della Toscana Goury sullo stanziamento dei fondi per il mantenimento delle due strade imperiali per il 1808[342], si autorizza una somma pari a quanto stabilito precedentemente dalla camera delle comunità per un totale di lt. 4.620.

I versamenti al comune avvenivano ogni quadrimestre e la minaccia del loro congelamento veniva usata, insieme all’annuncio di imminenti passaggi dell’Imperatore, per sollecitare i lavori di riattamento da parte della comunità[343]. Il 15 febbraio 1813 si procedette ad una nuova accollazione dei lavori per la strada imperiale tra Firenze e Pisa, ma per il tratto passante per Empoli non vi furono offerte, tanto che sia il sotto prefetto che l’ingegnere Manetti scrissero al sindaco ordinandogli di invitare i possidenti più affidabili a farsi avanti, sottolineando i «sicuri guadagni» derivanti da questo accollo[344]. In realtà i guadagni erano tutt’altro che sicuri, come risulta dalla nota del credito di fr. 456 che il comune di Empoli vantava per la gestione della strada Traversa Romana tra il 18 settembre 1802 e il 17 settembre 1811, e dalla rinuncia effettuata il 4 febbraio 1811 da parte degli accollatari della suddetta strada, dovuta al fatto che i canoni non erano sufficienti a pagare i lavori[345].

Nonostante gli sforzi profusi non si riuscì a trovare dei soggetti disponibili a farsi carico di detto accollo, e parimenti non si trovarono accollatari per il tratto della Via Traversa Romana non incluso in Via Volterrana, tanto che il maire scrisse al prefetto in data 6 dicembre 1813[346] circa la penosa condizione di detta porzione di strada, sottolineandone i danni per il commercio e l’industria locale. Per ovviare a ciò si riuscì solamente a fare dei lavori provvisori di riattamento, di cui si richiede il pagamento a favore di un certo Antonini con lettera del sindaco al prefetto del 31 dicembre 1813[347].

Un intervento di edilizia stradale straordinaria fu reso necessario dalla rovina del ponte di legno posto sul fiume Elsa in località Mulin Nuovo, crollato al momento del passaggio di un carro trainato da due manzi[348].

La gestione di tale struttura, originariamente affidata alle comunità di Empoli, Montaione e S.Miniato, risultava al momento del crollo a carico delle mairies di Empoli e S.Miniato[349], cosa che causò diversi inconvenienti: infatti il sindaco di Empoli propose l’idea di un rifacimento del ponte in muratura, certamente più solido e duraturo rispetto a quello di legno[350]. Egli fu supportato in  questa iniziativa da svariate delibere del consiglio municipale[351] e da un precedente progetto del 1798[352].

Nonostante gli appelli del Busoni questo progetto non fu condiviso dal sindaco di S.Miniato, tanto che  la ricostruzione “provvisoria” del ponte di legno a spese delle due comuni divenne la soluzione definitiva al problema[353].

Per garantire la corretta viabilità delle strade pubbliche venivano presi vari provvedimenti anche nei confronti dei fabbricati posti in loro prossimità. Questi provvedimenti andavano dall’autorizzazione del prefetto o del sindaco per l’edificazione nelle vicinanze di una strada imperiale o comunitativa[354], alle richieste di demolizione di edifici pericolanti che avrebbero creato pericolo alla circolazione[355]. Il più importante progetto di demolizione del periodo fu quello concernente il così detto “torrione Magnani” facente parte della seconda cerchia muraria della città. Questo piano fu stabilito in occasione di un’altra demolizione, riguardante una stanza edificata abusivamente sul terrapieno delle mura da parte di un certo Vannucci, il quale era stato incaricato di ripulire lo scolo delle fogne lì presenti[356]. La demolizione concomitante del cadente torrione di proprietà del Magnani, il quale vi si opponeva per il timore di un indennizzo troppo basso, fu decisa dal consiglio municipale nella seduta del 10 luglio 1812[357] per una serie di ragioni: per migliorare la ventilazione di Via Ferdinanda su cui si affacciava, per ampliare la suddetta strada e per dare un «vago ornato» alla città. Le spese sarebbero state a carico del Vannucci, e si richiedeva l’autorizzazione del prefetto per rendere esecutiva la delibera.

Nei mesi successivi il Busoni riuscì a ottenere il consenso del Magnani[358] tanto che il maire in una lettera dell’ottobre del 1812[359] ordina ai deputati per l’«affare Magnani» di procedere alla stima del valore della torre, alla valutazione dei costi di demolizione e all’individuazione dei soggetti che, giovandosi direttamente di questo evento, avrebbero contribuito ai costi di demolizione: infatti in definitiva il lavoro non fu eseguito a spese del Vannucci, ma fu posto a carico della comunità, come risulta dalla seduta del consiglio del 17/5/1813 riguardante l’approvazione del bilancio per il 1814[360], in cui sono previsti, tra le uscite ordinarie fr. 300 per la demolizione del torrione Magnani, cui vanno aggiunti degli «emolumenti volontari della popolazione».

Per concludere bisogna ricordare l’impegno profuso dall’amministrazione comunale nel migliorare l’illuminazione stradale interna alle mura, la quale, oltre a facilitare la circolazione,  costituiva nelle ore notturne un forte deterrente contro i malintenzionati.

Il primo atto che riguarda questo oggetto è il resoconto datato 22 marzo 1809[361] dei deputati Levantini e Lami[362] circa la necessità di installare nove lampioni e riattare i sei esistenti. Per la decisione definitiva circa l’installazione di undici lampioni si dovette aspettare la seduta del consiglio municipale del 30 luglio 1810[363], nella quale fu previsto anche il loro orario di accensione durante gli otto mesi, da settembre ad aprile, in cui detta illuminazione doveva essere fornita. L’installazione dei lampioni fu eseguita da un tale Faberi, «trombaio di Firenze»[364], mentre per il loro mantenimento fu previsto un appalto biennale[365], vinto dal Rosi per un totale di fr. 798[366].

