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Carlo Pagliai – Il massello d’Arno

Sulle facciate di alcuni edifici non recenti è ancora visibile il cosiddetto “massello d’Arno”, ovvero un elemento costruttivo utilizzato dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino ai primi anni Cinquanta del Novecento, o quanto meno rilevati più volte in edifici di cui si conosce l’epoca di costruzione per altri studi e ricerche compiuti. Perché massello e perché d’Arno: massello, ovvero blocco lapideo, e d’Arno, perché prevalentemente realizzato con materiali provenienti dal greto dell’Arno tramite la non poca fatica dei renaiuoli o mòtaioli. In pratica si otteneva un elementi lapideo artificiale, ottenuto mediante l’impasto di calce, sabbia, ghiaia di piccola pezzatura e acqua, e successivo periodo di cottura in forno ( a rettifica della versione iniziale dell’articolo, il massello non veniva cotto in forni, ndr).

A giudicare dagli elementi misurabili su alcune facciate degradate e stonacate, il massello d’Arno veniva fabbricato con due tipi di misure standard e con sagoma di parallelepipedo aventi dimensioni in centimetri 30x30x15 oppure 40x30x15. Una notevole quantità di masselli è visibile sulle facciate e pareti esterne dell’edificio della ex vetreria Vitrum, da troppo tempo abbandonato. Disposto quasi sempre a coltello, cioè lungo il lato minore disposto verticalmente, andava a costituire la parete per ogni tipo di uso, sia come parete esterna che come tramezzatura; spesso nelle pareti portanti dei suddetti edifici ne ho riscontrato la disposizione a coltello ma alternata con mattoni pieni, e il massello non viene mai usato negli spigoli angolari o intersezioni delle muratura portanti. Infatti il buon capomastro sapeva bene che il massello era “grande, grosso e bischero”, dal punto di vista strutturale, s’intende.

Si rivelò da subito un elemento lapideo artificiale a basso costo e di poco più leggero del laterizio pieno e del pietrame finora utilizzati. I capimastri, abili costruttori dotati di esperienza raggiungibile solo dopo anni da “mezza mestola”, realizzavano pareti murarie con file di masselli inserendo ogni loro tre file un filaretto di laterizi in cotto; tale disposizione immagino sia dipesa per raggiungere una maggiore rigidezza della parete. A diversi lettori sarà capitato senz’altro notato di notare la fragilità dei masselli che, a causa del degrado della parete, si trovano a faccia vista: si sgretolano col semplice tocco della mano, i mille inerti e sassolini di ghiaia si disaggregano con poca pressione manuale, e nei casi più avanzati, la malta che circonda i sassolini si sfarina pure col soffio. Capita pure di vedere alcune pareti, diciamo poco sicure, in cui i masselli sono pressoché erosi nel loro interno mentre rimane una sorta di scheletro squadrato della malta inserita tra ogni lato del massello. Ma torniamo alle origini della produzione: il massello veniva prodotto in tutte le fornaci sufficientemente vicine all’Arno, da cui si poteva estrarre tutte le materie prime.

La ghiaia e piccoli ciottolami si raccoglievano sul greto, idem per la sabbia di acqua dolce; la calce si ricavava cuocendo alcuni ciottoli di matrice calcarea a certe temperature, e i ciottoli dovevano essere accuratamente scelti perché in Arno vi erano diversi tipi di ciottoli e sassi. La produzione del massello oltre ad essere economica dal punto di vista dei materiali, lo era anche dal punto di vista della produzione, con ciclo di cottura che non richiedeva elevate temperature come invece esige il laterizio in cotto, è sufficiente osservare il colore e la granatura della calce negli elementi ben mantenuti. Il massello d’Arno si riscontra spesso sull’edilizia rurale realizzata nella prima metà del Novecento, in particolare su annessi, stalle, fienili, e talvolta alcuni edifici di abitazione dei contadini sono state sopraelevate di un piano con questi elementi; tuttavia il massello si ritrova spesso anche nei centri storici sorti presso l’Arno, come Empoli, ovvio. Una parte degli edifici del vecchio Giro d’Empoli è stato sopraelevato di un piano soprattutto nei primi del Novecento, utilizzando il massello frammisto al laterizio in cotto, come spesso emerge stonacando le pareti interne negli ultimi piani di queste case.

Questo massello di calce, non va affatto d’accordo con le moderne malte cementizie e bastarde (dicesi miste calce/cemento), in quanto la sua natura è quella di essere avido di acqua e molto traspirante, d’altronde è formato da molta calce, causando eccessivo ritiro e formazione di cavillature a “ragnatela” sul nuovo intonaco. Per il resto il massello non ha particolari controindicazioni, diciamo possiamo definirlo un materiale senza lode e senza infamia. Circola però una diceria tra alcuni muratori, ovvero sostengono che alcune partite produttive di masselli siano state realizzate impastando la calce con le ceneri e scorie provenienti dai forni delle allora floride industrie vetrarie. Il proprietario della casa in centro è avvisato.
http://www.facebook.com/pagliai.carlo

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