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Carlo Pagliai e Paolo Pianigiani: Il mulino scomparso…

Qui si dirà, continuando a chiacchierare con l’amico Carlo Pagliai, agrimensore e intendente di antiche mappe, di un aspetto dell’assedio del 1530, di cui pochi, per non dire nessuno, aveva avuto notizia.

L'area dove una volta sorgeva il mulino sul rio dei Cappuccini

L’area dove una volta sorgeva il mulino sul rio dei Cappuccini


S’era perso per strada questo mulino… eppure aveva un ruolo importantissimo per il Castello di Empoli. Oltre che macinar grano, forniva le acque al fossato intorno alle mura.

Paolo Giovio, vescovo, medico e storico (1483-1552), raccontando, in latino, la presa d’Empoli, parlò di come, un bombardiere delle bande spagnole di nome Calcella Pugliese, per prima cosa prese di mira le mulina.
Con le macerie ottenute, precisa il Giovio, deviò il corso del canale che alimentava il fosso che proteggeva il Castello, dando l’illusione agli spagnoli di poter agevolmente dar la scalata alle mura. E il Vasari (1511-1574), che riprese a suo dire dal vivo le scene, presentando il proprio affresco che sta nel Salone dei 500, al Granduca Francesco I, disse testualmente:

… e qui disotto è ritratto la pescaia, e rotte le mulina, ove è fatto quell’argine per seccare i fossi intorno alla muraglia, affinché i soldati vi si potessino avvicinare, la quale fu aperta con dugento colpi d’ artiglieria, fatti tirare dal Cancella Pugliese, maestro dell’artiglieria; …

Dal momento che nell’affresco vasariano c’è in primo piano un mulino diroccato, si è sempre pensato che fosse quello il manufatto macina grano distrutto dalle artiglierie spagnole.
Ma vediamo come Francesco Ferrucci, appena giunto ad Empoli, descrive ai Magnifici Signori Dieci della Guerra come ha provveduto alle difese.

… et abbiamo messo il mulino in fortezza; di sorte che, venendoci a campo, non credo che me lo levino, non che la terra. Et quando pure me lo buttassino in terra con l’artiglieria, ho trovato modo di poter macinare.
… Di Empoli XXIV febbraio 1529

CATASTO 1820 EMPOLI

Fonte cartografica: estratto dal Catasto Generale della Toscana, Comunità di Empoli
Sezione D – Castello e Borgo, Fogliounico – ASFi, Catasto Generale Toscano, 
Catasto Leopoldino Comunità di Empoli – tratta dal sito web del“Progetto CASTORE”
Regione Toscana e Archivi di Stato Toscani  – 
Per g.c. Info Crediti e Copyright

CATASTO 1820 EMPOLI 3

Fonte cartografica: estratto dal Catasto Generale della Toscana, Comunità di Empoli
Sezione D – Castello e Borgo, Fogliounico – ASFi, Catasto Generale Toscano, 
Catasto Leopoldino Comunità di Empoli – tratta dal sito web del“Progetto CASTORE”
Regione Toscana e Archivi di Stato Toscani  – 
Per g.c. Info Crediti e Copyright

Infatti, come il Ferruccio aveva previsto, la prima cosa che fecero le artiglierie spagnole arrivate da noi mesi dopo, fu quella di rovinare il mulino, con lo scopo di eliminare il principale strumento di macinar grano e nello stesso tempo togliere l’acqua dai fossi.
Da altre fonti, come dirà Carlo Pagliai in una prossima e più approfondita pubblicazione in altra rivista, si sa che questo mulino era alimentato da due corsi d’acqua, e precisamente dal Rio dei Cappuccini e da un canale proveniente dall’Orme, che aveva il compito di tener piena la gora di alimentazione. Fatto il suo lavoro di far girare le pale, l’acqua in uscita serviva in parte a riempire i fossi del castello.
Quindi quel famoso e misterioso mulino dobbiamo cercarlo alla confluenza del Rio dei Cappuccini con questo canale proveniente da est, direttamente dall’Orme.

Rricostruzione dell’Assedio di Empoli, a cura di Carlo Pagliai

Ed eccolo lì, ancora presente nel disegno del catasto Leopoldino del 1820, collocato all’incirca alla fine dell’attuale via Salvagnoli, dove ora è un bel giardino privato che termina a punta. Abbiamo anche trovato il nome del canale: si chiamava fosso di Bisarnella.
E non ci si ferma qui. Misurando le distanze dalle mura lato nord, dove il nostro storico locale presente ai fatti, nominato “Anonimo empolese”, indica nel suo manoscritto con esattezza il luogo dove fu messa l’artiglieria di Don Diego Sarmiento, quattrordici pezzi di cannoni non forzati nelle trincee gia dal Campo inimico guadagnate, e piantate di la da un rio d’acqua verso Tramontana, discoste cento braccia e non più…
Il rio d’acqua non poteva essere che il redivivo Rio dei Cappuccini, e proprio lì, alla giusta distanza di 100 braccia, abbiamo piazzato, come fecero gli spagnoli, le batterie protette dai cestoni di difesa.

E, qualcuno dei lettori chiederà, chi lo ruppe il mulino di Rozzalupi? Con ogni probabilità lo fece demolire il Ferrucci stesso, come fece con altri edifici simili e non, perché non fossero utilizzati dagli assedianti.
Come si sa, mentre Empoli veniva espugnata grazie al tradimento, il Ferrucci era da alcuni mesi impegnato alla riconquista di Volterra e alla conseguente sua difesa dalle sopraggiunte bande del Maramaldo. Munita di poderose mura, quella città resisteva alle sfuriate di Don Fabrizio.
Il Marchese del Vasto, giunto tempestivamente a Empoli, dopo aver frenato il sacco degli spagnoli e salvato se possibile l’onore a qualche bella ragazza finita nelle mire degli assedianti vittoriosi, si prese il meglio delle truppe, artiglierie comprese, e insieme a Don Diego Sarmiento si portò alla volta di Volterra. L’intenzione era di dar l’ultima spallata alla resistenza del Ferruccio.

Della brigata faceva parte anche il gran bombardiere pugliese, Calcella o Cancella, sterminatore di mura e di mulini. Ho da dire che Giuliano Lastraioli, incontrato giorni sono dalle parti di porta Giudea, mi ha segnalato che il vero nome di costui era “Cancella”, essendo Calcella un refuso e uno sbaglio nello scrivere del Giovio. E di certo ha ragione Lui. Comunque sia, in un librone di autore volterrano, tale Gaspero Amidei (medico anche lui, come il Giovio), intitolato “Delle fortificazioni volterrane”, edito dalla tipografia Sborgi nel 1864, si narra come Giovanni (questo era quindi il suo nome di battesimo) Calcella pugliese fu ammazzato da una gran sassaiola, nel mentre si aggirava sotto le mura. Stessa fine, ma per colpa di un’archibugiata, fece Don Diego Sarmiento. Prode e aitante nella persona, aveva sollecitato l’assalto, … e gli riusciva di balzar fra i primi sulla breccia, e di piantarvi la propria bandiera. Il luccicar delle bellissime armi che lo coprivano, lo sventolar del ricco pennacchio del suo cimiero, … lo fecero ben tosto prender di mira, sicchè, colpito da una archibusata traboccava morto giù dalle mura.
I due espugnatori d’Empoli, uno con le palle di bombarda, l’altro con l’astuzia e la corruzione, finirono miseramente, per mano dell’esercito del Ferruccio.
Giustizia e vendetta era fatta.

Già pubblicato su Emporium

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