 

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NOTE E RIFERIMENTI:

[1] Per la redazione di questo quadro storico della Toscana e di Empoli in particolare negli anni a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, mi sono avvalso della lettura delle seguenti pubblicazioni: la raccolta di saggi a cura di I. Tognarini, La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985; di R. Coppini, Il Granducato di Toscana dagli anni francesi all’unità, in Storia d’Italia, UTET, 1993, Vol. XIII, Tomo III; di F. Peserdorfer, Ferdinando III e la Toscana in età napoleonica, Sansoni 1986; di G. Tarello, Storia della cultura giuridica moderna, Bologna, Il Mulino, 1976, pp. 536-543; di G. Lastraioli, Vandea in Valdarno, in B.S.E. n. 7, e Il Proposto che disubbidì a Napoleone, in B.S.E. n. 13.

[2] Cfr. A. D’Addario, Inventari degli archivi comunali di Empoli: 1355 – 1937, Comune di Empoli, 1979, pp. 51 – 52-

[3] Vedi la Tavola dei comuni del Dipartimento dell’Arno redatta dal prefetto il 6/1/1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 405.

[4] Lettera del sindaco al sotto prefetto dell’11/8/1811, Ibidem.

[5] Vedi il Tablò delle distanze della Comune di Empoli e suoi comunelli dal capoluogo di Dipartimento, Circondario e Cantone, inviato dal maire al prefetto il 23/12/1811, Ibidem.

[6] Questo ordinamento, reintrodotto il 16/9/1816, si sarebbe mantenuto pressoché inalterato sino agli avvenimenti politici del 1848.

[7] Questi sono elencati a margine di una Pianta della Comunità di Empoli del 1808, ASCE, Mairie di Empoli, f.138, fasc. IV.

[8] Suddivisione dei popoli tra i sette ripartitori delle Contribuzioni Dirette, Ivi, f.137

[9] In una lettera indirizzata dal maire ai parroci dei «dieci» popoli di Empoli affinché incoraggiassero i coscritti a presentarsi per l’estrazione: questa pur essendo indirizzata «a tutta la cittadinanza» in realtà lo è solo ad una sua parte, Ivi, f. 133, n. 2258.

[10] Nello Stato della popolazione delle comunità del Circondario di Firenze per il 1811  il numero dei «comunelli» compresi nella mairie di Empoli ammonta a ventidue: questo perché oltre ai venti popoli suddetti venivano indicati anche quelli di S. Cristina aVitiana e S. Maria a Fibbiana (inseriti nella ripartizione ufficiale rispettivamente nei popoli di Pagnana e Cortenuova), ASF, Prefettura dell’Arno, f. 405.

[11] ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3024.

[12] Lettera datata 3/10/1812, Ivi, f. 138, fasc. I.

[13] Come riportato dalla lettera del Ciaschi al maire di Empoli dell’1/10/1812, Ibidem

[14] Ivi, f. 138, fasc. VI.

[15] ASCE, Mairie di Empoli, f. 138, fasc. I.

[16] Ivi, f. 134, n. 3312.

[17] Ivi, f. 127.

[18] Come risulta dal verbale della seduta del consiglio municipale del 5/4/1810, Ivi, f. 127.

[19] Si veda la lettera inviata dal prefetto al maire il 31/5/1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 106; il cartoncino originale contenente il timbro della mairie di Empoli e le firme del maire e degli aggiunti è attualmente conservato nella filza 460, ASF, Prefettura dell’Arno.

[20] Questo dato si desume da una delibera del consiglio municipale del 18/5/1811, nella quale il numero della popolazione viene indicato affinchè si proceda alla ripartizione delle spese del bureau tra tutti i cittadini, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[21] In questo «stato» redatto dal sindaco il 16/4/1811, i morti (249) sono divisi per sesso e fasce d’età, i neonati (347) sono divisi per sesso e stato (figli legittimi, naturali riconosciuti e non) e dei matrimoni (62) viene indicato lo stato degli sposi, divisi tra “giovanotti” o vedovi, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 396.

[22] ASCE, Mairie di Empoli, f. 133.

[23] Cfr. lettera del maire al sotto prefetto, datata 14/1/1813, ivi, f. 134, n. 3044, si veda anche lo stampato Stato di cambiamento della popolazione nell’anno 1812, in cui è riportato il numero dei morti (213), dei neonati (316) e dei matrimoni (79) avvenuti nella comunità, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 405.

[24] Gli altri circondari del dipartimento dell’Arno erano quelli di Pistoia e Arezzo e solo successivamente quello di Modigliana.

[25] Ivi, f. 386.

[26] Ivi, f. 454, n. 1031.

[27] Nominato dal consigliere di prefettura Vulpilat il 30/12/1808, ASCE, Mairie di Empoli, n. 124.

[28]Ibidem, n.2.

[29] Ivi, f. 132, nn. 4, 6 e 9.

[30] Questo è una nota del 1811, in cui sono riportati vari dati riguardanti il maire, gli aggiunti e i consiglieri municipali: infatti riguardo al Busoni viene indicato il nome del suo predecessore, Salvagnoli, cessato dalla carica per dimissione, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 460.

[31] Vedi lo stato dei consiglieri municipali redatto il 17/5/1811, da cui risulta che la sua nomina fu dovuta alla necessità di sostituire il deceduto consigliere Capaccioli, Ibidem.

[32] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[33] Ivi, f. 124, n. 6.

[34] Lastraioli, Vandea in V….., cit., p. 295.

[35] Lista dei capi famiglia del popolo di S. Andrea, ASCE, Mairie di Empoli, f. 137, fasc. XI.

[36] Cosa deducibile dalla sua eleggibilità come membro del collegio elettorale del dipartimento nelle elezioni del 1813, atti della I° sezione dell’assemblea cantonale di Empoli, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 557.

[37] Lettera del 25/4/1808, recante anche la sua firma, inviata da tre deputati del consiglio municipale al generale Fiorella riguardante l’impossibilità di ospitare le truppe di passaggio nelle case dei «particolari», ASCE, Mairie di Empoli, f. 135, fasc. XII.

[38] Ivi, f. 137, fasc. VII.

[39] Ivi, f. 133, nn. 2276 e 2783:.

[40] Al riguardo l’iscrizione tombale conservata nella chiesa della Madonna del Pozzo  dove Busoni venne sepolto nel 1837 recita «….FU MAIRE D’EMPOLI SUA PATRIA E L’ARDUO UFFICIO SOSTENNE CON ZELO INDEFESSO POICHE’ LA SUA VITA AVEA CONSACRATO AL PUBBLICO BENE ANTEPONENDOLO SEMPRE A QUELLO DI SE E DEI SUOI….»

