Gli ultimi Raspamota di Via Bardini – di Gian Carlo Brogi

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Fino agli anni ’50 molte strade di Empoli erano ancora sterrate, piene di buche e di fanghiglia, per cui era necessario prima di rincasare, pulirsi le suole delle scarpe.

Empoli - Viale Buozzi raspamota (2)

Un esempio di raspamota in Viale Buozzi a Empoli

 

Per facilitare l’operazione, si usava uno strumento infisso nel marciapiede, il «nettascarpe» o «raspamota», come lo chiamavano gli Empolesi di allora.

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Ancora infissi nel marciapiede sinistro di via Bardini, all’altezza dei civici numeri 7 e 9, per chi la percorra in direzione Strada Statale, si vedono gli ultimi due esemplari di questi strumenti.

Sono dei semplicissimi pezzi di ferro, di per se insignificanti e di nessun valore o interesse, ma per le persone più anziane, che quell’epoca l’hanno vissuta sulla propria pelle, hanno un grande valore affettivo e la loro vista rispolvera antichi ricordi o situazioni vissute, suscitando in loro commozione e malinconia.

i buoi di nonno Tito - Foto di Gian Carlo Brogi

i buoi di nonno Tito – Foto di Gian Carlo Brogi

Inoltre i «raspamota», essendo gli ultimi testimoni di un tempo ormai trascorso, sono anche la prova che fino agli anni cinquanta, via Bardini, ora zona centrale, era una strada sterrata, anche se oggi vi può sembrare impossibile.

Lo scrivente allora abitava nella vicina via Bisarnella, di fronte all’attuale sede della Fideuram, se la ricorda come una polverosa, insignificante strada privata, non ancora presa in carico dal Comune, e per giunta senza sfondo, perché interrotta da una rete metallica all’altezza dell’attuale via Carducci.

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Al di là della rete era aperta campagna; a Est, dov’è l’attuale orrendo Ufficio delle Poste, torreggiava la tribuna coperta del vecchio stadio di via Masini, e poi solo campi coltivati e una bella vigna facenti parte del podere Mariambini, condotti in mezzadria dai Baronti, una famiglia contadina composta dal Capoccia Tito, dalla moglie Ersilia, dal figlio Pietro con la moglie, dalle loro due figliole: Eliana e Anna Maria, mia coetanea, e dalla zia Maria, una parente rimasta nubile.

Empoli, Via Bardini - Foto di Carlo Pagliai

Empoli, Via Bardini – Foto di Carlo Pagliai

 

Abitavano una grande casa colonica posta alla fine di via Bisarnella a ridosso dell’argine sinistro dell’Orme, l’immobile è stato ormai demolito per far posto al fabbricato della Fideuram e della Lince.

La casa era composta dalla stalla, dalla cantina, dalla tinaia, dal fienile con la loggia per il ricovero dei carri, e al primo piano dalla vasta abitazione della famiglia  con le camere da letto, i servizi, il granaio, l’immancabile piccionaia e la grande cucina con un enorme tavolo, atto a contenerli tutti, e un grande camino, il “canto ‘di foo”, con due panche su cui si poteva sedere al caldo, luogo magico per i racconti e le novelle dei vecchi nelle lunghe serate invernali, ricordo mio nonno Paolo, simpaticone barzellettiere alla Berlusconi, che partecipava sempre a quelle veglie e spesso mi portava con se, che declamava, rigorosamente a memoria, interi canti della Divina Commedia, della Gerusalemme Liberata o dell’Orlando Furioso, mi sembra ancora di sentirlo declamare dal Purgatorio di Dante : «Ricorditi di me, che son la Pia; Siena mi fé, disfecemi Maremma salsi colui che ‘nnanellata pria……….».

La televisione non era stata ancora inventata, forse non era ancora nato l’inventore, e quindi ci si arrangiava così, ma erano serate  certamente più divertenti e istruttive di certi programmi attuali che rasentano l’idiozia, almeno allora ti rimaneva qualcosa dentro.

Davanti alla casa vi era una grande aia, il nostro campo da gioco, li vicino il consueto orto per i bisogni familiari, che conteneva un grande Gelso dalle grosse e succose more, ottime da mangiare a merenda col pane.

All’ombra del gelso c’era un pozzo di acqua freschissima, e un abbeveratoio e, un po’ più lontano, il pagliaio con il casotto del cane.

Per miracolo la pianta è sopravvissuta fino a noi, è tutt’ora visibile di fronte alla banca, si tratta di un vecchio gelso ultracentenario, che meriterebbe lui solo una foto ricordo prima della sua definitiva scomparsa.