[41] Lettera datata 8/9/1810, Ivi, f. 129.

[42] Lettera datata 16/7/1812, Ivi, f. 133.

[43] Nomina avvenuta il 27/12/1812, come riportato in una nota sui consiglieri del circondario fiorentino del 6/5/1813, da cui risulta che il Busoni era un «proprietarie et homme de loi», ASF, Prefettura dell’Arno, f. 400.

[44] ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3186.

[45] Ibidem, n. 3257.

[46] Ibidem, n. 3258.

[47] La restaurazione del granducato viene saltata nel giuramento «di fedeltà ed obbedienza» effettuato dal sindaco e dagli altri funzionari comunali dinanzi ad un busto di Ferdinando III° il 12/6/1814, Ivi, f. 125.

[48] G. Pansini, L’amministrazione nella Toscana napoleonica, in La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica, a cura di I. Tognarini, Napoli, E.S.I., 1985, p. 560

[49] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 488.

[50] Ivi, f. 108, n. 4772.

[51] Venne scelto da una lista di candidati inviata dal sindaco al prefetto il 2/12/1809, Ibidem.

[52] ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 74.

[53] Ibidem, n. 117.

[54] Questa procedura venne suggerita dal prefetto al consiglio municipale in una lettera del 15/11/1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 108.

[55] ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 7.

[56] Per esempio l’interrogatorio del forzato liberato Giovannelli, arrestato perché privo di documenti, datato 16/10/1811, Ivi, f. 130.

[57] Ne è un esempio l’elenco delle famiglie in grado di ospitare i militari di passaggio redatto il 31/12/1813, Ivi, f. 134, n. 3280.

[58] Lettera del 9/1/1812,  Ivi, f. 133, n. 2480.

[59] Pansini, La Toscana…, cit., pp. 560-561.

[60] Lettera del Fabbrini al prefetto del 26/12/1808, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 391.

[61] Vedi la nota dei candidati alla carica di consigliere municipale del comune di Empoli inviata dal maire al prefetto in data 22/1/1809; di questi vengono indicati anche il nome del padre, l’età, la professione e l’ammontare della loro «fortuna», Ivi, f. 487.

[62] Estratto del decreto di nomina del 21/171809, Ivi, f. 454, n. 1889.

[63] ASCE, Mairie di Empoli, f. 132, n. 31.

[64] Delibera del 17/3/1809,  Ivi, f. 127, n. 2.

[65] Ad esempio la «deputazione per il controllo dei posti in piazza» istituita il 27/3/1809,  Ibidem, n. 5; la «deputazione per il ponte di Molin Nuovo» istituita il 12/7/1810, Ibidem, ecc.

[66] La relazione dei deputati per le strade comunali, datata 4/3/1811, indica le spese necessarie per il loro riattamento, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[67] Il materiale riguardante l’assemblea cantonale di Empoli, comprendente anche i verbali delle singole sezioni, è conservato nella filza 557, ASF, Prefettura dell’Arno.

[68] ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2609.

[69] Lettera inviata dal prefetto al sindaco in data 1/11/1808, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 391.

[70] Vedi la Lista dei votanti dell’assemblea cantonale di Empoli, Ivi, f. 529.

[71] ASCE, Mairie di Empoli, f. 128.

[72] Lettera del maire al sotto prefetto il 18/5/1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 460.

[73] Questi dovevano essere scelti tra i maggiori possidenti del comune dotati di «miglior reputazione per cognizione, moralità e attaccamento al governo», come ordinato in una lettera inviata dal prefetto ad alcuni sindaci, tra cui il Busoni, il 10/5/1810, Ivi, f. 107.

[74] Vedi l’editto del maire del 14/8/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 178.

[75] Ibidem, n. 179.

[76] Come previsto dall’editto del sindaco datato 21/8/1813, Ibidem, n. 180.

[77] Nominato dal maire il 17/2/1813, Ibidem, n. 13.

[78] Questi al momento della nomina aveva già alle spalle una esperienza trentennale come cancelliere di varie comunità, tra cui Empoli, come stabilito dalla nomina avvenuta con motuproprio della Reggente il 13/10/1805; dati ricavati dalla «situazione di impiego» del Fabbrini inviata dal suddetto al direttore delle contribuzioni dirette del dipartimento dell’Arno il 25/3/1814, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 516.

[79] In una certificazione del suo servizio come esattore, redatta dal Busoni il 28/2/1814, si legge che il Fabbrini è sempre stato «onesto, attivo, impegnato per il miglior servizio dello Stato e per il più esatto esercizio del suo ministero», Ivi, f. 496.

[80] Una dell’11/10/1810 e l’altra del 21/9/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, nn. 99 e 143.

[81] Ivi, f. 125.

[82] Avvisi ai contribuenti del 14/2/1814, Ivi, f. 146, nn. 21 e 22:.

[83] In una lettera inviata dal prefetto al sindaco il 31/5/1809, gli si comunica che il comune di Empoli può avere fino ad otto dipendenti comunali, ASF, Prefettura dell’Arno, f.106.

[84] Il consiglio comunale provvide nella seduta del 17/3/1809 ad eleggere vari dipendenti (come il bidello, l’archivista le due guardie campestri ecc.), indicandone anche lo stipendio annuo, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[85] Vedi lettera inviata dal sotto prefetto al sindaco il 29/11/1810, in cui si comunica l’avvenuta approvazione da parte del prefetto della nomina come usciere dell’esattoria di Empoli di Gaetano Bertini, Ivi, f. 137, fasc. IX.

[86] L’orario di apertura degli uffici comunali la mattina andava dalle 9 alle 13, mentre il pomeriggio dalle 15 alle 20, esclusa la domenica, Ivi, f. 124.

[87] Ivi, f. 133, n. 2672.

[88] Si vedano gli atti dell’omonimo fascicolo della filza, ASCE, Mairie di Empoli, f. 130.

[89] Lettera del 9/9/1813, Ivi, f. 134, n. 3249.

[90] Vedi pag. 12.

[91] A Empoli furono soppressi i conventi di S.Stefano degli Agostiniani, di S.Croce, di S.Simone e Giuda a Corniola, di S.Giovanni a Pantaneto, di S.Maria a Ripa e della SS. Annunziata.

[92] C. Ciano, Il problema dei forzati liberati nella Toscana napoleonica, in La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica a cura di I. Tognarini, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985, p. 268.

[93] Si veda la lettera inviata dal procuratore imperiale di Firenze all’ufficiale di polizia giudiziaria, ASCE, Mairie di Empoli, f. 129.

[94] Cfr. Bilancio comunale del 1813, approvato dalla seduta del consiglio municipale del 13/5/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[95] Lettera del sotto prefetto al sindaco del 13/12/1813, Ivi, f. 137, fasc. VII.

[96] Ivi, f. 134, n. 3253.

[97] Ivi, f. 124, n. 186.

[98] Ivi, f. 129.

[99] ASCE, Mairie di Empoli, f. 129.

[100] ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 118.

[101] Un esempio lo abbiamo nel caso dei quattro cavalieri  «volontari» equipaggiati dal comune, di cui si parla in una lettera del sindaco al direttore della polizia del 9/2/1813,  Ivi, f. 134, n. 3083.

[102]Ivi, f. 130.

[103] Ivi, f. 140.

[104] Riportato in o stampato della prefettura dell’Arno del 2/2/1810, Ivi, f. 136, fasc. II.

[105] A Empoli erano cinque, tra cui anche il Proposto Del Bianco.

[106] Vedi lettera del sotto prefetto al sindaco del 5/8/1813, Ivi, f. 136, fasc. II, e anche lo Stato dei candidati a rimpiazzare la quinta parte dei membri degli uffici di beneficenza del Circondario di Firenze dell’8/10/1813, in cui viene indicato il nome del sostituito e quello dei candidati, insieme alla loro età e all’ammontare della loro «fortuna», ASF, Prefettura dell’Arno, f. 403.

[107] A Empoli fu nominato il Ricci al momento dell’installazione dei membri dell’ufficio il 16/4/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 136, fasc. II.

[108] ASCE, Mairie di Empoli, f. 136.

[109] Verbale della seduta del 28/4/1812, Ibidem.

[110] Installatisi a Empoli il 25/7/1810, Ibidem.

[111] Richiesta inviata al sindaco  il 21/8/1811 dal decano Rossetti per la famiglia Ciampalini di Rozzalupi, di cui viene certificata la miserabilità, Ibidem.

[112] Cfr. Regolamento sulla distribuzione del pane dell’8/6/1812,  Ivi, f. 124, n. 157.

[113] Ivi, f. 136, fasc. II.

[114] Come il Corpus Domini.

[115] La prima domenica di dicembre si teneva per esempio quella dell’incoronazione e della battaglia di Austerlitz, il 15 agosto quella del compleanno di Napoleone ecc.

[116] Cento per la festa del 29/4/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124.

[117] Datati 26/4/1810 e spediti al sindaco dai parroci di S. Maria a Ripa e di S. Michele a Pianezzoli, Ivi, f. 140, fasc. III.

[118] Si ebbe l’attribuzione di una «rosiera» per la festa dell’incoronazione del 1811, nella seduta del consiglio del 29 novembre, Ivi, f. 127.

[119] Quest’ultimo requisito era particolarmente difficile da ritrovare, come testimoniato dalla richiesta del Busoni al prefetto di derogarvi in occasione dell’attribuzione delle «rosiere» per la festa per il matrimonio dell’Imperatore del 22/4/1810, ASCE, Mairie di Empoli,  f. 140, fasc. III.

[120] Circolare del prefetto al maire del 29/4/1811, Ibidem.

[121] Lettera del 2/5/1810, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 489.

[122] Lettera del sindaco ai parroci datata 23/3/1813, ASCE,  Mairie di Empoli, f. 134, n. 3151, sull’elemosina per i coscritti della classe 1814, descritti come «pochi e indigenti».

[123] ASCE, Mairie di Empoli, f. 136, fasc.II.

[124] Vedi i bilanci comunali del 1809, 1810 e 1812, Ibidem.

[125] Ivi, f. 127.

[126] Notificazione alla popolazione del 18/4/1810,  Ivi, f. 124, n. 63.

[127] Lettera del prefetto al sindaco di Empoli del 17/2/1810, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 110.

[128] ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2825.

[129] Lettera del Sindaco di Castel Franco in data 11/271813 in cui si richiede di controllare se tra i beni in deposito nel monte di pietà di Empoli vi siano anche quelli elencati, frutto di furti, Ivi, f. 129.

[130] Vedi l’approvazione del bilancio del «Monte  Pio Nero» effettuata durante la seduta del 13/5/1811, per 30.452 pegni, Ivi, f. 127.

[131] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 108.

[132] Vedi la richiesta di fr. 600 fatta il 28/4/1810 per la refezione di cento poveri, ASCE, Mairie di Empoli, f. 136, fasc. II.

[133] Ibidem.

[134] Delibera del consiglio municipale il 30/5/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[135] Prevista da una circolare del prefetto del 23/6/1809, Ivi, f. 136, fasc. II.

[136] Stabilita dal bureau di beneficenza il 15/2/1810, Ibidem.

[137] Avviso al popolo del 17/2/1811, Ivi, f. 124.

[138] Ivi, f. 136, fasc. II.

[139] Edificato tra il 1746 e il 1765, per una spesa totale di 14.000 scudi, cfr. L.Lazzeri, Storia di Empoli, Bologna, Attesa, 1979, pp. 60-64.

[140]ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[141] Per esempio l’avviso del 29/7/1812, Ivi, f. 124, n. 161.

[142] Lettera inviata al prefetto il 29/5/1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 489.

[143] Avviso alla cittadinanza del 16/6/1809, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 26.

[144] Come quello di fr. 84 attribuito al chirurgo Scali con la delibera del 21/5/1813, Ivi, f. 128.

[145] Delibera del consiglio municipale del 9/6/1810, Ivi, f. 127 e dai Bilanci del 1810 e 1812, Ivi, f. 136.

[146] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 108.

[147] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[148] Vedi nota del Fabbrini al bilancio del 1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 394.

[149] Cfr, Registro delle copie dei diplomi dei medici, farmacisti e levatrici del Dipartimento dell’Arno stabilito con il decreto del prefetto del 25/7/1811: in questo oltre alla professione esercitata e alla data di rilascio del diploma, viene indicato il «Collegio o Facoltà che lo ha rilasciato» (per tutti i medici empolesi è la facoltà di medicina di Firenze), Ivi, f. 484.