Nei miei ricordi rivedo ancora i maestosi buoi bianchi con le aguzze corna dalla punta nera, che condotti dal capoccia Tito, che aveva lunghi e penzolanti baffi bianchi ed era claudicante per una vecchia ferita, indelebile ricordo della Prima Guerra Mondiale, si abbeveravano al pozzo, mentre la massaia, la dolce e mite nonna Ersilia, dalle lunghe gonne nere, accudiva gli animali da cortile e che aveva sempre in serbo per noi ragazzi un frutto, una carezza e una parola gentile.

Nel periodo dell’uva, per limitare i continui furti, Pietro costruiva una capanna di frasche nella vigna lungo la via Bisarnella, in posizione strategica, più o meno di fronte alla casa ancora esistente, che era abitata allora da una famiglia di ortolani, i fratelli Pagliai: Pietro e Paolo e le loro famiglie.

La capanna serviva per rendere un po’ più confortevole la permanenza, notte e giorno, del guardiano, e noi ragazzi si mormorava che tenesse con sé anche il vecchio schioppo, ma forse erano solo fantasie di ragazzini che avevano pura del buio.

Finito il periodo dell’uva, la capanna diventava la saltuaria dimora di un barbone di mezza età chiamato “Beppe Ciucco” che si aggirava perennemente nelle nostre campagne dormendo nelle capanne e vivendo di quel poco elemosinato dai contadini e che per il suo aspetto, c’incuteva una paura maledetta. I più grandi si divertivano a farlo arrabbiare urlandogli «Beppe posa ‘i lucio sa!» e lui, che non voleva essere incolpato di furto, dava di fuori urlando improperi e maledizioni di tutti i generi e che per rispetto non vi ripeterò.

E’ doveroso chiarire che gli Empolesi di allora, non erano tutti ladruncoli, ci mancherebbe altro, erano invece quasi tutta gente onesta e laboriosa ma povera, c’era miseria e in alcune famiglie, dove il capoccia era disoccupato o ammalato, si faceva veramente la fame, ma di quella vera, che noi, figli di questo perverso ed esagerato consumismo, non possiamo neanche immaginare.

E poi si sa che l’occasione unita al bisogno fa l’uomo ladro; quasi a scusarsi si sentiva dire: «Per una misera ciocca d’uva sai che furto sarà mai, ce n’hanno tanta loro!» sta di fatto però che una misera ciocca a me, una misera ciocca a te, alla fine della giornata diventava una mezza bigoncia e, una mezza bigoncia oggi, una mezza bigoncia domani diventava tanta roba, ecco quindi l’opportunità di un guardiano.

Questa «sentinella» a dire il vero non era ben vista da tutti perché, oltre che ai potenziali ladri, per ovvie ragioni, era malvista anche alle numerose coppiette che all’imbrunire frequentavano la via Bisarnella, allora una romantica bianca stradina buia, che costeggiava il muro di cinta della fattoria Mariambini, ora demolito, ma di cui è tuttora visibile un pilastro originale, vicino alla casa ancora esistente.

Al posto del muro di allora è stato costruito, in epoca recente, quell’orrendo muro che recinge il parco, costruito con una brutta pietra bianca, forse nemmeno nostrale, come se da noi non esistesse la nostra bella pietra forte dal caldo colore marroncino o, anche se meno pregiata, la verdognola pietra serena di Carmignano, ma addirittura anche i bei pilloroni d’Arno sarebbero stati preferibili e poi, mancando la cimasa sulla sommità, sembra un’opera incompiuta, è come disegnare un uomo senza la testa.

Mi domando chi l’ha autorizzato, ma lasciamo perdere va, perché forse a qualcuno piace anche così.

Questa buia stradina vicinissima al giro d’Empoli, iniziava da una piazzetta semicircolare, ormai scomparsa per far posto alla via Pievano Rolando, ed era la meta più gettonata delle coppiette in cerca d’intimità.

A proposito della piazzetta, il Tabernacolo della Madonna che ancora si vede all’inizio di via Pievano Ronaldo è quello di allora, e ricordo che durante l’Anno Mariano del 1954 era meta di affollatissime processioni; Occasioni graditissime per noi ventenni, di incontri piacevoli e di sguardi assassini.

Appena imbruniva il giovanotto era il primo a arrivare, più sfrontato o forse solo più impaziente, e subito dopo anche la donzella, timida  e rossa in viso, che cercava di coprirsi la faccia per non correre il rischio di essere riconosciuta da qualcuno, sapete allora il babbo era molto più temuto e rispettato di oggi, sai le cinghiate che ci tirava; se però riusciva ad agguantarci…., molte volte il buon uomo, secondo la gravità della marachella, faceva anche finta di non riuscirci.