[150] Vedi l’elenco dei membri del Giurì, inserito nel manifesto del decreto del prefetto del 10/3/1812, Ibidem.

[151] Lettera del prefetto al sotto prefetto del 17/7/1813, nella quale sono indicati anche i «candidati all’esame del Circondario Fiorentino», tra cui l’empolese Bellini, aspirante chirurgo, Ibidem.

[152] Decreto del prefetto del 10/3/1812 (attuativo del decreto imperiale del 27/6/1811), il cui manifesto è conservato nella filza 484, Ibidem.

[153] Vedi il verbali e referti medici conservati nella filza 131, ASCE, Mairie di Empoli.

[154] Rapporto riguardante una visita medica effettuata a due detenuti il 19/7/1812, Ivi, f. 129.

[155] Lettera del sotto prefetto al maire del 6/5/1812, Ivi, f. 131.

[156] Cfr. Enciclopedia Motta, Milano, Federico Motta Editore, 1962, Vol. VIII, p. 6716.

[157] Cfr. Y.M. Bercè, L’introduction de la vaccination antivarolique en Toscane, 1801-1815, in La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica a cura di I. Tognarini, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985, p. 601.

[158] Cfr. Bercè, L’introduction cit., p. 600.

[159] ASCE, Mairie di Empoli, Fascicolo V, f. 143.

[160] Cfr. Bercè, L’introduction cit., p. 598.

[161] Cfr. Bercè, L’introduction cit, p. 611, tabella delle vaccinazioni, vaiolo e decessi nei Dipartimenti Toscani.

[162] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 108.

[163] Vedi la richiesta del Busoni al priore di Cerbaiola di avere il numero dei fanciulli non ancora vaccinati, 7/10/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2288.

[164] Ivi, f. 143, fasc. V.

[165] Cfr. Bercè, L’introduction cit, p. 604.

[166] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 9/6/1812, in cui si richiede la conferma di detta indennità anche per il corrente anno, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2697.

[167] Ivi, f. 143, fasc. V.

[168] Resoconto del febbraio 1812 riguardante le «vaccinazioni del 1811 nel Circondario di Firenze», ASF, Prefettura dell’Arno, f. 82.

[169] ASCE, Mairie di Empoli, Fascicolo V, f. 143.

[170] Stato della vaccina della comunità di Empoli nel 1812 del 31/12/1812, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 82.

[171] Si veda il caso del demente Mori, lettera del maire alla «Direzione degli ospedali riuniti» datata 26/12/1811, ASCE,  Mairie di Empoli , f. 133, n. 2440.

[172] Lettera ai tre fratelli Ventisette del 6/3/1812, nella quale il sindaco li invita a pagare metà della retta per il ricovero della loro madre presso l’ospedale Bonifazio a Firenze, Ibidem, n. 2572

[173] Lettera del Busoni al maire di Firenze datata 16/9/1812, affinché inserisse gli orfani nelle sue liste di coscrizione, Ibidem, n. 2867.

[174] Lettera del sindaco di Empoli a quello di Montelupo del 19/1/1813, in cui si sollecita il pagamento delle spese di trasporto spettanti al suo comune, Ivi, f. 134, n. 3048.

[175] Delibera del consiglio comunale del 24/5/1811, Ivi, f.127.

[176] Lettera del 5/2/1813 al direttore dell’ospedale, ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3119.

[177] Lettera al priore di S.Donato del 28/2/1813,  Ibidem, n. 3121

[178] Lettera al priore di S.Lorenzo a Monterappoli del 28/2/1813,  Ibidem, n. 3122.

[179] Per esempio il rapporto della guardia campestre Bertini  su un caso al Terrafino, 10/2/1811, ivi, f. 131.

[180] Avviso del 3/10/1809 ai proprietari di cani morsi da quello di un certo Vannetti di denunciarli pena sanzione, ivi, f. 124, n. 42.

[181] Ibidem, n. 109.

[182] Cfr. Ivi, f. 143, fasc. IV.

[183] Cfr. lettera del maire al sotto prefetto del 21/3/1812, ivi, f. 133, n. 2602.

[184] Artt. 1 e 2 del decreto del ministro dell’interno dell’11/9/1813, attuativo del suddetto decreto imperiale, il cui manifesto è conservato nella filza 484, ASF, Prefettura dell’Arno.

[185] Si veda la notificazione del 20/4/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 64.

[186] Presa dal consiglio comunale nella seduta del 10/7/1812, Ivi, f. 127.

[187] In una lettera al sotto prefetto del 31/12/1811, il maire comunica che vi sono quattro conce a Empoli, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2452.

[188] Ivi, f. 137, fasc. VII.

[189] Si veda la denuncia dell’architetto comunale Bordi riguardante le conce di proprietà del Del Vivo e dell’Ancillotti datata 14/12/1812, Ivi, f. 141, fasc. VII.

[190] Ivi, f. 129, fascicolo Polizia-Prefetto.

[191] Lettera del sindaco al prefetto del 22/11/1810, riguardante un caso analogo al precedente della concia Del Vivo, Ivi, f. 129.

[192] Ivi, f. 124, n. 105.

[193] Con un’ipoteca sulla casa prevista dalla delibera del consiglio municipale del 18/5/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[194] Cauzione pari a fr. 1.147 da versare al Monte di Pietà di Firenze, si veda la lettera inviata dal sotto prefetto al maire il 5/3/1813, Ivi, f. 137.

[195] Dato riportato nella situazione di cassa del 31/1/1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 82.

[196] ASCE, Mairie di Empoli, f. 148.

[197] ASCE, Mairie di Empoli, f. 145.

[198] Ivi, f. 127.

[199] Lettera di protesta inviata dal Fabbrini al sotto prefetto in data 12/11/1812, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 516.

[200] Lettera inviata dal sindaco al sotto prefetto in data 12/11/1812, Ibidem.

[201] Ibidem.

[202] Lettera del sotto prefetto al sindaco dell’8/4/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 137.

[203] Per esempio l’attestato del pagamento del Maestrelli della contribuzione personale per il 1811,.ASCE, Mairie di Empoli, f. 137.

[204] Si veda l’intimazione a pagare la contribuzione per l’alloggio dei militari per il 1810 ad un certo Marzocchini, datata 8/171811, Ibidem.

[205] Lettera del sotto prefetto al maire del 21/5/1811,Ibidem.

[206] Come lamentato dal Fabbrini in una lettera al sotto prefetto del 21/11/1813, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 404.

[207] Cfr. ASCE, Mairie di Empoli, f. 137.

[208] Si veda il manifesto del decreto del prefetto del 19/11/1813, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 512.

[209] Per esempio la supplica datata 3/4/1812 del macellaro Capretti per la riduzione del diritto proporzionale della sua patente, o la richiesta di esenzione dall’imposta per l’alloggio dei militari presentata dal Carrai il 13/8/1811, in quanto «miserabile», ASCE, Mairie di Empoli, f. 137.

[210] Lettera inviata al sindaco del 5/4/1812, Ibidem.

[211] Cfr., Pansini, L’amministrazione nella …., cit., p. 565. Un esempio di ciò ci viene dato dallo Stato della ripartizione tra le comuni del Dipartimento dell’Arno della somma imposta dal Decreto imperiale del 13/8/1813 per l’imposizione fondiaria del 1814, da cui risulta a carico di Empoli una imposta «principale» di fr. 33.847 e una «addizionale» di fr. 1.405, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 515.

[212] Si veda l’avviso del 6/1/1811 sull’approvazione del ruolo delle contribuzioni dirette per il 1811, ASCE, N. 107: Mairie di Empoli, f. 124.

[213] Come stabilito dalle istruzione della Prefettura del 10/4/1809, Ivi, f. 137.

[214] Delibera del 13/5/1811, ivi, f. 127, e dallo stampato del 1812 della Sotto Prefettura, Ivi, f. 137.

[215] Ivi, f. 137.

[216] Lettera del Prefetto al Maire del 22/9/1810, Ivi, f. 137.

[217] Si veda uno stampato del sotto prefetto del 28/7/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 137.

[218] Lettera del sindaco su fondi del 1811, datata 2/8/1813,  Ivi, f. 134, n. 3305.

[219] Per esempio il detto dato è riportato nello stampato del 26/9/1809 inviato al Busoni sull’ammontare di detta imposta per il 1810, pari a fr. 4.105, Ivi, f. 137.

[220] Inviate dal controllore delle contribuzioni dirette al maire il 2/1/1810, Ivi, f. 137.

[221]ASCE, Mairie di Empoli, f. 140, fasc. I.

[222] Lettera del controllore delle contribuzioni dirette al sindaco del 21/6/1811 e contratti d’affitto degli edifici di proprietà del demanio conservati nel fascicolo V della filza nn. 13 e 138, Ivi.

[223] Ivi, f. 137.

[224] Redatto il 7/6/1810, Ibidem.

[225] Lettera del sotto prefetto al maire del 3/10/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 137.

[226] Cfr., Pansini, ,La Toscana… cit., p. 565.

[227] Lettera inviata dal maire ai commissari ripartitori il 7/9/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 137.

[228] Lettera del Controllore delle contribuzioni dirette al sindaco del 31/12/1812, Ibidem.

[229] Lettera del Controllore delle contribuzioni dirette al  sindaco del 24/7/1810, riguardante l’aggiornamento del ruolo della contribuzione «personale» per il 1811, Ibidem.

[230] Si veda la notificazione del maire ai cittadini dell’elenco delle patenti datata 18/4/1809, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124.

[231] Ivi, f. 137, fasc. VII.

[232] Si veda al numero d’ordine sessantacinque del Ruolo supplementare delle patenti per il 1809, Ivi, f. 144.

[233] Si veda l’avviso del sindaco del 15/11/1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 142.

[234] Lettera del controllore delle contribuzioni dirette al sindaco del 24/4/1809, Ivi, f. 137, fasc. VII.

[235] Ivi, f. 144.

[236] Editto del maire del 18/6/1811 che ricorda ai contribuenti di pagare detta tassa entro sei mesi dalla morte del parente, Ivi, f. 124, n. 134.

[237] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 394.

[238] Ibidem.

[239] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[240] Si veda una notificazione indirizzata in data 3/10/1810 dal sindaco ai «fabbricanti di sciroppo d’uva», circa la necessità di comunicare la quantità di mosto portata in città, Ivi, f. 124, n. 98.

[241] Stampato inviato dal prefetto al sindaco in data 29/11/1813, nel quale si invita l’esattore ad una pronta riscossione, promettendogli la protezione del sindaco, Ivi, f. 137, fasc. VII.

[242] Lettera inviata dal Fabbrini al prefetto il 23/2/1814, da cui risulta che all’epoca ne era stata riscossa una parte pari a fr. 5.035, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 496.

[243] Si veda l’avviso agli amministrati del 5/12/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 190.

[244] Lettera dell’ispettore generale al sindaco del 24/1/1814, Ivi, f. 143, fasc. V.

[245] Lettera dell’ispettore generale della lotteria imperiale in Toscana, tale Gaborria, al sindaco datata 8/1271808, ASCE, Mairie di Empoli, f. 143, fasc. V.

[246] Lettera dell’ispettore al sindaco del 10/12/1808, Ivi, f. 142, fasc. V.

[247] Si veda il processo verbale di chiusura delle giocate del 15/2/1811, ibidem.

[248] Si veda il processo verbale di sospensione datato 1814, ibidem.

[249] Per esempio quella di un certo Pulignani del 7/3/1814, accompagnata da una nota del maire sull’onestà e sulla possibilità del soggetto di fornire una adeguata cauzione, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 390.

[250] Si veda lo stampato del sotto prefetto al sindaco del 20/9/1811, ASCE, Mairie di Empoli , f. 137, fasc. V.

[251] Come riportato nel bilancio del 1810, Ivi, f. 143.

[252] Si veda la delibera del consiglio municipale del 22/10/1812 adottata in risposta a delle obiezioni portate dal direttore dei diritti riuniti di Firenze, Ivi, f. 127.

[253] Ibidem.

[254] Dal «conto» presentato dal Fabbrini al residente e maitre della Corte dei Conti per il bilancio del 1810, risulta una somma di fr. 1.580 a carico sia del Cecchi che del Vannucci, beccai di Empoli, mentre il resto della somma è diviso tra gli altri beccai situati a Ponte a Elsa, Monterappoli, Pontorme e Pagnana, ASCE, Mairie di Empoli, f. 143.