Allora i giovani non possedevano mica l’automobile, già di auto ce n’erano pochissime a Empoli, perciò dovevano arrangiarsi come potevano e, meglio di niente, andava bene anche l’appoggio di un muro di cinta per una mezz’ora di felicità, oggi con l’auto è più facile e più comodo imboscarsi, anche perché almeno da quello che si sente dire, la materia prima “muliebre” è molto più abbondante, più libera e disinibita.

Oltre a Pietro Baronti, anche noi ragazzi che per rincasare dovevamo passare proprio di lì, si arrecava disturbo alle coppiette perché noi birbanti, invece di tirare diritti per la nostra strada guardando davanti, si camminava lemme lemme a occhi sgranati, cercando di intravedere qualcosa a noi sconosciuta ma che ci attraeva molto. Immaginatevi poi i nostri sogni notturni… e le fughe che ci facevano fare quando ci si osava troppo.

Allora eravamo quattro o cinque amici in ansiosa attesa dei fatidici diciotto anni, per poter avere diritto ad uno sguardo delle ragazze, che appena ci s’avvicinava ci chiamavano ancora “moccoloni” e non si facevano accostare, e quelle più piccole non ci piacevano.

I mitici diciotto anni… la maggiore età… allora ci sembrava non arrivasse mai, ma che poi, invece, arrivò…. eccome se arrivò…. e dopo, ahimè, «fu subito sera».

Ora che mi è stato accordato di varcare la detestata soglia della vecchiaia e ora che sono arrivato quasi alla fine “del tempo a me concesso dalle “Stelle”, mi si chiede spesso: Ma si stava meglio allora, o è meglio oggi?

E’ una domanda difficilissima che mi sento rivolgere spesso. Se si affronta questo argomento l’unica risposta possibile è “DIPENDE”.

Dipende: di che cosa si sta parlando? Se parliamo di salute, di diagnosi, di terapie, la risposta è sicuramente che si sta meglio oggi, allora per sapere con certezza cosa avevi dovevano farti una laparatomia, oggi basta un’ecografia o una TAC; esistono i vaccini, si guarisce bene anche dal cancro, eccetera.

Però se vi piace il mare, come a me, e andate in barca, allora era sicuramente meglio; vuoi mettere lo stato delle spiagge, dei golfi, dell’aria e dell’acqua di allora? E quanti pesci c’erano.

Per quanto riguarda il tenore di vita, io che sono nato negli anni trenta del secolo precedente, vi rispondo: non c’è confronto, oggi siamo tutti signori, viviamo nell’oro al confronto di allora.

Di riflesso però  quando uscivo di casa da bambino trovavo dei prati in cui giocare, un argine verde su sui scivolare con lo slittino auto costruito e si poteva anche giocare a pallone in mezzo alla strada; non servivano le piste ciclabili, perché in bicicletta si poteva andare ovunque; e mi piacerebbe molto che anche i bambini di oggi potessero giocare al pallone per strada e andare a giocare nei prati, ma non si può più, e i bambini nati dal 2000 in poi che riescono a fare queste cose sono molto fortunati.

C’era anche più solidarietà fra le persone, le famiglie erano più unite, c’erano più amicizie disponibili e quindi più rispetto. Starà nel fatto che la gente era anche meno stressata e c’era anche meno tecnologia per cui si trascorreva più tempo fuori che in casa a contatto con gli altri.

Se uno era ricoverato in ospedale, state sicuri che non c’era giorno in cui non ricevesse visite di vicini o amici e il suo comodino era pieno di aranci e di”biscotti della salute”, le odierne fette biscottate.

Forse il nome deriva dal fatto che allora, dato il costo, le fette biscottate si mangiavano solo quando eravamo ricoverati in ospedale e, nella nostra ingenuità, credevamo si trattasse di un super biscotto, invece di un nome commerciale.

Altre cose, invece, le preferisco come sono oggi: ma la discussione sta diventando stucchevole, la lascio fare a ognuno come meglio crede, l’importante è che non si generalizzi e non si banalizzi, e che magari s’impari a discutere e a ragionare con un minimo di senso, senza mettere tutto in un blocco e distinguendo bene una cosa dall’altra. Un’utopia, lo so.

Ecco, a questo punto non vado oltre, perché m’immalinconisco troppo e sopratutto per non annoiare ancora di più quel paio di coraggiosi che per avventura mi avessero seguito fino a qui.

Gian Carlo Brogi

Per gentile concessione a pubblicare – Già pubblicato su “Prove libere di un Dilettante”

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This Post Has One Comment
  1. Articolo interessantissimo, che ho letto con grande piacere. Grazie

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