[255] Ivi, f. 127.

[256] Ivi, f. 124, n. 33.

[257] Decreto del sindaco datato 25/9/1809, nel quale si annuncia un aumento dell’imposta sulla vendita del bestiame fuori porta fiorentina dovuta all’aumento dei costi per il mantenimento delle truppe di passaggio, Ibidem, n. 34.

[258] Decreto del sindaco del 31/8/1809, ASCE, Mairie di Empoli, f. 137, n. 36.

[259] Delibera del consiglio municipale del 17/1/1810, Ivi, f. 127.

[260] Si vedano le approvazioni dei bilanci del 1813 e 1814 effettuate dal consiglio municipale il 13/5/1812, Ivi, f. 127, e il 17/5/1813, Ivi, f. 128 e dallo stampato del bilancio 1810, Ivi, f. 143.

[261] Indicata nell’avviso della delibera del consiglio sull’appalto dei posti in piazza dell’11/3/1810,  Ivi, f. 124, n. 56.

[262] Si veda la delibera del consiglio municipale del 30/5/1810, Ivi, f. 127.

[263] Ibidem.

[264] All’epoca il suono delle campane serviva a vari scopi che andavano dall’annuncio delle sedute del consiglio municipale all’adunanza del popolo in caso di disgrazia, come indicato nella seduta del consiglio comunale del 4/12/1809, riguardante il progetto di trasferire, per uso pubblico, nella torre di S. Stefano la campana della chiesa di S. Michele a Pontorme, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[265] Decreto del sindaco del 31/8/1809,  Ivi, f. 124, n. 35.

[266] Si legga  il verbale della guardia campestre Bernardi datato 26/9/1809, riguardante le proteste e le minacce proferitegli da due commercianti che si rifiutavano di pagare la «tassa sulle bestie» alla «fiera del Campaccio», Ivi, f. 131.

[267] Ivi, f. 131.

[268] Ivi, f. 127.

[269] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[270] Delibera del 18/5/1811, Ibidem.

[271] Lettera dell’11/5/1811, Ivi, f. 145.

[272] Si veda il Tariffario dell’imposizione di 4.000 franchi del 1811, Ibidem.

[273] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 80.

[274] Lettere del sindaco al prefetto datate 12/1/1812 e 17/12/1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, nn. 2491 e 3278..

[275] Ivi, f. 147.

[276] ASCE, Mairie di Empoli, f. 128.

[277] Ivi, f. 124, n. 167.

[278] Lettera del sindaco del 26/1/1813, Ivi, f. 134, n. 3056.

[279] Questi erano individuati in una nota del Fabbrini del 21/10/1808, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 386.

[280] Cfr. Pansini, La Toscana…., cit, p. 564.

[281] ASCE, Mairie di Empoli, f. 132, n. 44.

[282] Ad esempio nella seduta del 13/5/1811, in cui dal rendiconto del 1810 risulta un attivo pari a fr. 1.656, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[283] Circolare del prefetto del 31/3/1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 388.

[284] Circolare del sotto prefetto del 30/10/1812, Ibidem.

[285] Ibidem.

[286] Si veda il bilancio del 1809, ASCE, Mairie di Empoli, f. 136.

[287] Nota della prefettura del 1809, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 394.

[288] Delibera del consiglio municipale del 13/5/1812, ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[289] Si veda la nota sulle «addizioni alle spese del 1810», nella quale è previsto, tra gli altri, un aumento fr. 33 per le spese di cancelleria dovute per l’inondazione avvenuta il  2/6/1810, Ivi, f. 136. Alcuni esempi di autorizzazioni del prefetto sono contenuti nella filza 107, ASF, Prefettura dell’Arno, tra cui quella rilasciata il 30/5/1810, con la quale si autorizza il Busoni a prelevare fr. 50 dal bilancio del 1809 per premiare un certo Antonini, autore del salvataggio di quattro persone che rischiavano l’annegamento nell’Elsa il 15/4/1810.

[290] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[291] Lettera del prefetto al sindaco del 14/2/1810, ASCE, Mairie di Empoli, f. 136, fasc. IV.

[292] Ibidem.

[293] Si vedano gli stampati dei bilanci del 1810, 1811 e 1812conservati nelle filze NN. 136 e 143, ASCE, Mairie di Empoli.

[294] Ivi, f. 134, n. 3128.

[295] Cfr. M.Basetti, La vendita dei beni nazionali in Toscana nel periodo napoleonico: il Dipartimento dell’Arno, in La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica a cura di I. Tognarini, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 471-510.

[296] Si veda la nota al Bilancio del 1811, ASCE, Mairie di Empoli, f. 143 e la Nota delle comunità toscane creditrici di luoghi di Monte redatta nell’Agosto del 1808, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 473.

[297] ASCE, Mairie di Empoli, f. 142, fasc. IV.

[298] Sedute del consiglio municipale di approvazione dei bilanci del 1812 e del 1813 datate 13/571811 e 15/5/1812, Ivi, f. 127.

[299] Ivi, f. 138, fasc. V.

[300] Per esempio dal contratto n. 800, protocollo VIII, risulta l’acquisto di una casa al Pozzale, precedentemente posseduta dal convento di S.Stefano, per una somma di fr. 752, ASCE, Mairie di Empoli , f. 138, fasc. V.

[301] Ivi, f. 133, n. 2920.

[302] Lettera inviata dal sotto prefetto ad alcuni sindaci del circondario, tra cui il Busoni, in data 5/4/1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 511.

[303] Lettera inviata dal maire al sotto prefetto il 18/5/1811, Ibidem.

[304] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[305]ASCE, Mairie di Empoli, f. 136, fasc. I.

[306] Ivi, f. 133, n. 2529.

[307] Ivi, f. 136, fasc. I.

[308] Ibidem.

[309] Lettera del maire di Fucecchio al Busoni datata 1/8/1811, circa il comportamento tenuto dal Soldaini, appaltatore del guado della Motta, ASCE, Mairie di Empoli , fasc. «Lettere di Meria», f. 129.

[310] Ivi, f. 136, fasc. I.

[311] ASF, Prefettura dell’Arno, f. 388.

[312] I dati riportati provengono da una nota sui «calessanti di Empoli in causa» del settembre del 1813, ASCE, Mairie di Empoli, f. 138, fasc. II.

[313] Lettera del sotto prefetto al prefetto del 29/6/1811, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 387.

[314] Ciò nonostante lo stesso Busoni avesse pubblicamente vietato l’affitto e il baratto dei cavalli in danno dei postieri, come risulta dalla notificazione dell’1/11/1809, ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 43.

[315] Lettera del sindaco di Pontedera al Busoni del 17/9/1813, Ivi, f. 138, fasc. II.

[316] Tutta la storia dei calessanti è raccontata nella memoria inviata dal sindaco al procuratore imperiale l’11/9/1813 e «confermata» da tre avvocati, ASCE, Mairie di Empoli, f. 138, fasc. II.

[317] Lettera del procuratore al sindaco del 18/9/1813, Ibidem.

[318] Lettere del sindaco all’ispettore del 3/10/1813, Ivi, f. 134, n. 3284 e del 25/9/1813, Ivi, f. 138, fasc. II.

[319] Lettera del prefetto al sindaco dell’11/10/1813, Ivi, f. 138, fasc. II.

[320] Ibidem.

[321] Lettera del sindaco al prefetto del 9/10/1813, Ivi, f. 134, n. 3290.

[322] Resoconto fatto dal Busoni al sindaco di Pontedera circa l’incontro avuto a Firenze con il prefetto e l’ispettore generale delle poste, da cui fu autorizzato il suo progetto di una «tassa discreta», Ivi, f. 138, fasc. II.

[323]ASCE, Mairie di Empoli, f. 124, n. 9.

[324] Ivi, f. 127.

[325] Ivi, f. 124, n. 96.

[326] Ivi, f. 143, fasc. II.

[327] Delibere della giunta del 22/3/1809, 20/6/1809 e 4/12/1809, riportate dal decreto del prefetto dell’1/7/1812, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 367.

[328] Ibidem.

[329] ASCE, Mairie di Empoli, f. 141, fasc. VII.

[330] Ivi, f. 143, fasc. I.

[331] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[332] Nella seduta del 22/3/1809 fu riammessa la strada di Ponzano precedentemente esclusa, ibidem.

[333] Ivi, f. 149.

[334] ASCE, Mairie di Empoli, f. 142, fasc. III.

[335] Ivi, f. 148.

[336] Si veda il numero d’ordine 45 del dazzaiolo di detta imposizione, Ibidem.

[337] Ivi, f. 150.

[338] A Empoli era stato nominato il Fanciullacci durante la seduta del consiglio municipale del 7/1/1813, Ivi, f. 128.

[339] Avviso del 23/3/1812 sugli incanti degli accolli delle strade vicinali, Ivi, f. 143, fasc. I.

[340] Questa contribuzione, attuativa del decreto imperiale del 24/8/1812, stabiliva una imposizione addizionale pari al 3% della contribuzione fondiaria, come riportato dal manifesto del decreto del prefetto del 30/10/1812, ASF, Prefettura dell’Arno, f. 511.

[341] ASCE, Mairie di Empoli, f. 141, fasc. VII.

[342] . ASCE, Mairie di Empoli, f. 141, fasc. VII.

[343] Lettera dell’ingegnere del circondario del Mezzogiorno Manetti al sindaco del 21/4/1812 e lettera del sotto prefetto allo stesso del 6/5/1811, Ibidem.

[344] Lettere del 18 e 19/3/1813, Ibidem.

[345] Ivi, f. 143, fasc. I.

[346] Ivi, f. 134, n. 3260.

[347] ASCE, Mairie di Empoli, f. 134, n. 3290.

[348] Denuncia effettuata al Busoni dal fattore Testaferrata della fattoria di Meleto in data 15/8/1811, Ivi, f. 143, fasc. II.

[349] Lettera del sindaco di Montaione al Busoni del 6/2/1812, Ibidem.

[350] Lettera al sotto prefetto del 19/8/1812, Ivi, f. 133, n. 2795.

[351] Ad esempio quella del 12/7/1810 o quella del 24/5/1811, Ivi, f. 127.

[352] Ivi, f. 143, fasc. II.

[353] La costruzione venne ordinata al fattore Testaferrata in una lettera al maire di S. Miniato del 20/8/1812, Ivi, f. 133, n. 2797.

[354] Si veda ad esempio l’autorizzazione del 23/6/1812 rilasciata al Capretti per la costruzione di una casa presso l’Osteria Bianca, purché rispetti le regole fissate dal Manetti, ingegnere del circondario, ASCE, Mairie di Empoli, f. 141, fasc. VII.

[355] Ad esempio lettera dell’architetto comunale Bordi al maire del 5/7/1813, circa la necessità di demolire parte della fattoria delle monache di S. Maria Maddalena posta sulla Via Maestra a Monte Rappoli e definita «oramai in rovina», Ibidem.

[356] Lettera del aire al prefetto del 18/5/1812, Ibidem. Si deve ricordare che gli scarichi della «fabbrica» del Vannucci erano già stati oggetto di una conciliazione davanti al giudice di pace: infatti il Magnani aveva ottenuto che gli scoli della proprietà del Vannucci defluissero sulla via pubblica e non sul suo terreno, si veda il verbale del 25/6/1810, ASCE,  Archivio del Tribunale e Giudicatura di Pace dell’Impero Francese, f. 1046, n. 58.

[357] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[358] Lettera del sindaco al sotto prefetto del 21/8/1812 nella quale il Magnani acconsente ad alienare la torre al «prezzo che sarà creduto di giustizia», ASCE, Mairie di Empoli, f. 133, n. 2790.

[359] Ibidem, n. 2924.

[360] Eseguita in data 17/5/1813, Ivi, f. 128.

[361] Ivi, f. 142, fasc. II

[362] Nominati nella seduta del consiglio municipale del 18/3/1809,Ivi, f. 127.

[363] ASCE, Mairie di Empoli, f. 127.

[364] Lettera del Faberi al maire in data 21/11/1811, in cui richiede il saldo per i suoi lavori, Ivi, f. 142, fasc. II.

[365] Notificazione alla cittadinanza datata 28/8/180, Ivi, f. 124.

[366] Verbale dell’aggiudicazione dell’appalto, Ivi, f. 142, fasc. II.

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